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Stalin: l’uomo d’acciaio

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I Signori del comunismo: storia dell’Unione Sovietica attraverso i suoi leader.

Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, nacque in Georgia nel 1878. Studiò presso il Seminario Teologico e poi si iscrisse al Partito Operaio Socialdemocratico Russo, che nell’ultimo decennio dell’Impero degli Zar rappresentava la maggior formazione marxista, sebbene divisa in varie correnti.

Il futuro Stalin si legò alla fazione bolscevica di Lenin (la più estremista), per il quale raccolse fondi con rapine in banca e altri crimini, oltre che dirigerne il giornale di partito, la Pravda. Fu ripetutamente arrestato e sottoposto a diversi esili in Siberia. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi con il Golpe d’Ottobre del 1917, Stalin fu membro del Politburo e, dal 1922, sfruttò la sua posizione di Segretario Generale per ottenere il controllo della burocrazia del partito.

Stalin (evidenziato dal cerchio rosso) in mezzo agli studenti del Seminario per insegnanti di Gori, in Georgia, intorno al 1896.
Stalin (evidenziato dal cerchio rosso) in mezzo agli studenti del Seminario per insegnanti di Gori, in Georgia, intorno al 1896.

Come abbiamo visto nel precedente articolo su Lenin il padre dell’Unione Sovietica e del XX secolo morì il 21 gennaio 1924 a 53 anni.

La mancata rivoluzione mondiale e la prematura dipartita del padre fondatore generarono nel Partito Comunista Sovietico (ormai e fino al 1991 quasi sovrapponibile alle istituzioni dello Stato) un’accesa lotta per la successione.

I contendenti principali furono Trotsky (1879-1940), l’estremista che avrebbe voluto rilanciare la rivoluzione mondiale ed il Comunismo di Guerra (ovvero l’applicazione letterale del marxismo, che portò il neonato regime vicino al crollo); i moderati fautori della continuazione della NEP (la Nuova Politica Economica, che riportò elementi di capitalismo nella neonata URSS), guidati da Nikolaj Bucharin (1888- 1938); Stalin (1878-1953), che si poneva al centro.

Nel suo testamento (occultato da Stalin) Lenin espresse dubbi sia riguardo a Trotsky, giudicato troppo sicuro di sé, che su Bucharin, ritenuto troppo moderato e quindi non del tutto marxista. Ma soprattutto Lenin fu tranciante su Stalin, di cui propose la deposizione dalla carica di Segretario Generale del Partito.

Fu Stalin a spuntarla. Con abilità e spregiudicatezza si alleò ai moderati per esautorare Trotsky (che fu esiliato e poi fatto assassinare in Messico), poi, una volta consolidato il suo potere, il georgiano si sbarazzò di Bucharin ed affini, ovviamente senza lasciarne nessuno in vita. Nel 1927 Stalin era il padrone dell’URSS.

Ideologicamente il dittatore si mosse su due binari paralleli. In politica estera sostituì la linea della rivoluzione mondiale con quella del “socialismo in un solo Paese”, teoria in contraddizione con gli scritti di Marx ed Engels, ma già abbozzata dal pragmatismo di Lenin e che de facto riconosceva la superiore forza del mondo capitalista.

Da sinistra: Anastas Mikojan, Josef Stalin und Grigori Ordschonikidse (1925).
Da sinistra: Anastas Mikojan, Josef Stalin und Grigori Ordschonikidse (1925).

In politica interna, al contrario, Stalin riprese il percorso che il suo maestro era stato costretto ad interrompere. Tra il 1921 ed il 1928 la NEP rese possibile un enorme sviluppo economico, grazie al quale le conseguenze del conflitto mondiale e della Guerra Civile vennero quasi del tutto superate. Raggiunto il potere assoluto, tuttavia, Stalin abbandonò la NEP ed intraprese il secondo (ed ultimo) tentativo dello Stato sovietico di applicare il comunismo teorico. Tale campagna sarebbe passata alla storia con il nome di “collettivizzazione”. In sostanza si trattò d’un ritorno alle politiche del Comunismo di Guerra, ovvero sequestro della produzione agroalimentare, lavoro forzato e distruzione della piccola proprietà formatasi alla fine dello zarismo e sopravvissuta a Lenin.

Chi si opponeva veniva imprigionato, privato delle tessere annonarie degli alimenti, fucilato o inviato nei GULAG. I kulaki, i contadini ricchi, vennero sterminati o deportati in Asia. Da ricordare che per essere considerato “ricco”, quindi nemico del popolo, ad un contadino bastava possedere 7 galline. I terreni espropriati furono trasformati in kolchoz, pseudo cooperative a direzione statale dove lo Stato sottopagava in base alla produzione, o in sovchoz, fattorie di Stato dove quest’ultimo sottopagava i lavoratori in base alle ore effettuate. In tal modo il comunismo sovietico, nella sua lotta ideologica contro i datori di lavoro, trasformò lo Stato nell’unico e più inumano dei padroni, dando vita ad una versione burocratica ed immensamente più brutale della defunta servitù della gleba.

Alle popolazioni rurali vennero lasciati solo dei minuscoli appezzamenti di terra privata e raramente il permesso di tenere qualche animale. Questi terreni privati nel 1937-’38 coprivano il 3,9% delle terre coltivate, ma garantivano il 21,5% della produzione agricola nazionale.

Ovviamente i risultati delle collettivizzazioni furono devastanti. Non solo le repressioni, le esecuzioni e le deportazioni fecero centinaia di migliaia di morti (vedremo in seguito il conto totale delle vittime dello stalinismo), ma la produzione agricola crollò, provocando la terribile carestia del 1932-’33, un disastro costato dai 7,8 agli 11 milioni di morti (nel 1942 Stalin disse a Churchill che la cifra plausibile era 10 milioni). Ancora negli anni ‘80 l’agricoltura sovietica produceva appena il 10% di quella statunitense, mentre l’allevamento fu colpito così pesantemente che il numero degli animali del 1928 fu raggiunto di nuovo solo alla fine degli anni ‘50.

Contadini sovietici in un collettivo agricolo (1930 circa).

