Lenin, il padre del XX secolo
I Signori del comunismo: storia dell’Unione Sovietica attraverso i suoi leader.
Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin (1870-1924) è, sic et simpliciter, il più importante personaggio storico dal giorno della sua nascita ad oggi.
Coltissimo, appartenente alla piccola nobiltà imperiale, fratello di un terrorista giustiziato per complicità nell’omicidio dello Zar Alessandro III, primo su 134 studenti del suo corso di legge, avvocato in dieci cause che perse tutte (!), nel 1914 era il leader in esilio dei bolscevichi russi, avviato ad invecchiare come un rivoluzionario fallito che passava il tempo a scrivere testi pieni di odio.
Ma Lenin era nondimeno un uomo di genio, che giustamente comprese che quella follia nota come Prima Guerra Mondiale sarebbe stata “il più bel regalo fatto alla rivoluzione”.
Nel 1917, dopo tre anni di massacri e di stallo strategico, i tedeschi erano disperati. Il logorio della guerra su due fronti, il blocco navale britannico, un’alleanza mondiale assemblatasi contro di loro in gran parte a causa della loro stessa aggressività e, infine, l’approssimarsi dell’intervento statunitense: tutto ciò lasciava la Germania senza speranza. Tale era l’angoscia della reazionaria leadership di Berlino che questa, in un tragico mix di genio e dabbenaggine, organizzò il rientro in Russia del comunista Lenin, allora in esilio in Svizzera, nella speranza che questi distruggesse il fronte interno del nemico orientale.
La Russia, dal canto suo, non era messa meglio. Travolto dalle sconfitte in battaglia, dalla disorganizzazione interna e dai contrasti sociali, il plurisecolare regime degli Zar era stato rovesciato dalla Rivoluzione di Febbraio, una rivolta spontanea che abolì la monarchia e diede il potere ad una Repubblica intenzionata a portare l’ex impero sulla via della democrazia e dell’occidentalizzazione. Ma i nuovi leader commisero un nobile errore: rimasero fedeli agli Alleati nella guerra contro gli Imperi Centrali. Gesto di lealtà, ma che esasperò una popolazione ormai esaurita.
E così, il 9 aprile 1917, appena superato il confine svizzero-tedesco, partì il celebre treno piombato che avrebbe stravolto la storia, con a bordo Lenin ed altre 32 persone, tra cui la moglie, l’amante (Inessa Armand, un’altra “povera”… moglie di un industriale russo) ed il figlioletto di nove anni. Vi era anche una numerosa scorta di soldati, il cui compito era impedire ogni contatto tra la popolazione tedesca ed i bolscevichi, che il Comando Germanico inviò in Russia sigillati come la provetta di un virus mortale, nella miope speranza che l’epidemia restasse confinata oltre la linea del fronte.

Dopo aver attraversato Germania, Svezia e Finlandia il treno arrivò a San Pietroburgo il 16 aprile. Qui Lenin attaccò la collaborazione tra partiti liberali e conservatori con i menscevichi ed i socialisti rivoluzionari. Il sunto del programma bolscevico fu esposto da Lenin nelle celebri Tesi di Aprile, le quali meritano un breve approfondimento, poiché da un lato sarebbero rimaste una sorta di breviario ideologico per tutta l’epoca sovietica, dall’altro furono uno concentrato di demagogia e di menzogne, ma utilizzato con tale abilità da avere l’effetto di un fiammifero su un lago di benzina.
Dei dieci slogan di Lenin i più importanti furono:
- condanna del Governo Provvisorio composto da radicali e liberali;
- pace immediata anche a costo di perdere rovinosamente la guerra con gli Imperi Centrali, che tanto sarebbero stati anch’essi travolti dalla rivoluzione mondiale;
- avvio di una seconda rivoluzione, operaia e contadina, che avrebbe distrutto la borghesia così come questa aveva distrutto l’autocrazia;
- riconoscimento della condizione di minoranza dei bolscevichi tra il popolo russo, sottintendendo così la necessità della violenza per la conquista del potere;
- rifiuto del parlamentarismo, da sostituire con una repubblica dei Soviet, in cui questi fossero rigidamente controllati dal partito bolscevico;
- abolizione dell’esercito, della polizia e della burocrazia (si sarebbe visto…);
- nazionalizzazione delle terre, delle banche e delle fabbriche (così facendo Lenin poté illudere i contadini con una riforma agraria senza contraddire l’ideologia marxista);
- necessità di modificare il nome del partito da bolscevico, termine legato a menscevichi ed socialisti rivoluzionari, in partito comunista.

Con le Tesi di Aprile Lenin diede corpo all’idea dello Stato sovietico, divenendo per Marx ciò che Robespierre fu per Rousseau: l’esecutore pratico della teoria filosofica, il traduttore dell’utopia distopica nella reale carneficina.
Il primo tentativo di abbattere il regime costituzionale russo arrivò dai bolscevichi con gli eserciti degli Imperi Centrali molto addentro ai confini dello Stato. A seguito del fallimento della cosiddetta Offensiva Kerenskij San Pietroburgo venne interessata da un’enorme manifestazione contro la guerra, in parte spontanea in parte guidata dai Soviet cittadini, nei quali la presenza bolscevica iniziava ad essere pesante. Era l’inizio delle Giornate di Luglio (dal 3 al 7 del calendario giuliano).
I comunisti furono abili a prendere la guida della manifestazione, ma non riuscirono a coordinarla, perché le istituzioni non erano ancora del tutto decomposte. Pertanto, il Governo Provvisorio riuscì ad inviare abbastanza truppe fedeli per sconfiggere quelle ammutinate e le milizie dei Soviet. Ristabilito l’ordine molti leader bolscevichi, tra cui Lev Trotsky (1879-1940), furono arrestati, mentre altri riuscirono a nascondersi e a mantenere viva l’organizzazione clandestina. Tra questi Lenin, che fuggì in Finlandia in attesa di tempi migliori. Sorprendentemente la repressione fu blanda e senza condanne a morte, cosa di cui il Governo Provvisorio ed il mondo intero si sarebbero pentiti.

