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Amante e amato nell’antica Grecia

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Nella Grecia antica non era rilevante la differenza  tra eterosessualità e omosessualità, quanto tra attività e passività sessuale: la prima era esclusiva del maschio dominante di condizione libera, la seconda era tipica delle figure deboli della società: schiavi, nemici sconfitti, donne.

A queste tre categorie se ne aggiungeva sorprendentemente un’altra: i ragazzi, detti pàides (singolare pàis). Tra il maschio adulto e il pais poteva instaurarsi un rapporto di complicità e di attenzioni in cui l’uomo svolgeva il ruolo di amante (erastès) e il ragazzo quello di amato (eròmenos). La relazione era normata da regole chiare e condivise: l’età del pais andava rigorosamente dai 12 ai 17 anni ed egli doveva essere imberbe.

Lo scopo principale e socialmente lodato di tale rapporto pederotico era l’istruzione, un cammino educativo detto paidèia, che doveva avviare il giovinetto a diventare un cittadino adulto e responsabile, fedele ai valori della città (la polis) nella quale era nato e cresciuto. Un erastès di buona condizione, colto, ben inserito nella società, poteva essere la fortuna di un pais, che sarebbe stato avviato dal suo mèntore all’acquisizione di tutto il complesso delle migliori pratiche etiche, dette kalokagathìa, cioè, alla lettera, il fatto di essere “belli e buoni”.

Esisteva anche tutto un codice preliminare all’avviamento del rapporto: l’adulto incominciava con un insistente corteggiamento, accompagnato da doni (ad esempio una lepre, simbolo di preda, o un mantello), a cui era bene che il pais non cedesse rapidamente, facendo anzi il prezioso, per accertarsi che l’interesse dell’uomo non fosse meramente fisico.

In seguito, l’attaccamento dell’amante all’amato doveva manifestarsi in vari modi, oltre che con una seria dedizione all’insegnamento e alla formazione: con manifestazioni di gelosia, nel dubbio di un tradimento sempre possibile; con doni occasionali a lui e alla famiglia; ma anche – e qui naturalmente sta il punto per noi più scandaloso – con rapporti fisici consistenti in carezze, palpeggiamenti, sfregamenti mirati all’orgasmo. Ne siamo ben informati soprattutto dalle rappresentazioni vascolari, ma anche da svariate testimonianze scritte.

In un suo frammento il celebre Solone, grande legislatore ateniese annoverato fra i sette saggi, afferma:

È bello amare un ragazzo nei vaghi fiori della giovinezza,
bramando le cosce e la dolce bocca.

Solone, frammento 25 West

Se vogliamo accostarci integralmente alla cultura classica, esplorandone ogni aspetto, non possiamo escludere questo suo spicchio di forte interesse antropologico e con rilevanti ricadute letterarie. Dichiararcene disgustati, tacciando quella civiltà di perversione, sarebbe un grave errore, perché nascerebbe dalla pretesa di farle indossare panni non suoi, cioè quelli stabiliti da una moralità moderna nella quale la dottrina cristiana si salda con la legislazione laica sui diritti del fanciullo maturata nel corso del Novecento.

L’alterità del mondo antico rispetto a quello contemporaneo va sempre tenuta presente, ma poche volte si riesce a percepirla così nettamente come in questa materia, nella quale, tuttavia, le ipocrisie attuali sono così evidenti che un ateniese del V secolo a.C., chiamato a commentarle, mostrerebbe un disagio non diverso da quello che proviamo noi a parti inverse.

Nell’antica Grecia l’interesse di un adulto per un ragazzino era così accettato da trasporlo anche nella mitologia e da attribuirlo al padre degli dèi. Già Omero racconta che Zeus, rimasto colpito dalla straordinaria bellezza di Ganimede, principe troiano, decise di rapirlo. Mentre egli pascolava le greggi del padre sul monte Ida, Zeus si trasformò in aquila, lo ghermì e lo portò sul monte Olimpo, dove, oltre a farne il proprio amante, gli assegnò il ruolo di coppiere al posto di Ebe, garantendogli l’immortalità.

In verità, il saggio Zeus rapì il biondo Ganimede
per la sua bellezza, affinché vivesse tra gl’immortali
e nella dimora di Zeus versasse da bere agli dei
– prodigio a vedersi, onorato da tutti gl’immortali –
attingendo il rosso nettare dal cratere d’oro.

Inno omerico Ad Afrodite vv. 202-206

Nell’immagine di sinistra accanto al titolo si può ammirare proprio questa scena in un mosaico del II secolo d.C. proveniente da Antiochia e conservato al Metropolitan Museum of Art di New York. Ganimede indossa vesti degne di un principe e porta il tipico berretto frigio. In basso si legge, in greco, la firma dell’autore: “Nicia realizzò il mosaico”.

Il tema di Ganimede divenne diffusissimo nella letteratura sia greca che, successivamente, latina, diventando un elemento topico di giustificazione dell’amore efebico: se anche Zeus aveva ceduto al richiamo della tenera bellezza di Ganimede, sino a farne il caro godimento dei suoi letti (Euripide, Ifigenia in Aulide 1050-1051), come avrebbe potuto resistervi un semplice uomo?