Gran parte dei decessi della terribile carestia, circa 7 milioni su 10, avvennero in Ucraina. Questo perché nel popolo ucraino la resistenza nazionale si sommò a quella sociale: proprio in Ucraina e nella Russia meridionale le riforme di Stolypin avevano avuto maggior successo nel creare una classe di piccoli proprietari, fautori del miracolo agricolo degli ultimi dieci anni dello zarismo e consapevoli dei propri diritti di uomini e cittadini. A tale resistenza, sia armata che passiva, il regime sovietico rispose con un genocidio, il famigerato Holodomor, letteralmente “uccisione per fame”.

Impossibile sottovalutare la follia criminale con cui Stalin e i suoi sicari attuarono il massacro. Intere province vennero scientificamente isolate dalle truppe dell’NKVD (il futuro KGB) e private di ogni risorsa alimentare. Chi cercava di uscire veniva abbattuto, chi tentava di avvicinarsi ai magazzini del grano collettivizzato veniva falciato dalle mitragliatrici. Chi restava nei propri villaggi moriva di fame. L’orrore regnò sovrano. Il cannibalismo si diffuse in modo tanto inquietante quanto inevitabile. Quando i partigiani che combatterono tale follia usarono i boschi come rifugio i “soldati” del regime sovietico incendiarono intere foreste.

L’Holodomor, coi suoi 7 milioni di morti, superò in numero di uccisioni persino il precedente Genocidio armeno che il di poco successivo Olocausto ebraico!

Il sequestro delle derrate alimentari durante l'Holodomor.
Il sequestro delle derrate alimentari durante l’Holodomor.

Si trattò di evento di quelli da cui non si torna indietro. La retorica imperiale russa e l’analisi storico-antropologica, secondo cui gli ucraini sono un popolo fratello dei russi, ha degli argomenti sia a favore che contro. L’Holodomor spazzò via tutto. Dopo l’orrendo crimine stalinista per il popolo ucraino tutto ciò che odora di comunismo divenne il male assoluto, ed il comunismo è stato portato in Ucraina dalla Russia.

Lo Stato russo post sovietico, a sua volta, non ha mai voluto fare sul serio i conti con la memoria del proprio passato comunista, nemmeno quando il popolo russo lo avrebbe desiderato. Ne è nato così un circolo vizioso, in cui i crimini comunisti hanno ucciso in Ucraina l’idea della fratellanza slavo-orientale a vantaggio del nazionalismo ucraino. La Russia a sua volta, faticando a discernere il proprio imperialismo storico da quello prettamente sovietico, risponde con inopportune difese dell’epoca comunista, aumentando così il senso di distacco degli ucraini.

Ne consegue che il comunismo, oltre a provocare decine di milioni di morti, ha posto dentro l’ideologia di Stato russa un cancro, fatale in primis alle possibilità di rinascita imperiale della Russia stessa.

Tuttavia, malgrado i disastri delle collettivizzazioni, lo Stato sovietico si era molto rafforzato rispetto ai caotici anni di Lenin. Questo permise a Stalin di mantenere il ferreo controllo sul Paese e persino di attuare una vasta industrializzazione a spese dei contadini.

Vediamo come.

Abbiamo visto che i kolchoz in teoria pagavano tramite quote del prodotto e del profitto in base al numero dei giorni di lavoro, mentre i sovchoz utilizzavano lavoratori a stipendio fisso. Nella realtà lo sfruttamento dei contadini era brutale. Nel 1946, a collettivizzazione ormai rodata, il 30% dei kolchoz non pagava in denaro, il 10,6% non pagava in grano ed il 73,2% pagava con 500 grammi di grano o meno al giorno. Inoltre, le fattorie collettive erano obbligate a vendere i loro prodotti solo allo Stato a prezzi bassissimi fissati… dallo Stato stesso! Tra il 1929 ed il 1953 lo Stato riconobbe ai kolchoz 8 rubli per 100 chilogrammi di segale (cifra mai aggiornata all’inflazione) per poi rivendere lo stesso prodotto a 335 rubli.

Un kolchoz negli anni '40.
Un kolchoz negli anni ’40.

Con il denaro ricavato da questa gigantesca estorsione ai danni dei contadini e dall’esportazione di materie prime Stalin finanziò enormi spese militari e l’industrializzazione intensiva, che durò dal maggio del 1929 fino all’invasione tedesca del giugno 1941.

Consapevole del ritardo tecnologico sovietico, Stalin usò a piene mani le entrate dello Stato per importare impianti e tecnici industriali occidentali, in particolare tedeschi e statunitensi. Grazie alla collaborazione con gli americani i sovietici costruirono prima della guerra oltre 500 impianti industriali, molti dei quali erano copie di quelli americani, come la celebre fabbrica di trattori di Stalingrado, che fu costruita a New York, trasportata nell’URSS e lì assemblata sotto la supervisione di ingegneri statunitensi e tedeschi. Il pragmatismo sovietico non ebbe remore nemmeno a fare affari con l’Italia fascista. La prima fabbrica di cuscinetti a sfera, infatti, venne costruita a Mosca grazie all’assistenza della società metalmeccanica italiana RIV.

Se in campo agricolo il comunismo sovietico (come tutti gli altri) fu un assoluto disastro, in campo industriale la valutazione è più complessa. Il costo umano ed ecologico dell’industrializzazione forzata fu al solito enorme (solo la costruzione del Canale Mar Bianco-Mar Baltico costò 25.000 morti), e i prodotti sempre di qualità pessima rispetto a quelli occidentali, inevitabile conseguenza della mancanza di concorrenza. Tuttavia, nel 1941, sulla carta, l’URSS era diventata la seconda potenza industriale del mondo dopo gli USA. Questo garantì una produzione di acciaio ed armi che si sarebbe rivelata uno dei molti elementi della vittoria contro Hitler.

Operai dello stabilimento Kirov assemblano i motori dei carri armati per l'Armata Rossa (1941 - 45).
Operai dello stabilimento Kirov assemblano i motori dei carri armati per l’Armata Rossa (1941 – 45).