Il secondo golpe contro la neonata democrazia fu invece opera del generale Lavr Kornilov (1870-1918). Di origini cosacche, Kornilov era uno dei migliori prodotti della scuola militare zarista, con all’attivo esplorazioni in Asia Centrale, una brillante prestazione in guerra ed una fuga dalla prigionia austroungarica che gli permise di rientrare in servizio. Tuttavia, checché se ne disse in seguito, Kornilov seppe dimostrare anche un’apertura mentale non comune, appoggiando fin da subito il Governo Provvisorio e comprendendo che il vecchio mondo dovesse rinnovarsi. Per tutte queste ragioni fu scelto dal radicale di sinistra Kerenskij come nuovo Comandante Supremo dell’esercito.
Forse timoroso che dopo le Giornate di Luglio i bolscevichi avrebbero tentato un altro assalto al potere o forse solo desideroso di riportare legge e ordine in mezzo al caos, il 27 agosto Kornilov guidò una forza militare alla volta di San Pietroburgo. Il suo obbiettivo era abbattere i Soviet, rimettere tutta l’autorità nelle mani del Governo Provvisorio e restaurare la disciplina nelle Forze Armate e nelle istituzioni. Sia come sia l’Affare Kornilov morì sul nascere.
Non appena il generale ed i suoi soldati si misero in marcia verso la capitale il Governo Provvisorio radunò truppe fedeli a difesa della città, mentre il Soviet di San Pietroburgo mobilitò le sue milizie ed organizzò lo sciopero dei ferrovieri per rallentare i golpisti. I bolscevichi emersero dall’ombra ed infiltrarono molti propagandisti tra le truppe di Kornilov. Questa reazione collettiva fu troppo: l’esercito golpista iniziò a disfarsi ed il 30 agosto il golpe era fallito senza spargimento di sangue. Kornilov venne immediatamente deposto dalla carica di Comandante Supremo e fuggì nelle terre cosacche della Russia meridionale.

A trarre i maggiori benefici dall’Affare Kornilov furono i bolscevichi, che poterono uscire dalla clandestinità ed i cui leader arrestati a luglio, tra cui Trotsky, vennero amnistiati per contribuire alla sconfitta del golpe. L’immagine di Kerenskij, invece, fu indebolita dalle troppe ambiguità. Uomo serio e sinceramente a favore della democrazia, Kerenskij inseguì una posizione simile a quella dei contemporanei radicali di sinistra francesi, il cui estremismo non sbandò mai nella ricerca della dittatura marxista ed in cui la lotta di classe non degenerò nella volontà di sterminio delle persone abbienti. Una politica possibile in Francia, che dopo i deliri della Comune di Parigi aveva interiorizzato la sacralità delle istituzioni, ma non in Russia.
La Russia si trovava nel pieno della sua rivoluzione, fenomeno collettivo più difficile da frenare che da spingere ed in cui chi gioca con gli estremismi trova sempre “il più puro che ti epura”. Il socialista rivoluzionario Kerenskij fece parte fin da subito del Governo Provvisorio, poi ne prese la guida spostandolo a sinistra dopo aver contribuito a bloccare il primo golpe comunista. Con la sconfitta di Kornilov perse l’appoggio dei conservatori, ma rimase odiato dai comunisti. Quando in ottobre Lenin sferrò il suo secondo colpo di Stato la leadership della democrazia russa si ritrovò divisa e senza amici.
La prima conseguenza dell’Affare Kornilov fu la proclamazione della Repubblica (da febbraio la Russia era teoricamente una monarchia senza Zar guidata da un Governo provvisorio), annunciata il 1° settembre. Finivano così sei mesi e mezzo di ambiguità istituzionale. Ma la situazione era disastrosa. In settembre Lenin tornò segretamente nella capitale ed iniziò a preparare l’insurrezione.
A inizio ottobre nel Paese si contavano 974 Soviet di operai e soldati, circa 600 dei quali, specie quelli di San Pietroburgo e Mosca, erano dominati dai bolscevichi. Su 455 soviet contadini, invece, in ben 264 i bolscevichi erano assenti. Ovviamente i seguaci di Lenin usarono i Soviet per indebolire l’autorità del Governo e soprattutto aumentare il tracollo delle Forze Armate. I tedeschi colsero l’occasione e tra il 12 ed il 20 ottobre attuarono una brillante operazione anfibia, con la quale presero le isole dell’arcipelago estone e 20.000 prigionieri: San Pietroburgo iniziava ad essere minacciata.

