La forza della preghiera universale e del suo spirito
Vorrei iniziare la mia collaborazione con Caput Mundi (che ringrazio per l’ospitalità), articolata su riflessioni riguardanti la fede e la spiritualità, con un approfondimento su un tema particolarmente importante nella percezione dei credenti di tutte le religioni.
Mi riferisco all’atto di pregare, momento fondamentale che salda l’unione tra chi crede nel Divino e il Divino stesso. L’ho definito fondamentale perché chi non prega non sembra potersi definire credente, rinunciando a un fondamentale rapporto che precisa le identità spirituali e avvia un processo relazionale indispensabile per la riconoscibilità della scelta di credere e l’accettazione di affidarsi totalmente al Divino.
Negare l’importanza della preghiera è come svuotare di contenuto il ruolo di appartenere a un progetto. Pregare è uno degli atti più misteriosi per il genere umano a causa della sua necessaria correlazione con la Fede, sacro spazio oblativo in cui non tutti riescono ad accettare una realtà invisibile. Il respiro etimologico del relativo sostantivo femminile “preghiera” si specchia con il “chiedere”, a partire dalla sua radice indoeuropea prach.
Ma chiedere a chi? E che cosa? E qui interviene il motore della Fede che regala significato a tutto: se esso è spento, se non si crede nell’accennato progetto divino non si riconosce né il senso e la finalità di pregare né, tantomeno, il Destinatario dell’oggetto della richiesta.
Ma se quel motore è acceso, ecco il bisogno, psicologico e quasi fisico, di trovare una relazione, un dialogo con la Divinità, scoprendo vicinanza e familiarità e animando una possibile frequentazione quotidiana che riduca il frustrante senso di estraneità. Chiedere a chi? Al Creatore, al Padre, all’unico Dio, mio, nostro e di tutti, a Chi ci aspetta per il “dopo”.
E che cosa? Tutto e niente: una grazia, un riconoscimento, una prova della Sua esistenza, il senso di un fatto, il motivo della sua assenza che non riusciamo a capire. O, semplicemente, il desiderio di far sapere che crediamo, che Lo amiamo, lo riconosciamo, che possiamo decidere insieme a Lui, che possiamo abbandonarci, che Lo ringraziamo, che stiamo bene immaginandoci amati da Lui, al quale, come bambini balbuzienti, facciamo riferimento ripetendo all’infinito i testi oranti.
David Maria Turoldo ci ha insegnato che un uomo, una comunità e una chiesa sono vivi soprattutto quando pregano bene, quando riescono a pregare nella verità, quando, addirittura, riescono a inventare la loro preghiera, come accaduto a Maria con il Magnificat. Pregare è cosa delicata e difficile, rasenta l’impresa divina, è un atto rivoluzionario: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse 21,5).
La preghiera è fondamentale ma il dono più grande è lo spirito di preghiera; chi ha questo spirito può contare sulla grazia dell’amicizia con Dio e con gli uomini, la gioia dello splendore dell’illuminazione, in comunione con tutte le creature: nessun uomo è così libero e non scalfibile come l’uomo in e di preghiera.
La preghiera è il vero “momento cosmico” che dilata e annulla i nostri confini umani: quando la sperimentiamo, per dirla ancora con Turoldo, sentiamo di essere donne pie e uomini pii che “portano tutta la creazione a Dio”, ci carichiamo di Dio con la sua stessa forza che abbatte i confini. I confini dell’uomo di preghiera sono gli stessi di Dio, inesistenti. Per questo è importante lo spirito di preghiera, perché è come avere lo stesso Spirito Santo di Dio in noi. Uno spirito che travalica la dimensione religiosa e che deve permeare, arricchire e invadere la sensibilità laica, anch’essa in grado di recitare una parte significativa nella costruzione di una società orante e rivoluzionaria, ispirata all’importanza di una preghiera comune.
