Konstantin Chernenko: leader moribondo per uno Stato moribondo.
I Signori del comunismo: storia dell’Unione Sovietica attraverso i suoi leader.
Se la fallimentare storia dell’Unione Sovietica potesse avere un volto umano questo sarebbe o quello di un deportato nei GULAG o quello di Konstantin Chernenko (1911-1985), il suo penultimo leader, che arrivò al comando al limite della propria data di scadenza biologica.
Nato in Siberia da una famiglia povera, ottenne comunque una dignitosa istruzione (fatto questo che smonta parte della successiva propaganda denigratoria contro il sistema scolastico dell’ultimo periodo zarista).
Iscrittosi alla Lega della Gioventù Comunista nel 1929, entrò nel Partito due anni dopo, venendo assunto, nel 1933, nell’Ufficio Propaganda. Da quella posizione scalò le gerarchie del Partito, evitando di combattere nella Seconda Guerra Mondiale, sempre nel settore propaganda.

L’incontro del destino avvenne nel 1948, quando in Moldavia (all’epoca territorio sovietico) conobbe Leonid Brezhnev e ne divenne il protetto. Da quel giorno la carriera di Chernenko fu una progressiva scalata come oscuro burocrate di Partito, ma con sempre maggior potere.
Negli ultimi anni di potere di Brezhev (e di vita, visto che le due nell’URSS sono quasi sempre andate in coppia) Chernenko ne divenne l’ombra, accompagnandolo ai summit e specializzandosi nella salvaguardia dell’ideologia del Partito.
Quando Brezhnev morì, nel 1982, molti credettero che Chernenko ne sarebbe stato il successore. Invece, a sorpresa e dopo un brevissimo “conclave”, venne nominato il Yuri Andropov, il lugubre ma geniale Direttore del KGB. La nomina di Andropov fu frutto di una curiosa alleanza tra i riformatori, che avevano intuito la malattia terminale del regime sovietico, e l’onnipotente KGB, che conosceva la reale quanto disastrosa situazione socioeconomica del Paese, ma la cui missione era salvaguardare la solidità dello Stato (ed i propri privilegi). Chernenko, invece, rappresentava la coda ideologica stalinista, il Partito/Stato gerontocratico e gli ottuagenari sopravvissuti alle Grandi Purghe del tiranno georgiano.

Andropov, una volta al potere, cercò di combattere la corruzione e l’inefficienza economico-amministrativa, due dei grandi mali che stavano uccidendo l’URSS. Tuttavia, l’ex capo del KGB non ebbe né il coraggio né la possibilità di tentare una riforma del sistema comunista, che di quei mali era la causa. Inoltre, Andropov morì poco più di un anno dopo aver raggiunto il vertice della leadership. Uno dei suoi ultimi desideri fu che a succedergli fosse un suo relativamente giovane protetto, Mikhail Gorbaciov, che all’epoca era correttamente ritenuto sia un riformista che un fedele discepolo dell’ideologia marxista.
La vecchia guardia del Partito comunista, invece, con un colpo di coda riuscì a far nominare Chernenko. Per capire il livello di decadenza dei quadri dirigenti sovietici basti sapere che al momento della presa del potere Chernenko era già malato terminale, al punto che dovette essere aiutato a salire le scale del Mausoleo di Lenin dal quale lesse, a stento, l’orazione funebre per Andropov. Non sorprende che “l’era Chernenko” sia durata ben poco, dal 13 febbraio 1984 al 10 marzo 1985.
In questo breve lasso di tempo il nuovo ma acciaccato leader poté fare ben poco, complice la salute malferma, che lo costrinse a continui ricoveri in ospedale, e la sua levatura di statista, oggettivamente la più bassa tra tutti i leader avuti dall’Unione Sovietica.

Forse solo tre azioni di Chernenko in qualità di Segretario Generale sono degne di essere ricordate, se non altro per aiutarci a capire lo stato di decadenza dell’URSS. Nel 1984 fece boicottare le olimpiadi di Los Angeles, quale ripicca al boicottaggio subito quattro anni prima in quelle di Mosca da parte dell’Occidente (tiepida protesta per l’Invasione dell’Afghanistan). Poi, poco prima di morire, Chernenko avviò le pratiche per ridare alla città di Volgodrad il nome di Stalingrado. Se si pensa che ormai nella leadership sovietica quasi tutti si erano resi conto della situazione disastrosa in cui versava lo Stato comunista, il voler riportare in auge la memoria di uno dei più grandi criminali della storia dà la misura della senilità sia mentale che ideologica del Segretario Generale. Ovviamente la pratica fu sepolta con lui.
Più interessante, e più dannoso per l’URSS, fu invece l’unico importante cambio di personale attuato da Chernenko, ovvero la rimozione da Capo di Stato Maggiore di Nikolai Ogarkov (1917-1994). Ogarkov fu un militare di professione, che dopo una brillante partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale (nella quale fu anche ferito) scalò progressivamente le gerarchie militari, divenendo Capo di Stato Maggiore nel 1977. Fin qui la classica carriera di un buon ufficiale sovietico formatosi nello spietato conflitto contro la Germania e sopravvissuto alle ricorrenti purghe staliniste.
Ma Ogarkov fu qualcosa di molto più interessante, niente di meno che uno dei pochi militari russi post Stalin che ebbe il coraggio di opporsi alle linee guida del Partito-Stato comunista sovietico. Per prima cosa fu un dichiarato oppositore dell’Invasione dell’Afghanistan, di cui previde i costi debilitanti e l’esito nefasto. Nel 1981 organizzò la gigantesca Esercitazione Zapad-81, passata alla storia non solo per le sue dimensioni (oltre 100.000 soldati impiegati), ma anche perché il Capo di Stato Maggiore vi fece partecipare tutte le branche delle Forze Armate Sovietiche e diede particolare importanza alla strumentazione elettronica, alle armi di precisione ed al comando interforze.
Risulta evidente che Ogarkov, pur sfoggiando la classica potenza numerica sovietica, cercava di occidentalizzare il sistema di “comando e controllo” russo. Nel 1982 rischiò parecchio quando dichiarò ad un giornalista statunitense (!) “La tecnologia sovietica è indietro di una o due generazioni rispetto a quella americana. Nel vostro Paese, persino i bambini piccoli giocano con i computer. Noi non li abbiamo nemmeno in tutti gli uffici del Ministero della Difesa. E, per ragioni che ben conoscete, non possiamo rendere i computer facilmente accessibili alla nostra società. Sono urgentemente necessarie riforme economiche, ma molto probabilmente comporteranno anche riforme politiche.”
Tali coraggio ed intelligenza solo pochi anni prima gli sarebbero quasi sicuramente costati un incidente stradale mortale, ma forse la conoscenza da parte di Andropov della disperata situazione sovietica lo salvò.
Come si vede ci troviamo di fronte ad un generale brillante ed avente idee eterodosse in una dittatura dove l’ortodossia (ovvero l’ottusa obbedienza) era tutto. Inevitabilmente, con l’arrivo del burosauro senile Chernenko alla Segreteria Generale, la corda si ruppe. Le motivazioni, oltre a quelle già elencate, furono due.

