Arte, Architettura e TurismoStoria dell'arte

Perché l’arte contemporanea è arte

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(anche quando sembra prenderci in giro)

Ogni volta che compare sui social l’immagine di una banana attaccata al muro con del nastro adesivo, oppure di una tela completamente bianca attraversata da una sola linea, si ripete sempre lo stesso copione.

«Questa sarebbe arte?» «Lo potevo fare anch’io.» «Ci stanno prendendo in giro.»

L. Fontana – Concetto spaziale
L. Fontana – Concetto spaziale

È una reazione comprensibile. Anzi, probabilmente è la stessa che avremmo avuto tutti se fossimo entrati per la prima volta in un museo d’arte contemporanea senza alcuna preparazione.

Eppure esiste una domanda ancora più interessante. Non è: “Questa opera è bella?” e nemmeno: “Vale davvero milioni di euro?” La vera domanda è: Perché il mondo dell’arte considera arte queste opere? Per rispondere bisogna fare un passo indietro. Anzi, parecchi.

Quando l’arte era imitazione del mondo

Nell’antica Grecia il termine téchne indicava qualsiasi attività fondata sul sapere e sull’abilità. Uno scultore, un architetto e perfino un costruttore di navi erano accomunati dallo stesso concetto. L’arte coincideva con la capacità di fare bene qualcosa.

Platone guardava con sospetto gli artisti. Secondo lui il pittore imitava un letto costruito da un falegname, il quale a sua volta imitava l’idea perfetta del letto. L’opera d’arte diventava quindi una copia della copia della realtà.

Aristotele, invece, attribuiva all’arte una funzione completamente diversa. L’imitazione non era un difetto. Era il modo attraverso cui l’uomo comprendeva il mondo.

Due filosofi, due idee opposte. Eppure una convinzione comune: L’arte aveva a che fare con la rappresentazione. Per quasi duemila anni questa idea rimase dominante, naturalmente con differenze enormi tra un periodo e l’altro.

Per gran parte della storia dell’umanità quindi il compito dell’artista era uno solo: rappresentare la realtà nel modo più convincente possibile.

Ovvio che non era solo una questione di fotografia “ante litteram”. L’arte aveva anche funzioni religiose, politiche, celebrative e simboliche. Ma la bravura dell’artista coincideva in larga parte con la sua capacità tecnica. Saper scolpire il marmo come fosse carne, saper dipingere un velluto che sembrasse morbido, far brillare una coppa d’argento su una tela, Riprodurre la prospettiva. Dominare anatomia, luce e colore era una sfida continua. Chi riusciva meglio in questa impresa diventava un maestro.

Michelangelo - David
Michelangelo – David

Pensiamo a Michelangelo, capace di trasformare un blocco di marmo in un corpo vivo. Oppure a Caravaggio, che con la luce rendeva i personaggi più reali della realtà. Pensiamo a Canaletto, le cui vedute di Venezia sembrano fotografie scattate due secoli prima dell’invenzione della macchina fotografica. La domanda che il pubblico poneva davanti a un’opera era semplice: “Quanto è vero?”

Caravaggio – Le sette opere di misericordia
Caravaggio – Le sette opere di misericordia

Più la risposta era “moltissimo”, maggiore era il prestigio dell’artista.

Naturalmente la maestria tecnica non era l’unico canone di valutazione: Michelangelo non è Michelangelo soltanto perché scolpisce bene, così come Raffaello non è Raffaello soltanto perché disegna magnificamente. Entrambi possiedono una straordinaria capacità compositiva, simbolica e narrativa e la loro interpretazione della realtà che li circondava, faceva il paio con la capacità manuale che dimostravano di possedere. Ma senza quella tecnica eccezionale difficilmente sarebbero entrati nella storia.

Poi arrivò la fotografia

Nel 1839 viene presentato ufficialmente il dagherrotipo: per la prima volta una macchina è in grado di fissare la realtà con una precisione impensabile.

All’inizio nessuno capisce davvero quanto questo cambierà la storia dell’arte, ma nel giro di pochi decenni diventa evidente. Perché trascorrere mesi a dipingere un ritratto perfettamente realistico quando una fotografia riesce a fare qualcosa di simile in pochi minuti?