Ad esempio, il poeta lirico Teognide, un aristocratico vissuto nel VI secolo a.C. a Mègara, dedica tutto il suo canzoniere al racconto dei suoi rapporti paideutici con il giovinetto Cirno. Gli rivolge ogni genere di consigli, specialmente etico-politici, allo scopo di tenerlo ben ancorato all’interno del mondo di valori conservatori (quello dei “buoni”) a cui egli appartiene, evitando di mischiarsi al ceto mercantile di origine popolare (quello dei “malvagi”), che a quel tempo stava facendosi prepotentemente avanti.

Perché ti voglio bene, o Cirno, quello che io stesso da fanciullo
appresi, t’insegnerò. Sii saggio e non cercare onori o lodi o
ricchezze con opere turpi od inique. Tienilo bene in mente: coi
malvagi non t’accompagnare, va’ sempre coi buoni: con quelli bevi
e mangia, con quelli siedi, a quelli sii amico, che hanno gran
cuore, perché dai buoni cose buone apprenderai: se invece ti
unisci ai malvagi, perderai anche il senno.
Dunque coi buoni accompagnati, e un giorno dirai ch’io so ben
consigliare gli amici.

Teognide, Liriche vv. 27-38

Qui siamo in un tipico rapporto paideutico, in cui il fattore formativo ed educativo è prevalente e si propone la trasmissione al pais di tutto il sistema valoriale a cui l’amante appartiene e in cui crede con tutto il cuore. In questo senso, è convinzione di spiriti molto profondi, come Senofonte e Platone, che l’amore così concepito sia superiore a quello tra un uomo e una donna, in quanto quest’ultimo mira solo alla procreazione, mentre l’altro è finalizzato alla virtù e al raffinamento delle più alte qualità spirituali.

Questi doni così grandi e così divini, o ragazzo, ti darà l’amicizia da parte di un amante.

Platone, Fedro, 256e

Naturalmente per inquadrare tali e simili passi bisogna tener presente la rarità, nella società greca antica, di un rapporto di amicizia e di complicità, oltre che meramente sessuale, fra uomo e donna; l’uomo non aveva nessun interesse a coltivare la dimensione spirituale e intellettuale della moglie, i cui ruoli pratici erano ben codificati all’interno della casa. Una relazione più simile a quella che noi concepiamo, fatta di attenzioni e di mutuo arricchimento fra coniugi, emerge solo secoli dopo a Roma.

Anche a Roma, comunque, l’«amore greco» era penetrato e si era diffuso, sin da quando la Grecia era stata sottomessa militarmente e politicamente (146 a.C.) facendo tuttavia valere la sua superiorità culturale, artistica, filosofica. Orazio ebbe a sintetizzare in modo mirabile questo complesso connubio fra dominatori e dominati con il celebre verso

Graecia capta ferum victorem cepit
(La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore)

Epistole, II, 1, 156

Naturalmente i Romani non seppero restare al livello delle raffinatissime elaborazioni intellettuali greche, neppure nel campo dell’amore paideutico, che divenne un vezzo (e un vizio) dei ricchi e degli aristocratici, specialmente in età imperiale.

Spicca per la sua notorietà e morbosità lo sviscerato amore che Adriano, l’imperatore filelleno, provò per Antinoo, un tredicenne della Bitinia dalle forme meravigliose, incredibilmente simili a quelle delle più fascinose statue greche, e dotato di notevole intelligenza. Ne fece il suo amante e per otto anni lo tenne accanto a sé durante tutti i suoi viaggi nel vastissimo impero, coprendolo di attenzioni e di onori ed educandolo alla più alta cultura, finché il giovane, a neanche 20 anni, morì annegando nel Nilo in circostanze misteriose.   

Era bellissimo, simile a una divinità greca, con i capelli ricci, leggermente imbronciato come una bellezza che non si concede facilmente, in molle atteggiamento sensuale. La sua morte sconvolse Adriano, che ne onorò la memoria in modi iperbolici, non solo divinizzandolo ma anche ordinando la realizzazione di un’infinità di statue e di busti del giovinetto amato: questo è il motivo per il quale Antinoo, con le sue forme efebiche, è il personaggio più rappresentato nella statuaria romana che ci è giunta.

Nell’immagine accanto al titolo possiamo ammirare i busti di Adriano e di Antinoo accostati.

  • Professore di greco e di latino, interprete e commentatore di testi antichi, traduttore, conferenziere, promotore di eventi per la diffusione della cultura classica, concepisce il moderno umanesimo come un dialogo costante con il passato allo scopo di comprendere in modo critico e non conformistico il presente, senza escludere il ricorso alle tecnologie multimediali e informatiche.
    A una ricca produzione scientifica di tipo specialistico aggiunge l’attività di scrittore, poeta, saggista. Collabora con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, con il Centrum Latinitatis Europae ed è socio fondatore dell’associazione culturale genovese Domus Cultura.

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