Resta il fatto che uno sforzo tanto costoso e sanguinoso non sarebbe stato necessario se la Russia non fosse caduta nella tirannide comunista: nel 1913 era quinta nella produzione industriale mondiale e leader nella crescita, con un indicatore del 6,1% annuo nel periodo 1888-1913. Nel 1920, invece, il livello di produzione fu nove volte inferiore rispetto al 1916.

In ogni caso dare il potere assoluto a Stalin fu, per il Partito Comunista sovietico, la giusta Nemesi storica. Dopo gli orrori scatenati contro il popolo con collettivizzazioni, GULAG (questi ultimi creati da Lenin e solo enormemente espansi dal discepolo), carestia artificiale, industrializzazione forzata e repressione mai vista prima, il dittatore georgiano scagliò la sua furia contro lo stesso apparato dirigente dell’URSS. Era la Grande Purga del 1937-’38, che avrebbe causato da 700.000 a 1.200.000 morti.

La mannaia di Stalin e dell’NKVD spazzò via la quasi totalità della classe politica bolscevica protagonista della rivoluzione e della Guerra Civile (giustamente Montanelli scrisse che nessuno ha mai ucciso più comunisti di Stalin). L’adagio francese “la rivoluzione divora i propri figli”, che i transalpini applicarono in modo relativo, da Stalin fu elevato a scienza. Su sei membri del Politburo durante il golpe dell’ottobre 1917 quattro furono messi a morte e Trotsky fu assassinato in Messico. Il sesto era Stalin. Dei sette membri subentrati tra la presa del potere ed il 1924 quattro furono giustiziati, uno si suicidò e due sopravvissero.

Ma lo sterminio dei suoi stessi compagni non bastò al padrone del Cremlino, ormai accecato da una sete di sangue a metà tra la lucida spietatezza e la folle paranoia. Minoranze etniche (specie i polacchi), ex kulaki, intellettuali, religiosi, centinaia di comunisti stranieri emigrati in Unione Sovietica per vivere nel paradiso socialista (tra cui 141 tra statunitensi e finlandesi, 127 canadesi e circa 200 italiani), oltre, ovviamente, alle famiglie dei condannati: non vi fu categoria che non abbia versato laghi di sangue sull’altare del socialismo reale.

La morte e la delazione divennero talmente comuni da mutarsi in piaghe sociali, dramma psicologico in un’epoca di terrore disumanizzante.

Infine il delirio apicale della Grande Purga: l’annientamento dei quadri delle Forze Armate. Dopo la sconfitta con la Polonia l’Armata Rossa aveva perso le caratteristiche di orda rivoluzionaria, trasformandosi in un vero esercito, guidato da ufficiali spesso veterani e ben preparati. Stalin, invidioso della celebrità di alcuni generali e terrorizzato dal bonapartismo (inteso come golpe militare privo di una ben definita ideologia politica), fece uccidere 4 marescialli su 5, 13 generali d’armata su 15, 8 ammiragli su 9, 50 generali di corpo d’armata su 57, 154 generali di divisione su 186 e tutti i 16 commissari politici d’armata.

A sinistra: Joseph Stalin; a destra: targa commemorativa con le foto delle vittime delle Grandi Purghe, fucilate nel poligono di tiro di Butovo, vicino a Mosca.
A sinistra: Joseph Stalin; a destra: targa commemorativa con le foto delle vittime delle Grandi Purghe, fucilate nel poligono di tiro di Butovo, vicino a Mosca.

Le vittime più illustri furono Mikhail Tuchačevskij (1893-1937), che al netto della sconfitta di Varsavia era stato il miglior comandante sovietico della Guerra Civile, e Aleksandr Svečin (1878-1938), uno dei maggiori teorici militari del XX secolo. Altri 37.761 ufficiali e commissari subalterni furono licenziati, dei quali 10.868 processati e 7.211 condannati.

Una simile mattanza devastò le capacità belliche sovietiche. I migliori ufficiali vennero uccisi ed i sopravvissuti persero ogni iniziativa a causa del terrore di essere notati. Questo rese la catena di comando lenta e burocratica, un difetto che non ha più abbandonato le Forze Armate sovietiche e che ancor oggi appesantisce quelle russe. La cosa incredibile è che tutto questo fu fatto nel 1937, quando Hitler era in pieno riarmo e non faceva mistero dei suoi propositi.

Hitler. Quando l’ex caporale divenne padrone della Germania le relazioni con l’URSS peggiorarono, pur senza interrompere la collaborazione economica fruttuosa per entrambi. Tuttavia quando il regime nazista iniziò ad espandersi in Europa Stalin si allarmò. Gran Bretagna e Francia avevano opinioni pubbliche totalmente contrarie ad una nuova guerra, mentre l’Italia fascista fino al 1938 tenne una posizione ambigua, a metà tra gli ex alleati della Grande Guerra ed il “cugino” ideologico tedesco.

Sfruttando il timore di un altro conflitto mondiale Hitler ottenne successi incredibili: riarmò la Germania, rimilitarizzò la Renania, annetté l’Austria e strappò all’Occidente il vergognoso Accordo di Monaco, con cui prese la regione dei Sudeti. Infine, con l’inchiostro ancora fresco, Hitler violò il suddetto Accordo e inglobò o vassallizzò l’intera Cecoslovacchia. Uno sfregio con due conseguenze.

La prima fu che gli anglo-francesi chiarirono che la misura fosse colma e che un’altra aggressione avrebbe scatenato la guerra. La seconda che Mussolini nel maggio del 1939 firmò il Patto d’Acciaio, legandosi alla Germania.

La firma del Patto d'Acciaio a Berlino, 22 maggio 1939.
La firma del Patto d’Acciaio a Berlino, 22 maggio 1939.

Questo trasformò la geopolitica europea in un gioco a tre: democrazie, fascismi vari a guida nazista e comunismo sovietico.

