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Liguria: isola felice per le mafie?

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Sono trascorsi oramai dieci anni dall’ultima operazione antimafia, in provincia di Genova, che portò a diversi arresti nella zona di Lavagna. Da allora è emersa la presenza delle organizzazioni mafiose in Liguria solo episodicamente, soprattutto con riferimento alla mafia calabrese – la ‘ndrangheta -, da sempre egemone nell’area.

Ma perché il titolo volutamente provocatorio?

Facciamo un passo indietro, molto lungo. Siamo nell’ottobre del 2008 e due mafiosi stanno conversando a bordo di un’autovettura, mentre si trovano nello spezzino. Non si tratta di soggetti marginali, atteso che uno dei due ricopre il ruolo di Mastro di giornata della Società di Rosarno (RC), ovvero un grado apicale della ‘ndrina.

La chiacchierata parte con l’esposizione di problematiche riguardanti il rapporto della struttura mafiosa operante in Liguria con quella “madre” in Calabria ed in quel contesto che avviene un dialogo nel corso del quale emerge che – nel 1954 – aveva avuto luogo una riunione, in Ventimiglia (IM), per definire la creazione della “Camera di controllo”. Detto organismo era stato concepito per coordinare i “locali”, le strutture elementari della ‘ndrangheta, operanti in Liguria e nel Basso Piemonte, ovvero le province di Cuneo, Asti ed Alessandria.

Ciò che salta agli occhi è la data del 1954! È dunque da allora, quanto meno, che una realtà organizzata di matrice mafiosa è presente ed operante tra Piemonte e Liguria.

E tuttavia l’importanza strategica di quest’ultima regione è determinata da un altro elemento da considerare; infatti, un’altra “Camera di controllo”, con le medesime finalità, esiste anche in Lombardia ed uno dei boss protagonisti di quella costituzione fu Antonio Rampino, vecchio capomafia di Genova ed a capo – finché è stato in vita – della cosiddetta “Liguria”, ossia una macroarea formata, come precedentemente indicato, dalle province liguri e da quelle piemontesi con esse confinanti.

Viene pertanto naturale fare qualche considerazione: innanzitutto per decenni la ‘ndrangheta ha potuto svilupparsi, fortificarsi, costruire rapporti con il mondo imprenditoriale e con quello della politica, senza che lo Stato – salvo qualche timido tentativo di contrasto, peraltro mal gestito – avesse la capacità, l’intuizione e la lungimiranza di porre in essere delle reali ed efficaci azioni informative ed investigative. Queste ultime attività avrebbero permesso di rendere certamente difficile l’azione di espansione della ‘ndrangheta o almeno di complicarle la vita.

Per esperienza diretta, posso affermare che una significativa impreparazione ed inidoneità, accompagnate da una grave superficialità, hanno permesso alla ‘ndrangheta – nell’arco di decenni – di costituire importanti sodalizi direttamente collegati alla “casa madre” e che ad essa rendevano conto in termini di dipendenza gerarchica e di strategia.

Solo all’inizio del Duemila si è cominciato a scandagliare quel mondo, cercando di ricostruire, tra mille difficoltà – il passato. Già, perché solo conoscendo i trascorsi del sodalizio si può meglio apprezzare il presente e quindi attuare efficaci condotte di contrasto.

Pertanto, l’attività informativa aveva permesso di individuare il responsabile ‘ndranghetista genovese in Domenico Gangemi, originario della provincia di Reggio Calabria, alla quale apparteneva la maggioranza degli adepti. Il predetto è stato poi condannato, in via definitiva, ad anni 19 e mezzo per appartenenza ad associazione mafiosa dall’autorità giudiziaria reggina, in qualità di capo.

L'arresto di Domenico Gangemi.
L’arresto di Domenico Gangemi.

Infatti, nonostante sia stato indagato a Genova sin dal 2001, è stato grazie all’opera della magistratura calabrese che, nel 2010, si è pervenuti alla dichiarazione di colpevolezza sua e del suo vicecapo, mentre a Genova, dopo una parallela indagine si è giunti a sorprendenti assoluzioni, sia in primo che in secondo grado di giudizio. Ragion per cui si è constatato all’epoca un sensazionale paradosso: ovvero l’esistenza di generali senza esercito. Ma, per fortuna, è intervenuta in seguito la Corte di Cassazione che ha bacchettato le precedenti sentenze assolutive, evidenziando clamorose e manifeste discrepanze. Sono state così capovolte le risultanze, pervenendo a condanne nei confronti di nove soggetti nel 2018 e ponendo un definitivo punto fermo circa l’esistenza della ‘ndrangheta in Liguria e nel genovesato in particolare.

Di pari passo all’inchiesta trattata vi è stata, nel 2012, quella che ha riguardato l’estremo ponente della provincia di Imperia. Anche in questo caso si è assistito, seppur in misura più contenuta, ad un atteggiamento indulgente da parte del giudice, pervenuto ad un esito di condanna nei confronti di una parte degli imputati, mentre un’altra veniva assolta. L’intervento attento e consapevole da parte della Suprema Corte circa la pericolosità del fenomeno criminale “ha aggiustato il tiro”, con il rinvio a nuovo processo, che si è poi concluso con significative pene nel 2017.

Alla fine di quell’anno riscontriamo dunque ben due verdetti di colpevolezza nei confronti di due associazioni per delinquere di stampo mafioso.