Il Governo Provvisorio viene deposto.
Il potere statale passa nelle mani del Comitato Militare Rivoluzionario, organo del Soviet dei Deputati Operai e Soldati di Pietrogrado, che guida il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado.
Nello sfacelo amministrativo e nel panico militare Lenin, il 25 ottobre, fece scattare il suo colpo di Stato, impropriamente passato alla storia come rivoluzione. In due giorni il successo fu totale. Le milizie dei Soviet, dette Guardie Rosse, incontrarono scarsa resistenza e si impossessarono dei centri del potere. Kerenskij cercò di organizzare una controffensiva, ma fu sconfitto e si salvò grazie all’aiuto dell’ambasciatore statunitense: per lui iniziava un lungo esilio.
Gli ultimi difensori della neonata democrazia russa furono i cadetti del Collegio Militare ed il Battaglione Femminile. Gli uni e le altre combatterono con valore, venendo sopraffatti dalla massa delle Guardie Rosse. Dopo la resa i ragazzi vennero fucilati e le donne violentate, pallida introduzione del regime che stava prendendo corpo.
Insurrezioni simili e mirabilmente coordinate avvennero in quasi tutte le grandi città della Russia europea. A Mosca vi furono i combattimenti più duri, che durarono dal 25 ottobre al 2 novembre, quando i bolscevichi la spuntarono. Il 14 novembre la Gran Bretagna prese atto della situazione e decise di considerare il Governo golpista di Lenin, chiamato Consiglio dei Commissari del Popolo, quale rappresentante del potere, dal momento che i comunisti controllavano i centri nevralgici della vecchia Repubblica Russa. Il 5 dicembre venne fondata la Čeka, la polizia politica del regime che iniziò subito una sanguinosa repressione in tutti i territori controllati dai bolscevichi.

Successivamente rinominata GPU, NKVD ed infine KGB, la polizia politica sarebbe rimasta una costante ed uno dei principali strumenti di repressione dello Stato sovietico. Il terrore scatenato fin dai primi giorni fu tale che, per tutta l’epoca comunista della Russia ed in parte ancor oggi, i membri dei servizi segreti sono stati soprannominati čekisti.
Ovviamente Lenin ed i suoi apostoli non ripeterono l’errore della clemenza del Governo Provvisorio dopo le Giornate di Luglio, ma si mossero velocemente e senza pietà. All’interno attuarono un’epurazione senza precedenti di tutti i nemici, o presunti tali, su cui riuscirono a mettere le mani. Nobili che da febbraio avevano perso ogni influenza, conservatori, liberali, borghesi, proprietari terrieri (anche se solo della propria misera abitazione), socialisti non abbastanza allineati al marxismo, intellettuali dissidenti o rappresentanti delle minoranze nazionali: a decine di migliaia andarono incontro alla morte o, se fortunati, all’esilio.
Nel giro di pochi mesi il Governo sovietico (possiamo cominciare a chiamarlo così) privò i Soviet di tutto il potere, accentrando ogni autorità sul partito bolscevico, che divenne quasi sovrapponibile allo Stato. Nacque così la grande ipocrisia durata settant’anni, ovvero uno Stato che si definirà “sovietico”, ma nel quale i Soviet furono prima esautorati e poi aboliti nel sangue.
Non andò meglio alle minoranze nazionali. A seguito dell’instaurarsi della dittatura comunista quasi tutti i popoli non russi dell’ex Impero tentarono la secessione. Alcuni, come i finlandesi, ebbero successo, altri, come gli ucraini, no. Le motivazioni geopolitiche per le quali il regime comunista russo abbia combattuto per conservare l’ex spazio imperiale sono talmente banali da non meritare analisi. Resta tuttavia scolpita nella pietra dell’ingenuità umana il credito che per generazioni è stato dato ad un genio spregiudicato come Lenin, che, dopo anni di chiacchiere sull’autodeterminazione dei popoli, dichiarò “Il diritto di divorzio non significa obbligo a divorziare”.
Repubblica sovietica senza Soviet; proclami di fratellanza e Stato di polizia; annunci sull’emancipazione dei popoli e soppressione delle nazionalità. La struttura statuale comunista era già sul piatto della storia.
In politica estera venne emanato un messaggio radio su tutte le frequenze indirizzato al mondo intero, in cui, insieme a proclami di pace, si incitarono gli eserciti all’ammutinamento ed i popoli alla rivoluzione. Ma dopo quindici giorni non accadde nulla, pertanto il Governo comunista dovette trovare il modo di fare la pace con gli austro-tedeschi, ormai inarrestabili a causa dello sfacelo militare russo causato in primis dai bolscevichi stessi!
Ma prima di vedere come Lenin sia riuscito a tirar fuori la Russia dal conflitto e salvare il suo regime dobbiamo aprire un inciso: le elezioni dell’Assemblea Costituente. Prima di essere rovesciato dal golpe comunista il governo Provvisorio nato dalla Rivoluzione di Febbraio aveva promesso le prime elezioni a suffragio universale della storia russa.