Tre attori incompatibili tra loro, in cui l’alleanza tra due di essi sarebbe stata fatale per il terzo. La posizione più difficile era quella di Hitler, perché si era dimostrato troppo aggressivo in troppo poco tempo, perché l’economia tedesca era prossima al default per le spese militari fuori scala del regime e perché la Germania, trovandosi al centro dell’Europa, era potenzialmente tra due fuochi. A Mosca,

tuttavia, Stalin aveva perso ogni residua considerazione per le democrazie occidentali, i cui troppi cedimenti lo avevano convinto che fossero prossime alla caduta. Hitler invece guidava una dittatura in cui rispetto all’URSS il terrore era meno barbaro, ma più scientifico (difficile dire cosa sia peggio). Certo il comunismo era ideologicamente distante dal nazismo tanto quanto dalla democrazia capitalista, ma il satrapo di Mosca aveva oggettivamente maggiori affinità elettive con il dittatore di Berlino che con i politici occidentali.

La Germania nazista a sua volta non poteva permettersi di essere nemica sia dell’Occidente (e della Polonia appena agli Alleati) che dell’URSS. Inoltre la boccheggiante economia tedesca dipendeva largamente dalle materie prime sovietiche, scambiate con prodotti ad alta tecnologia.

Questa situazione portò ad un rapido miglioramento nelle relazioni nazi-sovietiche, ennesima dimostrazione che l’interesse nazionale (figlio della geografia) è più importante delle ideologie. L’avvicinamento tra Berlino e Mosca culminò col famigerato Patto Molotov-Ribbentrop, vera e propria alleanza siglata il 23 agosto 1939 dalla durata prevista di 10 anni. In base al Patto, che giustamente gelò il sangue nelle vene alle democrazie, i due dittatori si sarebbero spartiti l’Europa Orientale, facendo scomparire tutti gli Stati indipendenti posti tra i colossi nero e rosso. Il futuro dei Balcani, per il momento, non venne stabilito con precisione, cosa che avrebbe avuto notevoli conseguenze.

La firma del Patto Molotov-Ribbentrop.
La firma del Patto Molotov-Ribbentrop.

Fatto sta che Hitler, appena una settimana dopo la firma dell’alleanza con Stalin, invase la Polonia. Come prevedibile Gran Bretagna, Impero britannico e Francia dichiarano guerra alla Germania. Iniziava il secondo conflitto mondiale. Le armate tedesche fecero a pezzi quelle polacche in 35 giorni, ma Stalin, astutamente, invase la Polonia orientale solo 17 giorni dopo l’alleato nazista.

Fiumi d’inchiostro sono stati scritti sul perché le democrazie abbiano dichiarato guerra solo alla Germania e non anche alla Russia. Il motivo è tanto semplice quanto brutale. Gli Alleati erano consapevoli di dover affrontare un nemico formidabile, che vent’anni prima li aveva quasi sconfitti pur avendo contro mezzo mondo fin dall’inizio. Stavolta, perduta la povera Polonia, gli anglo-francesi avrebbero dovuto affrontare i tedeschi senza il supporto del Fronte Orientale e con un’Italia ancor più ambigua che nel 1914.

Hitler aveva già tirato la corda, dominava l’Europa centrale rispetto alla più periferica URSS e, attaccando per primo, era stato più rozzo del machiavellico Stalin. Dichiarare guerra anche all’Unione Sovietica, semplicemente, sarebbe stato un suicidio: in geopolitica non si può pretendere che l’azione strategicamente più saggia corrisponda sempre a quella moralmente più corretta!

L’analisi migliore dell’alleanza nazi-comunista la diede il New York Times, che il 18 settembre scrisse:

L’hitlerismo è il comunismo marrone, lo stalinismo è il fascismo rosso … Il mondo ora capirà che l’unica vera questione ideologica è quella tra democrazia, libertà e pace da un lato e il dispotismo, il terrore e la guerra dall’altro.

In sintesi il Patto Molotov-Ribbentrop fu un trionfo di Stalin, che mise l’Unione Sovietica in una posizione di assoluto vantaggio. Hitler, costretto al conflitto per motivi economici, fece l’accordo per evitare la guerra su due fronti, ma ora si trovava a combattere contro Gran Bretagna, Francia e relativi imperi coloniali, con la prospettiva d’un intervento statunitense nel giro di uno o due anni.

L’URSS invece poteva aspettare che i contendenti si logorassero a vicenda, per poi attaccare alle spalle i nazisti e dilagare in Europa centrale senza che le dissanguate democrazie potessero opporsi.

Fu per questo che il dittatore nazista, dopo il “riscaldamento” della Campagna di Norvegia, giocò il suo destino su un’unica fiche, l’assalto totale a Francia e Benelux in versione o la va o la spacca.

Non poteva fare altro. E in quel 1940 avvenne l’impossibile: la Francia, il cui esercito era alla pari di quello tedesco (tranne che nei comandi) crollò e si arrese in un mese. Nel maggio di quell’anno la storia cambiò per sempre. Hitler divenne padrone dell’Occidente e leader di sublimi Forze Armate. L’Italia entrò in guerra al suo fianco. L’America era ancora lontana e l’URSS sua alleata. Malfidata certo, ma comunque alleata.

Se la guerra fosse finita nell’estate del ‘40, e avrebbe potuto, l’Europa e di conseguenza Asia ed Africa sarebbero divenute un condominio nazi-comunista, fino all’inevitabile scontro tra i due regimi. Ma il maggio 1940, insieme all’incredibile disastro, donò anche un miracolo. Il suo nome era Winston Churchill (1874-1965).

Winston Churchill neoeletto (maggio 1940).
Winston Churchill neoeletto (maggio 1940).

Divenuto Primo Ministro nel momento più oscuro della storia dell’Occidente, Churchill impersonò la volontà britannica della lotta all’ultimo sangue e la dimostrazione che le democrazie, come un altoforno, sono lente a scaldarsi, ma una volta a regime sanno raggiungere temperature superiori a quelle delle peggiori dittature. Salvati dal miracolo di Dunkerque, per i britannici la resa non fu più un’opzione, poiché era evidente che il mondo fosse troppo piccolo per ospitare democrazia e nazismo contemporaneamente. Dal giugno del ‘40 al giugno del ‘41, pertanto, la Gran Bretagna ed il suo Impero, col crescente rifornimento materiale dagli Stati Uniti, impantanarono Germania ed Italia in una guerra di logoramento.