Tuttavia, quel “periodo d’oro” ha avuto ulteriori due seguiti di una certa rilevanza. Dapprima l’indagine denominata “I conti di Lavagna”, che ha riguardato proprio il “locale” attivo nel centro rivierasco e poi l’inchiesta su alcuni elementi da anni presenti ed operanti nel savonese (operazione “Alchemia”), affiliati alla cosca Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (RC).

Oggi, mi doglie dirlo, mi pare si siano un po’ smarriti gli importanti risultati raggiunti con molta fatica ed impegno. Infatti, la mancanza di più recenti effetti a quell’azione di contrasto non sono testimonianza di una ridotta presenza mafiosa, tutt’altro. Non sono difatti da annoverare in quel contesto, a parere di chi scrive, alcune inchieste che hanno dimostrato il coinvolgimento di elementi mafiosi, tanto da essere condannati anche con la specifica aggravante, nel narcotraffico internazionale di cocaina.

Per quanto riguarda, invece, l’operatività di strutture ‘ndranghetiste operanti in Liguria, l’organizzazione – che, come dico io, sa fare il suo mestiere – ha in realtà fatto tesoro delle esperienze negative, riuscendo ad inabissarsi con modalità ancora più idonee, tanto da non evidenziare la sua temibile presenza. Il suo funzionamento tiene conto, almeno nelle aree non di origine, dell’esigenza di non creare allarme sociale, evitando per esempio fatti di sangue oppure un’azione estorsiva diffusa, in modo da non attirare l’attenzione delle forze di polizia, che però, me lo si lasci dire, dovrebbero predisporsi ad affrontare siffatte evenienze con un impegno certamente maggiore e più difficile, ma che è il solo che può consentire di raggiungere qualche risultato positivo.

Peraltro, come accennato prima, in questi ultimi anni qualche rilevante episodio ha palesemente dimostrato l’attuale presenza della ‘ndrangheta in Liguria. In tal senso devono essere annoverati dei considerevoli sequestri di cocaina proveniente dal Sud America, avvenuti nel porto di Genova alla presenza di importanti latitanti, affiliati ad alcune delle cosche più autorevoli del Mandamento Tirrenico.

Tuttavia, a fronte di tali fatti, una domanda deve essere posta: i latitanti ed i loro adepti, intervenuti per assistere le operazioni di uscita dall’area portuale dello stupefacente, hanno avuto o meno su Genova delle basi logistiche di appoggio, in grado anche di curare il reclutamento di operatori portuali utili a favorire il recupero della droga? Credo che a questo interrogativo non si sia data alcuna risposta.

Credo che un altro accadimento sia da leggere come spia della incombente presenza mafiosa e mi riferisco all’arresto da parte del ROS Carabinieri di Pasquale Bonavota, ricercato per cinque anni ed influente capomafia della provincia catanzarese, avvenuto nel novembre 2023 in Genova, nei pressi della Cattedrale. In seguito, sono state raggiunte da provvedimento cautelare altre tre persone, accusate di avere fornito l’indispensabile supporto al fuggiasco.

Foto segnaletica di Pasquale Bonavota ed i carabinieri del ROS che operarono il suo arresto.
Foto segnaletica di Pasquale Bonavota ed i carabinieri del ROS che operarono il suo arresto.

Concludendo si deve fare una riflessione: la lotta alle mafie necessita di un impegno costante ed attento, tali da non permetterle di conquistare o riconquistare spazi a lei vitali, perché mancando un siffatto atteggiamento si finisce per favorire la sua nociva azione.

In sintesi, se è pur vero che osteggiare l’importante affare per la ‘ndrangheta del traffico internazionale di droga, che comporta imponenti proventi, è un’azione di fondamentale importanza, lo è altrettanto – se non di più – riconoscere l’esistenza di quegli aggregati mafiosi che subdolamente entrano in significativi rapporti con il mondo della politica e con quello degli appalti e dei subappalti, indispensabili per realizzare il salto di qualità dell’organizzazione mafiosa.

  • Nel 1979 arruolato nell’Arma dei Carabinieri, è laureato in Scienze della Sicurezza ed è Generale di Brigata nella riserva. Già comandante delle Compagnie di Saronno (Varese) e Sciacca (Agrigento) e, dopo aver guidato la Sezione Anticrimine di Genova ed il Reparto Anticrimine di Milano del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), è stato Capo Centro della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) di Genova.
    Ha contrastato macro-fenomeni criminali mafiosi e di terrorismo, quali la Cosa nostra siciliana, la ‘ndrangheta calabrese ed il narcotraffico internazionale, nonché sodalizi islamisti legati ad Al Qaida.
    Ha collaborato con il Customs di Los Angeles (USA), in una complessa indagine su un cartello di narcos colombiani.
    È stato insignito di diverse onorificenze: Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, medaglia Mauriziana al merito della carriera militare, medaglia d’oro di lungo comando, croce d’oro per anzianità di servizio, medaglia di Pubblica Benemerenza della Protezione Civile. È brevettato paracadutista civile ed è specializzato nella Difesa NBC (nucleare, biologica e chimica).
    Infine, ha ricevuto alcune ricompense militari (Encomi solenni e semplici, Elogio) ed un attestato elogiativo dell’Ambasciata USA in Roma, a conclusione di operazioni di servizio per il contrasto al narcotraffico internazionale, ad organizzazioni di tipo mafioso (Cosa nostra e ‘ndrangheta) ed al terrorismo internazionale di matrice islamista.

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