La fotografia non uccide la pittura: La libera. Da quel momento gli artisti non devono più competere con la realtà. Possono finalmente competere con l’immaginazione.

Gli Impressionisti: dipingere ciò che la macchina non vede

Alla fine dell’Ottocento nasce una delle rivoluzioni più importanti della storia dell’arte. Gli Impressionisti capiscono che la fotografia può registrare gli oggetti. Ma non può registrare una sensazione.

Così Monet smette di dipingere la cattedrale di Rouen: Inizia a dipingere la luce che cambia sulla cattedrale. Lo stesso edificio viene rappresentato decine di volte, eppure ogni quadro è diverso.

C. Monet – varie versioni de “La cattedrale di Rouen”
C. Monet – varie versioni de “La cattedrale di Rouen”

Perché il soggetto non è più la pietra… È il tempo, è l’atmosfera, è “l’impressione”.

Da qui nasce persino il nome del movimento, ispirato al celebre dipinto “Impression, soleil levant”.

Il pittore non vuole più dire: “Guardate questa cattedrale.”; Vuole dire: “Guardate come la vedo io.” Sembra una differenza minima e invece è una rivoluzione gigantesca. Da questo momento la realtà non sarà più un punto di arrivo. Diventerà un punto di partenza. E questa rivoluzione non si fermerà più.

Nel giro di pochi decenni gli artisti non si limiteranno più a interpretare il mondo e cominceranno perfino a mettere in discussione il significato stesso della parola “arte”.

Sarà allora che entreranno in scena personaggi destinati a cambiare tutto. Uno di loro si chiamava Marcel Duchamp, che con un semplice orinatoio riuscirà a sconvolgere per sempre la storia dell’arte. Ma….ci torneremo più avanti.

La rivoluzione del Novecento

Gli Impressionisti avevano dimostrato che un quadro non era necessariamente una finestra aperta sul mondo, ma poteva diventare il racconto di un’impressione, di una luce, di un istante irripetibile.

Ma quella rivoluzione, per quanto profonda, riguardava ancora il modo di rappresentare la realtà.

La realtà, in fondo, era ancora lì: Un paesaggio, un ponte, un campo di papaveri, una ballerina.

Nel giro di pochi anni, però, alcuni artisti si spinsero molto oltre. La domanda non era più: “Come posso dipingere il mondo?” Ma…“Sono davvero obbligato a dipingerlo?” Fu un cambiamento epocale. Non si trattava più di modificare lo stile, si stava mettendo in discussione l’essenza stessa della pittura.

Da questo momento ogni generazione sposta un po’ più avanti il confine. Gli espressionisti deformano il mondo per raccontare le emozioni, i cubisti lo smontano e lo ricompongono, gli astrattisti eliminano completamente il soggetto: Non interessa più rappresentare un cavallo: Interessa rappresentare il movimento, l’energia, il ritmo, la paura, la memoria.

G. De Chirico - Cavalli
G. De Chirico – Cavalli

Il colore diventa linguaggio, la geometria diventa pensiero.

L’opera non dice più: “Questo è un cavallo”. Dice: “Questo è ciò che provo davanti all’idea di un cavallo”.

È un cambio di paradigma.

Picasso e il bambino

Una frase attribuita a Picasso riassume meglio di qualunque trattato questa trasformazione.

“A dodici anni dipingevo come Raffaello. Mi ci è voluta una vita per imparare a dipingere come un bambino.”

Molti interpretano questa frase come un elogio della semplicità, in realtà è quasi il contrario: Picasso possedeva una tecnica accademica straordinaria, ma proprio perché conosceva perfettamente le regole, poteva permettersi di romperle.

Dipingere come un bambino non significa essere incapaci, significa liberarsi volontariamente delle convenzioni. È la differenza che passa tra chi sbaglia una nota perché non conosce lo spartito e chi, come un grande musicista jazz, la modifica consapevolmente.