Dopo problemi organizzativi a non finire si stabilì che si sarebbe votato dal 12 al 14 novembre col sistema proporzionale. Tra la scelta della data e le elezioni, tuttavia, vi fu il colpo di Stato bolscevico. Nell’opinione pubblica l’aspettativa della prima elezione veramente democratica era tale che Lenin, forse sopravvalutando il peso dei bolscevichi tra le masse, non se la sentì di annullare il grande appuntamento. Fatto sta che i risultati elettorali lo avrebbero amaramente deluso (Lenin mise il marchio di fabbrica ai comunisti del futuro anche in questo).
Infatti, il responso popolare fu netto. Votarono 45 milioni e 879.381 cittadini, il 64% degli aventi diritto, così suddivisi: socialisti rivoluzionari 37,61%, bolscevichi 23,26%, socialisti rivoluzionari dell’Ucraina 12,68%, cadetti (liberali) 4,58%, menscevichi 3,02%. A seguire si piazzarono un gran numero di partiti che elessero piccole rappresentanze parlamentari. C’era di tutto, la lista dei cosacchi, degli armeni, quella ebraica, dei musulmani dell’Asia Centrale e molte altre ancora a base etnica, religiosa o ideologica. Tutte però erano accomunate da una cosa: l’anticomunismo. Persino i socialisti rivoluzionari, molto spostati a sinistra, erano acerrimi nemici dei bolscevichi.
Diciamo che Lenin non la prese molto bene, ma come sempre si mosse con velocità e brutalità. Il 21 novembre il Governo sovietico mise in preallarme 7.000 marinai armati della base di Kronstadt, all’epoca filo bolscevichi. L’11 dicembre il partito cadetto fu messo fuori legge in quanto “nemico del popolo” e fu emanato l’ordine d’arresto dei suoi leader.
Il 13 dicembre vennero pubblicate sul giornale Pravda le Tesi di Lenin sull’Assemblea Costituente, in cui si affermavano elevati concetti come “una repubblica dei soviet è una forma più alta di democrazia rispetto alla solita repubblica borghese con un’Assemblea Costituente” e “Ogni tentativo diretto o indiretto di considerare la questione dell’Assemblea Costituente da un punto di vista formale, legale, interno al quadro dell’ordinaria democrazia borghese e nel disprezzo della lotta di classe e della guerra civile, sarebbe un tradimento della causa del proletariato e l’adozione del punto di vista borghese”. Lenin iniziava a parlare apertamente di guerra civile.
L’8 gennaio fu il gran giorno della prima seduta del primo parlamento russo eletto a suffragio universale. In mattinata una manifestazione a sostegno dell’Assemblea venne dispersa dalle Guardie Rosse. La seduta iniziò alle 16:00, alla presenza di soldati governativi che puntavano le armi contro i deputati che prendevano la parola. Lenin, silenzioso e minaccioso, assistette dagli spalti. Malgrado ciò gli eletti del popolo, in un sublime esempio di coraggio e di cosa dev’essere un Parlamento, non si piegarono. Tutte le mozioni bolsceviche (richiesta di autoscioglimento dell’Assemblea, di nuove elezioni, di proclamare la prevalenza istituzionale del Governo dei Soviet sull’Assemblea stessa, ecc.) vennero bocciate.
La prima democrazia russa fu uccisa dai comunisti in un giorno, ma elesse dei rappresentanti la cui rettitudine riecheggerà nei secoli nelle memorie del mondo libero. Alle 04:40 di notte, dopo che Lenin se ne era già andato, le Guardie Rosse sciolsero con la forza l’Assemblea. Il giorno dopo i deputati trovarono il Palazzo della Tauride circondato dai soldati bolscevichi e non poterono riunirsi. Gli arresti dei dissidenti politici iniziarono subito dopo, così come lo scioglimento per decreto governativo dei Soviet dove i leninisti erano in minoranza.
Di fronte a tali azioni l’opposizione ai comunisti iniziò ad organizzarsi nelle periferie dell’ex Repubblica Russa, dove la presa del regime era ancora labile, mentre le etnie non russe tentarono la secessione. Iniziava la Guerra Civile Russa. Gli storici non sono concordi nel definire le date convenzionali della sua durata, tuttavia, il primo atto di guerra fu proprio il golpe bolscevico di ottobre, poi “ufficializzato” dallo scioglimento dell’Assemblea Costituente. Gli ultimi scontri si sarebbero conclusi nel 1923, dopo cinque anni e sette mesi di massacri.
Lenin, alla guida di un regime che si reggeva sul terrore, controllava efficacemente solo il centro della Russia europea (dove si concentrano popolazione ed industrie) e disponeva di un esercito in dissoluzione in gran parte a causa della propaganda comunista. Ergo il potere bolscevico per sopravvivere doveva uscire al più presto dal conflitto mondiale, pertanto, il 15 dicembre i sovietici ottennero un armistizio con gli Imperi Centrali. I colloqui di pace iniziarono sette giorni dopo nella città bielorussa di Brest-Litovsk (oggi solo Brest), ma le condizioni poste dalla Germania furono tali che persino un Governo disperato come quello sovietico tergiversò, sperando che la rivoluzione contagiasse anche le armate austro-tedesche.

In risposta, il 18 febbraio 1918 (da ora useremo il calendario gregoriano, adottato dai sovietici il 14 febbraio) gli Imperi Centrali lanciarono l’Operazione Faustschlag, l’ultima offensiva sul Fronte Orientale. Le linee russe si sciolsero: il 3 marzo le potenze germaniche erano avanzate di circa 250 chilometri su tutto il fronte, occupando Minsk, Kiev ed arrivando a 100 chilometri da San Pietroburgo. Il pericolo era tale che il 12 marzo Lenin riportò la capitale russa a Mosca ed impose al suo Governo l’accettazione dei termini tedeschi.
Questi furono ancor più draconiani dei precedenti. Solo dopo che Lenin minacciò le proprie dimissioni il Comitato Centrale del partito accettò la resa, con sette voti contro sei. La pace imposta da Berlino e firmata il 3 marzo fece impallidire quella che pochi mesi dopo la Germania avrebbe sofferto a Versailles, che troppi tedeschi hanno poi cercato di additare quale unica origine dei successivi crimini del loro Paese.
Le principali condizioni imposte dagli Imperi Centrali furono la cessione della Finlandia, dei Paesi Baltici, dell’Ucraina e di parte della Bielorussia. Questi Paesi sarebbero divenuti Stati vassalli della Germania e sottoposti ad un duro sfruttamento economico da parte di Berlino, mentre la Turchia ebbe una vantaggiosa rettifica dei confini ai danni delle terre georgiane ed armene (nelle quali si stava concludendo un terribile genocidio da parte delle autorità ottomane).
L’ex Impero russo perdeva 56 milioni di abitanti, il 40% dei lavoratori nell’industria e circa un terzo dei terreni agricoli. Ma diktat tanto brutale si ritorse contro la Germania, poiché gli Alleati occidentali videro quale sarebbe stata la loro sorte in caso di sconfitta, a tutto vantaggio della determinazione alla vittoria dei propri popoli. In ogni caso anche stavolta Lenin aveva visto giusto. Non solo la pace, per quanto terribile, salvò il regime bolscevico, ma la sconfitta tedesca del novembre 1918 permise alla nuova Russia comunista di riconquistare gran parte dei territori perduti. Nel frattempo, Lenin poté concentrarsi sulla Guerra Civile.