E l’URSS? Il crollo della Francia per i sovietici fu un disastro poco inferiore a quanto lo fu per l’Occidente. La speranza di un dissanguamento di entrambi i nemici ideologici sfumò e Stalin si trovò di fronte ad una Germania mai stata così forte e narcotizzata dall’illusione di invincibilità. In queste condizioni il tiranno georgiano seppe comunque espandersi non poco.

Oltre alla Polonia orientale occupò i Paesi Baltici ed estorse la Moldavia alla Romania. Inutile dire che in tutti i territori conquistati sia il regime nazista che quello comunista infersero alla popolazione degli orrori inenarrabili. Anche Stalin, tuttavia, ebbe uno scivolone. Secondo il Patto Molotov-Ribbentrop la Finlandia rientrava nella sua parte di bottino (risulta evidente che il dittatore sovietico mirasse alla riconquista di tutti gli ex territori zaristi, attuando in perfetta continuità la politica estera dei Romanov). Ma la Finlandia non si piegò al ricatto e fu attaccata dai comunisti il 30 novembre 1939.

Per tre mesi e due settimane la piccola democrazia finnica ed i suoi iperborei cittadini, male armati ed in penoso sotto numero, sbigottirono il mondo fermando ed umiliando la straripante Armata Rossa. Infine, la Finlandia dovette cedere non pochi territori di confine, ma, al costo di 70.000 soldati tra morti e feriti, salvò l’indipendenza. I sovietici invece pagarono l’umiliante mezza vittoria con oltre 300.000 tra morti e feriti.

L’avventura finlandese fu tragica per l’URSS, poiché dimostrò quanto le Purghe di Stalin avessero debilitato la sua efficienza militare (cosa notata dai tedeschi) e perché spinse la Finlandia nell’orbita germanica.

Si arrivò così al giugno del 1941. Nei mesi precedenti Hitler aveva accuratamente preparato l’assalto alla Russia, così come Stalin aveva schierato il meglio del suo esercito in posizioni d’attacco prossime al confine dell’impero nazista. La scena era pronta per lo scontro di titani, sebbene alcuni diplomatici di entrambi i Paesi provassero a convincere i rispettivi padroni a stipulare una vera alleanza che spartisse il pianeta tra le due dittature. Alla fine l’accordo non andò in porto. La causa, ammesso che non sia intervenuto un nume tutelare che veglia sull’umanità, fu l’ingordigia, che impedì alle tirannie di trovare la quadra sui Balcani, sulla Finlandia ed in parte sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli.

La guerra divenne quindi inevitabile. Hitler, come sempre, colpì per primo, mentre Stalin fu colto di sorpresa. Spietato analista di luciferina intelligenza, il georgiano sbagliò nel valutare Hitler, poiché lo credette troppo simile a sé stesso. Stalin fu un freddo calcolatore, che mai avrebbe aperto un immenso secondo fronte con l’Inghilterra ancora in armi, mentre l’ex caporale austriaco fu un giocatore d’azzardo, spinto da una lucida follia e dalla consapevolezza che solo colpendo per primo avrebbe avuto la speranza d’abbattere l’URSS e, quindi, di poter imporre agli anglosassoni una pace di compromesso. Ciò avrebbe sostanzialmente nazificato l’Europa continentale, dando il via ad una Guerra Fredda tra Germania da un lato ed USA e Gran Bretagna dall’altro.

Infografica dell’Operazioen Barbarossa (giugno – dicembre 1941).

L’assalto tedesco iniziò il 22 giugno 1941. All’inizio i successi furono formidabili. I sovietici, mal schierati e colti di sorpresa, subirono perdite atroci negli uomini, nei materiali e nel territorio. Stalin ebbe un crollo psicologico e fu fortunato a non essere deposto ed ucciso. Ciò non avvenne perché il resto della leadership valutò che senza di lui il sistema comunista sarebbe crollato. Probabilmente ebbero ragione, poiché dopo 15 anni di potere assoluto Stalin ed il suo regime erano divenuti simbiotici. Quando si riprese il georgiano dimostrò un’energia e dei nervi d’acciaio che contribuirono non poco alla vittoria finale, guidando un popolo sotto shock con un sagace mix di speranza e terrore.

La repressione interna venne un poco allentata, in nome della salvezza della Russia la Chiesa ortodossa collaborò col regime, L’Internazionale venne sostituita da un inno glorificante la Patria e parte della terminologia militare zarista fu restaurata. Nella prova suprema il regime comprese che per scaldare i cuori del popolo l’ideologia comunista serviva a poco ed occorreva, invece, rinverdire i valori della storia e dell’identità nazionale della Santa Madre Russia. Come scrisse Tolkien “Le radici profonde non gelano mai”.

Anche la diplomazia sovietica si mosse bene. Churchill e Stalin, messi all’angolo da Hitler, stipularono un’alleanza. Il nazismo era riuscito nell’impresa di unire due statisti che si sarebbero volentieri sparati a vicenda un colpo in testa.

In ogni caso le iniziali vittorie tedesche furono talmente devastanti che l’URSS sarebbe crollata senza un elemento politico: la follia ideologica nazista. 23 anni di stermini di massa avevano reso il comunismo inviso alla maggioranza dei sovietici. Tale odio era pressoché totale tra le minoranze nazionali, baltici ed ucraini in testa (ricordiamo sempre l’Holodomor). Queste popolazioni non vedevano l’ora di arruolarsi in massa al fianco dei tedeschi per fare a pezzi il bolscevismo. Persino 120.000 russi etnici si unirono ai nazisti (l’Armata del generale Vlassov). Alcuni tedeschi compresero che, se trattata dignitosamente, la popolazione sovietica avrebbe essa stessa accompagnato gli eserciti germanici oltre gli Urali.