Fin qui, per quanto rivoluzionaria, la pittura continua ancora a essere pittura. C’è sempre una tela, ci sono sempre colori, pennelli, pigmenti. Poi arriva un artista francese destinato a cambiare per sempre la domanda. Il suo nome è Marcel Duchamp ed è probabilmente l’artista più influente del Novecento. Perché? Perché non cambia soltanto il modo di fare arte, cambia il significato stesso della parola arte.

Duchamp e l’orinatoio più famoso del mondo

Nel 1917 Marcel Duchamp acquista un comune orinatoio in porcellana, lo capovolge, lo firma con uno pseudonimo: R. Mutt e lo intitola “Fontana”. A quel punto lo presenta a una mostra organizzata dalla Society of Independent Artists di New York. L’associazione aveva dichiarato che avrebbe accettato qualsiasi opera dietro pagamento della quota d’iscrizione…Qualsiasi!

M. Duchamp - Fontana
M. Duchamp – Fontana

Quando arriva l’orinatoio, però, gli organizzatori lo rifiutano: Troppo provocatorio, troppo offensivo, non è arte.

Duchamp ottiene esattamente ciò che voleva: Dimostrare che il problema non era l’oggetto, era il sistema.

Chi decide che cosa sia arte? Un museo? Una giuria? Un critico? Un collezionista? L’artista? Il pubblico? Oppure… nessuno?

Con un semplice sanitario acquistato in un negozio di idraulica, Duchamp apre una discussione che, oltre un secolo dopo, non si è ancora conclusa.

Duchamp chiama queste opere ready-made, cioè “già fatti”; Oggetti comuni sottratti alla loro funzione quotidiana e ricollocati in un contesto completamente diverso.

Una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie, un attaccapanni, un orinatoio. L’artista non costruisce, non scolpisce, non dipinge, ma “sceglie”…e questa scelta diventa l’opera.

Per molti fu uno scandalo, per altri una liberazione. In realtà Duchamp non stava dicendo che qualsiasi oggetto fosse arte, stava dicendo qualcosa di molto più sottile.

Che il significato di un oggetto dipende anche dal contesto culturale in cui viene osservato.

È un’idea che ritroveremo continuamente nell’arte contemporanea.

L’arte concettuale e la banana di Cattelan

Negli anni Sessanta avviene un’altra svolta, forse la più difficile da accettare: Nasce “l’arte concettuale”. Secondo molti artisti il centro dell’opera non è più l’oggetto, è l’idea.

Un esempio celebre è quello della sedia. Una sedia vera. La fotografia della sedia. La definizione della parola “sedia”.

Joseph Kosuth - Una e tre sedie
Joseph Kosuth – Una e tre sedie

Qual è l’opera? La risposta è: tutte e tre insieme. L’artista non vuole mostrarci una sedia, vuole costringerci a riflettere su cosa sia davvero una sedia. Sembra un gioco, in realtà è filosofia trasformata in linguaggio visivo. L’opera diventa una domanda.

Ed eccoci dunque alla banana, probabilmente l’opera contemporanea più discussa degli ultimi anni: Una banana fissata al muro con del nastro adesivo.

M. Cattelan - Comedian
M. Cattelan – Comedian

Tutti possono comprare una banana e tutti possono attaccarla al muro. E allora… perché quella è arte? Perché l’opera non è la banana, l’opera è tutto ciò che accade intorno alla banana. La discussione, l’indignazione, il mercato, i media, le fotografie, le polemiche e il fatto stesso che milioni di persone continuino a parlarne.

In questo senso l’opera funziona esattamente come era stata concepita, che piaccia oppure no.

È tutta una gigantesca presa in giro?

Qui nasce l’obiezione più seria e merita rispetto: Molti sostengono che una parte dell’arte contemporanea sia diventata soprattutto marketing, che il sistema delle gallerie, delle aste e dei collezionisti abbia costruito un meccanismo autoreferenziale, che il valore economico preceda quello artistico.

È una critica legittima ed esistono casi in cui la speculazione finanziaria appare evidente, sarebbe ingenuo negarlo. Il mercato dell’arte è spesso attraversato da interessi economici enormi, ma… attenzione: Una critica al mercato non equivale automaticamente a una critica all’arte.