Questa iniziò male per i comunisti. Le forze delle cosiddette Armate Bianche premevano da tutte le periferie dell’ex Impero verso il centro della Russia europea, il cui cuore era Mosca. Ma una serie di fattori cambiò il corso degli eventi. Innanzitutto, i Bianchi erano politicamente uniti dall’anticomunismo e divisi su tutto il resto. Tra loro vi erano socialisti, anarchici, reazionari, conservatori, liberali e le varie nazionalità che volevano l’indipendenza.
I Rossi, al contrario, erano guidati da un comando unico, brutale e centralizzato. Altrettanto determinante fu l’isolamento geografico. La Russia, europea e siberiana, è immensa. Le Armate Bianche che puntarono verso Mosca e San Pietroburgo furono quindi impossibilitate a condurre una strategia comune, col risultato che i Rossi poterono muovere le loro truppe su linee interne e sconfiggere gli eserciti nemici uno alla volta.
Propagandisticamente Lenin, neanche a dirlo, fu più abile dei suoi nemici. Da un lato spaventò le masse con il possibile ritorno dell’autocrazia (cosa in realtà impossibile), dall’altro lo slogan “la terra ai contadini” garantì ai Rossi un bacino immenso di volontari decisi a combattere per il loro secolare diritto alla dignità. Cosa i comunisti intendessero per “terra ai contadini” lo avrebbero dimostrato in seguito, ma sul momento il pifferaio magico colse nel segno.
Insieme a Lenin l’altro grande artefice della vittoria comunista fu Trotsky. Privo di istruzione militare, si dimostrò un organizzatore ed un motivatore insuperabile. Sotto di lui l’Armata Rossa, da milizia di partito, divenne un esercito efficiente e spietato con 5 milioni e mezzo di soldati.

Le forze dei Bianchi, invece, arrivarono a superare di poco il milione di unità. In tali condizioni, superata la crisi iniziale, la vittoria bolscevica divenne questione di tempo. Nemmeno l’intervento straniero poté cambiare il divario. Gli Alleati occidentali ed il Giappone, infatti, fornirono armi e munizioni ai Bianchi ed inviarono una serie di contingenti nelle periferie del territorio russo. Ma si trattò di semplici fastidi per i comunisti: una volta che la vittoria dell’Armata Rossa fu chiara mantenere delle guarnigioni assediate a Murmansk, Arcangelo o Vladivostok divenne inutile e dispendioso.
Ovviamente dopo la sconfitta degli Imperi Centrali le potenze vincitrici avrebbero potuto abbattere il neonato regime sovietico. Militarmente sarebbe stato fattibile o persino facile. Tuttavia, anche i vincitori del conflitto mondiale erano esausti, con l’economia bisognosa di pace e le opinioni pubbliche stanche di guerra. Inoltre, l’ideologia comunista non era ancora screditata come in seguito, al punto che anche in opposizione al misero intervento antibolscevico gli Alleati ebbero non poche proteste e scioperi. Impossibile immaginare cosa sarebbe successo nel caso di una guerra aperta.
Alla fine, tra militari e civili di entrambi i fronti, la Guerra Civile causò nell’ex Impero russo dai 7 ai 12 milioni di morti, mentre da 1 a 2 milioni fuggirono all’estero.
La fuga di così tante persone era ben motivata, poiché nel 1918 le autorità sovietiche scatenarono il Terrore Rosso. Entro il 1922 le esecuzioni di Stato uccisero 28 vescovi, 1.219 preti, 6.000 insegnanti, 9.000 medici, 12.950 proprietari terrieri, 54.000 ufficiali, 70.000 poliziotti, 193.290 operai, 260.000 soldati, 355.250 borghesi e 815.000 contadini, per un totale di 1.776.737 vittime (cifra riportata dal professor Hearnshaw, del King’s College di Londra, nel libro “Un esame del socialismo”).
Tale mattanza venne giustifica da Trotsky in un libretto dal simpatico titolo “Terrorismo e comunismo”, anche se niente raggiunse il livello del leader bolscevico Zinov’ev (1883-1936), che disse “Dobbiamo portare con noi 90 dei 100 milioni di abitanti della Russia sovietica. Per quanto riguarda il resto, non abbiamo nulla da dire loro. Devono essere annientati”.

