La ‘ndrangheta nel savonese
Nella tarda serata di domenica 26 aprile, a Toirano in provincia di Savona, presso la propria abitazione, è mancato il 75enne Carmelo Gullace, detto “Nino”, dove si trovava agli arresti domiciliari perché condannato in primo grado a diciotto anni di reclusione per associazione di stampo mafioso ed in attesa dell’appello.
Detto esito processuale è stato la conseguenza dell’operazione antimafia “Alchemia”, condotta dal Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia di Genova nel 2016, nei confronti di affiliati alla cosca “Raso-Gullace-Albanese” di Cittanova (RC).
Elementi della consorteria residenti nel savonese operavano in settori strategici, quali il movimento terra, l’edilizia, l’import-export di prodotti alimentari ed altro.

Ma come è spiegabile la presenza in Liguria di un’appendice così importante di quell’aggregato mafioso?
Tutto nasce intorno al 1964, allorquando esplode la prima fase di una feroce faida tra i “Raso-Gullace-Albanese” appunto ed i “Facchineri”, altra cosca attiva nel cittanovese. In quegli anni si registrano numerosi omicidi, che colpiscono le due compagini, fino a quello di Celestino Gullace, avvenuto nel 1970, che decreta la momentanea prevalenza dei Facchineri. Ed allora, un po’ per sfuggire al contesto ed un po’ per allontanarsi dalla conseguente azione repressiva dello Stato, Carmelo Gullace si trasferisce in Liguria, approfittando della presenza del futuro suocero Francesco Fazzari.
Quest’ultimo trasferitosi negli anni Sessanta nel ponente della provincia di Savona per motivi di giustizia, si è distinto da subito in una rapida, e quanto meno sospetta, scalata alla ricchezza, mediante l’acquisto di svariati immobili ed imprese commerciali, prevalentemente nel settore dell’edilizia. Infatti, sin dai primi anni ’70, Fazzari, in contrasto con le più elementari norme della sana economia, ha investito – in tali operazioni imprenditoriali – svariate centinaia di milioni, pur essendo stato, solo pochi anni prima, dichiarato fallito e pertanto insolvente ed oberato da debiti.
Tale fenomeno alimentava l’ipotesi che lo stesso rivestisse il ruolo di “braccio economico” delle cosche calabresi, incaricato di incrementare e riciclare il denaro proveniente dalle attività illecite, ipotesi questa condivisa anche dal Procuratore della Repubblica di Savona, il quale lo proponeva per l’applicazione della sorveglianza speciale di P.S., ricorrendo i presupposti per l’applicazione di tale misura, sintomatici dell’appartenenza ad associazioni mafiose, quali: precedenti penali, processi penali in corso, arricchimenti improvvisi, uso di mezzi intimidatori per assicurarsi il controllo ed il buon funzionamento delle attività economiche.
A tal proposito è necessario delineare, seppur sinteticamente, l’evoluzione della mafia calabrese. Inizialmente impegnata nel settore agro-pastorale, nei decenni ‘70/’80 è divenuta particolarmente attiva nei sequestri di persona a scopo di estorsione, che le hanno permesso di affermarsi come rilevante organizzazione criminale, capace pure di intessere rapporti privilegiati con affiliati ad altre omologhe consorterie. Emergeva così l’avvedutezza nel riciclare il denaro dei riscatti, immesso in larga parte nell’economia senza gravi perdite, poiché non si registrarono rilevanti somme sequestrate. Le cosche hanno abbandonato quindi questo campo criminale per introdursi gradualmente in altri ambiti, quali – soprattutto – il traffico internazionale di sostanze stupefacenti e l’infiltrazione negli appalti pubblici.
Fra le attività perseguite dalla ‘ndrangheta, in territorio ligure, si conferma la vocazione imprenditoriale manifestata verso aree economiche caratterizzate da basso profilo tecnologico, quali l’edilizia ed il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti e la bonifica di aree industriali da riconvertire, il comparto florovivaistico, la ristorazione e il settore turistico/alberghiero.
Ritornando a Fazzari, all’inizio degli anni Novanta, si è introdotto nel lucroso campo dello smaltimento dei rifiuti e, nel 1992, è tratto in arresto per lo smaltimento illecito di un ingente quantitativo valutato in circa 12.500 fusti contenenti sostanze tossico/nocive per un totale di 25.000 tonnellate. L’inchiesta ha visto poi il decesso dell’interessato, mentre il figlio Filippo – nel marzo del 2009 – è stato condannato alla pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione, per i reati di associazione a delinquere, disastro doloso e violazione delle leggi sulla tutela ambientale. Lo stesso è tranquillamente dimorante in Spagna.

Ma il padre è stato capace di intrecciare interessanti rapporti anche con la massoneria, se è vero che intratteneva relazioni con l’avvocato Pietro Muscolo, Gran Maestro della «Gran Loggia nazionale dei liberi muratori – Grande Oriente Italiano, obbedienza Piazza del Gesù» e deceduto nel 1994, che ha guidato la c.d. «comunione massonica”[1] di complessive 14 loggedislocata in Genova.