Sarebbe come sostenere che tutta la musica sia priva di valore perché esistono canzoni costruite esclusivamente per vendere. Oppure che tutta la letteratura sia inutile perché alcuni bestseller vengono progettati a tavolino.

Il mercato può alterare il valore economico, ma non definisce, da solo, il valore culturale.

La banana di Cattelan offre un esempio interessante.

Molti osservatori hanno fatto notare come l’opera ironizzi proprio sul capitalismo che la celebra. Chi acquista l’opera per milioni di dollari non compra la banana, compra un certificato e deve continuare a sostituire periodicamente la banana, destinata inevitabilmente a marcire.

È quasi una caricatura del consumismo. L’opera obbliga il proprietario a consumare continuamente un oggetto deperibile. Una critica feroce al valore attribuito alle merci. D’altronde, se intendiamo l’arte come espressione del tempo in cui si vive, quale esempio migliore per “fotografare” il consumismo spasmodico del tempo presente ed il bisogno di “apparire”, invece che “essere”?

In altre parole, Cattelan riesce a prendere in giro proprio il sistema che lo rende ricchissimo. Ora, è difficile stabilire se questa ironia riesca davvero nel suo intento, ma è difficile negare che l’operazione sia estremamente intelligente.

“Lo potevo fare anch’io”

È forse la frase più famosa quando ci si trova davanti all’arte contemporanea e, paradossalmente, spesso è vera. Sì, molte opere contemporanee possono essere imitate, ma imitare non significa inventare.

Chiunque oggi può scrivere un romanzo poliziesco, questo non significa essere Arthur Conan Doyle. Chiunque può girare un film di fantascienza, ma magari fosse così facile diventare Stanley Kubrick. Chiunque può dipingere quadrati colorati, ma Mondrian…è un’altra cosa!

L’invenzione di un linguaggio avviene una volta sola. Dopo diventa imitabile ed è successo con ogni grande rivoluzione artistica della storia.

Oggi Monet è considerato uno dei massimi pittori della storia, eppure i suoi contemporanei ridevano dei suoi quadri. Li definivano incompiuti, macchie, scarabocchi.

C. Monet – Ninfee
C. Monet – Ninfee

Il termine “Impressionismo” nasce addirittura come insulto. Lo stesso accadde agli impressionisti, ai cubisti, agli espressionisti.

Perfino Van Gogh riuscì a vendere pochissime opere durante la sua vita. La storia dell’arte è piena di artisti prima derisi e poi celebrati.

Questo non significa che ogni provocazione contemporanea diventerà un capolavoro, ma ricorda a tutti noi quanto sia pericoloso giudicare il presente con la certezza di possedere l’ultima parola.

Ed eccoci forse al punto più importante: Capire un’opera non obbliga ad amarla. È assolutamente legittimo entrare in un museo di arte contemporanea e uscirne dicendo:”Non mi ha emozionato.” “Non mi dice nulla.” “Preferisco Caravaggio.”

Sono opinioni perfettamente rispettabili. Il problema nasce quando il giudizio estetico diventa un giudizio assoluto. Dire: “Non mi piace” è diverso dal dire: “Non è arte.”

È un po’ come la musica lirica. C’è chi non sopporta Verdi. Ma nessuno con un minimo di preparazione musicale concluderebbe che Verdi non fosse un compositore straordinario. Il gusto personale e il valore storico non coincidono.

Diventa quindi imprescindibile una domanda ulteriore, forse la più difficile a cui dare risposta: Dove finisce l’arte? Esiste davvero un confine oggettivo?

P. Mondrian – Il quadrato
P. Mondrian – Il quadrato

Se decidessimo che l’arte deve necessariamente rappresentare la realtà, dovremmo escludere Picasso. Se imponessimo che debba essere figurativa, perderemmo Kandinskij. Se pretendessimo la sola abilità tecnica, dovremmo rinunciare a buona parte delle avanguardie del Novecento.

Ogni criterio elimina qualcuno e quasi sempre elimina uno dei giganti della storia dell’arte. Forse il problema allora non è trovare una definizione eterna, ma accettare che ogni epoca ridefinisca continuamente ciò che considera arte. D’altronde, se ci pensiamo bene, è sempre stato così.