Tra le vittime dobbiamo ricordare l’ultimo Zar Nicola II e la sua famiglia, composta dalla moglie, dalle quattro figlie e dall’ultimogenito Aleksej, prossimo ai 14 anni e malato di emofilia. Nel luglio 1918 le autorità sovietiche ordinarono l’uccisione di tutti i Romanov, cui non fu concesso nemmeno un processo farsa come quello riservato a Luigi XVI di Francia. Inoltre, i Romanov non ebbero un’esecuzione “pulita”, ma furono portati in uno scantinato e trucidati in modo selvaggio e dilettantesco.
Vero è che Nicola II, sebbene fosse tutt’altro che malvagio, ebbe molte colpe. Persino la moglie in alcune occasioni contribuì al proprio destino. L’assassinio delle ragazze e di un ragazzino emofiliaco, invece, fu un crimine perpetrato da degli alienati a cui piaceva il sapore del sangue, oltre che il biglietto da visita con cui il regime sovietico si presentava alla Storia.
Come se guerre e massacri non fossero sufficienti nel 1923 Lenin ordinò la creazione dei GULAG, campi di prigionia e lavoro forzato in cui far morire di fame e fatica i nemici veri o presunti del comunismo. Si stima che 18 milioni di persone siano state recluse nei campi, di cui circa un milione e mezzo morirono. Tali numeri ebbero il loro picco sotto Stalin, ma costui non fece che espandere un’istituzione ben avviata dal suo illustre maestro. Il sistema GULAG venne abolito nel 1961, tuttavia l’ultimo campo per detenuti politici (il Perm-36) fu chiuso nel 1987.
Con i GULAG il regime sovietico inaugurò un nuovo modello di oppressione e violenza di Stato contro i cittadini (o meglio sudditi). Tale modello avrebbe ispirato le peggiori dittature del XX secolo, sia rosse che nere.

Finora abbiamo visto Lenin e la nuova Russia comunista vincere sempre, seppur a costi terribili. Tuttavia, anche il neonato regime sovietico subì due sconfitte che, sul lungo periodo, lo condannarono a morte. Una fu ideologica, l’altra militare.
Appena conquistato il potere i bolscevichi iniziarono a legiferare in modo da creare la società comunista come Marx l’aveva ipotizzata. La durezza con cui Lenin ed i suoi accoliti tentarono la madre delle loro battaglie fu tale che questo periodo venne poi definito Comunismo di Guerra poiché, coerentemente con la dottrina propugnata, qualunque opposizione alla costruzione del perfetto mondo comunista andava soffocata nel sangue.
Gli aspetti essenziali del Comunismo di Guerra, in sintesi, furono:
- nazionalizzazione di tutte le industrie, la cui direzione sarebbe passata allo Stato; completo controllo del commercio estero da parte dello Stato;
- divieto di sciopero, poiché scioperare contro lo Stato comunista significa essere nemico dei lavoratori;
- lavoro forzato quando lo Stato lo avesse ordinato;
- requisizione ai contadini del surplus di produzione agricola e ridistribuzione del necessario alla sopravvivenza a discrezione dello Stato;
- distribuzione razionata e controllata dallo Stato dei viveri nelle città;
- divieto del lavoro dipendente, in quanto tutti i datori di lavoro escluso lo Stato sono “parassiti sociali”; militarizzazione delle ferrovie, ovviamente con divieto di sciopero.
Mai, neppure nei momenti più difficili dei regni di Ivan il Terribile o Pietro il Grande, lo Stato russo aveva raggiunto un tale potere di vita e di morte sui sudditi. Il neonato Governo sovietico, con il Comunismo di Guerra, applicò con il terrore un’ideologia messianica che andava a sovrapporsi ad un periodo di guerra civile in una società da secoli avvezza all’autoritarismo.
Il marxismo e la sua applicazione leninista negavano Dio, ma non, come troppo spesso è stato scritto, nel solco filosofico di un positivismo e di uno scientismo estremizzati. Al contrario, applicando Marx, Lenin creò un’idea religiosa dello Stato, un Leviatano di hobbesiana memoria inconciliabile sia alla pietà cristiana che alla tradizione liberale dell’Occidente. Lenin ed i suoi accoliti, in sintesi, sostituirono Dio con lo Stato.
I risultati del Comunismo di Guerra furono disastrosi. L’economia andò talmente a pezzi che il denaro quasi scomparve, sostituito dal baratto. Ciò all’inizio fu accolto con favore dai bolscevichi, in quanto nella società comunista il denaro non sarebbe esistito. Nel 1921 la produzione industriale crollò dell’80%. Nel 1913 furono estratte 27,5 milioni di tonnellate di carbone, nel 1920 solo 7. Da 80,1 milioni di tonnellate di grano prodotto nel 1913 si passò a 46,5 nel 1920. Questo, unitamente alla Guerra Civile ed al controllo statale del commercio, provocò una carestia che tra il 1920 ed il 1921 fece circa 5 milioni di morti in Russia ed almeno 1 milione in Ucraina.

I decessi sarebbero stati molti di più, ma intervenne una serie di aiuti internazionali capitanati dagli Stati Uniti. Tra il 1922 ed il 1923 gli americani con 237 navi consegnarono 1 miliardo e 750 milioni di pasti, 21.435 cucine da campo, 333.125 completi di vestiario, 7 milioni e 685 mila dollari dell’epoca in medicine e 912.121 tonnellate di cibo. È probabile che gli aiuti umanitari degli USA abbiano salvato il regime sovietico, garantendo al mondo 70 anni di dittature comuniste e 40 di incubo nucleare. Ma è certo che in un solo anno la stessa generosità abbia salvato almeno 10 milioni di russi ed ucraini dalla morte per bolscevismo.
Pertanto, l’altruismo della Civiltà Occidentale fu positivo o negativo per l’umanità? Ognuno trovi la sua risposta…
Il disastro causato dal Comunismo di Guerra provocò, malgrado il terrore del regime sovietico, una serie di rivolte. Le principali furono la Ribellione di Tambov e quella di Kronstadt. La prima fu una vera rivoluzione durata dall’agosto del 1920 al giugno del 1921, che interessò quasi metà della Russia etnica ed esplose a causa delle angherie di Stato contro i contadini. Per battere 70.000 partigiani Mosca dovette inviare 100.000 soldati dell’Armata Rossa, che uccisero 15.000 ribelli perdendo 5.000 uomini. In totale si ebbero 240.000 civili uccisi e 50.000 inviati nei Gulag.
Militarmente meno impegnativa, ma ideologicamente più frustrante, fu la Rivolta di Kronstadt (città posta sulla grande isola di fronte a San Pietroburgo) del marzo 1921. I protagonisti della ribellione furono niente meno che i quasi 18.000 marinai e soldati della base militare, che fino ad allora erano stati la punta di lancia del leninismo. Le rivendicazioni degli ammutinati comprendevano la libertà di parola e di stampa per i partiti di sinistra, la liberazione dei prigionieri politici socialisti, la restituzione del potere ai Soviet, la concessione di un minimo di libertà economica ai contadini, nuove libere elezioni, la cessazione del controllo del Partito Comunista sulle Forze Armate e la legalizzazione dei sindacati. Lo slogan dei ribelli era “Tutto il potere ai Soviet”.