A margine di quanto scritto, appare di una certa rilevanza evidenziare come esponenti della ‘ndrangheta ligure, in passato, abbiano avuto stretti rapporti con ambienti della massoneria. Infatti, in allegato alla “Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2”, esiste un corposo documento inviato al predetto organismo da parte dell’Ufficio Istruzione di Savona.
Peraltro, come ampiamente rilevato in diverse inchieste, l’ingresso di affiliati nelle logge massoniche costituisce il momento di collegamento con ceti sociali in grado di fornire sbocchi per investimenti imprenditoriali, coperture a vari livelli, con conseguente integrazione della ‘ndrangheta nella società civile e abbandono di un atteggiamento di contrapposizione nei confronti di quest’ultima: in altri termini il rapporto tra ‘ndrangheta e massoneria, costituisce un momento in cui il sodalizio mafioso passa da corpo separato a componente della società e, pertanto, più pericoloso in quanto in grado di mimetizzarsi.
Ed allora assume un aspetto certamente significativo il fatto che Antonio Fameli, iscritto alla loggia “Le Acacie” di Albenga (SV), ha intrattenuto relazioni con Francesco Filippone[2], impresario edile originario di Cittanova (RC), nonché “maestro venerabile” della loggia“Zenith” di Imperia.
Ma chi è Fameli? Presto detto!

Già bracciante agricolo, è emigrato per il Piemonte da San Ferdinando di Rosarno (RC), paese di origine, nel gennaio del 1961; successivamente, tre anni dopo, nel 1964, si è trasferito nella provincia di Savona, dapprima a Borghetto Santo Spirito e poi in Loano, proponendosi inizialmente nel campo lavorativo come semplice lavascale. Tuttavia, nel giro di pochi anni ha costituito una piccola impresa specializzata nelle pulizie dei condomini e, successivamente, grazie non solo alle sue abilità imprenditoriali, ma soprattutto per la sua capacità di imporsi con metodologie tipicamente mafiose, ha avviato una attività di intermediazione immobiliare, che nella seconda metà degli anni Sessanta era assai fiorente, raggiungendo una posizione egemone che gli ha permesso di realizzare un impero finanziario di notevolissima entità economica.
Si tratta di un personaggio di assoluto rilievo nel panorama savonese, già coinvolto in indagini riguardanti la criminalità mafiosa calabrese ed i cui legami con la cosca “Piromalli” sono stati giudiziariamente riconosciuti, seppure in epoca relativamente risalente.
E’ sempre stata nota, altresì, la sua amicizia con la famiglia del predetto Fazzari, nonché con quella di Gullace Carmelo e gli anni ‘70 hanno rappresentato per lui un vero e proprio “periodo d’oro”, a tal punto che nel 1977 gli sono stati dedicati ampi servizi di cronaca da parte dei quotidiani locali in quanto, in occasione della prima comunione della figlia aveva organizzato una grandiosa festa alla quale partecipavano, tra gli altri, il presentatore Mike Bongiorno, la cantante Iva Zanicchi e l’imitatore Alighiero Noschese.
Ed allora la figura di Carmelo Gullace assume una valenza di tutto rispetto, in ragione delle sue relazioni interpersonali e dei suoi affari. Ma il fatto che abbia un ruolo di vertice nella ‘ndrangheta è dato da ulteriori elementi di valutazione.

E’ stato segnalato dagli organi investigativi reggini, nel 1971, per la detenzione di due pistole di cui una con matricola abrasa, rimanendo coinvolto nel fatto insieme a Girolamo Raso, detto “don Mommo” o “il professore”, capo della cosca.
Nel 1980 è stato sottoposto a fermo di p.g. da parte di militari dell’Arma di Albenga (SV), perché ritenuto l’esecutore materiale del duplice omicidio di Facchineri Rocco e De Raco Mario e del ferimento di Facchineri Giuseppe. Proprio quest’ultimo indicava i responsabili in Gullace Carmelo, Bruzzì Camillo e Mamone Elio; Gullace era tuttavia discolpato, grazie alle testimonianze della sua futura consorte Fazzari Giulia, del padre di quest’ultima Fazzari Francesco, del cugino Filippone Francesco e dei sodali D’Agostino Giuseppe cl.1943 e Guerrisi Girolamo, che gli procuravano un alibi che, unitamente all’inaspettata ed improvvisa ritrattazione di Facchineri Giuseppe, gli consentiva di ottenere – analogamente agli altri imputati – l’assoluzione per insufficienza di prove.
L’alibi riguardava la deposizione del notaio Cauli Fernando di Alassio (SV), il quale riferiva di aver redatto con lo stesso Gullace un atto in quella data. Tale scusante, pur ingenerando ragionevoli dubbi sull’assunto accusatorio – considerato che lo stesso notaio, nonché la sua segreteria, pur non essendo del tutto certi della presenza del Gullace nello studio finirono per non escluderla – determinò un verdetto assolutorio per l’imputato con formula dubitativa.