L’umiltà insita nella giusta critica

Un argomento divisivo come quello dell’arte contemporanea provoca spesso commenti adirati, a volte violenti. Il più in voga negli ultimi tempi riguarda proprio Cattelan e la sua banana, con tutto un florilegio di “amene disquisizioni” su quale sia il modo migliore per esporla!

Ma mi è capitato anche di leggere commenti come: “Picasso era una nullità.” Sono affermazioni che fanno sorridere più che indignare e non perché Picasso sia intoccabile: Ogni artista può essere criticato.

Ma perché giudicare un gigante della storia dell’arte richiede almeno la conoscenza del terreno su cui si sta camminando. Possiamo non amare Picasso, possiamo preferire Raffaello. Possiamo emozionarci davanti a Caravaggio e restare freddi davanti a un cubista. Ma negare il ruolo storico di Picasso significa ignorare un secolo di storia dell’arte.

L’umiltà è una virtù preziosa anche nella critica anzi, direi che ne è il prerequisito.

Una conclusione senza vincitori

L’arte contemporanea continuerà probabilmente a dividere il pubblico ed è giusto che sia così.

L’arte non nasce per mettere tutti d’accordo. Nasce spesso per creare domande, per provocare, per disturbare. Per costringerci a riconsiderare ciò che davamo per scontato.

Possiamo continuare ad amare il Rinascimento, il Barocco o l’Impressionismo senza sentirci obbligati ad apprezzare ogni installazione contemporanea.

Ma, prima di decretare che “questa non è arte”, vale la pena chiedersi se conosciamo davvero la lunga storia che ha portato fino a quella banana attaccata a un muro.

Perché, forse, il vero errore non è non capire l’arte contemporanea. È giudicarla senza conoscere la domanda a cui sta cercando di rispondere.

In fondo, l’arte è sempre stata questo: un linguaggio che cambia insieme all’uomo. Cambiano i materiali, cambiano le tecniche, cambiano i soggetti, cambiano perfino i luoghi in cui viene esposta. Ma rimane costante il tentativo di dare forma a un’idea, a un’emozione o a una riflessione sul mondo.

Possiamo discutere se una determinata opera riesca o meno in questo intento. Possiamo contestarne il valore economico, l’eccessiva spettacolarizzazione o l’influenza del mercato. Sono critiche spesso fondate e necessarie. Ciò che difficilmente possiamo fare, però, è cancellare con un colpo di spugna oltre un secolo di riflessione artistica soltanto perché il suo linguaggio è diverso da quello cui siamo abituati.

Forse il modo migliore di avvicinarsi all’arte contemporanea non è chiedersi: “È davvero arte?”, ma domandarsi: “Che cosa sta cercando di dirmi?”. A volte la risposta sarà profonda, altre volte deludente. Ma è proprio in questo dialogo, talvolta scomodo e perfino irritante, che continua a vivere una delle funzioni più antiche dell’arte: non offrire certezze, ma allargare il nostro modo di guardare il mondo.


Sullo stesso argomento, dal canale YouTube dell’autore:

  • (Napoli, 1970), è un antiquario specializzato in Tappeti ed arte Orientale.
    Appassionato di musica e storia, già durante gli studi universitari di Ingegneria Elettronica, si interessa al lavoro della madre, fondatrice della Persepolis, una importante galleria di tappeti.
    Nel 1996 realizza uno dei primi siti web del settore, www.persepolis.it e diventa poi, nel 2001, il più giovane Presidente dell'Associazione Napoletana Antiquari, nonchè consigliere FIMA (Federazione Italiana Mercanti d'Arte) organizzando due edizioni della Mostra Antiquaria Internazionale "Reggia di Portici".
    Dopo l'esperienza associativa, espande l'attività della sua azienda interessandosi, oltre all'Arte Orientale, anche all'Antiquariato Europeo, confermandosi come punto di riferimento nel settore.
    A Giugno 2025 inizia la sua avventura social, che in pochi mesi, grazie a video che parlano di storia dell'arte, lo porta ad una discreta notorietà.

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