La posizione dei marinai era sia commovente che ipocrita, poiché si ribellarono per l’attuazione ideali socialisti in nome dei quali avevano dato il potere a dei tiranni assestati di sangue, ma pretendevano che la libertà per la quale combattevano fosse concessa solo alla sinistra politica.
Per Lenin fu un cortocircuito ideologico. Stavolta il Governo comunista risultò ridicolo nell’accusare i marinai di controrivoluzione, poiché quella di Kronstadt fu a tutti gli effetti una rivolta di sinistra, seppur venata d’anarchismo. Essa scoprì il bluff dei comunisti “democratici” aventi la scusa delle difficoltà contingenti. Pertanto, il Governo bolscevico fece l’unica cosa che poteva per mantenere il potere: attaccò i ribelli con una forza soverchiante. Ne seguì una dura battaglia. Di fronte all’inevitabile sconfitta circa 8.000 ammutinati fuggirono a piedi in Finlandia sul mare ghiacciato. Chi non ce la fece subì processi sommari e fucilazioni di massa.
Lenin invece reagì allo spavento indurendo ancor di più la dittatura e le regole contro il dibattito interno nel Partito.
Tuttavia, lo Zar rosso era anche una mente superiore, intelligente, cinica e pragmatica. In nome dell’ideologia marxista aveva condotto un golpe e si apprestava a vincere la Guerra Civile. Conquistato il potere provò ad applicare il marxismo alla realtà. Quando quest’ultimo fallì nella carestia, nello sfacelo economico e nelle rivolte Lenin, semplicemente, lo abbandonò per mantenere il potere.
Il X Congresso del Partito Comunista del marzo 1921 inaugurò la NEP (Nuova Politica Economica), che reintrodusse un poco di proprietà privata, la possibilità di attuare un limitato commercio, l’uso del denaro e la possibilità di intraprendere una cauta impresa privata. Le condizioni delle infrastrutture e delle industrie erano tali che per investire in quei settori la NEP incentivò l’attrazione di capitali esteri, tramite la vendita di materie prime: lo Stato sovietico riconosceva la propria dipendenza economica dal mondo capitalista.
Ma il passo indietro più evidente di Lenin fu quello agricolo, poiché la NEP abolì le requisizioni dei raccolti e la loro ridistribuzione, sostituendole con una tassa e con la possibilità lasciata ai contadini di commerciare le eccedenze. La tassa all’inizio fu pagata in natura, poi, dal 1924, in denaro. In pratica Lenin reintrodusse nell’economia ampi elementi di capitalismo, pur sotto ferreo controllo statale.

I risultati non si fecero attendere. Nel 1923 la produzione agricola aumentò del 40% rispetto all’anno precedente e nel 1928 (anno di abolizione della NEP) era tornata ai livelli del 1913. Non solo. Grazie al ritorno della proprietà privata ed alla possibilità di commercio durante la NEP si sviluppò una classe di 3 milioni di piccoli imprenditori, a tutto vantaggio dell’artigianato, della piccola industria e dell’aumento della circolazione monetaria.
Una delle grandi domande della storia è cosa sarebbe successo se Lenin non fosse morto nel 1924. Di sicuro il creatore dell’Unione Sovietica considerò sempre la NEP una ritirata strategica dell’ideologia marxista, finalizzata a rafforzare lo Stato in vista di una successiva sterzata a sinistra, che avrebbe finalmente creato la società comunista.
Pertanto, le follie di Stalin (collettivizzazioni, sterminio dei piccoli proprietari, annientamento degli artigiani e dei commercianti, industrializzazione forzata schiavizzando il popolo, ecc.) non furono un fulmine a ciel sereno, ma un coerente tentativo ideologico dello Stato sovietico di applicare il comunismo, attuato dopo una necessaria pausa che facesse riprendere fiato ad un Paese esausto. Al tempo stesso Lenin non era Stalin. Certo anche il Padre Fondatore non ebbe problemi ad ammazzare milioni di persone, ma senza i deliri schizoidi paranoici del suo allievo e sapendosi fermare qualora gli eccessi misero in pericolo il potere del Partito-Stato.
In ogni caso la NEP, che rese possibile una brillante ripresa economico-sociale, nel 1928 fu sostituita dai Piani Quinquennali, che si sarebbero succeduti fino al 1986, accompagnando quindi l’Unione Sovietica fino al suo inevitabile fallimento economico, sociale e storico.