Ma Hitler ed il suo regime furono irremovibili. Per loro gli slavi erano subumani, destinati allo sterminio previa schiavitù per la superiore razza tedesca. Il conflitto sul Fronte Orientale pertanto non fu condotto con un sostanziale rispetto delle regole di guerra, come avvenne contro i nemici occidentali della Germania. Ad Est l’obbiettivo ultimo era la scomparsa di quasi tutte le popolazioni sottomesse e la germanizzazione di una loro minoranza. Di fronte a tale politica, che i nazisti misero subito in atto compiendo crimini efferati, il collaborazionismo, potenzialmente di massa, divenne trascurabile.

Follia nella follia? Circa un milione di volontari sovietici ottenette comunque di unirsi ai tedeschi, ma vennero per lo più utilizzati in compiti secondari, come la caccia ai partigiani, massacrare gli ebrei, sorvegliare i campi di prigionia e di sterminio e scatenarsi in lotte interetniche. Pertanto, dal momento che la cocciuta ignoranza ideologica nazista impedì una relativamente facile vittoria tedesca, l’esito della lotta rimase di natura militare.

Soldati mentre presidiano l'artiglieria pesante di fronte al Teatro dell'Armata Rossa in Piazza Ploshchad Kommuny, oggi rinominati in Teatro dell'Esercito Russo e Piazza Suvorov.
Soldati mentre presidiano l’artiglieria pesante di fronte al Teatro dell’Armata Rossa in Piazza Ploshchad Kommuny, oggi rinominati in Teatro dell’Esercito Russo e Piazza Suvorov.

Dopo i primi quattro trionfali mesi l’avanzata tedesca rallentò. Le distanze, le perdite, il miglioramento tattico dei russi (la scuola della sconfitta è la migliore) e le riserve demografiche sovietiche fecero segnare il passo alle armate di Hitler. La battaglia suprema fu quella di Mosca. Il freddo congelava gli arti ed entrambi i contendenti erano esausti. I tedeschi, con sovrumana abnegazione, attaccarono oltre l’impossibile, finché i russi, con sovrumano patriottismo, contrattaccarono e vinsero.

L’esercito di Hitler dovette ritirarsi, ma dopo il panico iniziale riuscì a stabilizzare il fronte. L’Operazione Barbarossa era fallita. Per un pelo, ma era fallita. Il Fronte Orientale si trasformò così in un tritacarne di battaglie gigantesche, dove l’Unione Sovietica si sarebbe dissanguata, divenendo però la tomba dell’esercito tedesco.

Una delle ragioni della vittoria russa a Mosca fu la diplomazia giapponese. I nipponici, che da alcuni anni stavano conducendo una politica estera che faceva apparire ragionevole quella di Hitler, nel 1939 erano stati sconfitti dai russi in una battaglia sul confine mongolo. Entrambi gli Stati ebbero l’interesse a chiudere l’incidente ed evitare un’escalation, ma i nipponici si convinsero che non sarebbe stato saggio scornarsi ancora con l’URSS. Questo permise a Stalin, due anni dopo, di far accorre le riserve siberiane in difesa della capitale.

I giapponesi invece decisero di espandersi verso Sud ai danni degli imperi coloniali europei, approfittando che i loro proprietari fossero quasi al tappeto a causa di Hitler. Ma una simile espansione avrebbe inevitabilmente provocato un conflitto con gli USA, già ai ferri corti con Tokyo. La scelta del Sol Levante, ancora impantanato in Cina, fu la guerra contro l’intero l’Occidente, il che fa dubitare della lucidità mentale della leadership nipponica. Il risultato fu Pearl Harbor e l’entrata in guerra del colosso statunitense. Un ingresso inevitabile, ma anticipato in modo tanto odioso da infondere nel popolo americano la determinazione alla vittoria senza compromessi.

L'attacco nipponico a Pearl Harbor.
L’attacco nipponico a Pearl Harbor.

La Battaglia di Mosca si era conclusa il 5 dicembre 1941. Quarantotto ore dopo i giapponesi scatenarono la furia della maggior potenza industriale del mondo. In due giorni il destino del nazismo era stato segnato.

Se Churchill gioì per l’intervento dei cugini americani, Stalin festeggiò. I britannici, infatti, prima che le risorse alleate garantissero la vittoria, dovettero subire gravi umiliazioni contro i giapponesi. Sconfitte che accelerarono la fine del dominio dell’uomo bianco in Asia. L’Unione Sovietica invece, tranne che sullo scorcio del conflitto, non fu mai in guerra col Giappone.

Questa fu l’ennesima follia della diplomazia nipponica, di cui Hitler pagò il conto più salato, poiché per tutta la durata del conflitto gli Stati Uniti inviarono il grosso dei loro aiuti militari ed

alimentari all’URSS attraverso il Pacifico (vedasi la mappa). Si ebbe così l’assurdità di navi americane stracariche di merci americane che, battendo bandiera sovietica, passavano ad un tiro di pistola dalle coste del Giappone. Un controsenso che dimostra quanto le “guerre parallele” delle Nazioni dell’Asse mancassero di prospettiva strategica, almeno rispetto alle possibilità geopolitiche di popoli con una vera tradizione imperiale quali i russi e gli anglosassoni.

Con il saldarsi dell’alleanza tra Impero britannico, Unione Sovietica e Stati Uniti la sconfitta della coalizione fascista divenne questione tempo, sebbene ad un prezzo atroce, pagato per lo più dai sudditi del signore del Cremlino.

Stalin, come sempre, seppe approfittare della situazione. Negli ultimi giorni prima della resa del Giappone sconfitto dagli USA invase la Manciuria vassalla di Tokyo e vi annientò l’esercito nipponico schierato. Ciò permise al tiranno georgiano di annettere all’URSS le isole Curili e la parte meridionale di Sachalin, di creare uno Stato vassallo in Corea del Nord e consegnare ingenti quantità di territorio ed armi ai comunisti di Mao, cosa che ebbe un peso decisivo nell’ultimo round della Guerra Civile Cinese.

Soldati giapponesi depongono le armi dinanzi ad un ufficiale sovietivo.
Soldati giapponesi depongono le armi dinanzi ad un ufficiale sovietivo.