Nel 1983 Gullace Carmelo ed il cugino Bruzzì Camillo erano tratti in arresto in esecuzione di ordinanza di misura cautelare in carcere, in quanto ritenuti responsabili del duplice omicidio, consumatosi in località Teglia di Genova, il 21 dicembre 1978, ai danni di Facchineri Luigi e Gaglianò Giuseppe “per motivi abbietti di rappresaglia contro la cosca rivale dei Facchineri”. Fatti giudicati con la condanna ad anni cinque di reclusione nei confronti degli stessi per il reato di associazione per delinquere.
Tuttavia è di estremo interesse riflettere che la sentenza della Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria, nel confermare la sentenza di condanna della Corte di Assise di Palmi, ha affermato esplicitamente che l’associazione non era di tipo “comune”, bensì di stampo mafioso: la mancanza di appello da parte dell’Ufficio del Pubblico Ministero sul punto non consentì però alla Corte di riqualificare i fatti sub 416 bis c.p., per cui venne confermata la sentenza di condanna per il solo art. 416 c.p.
L’importanza della figura di Carmelo Gullace non si limita però alla Liguria; nel corso degli anni ‘90, la Squadra Mobile di Torino, individuava una vasta organizzazione criminale che consentiva al GIP di Torino l’emissione, in data 9 dicembre 1997, dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere[3] nei confronti di 32 indagati. La conseguente condanna di Gullace ad anni 7 e mesi 4 di reclusione, con sentenza della Corte di Appello di Torino, divenuta irrevocabile, vedeva come sodali – tutti per avere costituito un sodalizio dedito al traffico internazionale di sostanza stupefacenti, ramificato in tutto il Nord Italia da levante a ponente ed anch’essi condannati – personaggi affiliati alla cosca “Raso-Gullace-Albanese”.
Nuovamente il nominativo di Gullace è ricomparso prepotentemente nel panorama ‘ndranghetista del ponente ligure e non solo. Infatti, nel provvedimento restrittivo emesso da Giudice di Milano nel settembre 2012 ed inerente l’indagine “Grillo parlante”, condotta da quel Nucleo Investigativo Carabinieri, a carico di 21 affiliati alla cosca “Bruzzaniti-Morabito-Palamara” di Africo (RC), viene indicato tratta il nominativo di Gullace Carmelo “Ninetto” come uno dei “grandi della ‘ndrangheta” ( [si parla di una terza persona, n.d.r.]… lui è rispettato da tutti … dove si presentava … non ce ne era per nessuno, anche perché con i grandi della ‘ndrangheta … Peppe Ferraro, Micu Barbaro, Ninetto Gullace, cioè gente che fanno tremare, i boss più forti, i Galanti, tutti tutti, i Bellocco, tutti… ).
Ecco, allora, come sia del tutto evidente la progressiva e tenace infiltrazione della ‘ndrangheta nel savonese, con personaggi apicali nel panorama ‘ndranghetista nazionale che hanno progressivamente, nel corso di decenni, intrecciato relazioni e cointeressenze allarmanti. Peraltro, i rapporti interpersonali permangono in maniera solida, malgrado la delocalizzazione di taluni personaggi.
In conclusione, una osservazione va fatta: Carmelo Gullace così come gli altri soggetti citati, tutti radicati ed operativi per molti anni nel savonese, hanno mantenuto solidi legami con la “casa madre” calabrese dalla quale hanno sempre dipeso per ogni questione di respiro strategico. Tuttavia, hanno tutti potuto fruire, pur con momenti di contrasto valido – seppur rari – da parte delle autorità, di ampi margini di manovra per poter realizzare un efficace sistema di relazioni criminali e non, tali da porre la ‘ndrangheta ligure e savonese in particolare in un ruolo di egemonia decisivo per le favorevoli sorti dell’organizzazione mafiosa.
Note:
[1]«Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari» del 18 febbraio 1994.
[2]Giunto a Ceriale nel 1974, proveniente da Genova, avviava l’attività edile con i fratelli Luciano e d Antonio. Inquisito unitamente a Carmelo Gullace per il sequestro di Marco GATTA, rapito a Nichelino (Torino) il 19 gennaio 1979, tenuto prigioniero nel ponente ligure e rilasciato a Spotorno (Savona) nell’aprile dello stesso anno, dopo il pagamento di un riscatto di 750.000.000 di lire.
[3]All’atto dell’arresto Gullace, in maniera rocambolesca riusciva a fuggire e, in data 4 dicembre 1998, era sottoposto ad un controllo di polizia all’interno di un locale pubblico di Genova, insieme al fratello Elio ed al nipote Antonio Zurzolo, e dopo l’esibizione di un documento riportante altre generalità, riusciva nuovamente ad evitare l’arresto dandosi a precipitosa fuga. La latitanza terminava il 15 marzo 1999, con l’arresto effettuato dalla Squadra Mobile di Genova che lo rintracciava nella cittadina transalpina di Cannes (Francia).