Intanto Ogarkov durante il suo mandato da Capo di Stato Maggiore era riuscito ad indebolire il potere della “Direzione politica principale dell’esercito e della marina sovietici”, l’ente politico-amministrativo con il quale il Partito comunista controllava le Forze Armate, assicurandosene la fedeltà ideologica marxista. Inutile dire che tale organo, fondato nel 1919 e morto con l’URSS nel 1991, ebbe sempre effetti nefasti sull’efficienza militare sovietica.
L’ultima causa di conflitto tra il Capo di Stato Maggiore ed il Partito furono le teorie propriamente militari di Ogarkov. Costui, infatti, preconizzò la “Rivoluzione Tecnologica Militare”, che in Occidente è stata rinominata (ed in parte applicata) “Rivoluzione degli Affari Militari”. Secondo questa dottrina militare la guerra del futuro avrebbe visto l’avvento delle armi energetiche, dei laser, dell’informatizzazione di massa, della robotica e di una sempre maggior importanza del controllo dello Spazio intorno alla Terra.
Se da un lato a livello tattico la guerra attuale, nella sua essenza, non si è ancora discostata troppo dalla seconda metà del primo conflitto mondiale, dall’altro le recenti esperienze belliche in Ucraina e Medio Oriente dimostrano quanto i visionari avessero in gran parte ragione. Ogarkov fu uno di quelli. Tuttavia, per riformare un esercito elefantiaco, sovradimensionato e tecnologicamente sempre più in ritardo come quello sovietico occorrevano scelte drastiche, tra cui una riduzione quantitativa degli effettivi, un miglioramento qualitativo del personale rimasto ed un cambio di paradigma nella gestione del complesso militare-industriale sovietico.
Riforme impossibili da applicare senza intaccare l’essenza ideologica dello Stato sovietico ed i privilegi sociali dei suoi quadri politico-burocratici. Per tali ragioni, il 6 settembre 1984, Ogarkov venne licenziato da Capo di Stato Maggiore e Primo Viceministro della Difesa e via via assegnato ad incarichi prestigiosi, ma di scarsa incidenza politico-strategica.
Il siluramento di Ogarkov fu un regalo per il quale l’Occidente ancora oggi dovrebbe accendere un cero in chiesa una volta all’anno, ma soprattutto fu il l’atto più interessante della Segreteria Chernenko: la dimostrazione che la leadership sovietica era incapace di rinunciare ai propri privilegi, nemmeno per il bene dello Stato.

In ogni caso Chernenko morì pochi mesi dopo, il 10 marzo 1985. Aveva 73 anni, non moltissimi, ma era distrutto dal tabagismo, dall’epatite e dalla cirrosi epatica. Subito dopo il suo trapasso venne nominato il successore, quel Gorbachov che ereditò un Paese distrutto settant’anni di comunismo e la missione impossibile di salvarlo dall’ineluttabile giudizio della Storia.
Quale fu l’impatto di Chernenko negli eventi sovietici? Con l’eccezione dell’Affare Ogarkov fu quello di non aver nessun impatto. Arrivato al potere già malato terminale come ultimo rantolo del tardo stalinismo, passò metà della sua breve Segreteria in ospedale e, quando morì, lo scettro passò ad un uomo che, per quanto comunista, aveva la missione di pensionare tutto ciò che il predecessore rappresentava.
Si può dire che a modo suo Chernenko fu l’uomo giusto al momento giusto: un leader morente per uno Stato moribondo.
Riferimenti bibliografici:
- Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, Bompiani, Milano, 2001.
- Zbigniew Brzezinski, Il grande fallimento, Longanesi, Milano, 1989.
- C. Andrew e O. Gordievskij, La storia segreta del KGB, BUR, Milano 2000.
- https://www.nuovogiornalenazionale.com/israele-schiera-iron-beam-sistema-laser-che-affianchera-liron-dome/
- Stephen Biddle, Military Power: Explaining Victory and Defeat in Modern War, Princeton University Press, Princenton, 2004.