Ancor oggi si discute su quale delle tre potenze alleate sia stata la più determinante alla sconfitta di Hitler e, a cascata, del resto dell’Asse. È una disputa disonorevole. Se la Gran Bretagna avesse ceduto tra il giugno 1940 ed il giugno 1941 il nazismo avrebbe dominato l’Europa. Senza la Russia che consumò il 70% delle perdite militari tedesche, allo spaventoso prezzo di circa

25 milioni di morti (fonte: The Cambridge History of Russia del 2006) gli angloamericani non avrebbero mai potuto intraprendere la liberazione del continente. Senza la potenza economica ed il contributo militare degli USA l’Unione Sovietica sarebbe crollata perché priva di camion, benzina avio, locomotive, cibo, vestiario e molto altro ancora, mentre la Gran Bretagna sarebbe rimasta un’isola assediata e relativamente impotente. La Germania nazista, pertanto, fu sconfitta da un triangolo del fuoco fatto di comburente, combustibile ed innesco: sarebbe bastata l’assenza di uno dei tre e la fiamma della democrazia sarebbe scomparsa dall’Europa occidentale.

“Occidentale”… Purtroppo la vittoria della democrazia sul nazismo ebbe un sapore agrodolce, definito da Churchill “Trionfo e tragedia”. I fascismi vennero sostanzialmente cancellati dalla storia e la democrazia avanzò in Europa centrale, ma il comunismo, coi suoi orrori e la sua disumanità, a sua volta conquistò manu militari la parte centro-orientale del continente. A Jalta Stalin giocò superbamente, forse raggirando o forse in accordo con il moribondo Roosevelt e per la disperazione di Churchill, ottenendo un’espansione senza precedenti del suo impero rosso sangue. Iniziava la Guerra Fredda, fulcro della geopolitica mondiale per i successivi 45 anni.

Nel 1945 l’Unione Sovietica era potentissima, ma a pezzi. I suoi confini si erano parecchio accresciuti rispetto al 1939, i Paesi dell’Europa centro-orientale erano stati conquistati e saccheggiati, l’Armata Rossa era l’esercito più grande del mondo, in Asia orientale i movimenti indipendentisti si apprestavano ad espellere l’uomo bianco sintetizzando nazionalismo e comunismo. Infine, in Occidente, specie in Italia e Francia, molte persone si lasciarono convincere a votare per i partiti comunisti, che all’epoca prendevano ordini direttamente dal Cremlino. Solo gli Stati Uniti erano invincibili anche per la Russia stalinista, cosa che salvò il mondo libero.

Gli aiuti statinutensi alla Russia tra il 1941 ed il 1945.
Gli aiuti statinutensi alla Russia tra il 1941 ed il 1945.

Al contempo l’URSS versava in condizioni spaventose. Quasi tutta la parte europea era distrutta dalla guerra, le perdite umane erano state debilitanti e la fine dei rifornimenti statunitensi, unita alla decisione di Stalin di non smobilitare dopo il conflitto, aveva lasciato l’economia nel disastro. Nel 1946-’47 l’ennesima carestia fece quasi 2 milioni di morti.

Lo stato personale di Stalin rispecchiava quello del suo impero. Nel 1945 il dittatore era all’apogeo, visto dai più come il principale vincitore di Hitler, venerato come un semidio da mezzo mondo e temuto come satana dall’altra metà. All’interno del Blocco comunista il suo potere era senza limiti.

Ma l’uomo era invecchiato. A 67 anni la tensione sopportata durante il conflitto ne aveva indebolito il corpo e reso ancor più paranoica la mente. La leggera flessione della ferocia repressiva, attuata per necessità di guerra, venne accantonata. Nuove ondate di arresti ed esecuzioni spazzarono il Paese. La svolta democratica di Israele riesplodere l’antisemitismo del dittatore e rese tutti gli ebrei sovietici dei sospettati dal regime. Solo la morte gli impedì di scatenare un’altra purga, avente medici ed ebrei quali bersagli preferenziali.

In politica estera Stalin guidò l’URSS nel primo round della Guerra Fredda, nella quale ebbe varie sconfitte ed un trionfo.

Dopo aver sottomesso mezza Europa cercò di espellere gli Alleati da Berlino Ovest con un blocco di 11 mesi nel 1948-’49, ma Stati Uniti e Gran Bretagna organizzarono un ponte aereo che salvò la città, rendendo Berlino Ovest fino al 1989 una vetrina di benessere che, con la sua sola esistenza, destabilizzò il Blocco sovietico.

Il blocco sovietico durante la Guerra Fredda, in un manifesto del 1950.
Il blocco sovietico durante la Guerra Fredda, in un manifesto del 1950.

Ancor più dannoso per la causa comunista fu il Piano Marshall, con cui tra il 1948 ed il 1951 gli Stati Uniti donarono all’Europa occidentale viveri e merci per un valore pari a 173 miliardi di dollari del 2023. Fu una prova di potenza economica inimmaginabile per i sovietici, che mostrò al mondo quanto il capitalismo americano ricostruisse e sfamasse l’Ovest democratico, mentre nell’Est comunista si continuava a languire nella carestia tra le rovine del conflitto.

Nella Guerra Civile Greca Stalin fu prudente, evitando di intervenire in aiuto dei comunisti che furono sconfitti, poiché a Jalta quel Paese era stato assegnato al Blocco Ovest. Ancor più grave fu lo scisma jugoslavo. Scarsamente occupata dall’Armata Rossa alla fine della guerra, la Jugoslavia era guidata con pugno di ferro dal dittatore Josip Broz detto Tito (1892-1980).

Anche se comunista Tito rifiutò di divenire un semplice satrapo del signore del Cremlino, cosa che gli costò l’accusa di “eresia” ideologica e fece espellere la Jugoslavia dal Blocco guidato da Mosca. Aiutato dal suo prestigio di leader partigiano contro l’Asse, in possesso di un esercito di tutto rispetto e benedetto da un territorio montagnoso, Tito evitò l’invasione. Ciò rese la Jugoslavia una dittatura socialista, ma non allineata tra i due schieramenti della Guerra Fredda.