Il disastro del Comunismo di Guerra contribuì a sminuire le possibilità della rivoluzione mondiale sognata da Lenin. Al nuovo Stato sovietico restava tuttavia la speranza d’esportare la rivoluzione sulla punta delle baionette dei suoi soldati. L’occasione era irripetibile: la disfatta tedesca contro gli Alleati occidentali e la decomposizione dell’Impero austroungarico avevano creato un’enorme zona, comprendente Ucraina, Bielorussia e regione baltica, dove l’autorità dei neonati Governi era debole. Pertanto, parallelamente alla Guerra Civile, la Russia sovietica ne approfittò per lanciarsi verso Ovest. Il sogno dichiarato della leadership bolscevica era che l’avanzata dell’Armata Rossa avrebbe stimolato ed aiutato la rivoluzione mondiale, specie in Germania.
L’idea non era campata in aria, infatti la rivoluzione tedesca scoppiò davvero e non fu cosa da poco, ma alla fine fu sconfitta dal legittimo Governo repubblicano a guida socialdemocratica. Non solo. Il periodo 1919-1920 venne definito Biennio Rosso, poiché in quasi tutti Europa vi furono agitazioni comuniste, che variarono dagli scioperi ai tentativi rivoluzionari.
Il fallimento europeo dei comunisti non toglie che per due anni il Vecchio Continente tremò, soprattutto perché all’inizio del 1919 tra l’Armata Rossa e la Germania in convulsione rivoluzionaria restava un solo ostacolo dotato di sufficiente forza statuale e militare: la Polonia.
I polacchi, dopo un secolo di sudditanza, non si lasciarono sfuggire l’irripetibile fortuna d’assistere contemporaneamente alla sconfitta della Germania, al collasso della Russia ed allo sfaldamento dell’Impero asburgico. L’11 novembre la Polonia proclamò l’indipendenza. L’uomo forte del nuovo Stato era Józef Piłsudski (1867-1935), nato nell’Impero russo ma formatosi militarmente in quello austriaco.
Non solo: mentre Lenin faceva marciare l’Armata Rossa verso Ovest per espandere la Russia ed il comunismo, Piłsudski fece marciare il suo esercito verso Est per restaurare l’antico Stato polacco. Non solo due antichi nazionalismi erano tornati alla frizione, ma i Paesi forgiati dai rispettivi leader erano in totale contrapposizione ideologica. Lenin voleva ribaltare il mondo con la rivoluzione comunista, Piłsudski combatteva per una repubblica nazionalista, capitalista e filoccidentale.

Infine, i soldati di Piłsudski e quelli di Lenin si incontrarono, iniziando subito le scaramucce, il 14 febbraio 1919, nei pressi dell’attuale confine tra Polonia e Bielorussia. La vera e propria Guerra sovietico polacca iniziò nell’estate dello stesso anno, per concludersi nel marzo 1921. Non è questa la sede per analizzare tale importantissimo conflitto, ci basti sapere che, dopo incredibili cambi di fortuna, la guerra finì con un’amara ma non letale sconfitta dei sovietici, che persero l’Ucraina e la Bielorussia occidentali.
Tuttavia, la sconfitta contro la Polonia non impedì solo la riconquista del vecchio spazio imperiale da parte del nuovo Stato bolscevico, ma infranse per sempre il sogno di esportare la rivoluzione. Tale fallimento, combinato con quello del Comunismo di Guerra, segnò la prima ed irreparabile sconfitta dell’utopia marxista, che non funzionò in patria e non sfondò all’estero.
La fiamma rivoluzionaria aveva illuminato il mondo per due anni, ma non trovando abbastanza disagio sociale per divampare fuori dalla Russia si era spenta con incredibile rapidità. Ciò rese lo Stato sovietico un Paese molto più simile agli altri di quanto la sua leadership ammettesse. Per il resto della sua storia l’URSS si sarebbe confrontata con un mondo che aveva giurato di distruggere in una competizione che sapeva di non poter vincere.
Il comunismo russo sarebbe sopravvissuto fino al 1991, ma, ad eccezione di una fase dello stalinismo, ricorrendo a crescenti compromessi ideologici atti a rimandarne l’inevitabile fallimento. Questo trasformò la leadership bolscevica in una cupola mafioso-burocratica, il cui obbiettivo principale non era più la creazione della società comunista e la rivoluzione mondiale, ma preservare potere e privilegi. In tali condizioni l’URSS sarebbe crollata molto prima di quanto sia avvenuto, se non fossero intervenuti gli errori di Hitler, il quale, dopo essere arrivato ad un soffio dall’annientarla, le consegnò mezza Europa da saccheggiare per altri quarant’anni ed una vera proiezione mondiale.
Se il genio di Lenin ed il fanatismo dei suoi seguaci fallirono nella conquista del mondo, riuscirono tuttavia a far nascere e sopravvivere un nuovo modello di Stato, incompatibile con quelli fino ad allora esistiti. Un territorio un po’ più piccolo del vecchio Impero russo, con tutte le sue risorse naturali e demografiche, si ergeva a sfidare il mondo e la storia. Questo scostò russi ed affini dal sentiero europeo per portarli in un nuovo Giogo Mongolo, stavolta autoinflitto ed aggravato dalla superiore scienza della Civiltà Occidentale. Come riassunse Churchill “La Russia è stata ibernata in un inverno indefinito di subumana dottrina e di sovrumana tirannide”.

Lenin morì il 21 gennaio 1924 a 53 anni, consumato dagli ictus, dalle conseguenze di un grave attentato, dalla depressione e dalla sifilide. Impossibile sottovalutare la sua opera. Per quanto lo sfacelo della Russia sia stato una conseguenza del primo conflitto mondiale Lenin è, a tutti gli effetti, il padre del XX secolo.
Dopo il consolidamento del comunismo nell’ex Impero nulla fu più come prima. La nascita dei vari fascismi, i deliri hitleriani, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda e molto altro ancora: tutto fu una conseguenza del primo conflitto e del sorgere dell’Unione Sovietica.