Tutti i credenti si devono sentire invitati ad occuparsi delle “cose di Dio”, a sviluppare, tutti insieme e al di là delle singole fedi, un rapporto col Divino attraverso il dono della preghiera che non deve essere prerogativa esclusiva degli ordinati, ma di tutti, nel contesto di una spiritualità necessariamente anche laica, aggettivo che non deve più essere inteso come contrapposto alla dimensione religiosa ma ad essa affiancato, nella sua accezione più universale, superando le storiche incertezze interpretative che ne hanno confuso il senso.
La sapienza e la spiritualità laica hanno molto da offrire alla storia dell’umanità almeno quanto quelle religiose e devono essere valorizzate per una mistica universale e millenaria che evidenzi quanto le specificità delle fedi possano trovare di comune nelle loro radici. Il genere umano oggi ha proprio bisogno di questo: a partire dalla propria fede sentirsi collegati con tutti i credenti che, pur non riconoscendosi in una specifica struttura religiosa, aderiscano allo scandalo di una rivoluzione spirituale, la cristianìa di Raimon Pannikkar:
la possibilità di riconoscersi cristiano come atteggiamento personale, senza appartenere alla cristianità o aderire al Cristianesimo in quanto struttura istituzionale. Una coscienza cristiana più matura, quindi, che per il millennio che si è appena aperto costituisce un forte appello e una grande sfida
Soprattutto in questo avvelenato periodo storico dobbiamo vivere la preghiera come un momento universale di tutti i credenti in un unico Signore e come risposta collettiva di tutte le fedi al crescente odio collettivo e a un egoismo sociale che si stanno imponendo come dei vulnus che devono essere abbattuti. In questa farneticante sovraesposizione di sovranismi, primatismi e nazionalismi risulta, infatti, fondamentale proporre l’esperienza di una preghiera comune che dia vita a una comunità di respiro mondiale in grado di identificarsi in una comunione solidale.
Questa preghiera è in grado di alzare potenti vibrazioni che ci insegnano a non temerci l’un l’altro, a riconoscerci simili e differenti solo per genia, all’interno di un’unica razza umana e farci sentire parti di un universale progetto orante.
Siamo forse alla fine di un’era e stiamo per approdare in un’altra che, nonostante i dolori e i drammi del nostro tempo, si annuncia profeticamente, non senza sorpresa, all’insegna dell’amore. Pregando si ha la certezza di anelare e di vedere vicina una civiltà spirituale planetaria che, quando perfezionata, possa creare il potenziale collante sapienziale per favorire l’arrivo della nuova era, coerentemente riconosciuta e attesa nella visione cosmoteandrica immaginata da Raimon Pannikkar, dove la preghiera collettiva si fonde con quella personale in cui l’estetica tende a sublimarsi nella sua dimensione esicasta, presente nella meditazione del cristianesimo ortodosso dell’Europa orientale, ma echeggiata nello stesso giudaismo e nella spiritualità buddista:
Entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega tuo Padre, che è invisibile. Allora tuo padre, che vede ciò che è stato fatto in segreto, ti ricompenserà
Matteo 6,6
Ecco il contesto ideale in cui pregare, da soli ma tutti insieme e ovunque: entrare nella nostra stanza, cioè in se stessi, lontano da ogni condizionamento sensoriale e intellettuale e farsi vicino a Lui, ad occhi chiusi, nell’ἡσυχία, il silenzio della calma, sussurrando “Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱὲ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἁμαρτωλόν” (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore), in una armoniosa miscela di una sperimentazione cristiana di avvicinamento unitario a un Dio-Padre misericordioso e un mantra orientale alla ricerca dell’allontanamento dal mondo.
Ulteriore esempio delle differenze di prospettive, riconosciute e valorizzate, percepite e condivise ma tutte in grado di offrire la propria ricchezza: la centralità della meditazione nel buddismo, con la quale percepiamo la precarietà del nostro corpo e la provvisorietà della nostra vita, attraverso l’attenzione al respiro che richiama l’esperienza universale del dolore, interpretazione della costante delusione di vedere disintegrarsi ciò che era ritenuto immortale, e la prospettiva cristiana che rimanda a un mondo nuovo la cui promessa di vivere con Dio compensa la tragicità della vita umana, nella sua dimensione di havel, come ricorda Ecclesiaste, equilibrata dalla beatitudine dell’eternità.