Il fallito Blocco di Berlino, l’affare jugoslavo e l’ingresso nella NATO della precedentemente neutrale Turchia furono umiliazioni per il mito di invincibilità di Stalin, che tuttavia si rifece con gli interessi nel 1949, anno che vide sia la prima atomica sovietica che Mao Zedong (1893-1976) sconfiggere i nazionalisti e fondare la Cina comunista. Ad una mente acuta come quella di Stalin non sfuggirono i lati negativi dell’evento: la Cina non era asservibile come la Polonia e la figura di Mao rischiava di brillare quasi quanto la sua. Tuttavia, sul momento, sembrò che il comunismo avente nel Cremlino il centro di potere globale stesse conquistando il mondo.

L’ultimo grande evento dell’era stalinista fu la Guerra di Corea.

La Guerra di Corea: soldati in marcia, popolazione in fuga dalle zone di guerra.
La Guerra di Corea: soldati in marcia, popolazione in fuga dalle zone di guerra.

Nel 1950 il Nord comunista invase il Sud filoccidentale. Stalin, che aveva previsto una reazione americana, sconsigliò l’azione, che invece venne spinta da Mao (i dissidi tra i due imperi rossi iniziarono subito). All’inizio sembrò che la scommessa stesse per riuscire con una facile vittoria del Nord, ma i tempi di Monaco e di Roosevelt erano finiti e gli Stati Uniti del Presidente Harry Truman (1884-1972) intervennero alla testa di una missione ONU (de facto occidentale). Stalin, come promesso, inviò solo aiuti e sostegno aereo, il tutto rigorosamente in via non ufficiale.

Mao, al contrario, evitò la scomparsa della Corea del Nord intervenendo con quasi un milione e mezzo di soldati. Nel 1953, dopo 170.000 caduti in campo occidentale, almeno 500.000 tra i comunisti e tra i due ed i tre milioni di civili, la Guerra di Corea finì con un pareggio, ma fece capire che l’Occidente a guida USA non avrebbe più tollerato azioni di forza di tali dimensioni.

Pechino invece “si fece un nome”, mostrando di avere il coraggio di fare una cosa che nemmeno i sovietici osarono mai: una vera guerra contro gli Stati Uniti.

Stalin, ben contento che americani e cinesi si logorassero a vicenda, non vide la fine del conflitto. Il 1° marzo 1953, a 74 anni, fu colpito da un ictus. Morì il 5, probabilmente “aiutato” dalla stessa leadership sovietica, terrorizzata all’idea che il vecchio sanguinario riprendesse il potere, magari col cervello danneggiato.

L'editoriale sulla Pravda del 6 mar<o 1953, con l'annuncio della morte di Stalin.
L’editoriale sulla Pravda del 6 mar<o 1953, con l’annuncio della morte di Stalin.

L’importanza di Stalin nella storia sovietica e mondiale è seconda solo a quella di Lenin, la sua eredità immensa. Dopo di lui la repressione si attenuò parecchio, ma l’Unione Sovietica rimase una crudele dittatura e la struttura statale del Paese sarebbe rimasta quella forgiata dal georgiano fino alla caduta del comunismo.

I piani quinquennali avrebbero continuato a susseguirsi fino alla fine degli anni ‘80, tutti con esiti più o meno disastrosi. L’economia privata non si riprese più dopo le collettivizzazioni degli anni ‘30, col risultato di rendere l’URSS un gigante dai piedi d’argilla, soprattutto in campo alimentare. È lecito pensare che senza la Seconda Guerra Mondiale l’Unione Sovietica sarebbe collassata o si sarebbe riformata con la morte di Stalin. L’immane conflitto, tuttavia, trasformò la Russia in una superpotenza in grado di saccheggiare le risorse di mezza Europa e, con la decolonizzazione, anche di parte del Terzo Mondo.

Quando non vi più nulla da depredare e l’economia sovietica continuò a produrre miseria, anche perché oberata da insostenibili spese militari, l’anelito di libertà dei popoli del Blocco Est non poté essere fermato nemmeno dai suoi tetri apparati di sicurezza, anch’essi mutuati da quello stalinista.

Un’altra eredità negativa di Stalin interessò l’apparato dirigente. Le Purghe del tiranno georgiano falciarono i quadri del Partito e delle istituzioni, sostituendo i giustiziati con persone miranti solo a sopravvivere. Il Partito, che in Unione Sovietica si sovrapponeva allo Stato, si trasformò quindi in un enorme organo burocratico irriformabile, ottuso ed autoreferenziale.

Questo si ripercosse anche sul ricambio dei vertici, al punto che fino al 1985 la cerchia ristretta della leadership sovietica non fece che invecchiare, rimanendo nelle mani delle seconde o terze file sopravvissute a Stalin. Queste, con la tipica mentalità di chi è arrivato a posizioni di privilegio dopo aver convissuto con la morte, si attaccarono al potere come una cozza allo scoglio, rendendo progressivamente la leadership sovietica una gerontocrazia sclerotizzata.

Infine, i morti, forse la maggior eredità dello stalinismo. Il terrore e lo sterminio di massa non furono introdotti nella Russia comunista da Stalin, ma da Lenin, che ne fece due dei pilastri fondativi del nuovo Stato. Stalin semplicemente portò queste pratiche a livelli mai visti nel Paese, né prima né dopo.

Le cifre divergono parecchio, ma è realistico calcolare che il dittatore fece uccidere da 10 a 15 milioni di suoi sudditi. A costoro devono essere aggiunti i circa 25 milioni di sovietici morti in guerra. Questo porta le uccisioni a 35/40 milioni in meno di trent’anni che, a loro volta, vanno sommati a quelli della Prima Guerra Mondiale, della Guerra Civile e del leninismo.

Un disastro di tali proporzioni che i suoi effetti si sentono ancor oggi, al punto che il futuro demografico dei tre popoli slavo-orientali appare incerto.

  • Laureato in Storia, autore di saggi storici e di svariati articoli di storia ed analisi geopolitica.
    Fondatore del blog "Caput Mundi", coordinatore sezione "Storia" e "Geopolitica" russa ed anglosassone.

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