Marocco: cittadinanza agli ebrei della diaspora?
Arianne Ghersi intervista Vasco Fronzoni
In Marocco sembra verrà proposta una legge per restituire la cittadinanza ai discendenti degli ebrei. L’obiettivo è sanare una frattura storica?
Non è una legge o, per lo meno, non lo è ancora. Si tratta di un progetto di legge di iniziativa popolare, aperta alla sottoscrizione di 20.000 firme necessarie per essere considerata valida, la cui esistenza è stata recentemente confermata dal portavoce del Governo, Mustapha Baitas. Con tale proposta legislativa, riproposta rispetto ad altri attivismi precedenti, si vuole consentire o agevolare l’attribuzione della cittadinanza marocchina ai discendenti (figli e nipoti) degli ebrei marocchini emigrati nel XX secolo.
Da qui a diventare legge ce ne vuole, perché l’iter si preannuncia lungo ed articolato, anche in considerazione del fatto che la mozione ha suscitato un acceso dibattito, soprattutto sui social media e nell’opinione pubblica, con interpretazioni contrastanti. Difatti, con questa iniziativa si è riacceso il dibattito sulla cittadinanza dei discendenti degli ebrei originari del Regno, sollevando interrogativi sulla memoria nazionale, sulla natura del rapporto con la diaspora, nonché sul ruolo attivo del Marocco nell’attualità, in un contesto arabo, islamico e regionale segnato in modo marcato in riferimento alla questione palestinese e ai rapporti con Israele.
In una prospettiva storiografica e di sociologia giuridica sull’identità marocchina, questa proposta di legge non è un semplice atto burocratico, ma un tentativo di “restituzione identitaria” per sanare il trauma dell’esodo, avvenuto tra il 1948 e il 1967, con la partenza di circa 250.000 ebrei marocchini per la diaspora, che ha diviso ed allontanato interi gruppi familiari. Questo esodo ha creato un vulnus nella memoria nazionale, poiché nel corso del tempo si è andato progressivamente ad allentare il legame formale con la terra d’origine e questa iniziativa legislativa tende effettivamente a ricomporre in chiave identitaria una frattura avvenuta nel secolo scorso.
Il Marocco è stato uno dei paesi firmatari degli Accordi di Abramo per il riconoscimento dello stato di Israele. Questa proposta è da inserirsi nel solco di questo più ampio posizionamento internazionale?
Sebbene la motivazione ufficiale narrata dalla mozione popolare privilegi il legame storico-sentimentale tra gruppi familiari e la ricucitura dei sentimenti identitari, è innegabile che questa proposta si inserisca armoniosamente nella cornice della realpolitik scaturita con gli “Accordi di Abramo” del 2020. L’efficienza della diplomazia politica ed economica del Regno del Marocco è nota ed evidente.
Il Paese ha rapporti privilegiati con tutti i principali Stati europei e con gli altri Paesi della sponda Nord del Mediterraneo; ha una fondamentale rilevanza religiosa in seno all’Islam sunnita, essendo il suo Re Amir al Mu’minin (Comandante dei Credenti); è rientrato con un ruolo di leader in seno all’Unione Africana; ha manifestato la sua intenzione di aderire alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS); ha contrattualizzato con alcuni Stati del Sahel senza sbocco sul mare la possibilità di accesso alle infrastrutture portuali del porto atlantico di Dakhla, accordo poi rafforzato dalla Risoluzione ONU 2797/2025 sull’autonomia del Sahara marocchino.
In questa naturale sinergia diplomatica, è ipotizzabile leggere un possibile utilizzo, da parte del Marocco, della sua diaspora ebraica come una sorta di “ponte umano” unico nel suo genere. Difatti, facilitare l’ottenimento della cittadinanza ai discendenti degli emigrati, molti dei quali risiedono oggi in Israele, non può far altro che consolidare il ruolo del Regno quale stabile e credibile mediatore transregionale.
Legare così il pragmatismo politico del Marocco, in termini di visione, difesa, sicurezza, economia e leadership, con il corollario culturale della legge sul recupero della cittadinanza per gli ebrei. Essa serve a dimostrare che il riavvicinamento non è solo un patto d’élite o un calcolo geopolitico legato, ma un progetto di lungo respiro che mira a istituzionalizzare la “particolarità” marocchina nel dialogo interreligioso ed a recuperare una diaspora che, pur lontana, ha mantenuto un legame viscerale (culturale, linguistico e religioso) con la terra d’origine, consentendo un passaggio dalla tolleranza verso una minoranza alla piena reintegrazione di una componente costitutiva dell’identità del Regno.
Seppur solo potendo fare ipotesi non suffragate da dati o campionamenti, quanto su può dire che questa iniziativa sia sentita dalla popolazione?
Media e opinione pubblica, come dicevo, si sono subito mostrati divisi sull’iniziativa legislativa popolare, con una frammentazione che attraversa in maniera più o meno strutturata le diverse fasce sociali della popolazione del Regno. Leggendo i quotidiani o guardando i podcast, si può notare che esiste un marcato consenso tra le classi medie urbanizzate e l’élite intellettuale, che vedono nel pluralismo un marchio di modernità e una risorsa economica. Va ricordato che esiste un fiorente segmento del turismo religioso degli ebrei, soprattutto verso località quali Ouazzane e Tinghir, alla riscoperta del ricco patrimonio culturale sefardita e berbero, con possibilità concrete di attrarre investimenti dalla diaspora.
Di contro, per gran parte della popolazione appartenente alla classe medio-bassa, che ha normali rapporti di convivenza con le minoranze religiose nel Regno, prevale un’accettazione pragmatica delle scelte calate dall’alto, accettate in modo acritico. Infine, vi è una sacca minoritaria di resistenza ideologica, legata a movimenti estremisti-islamisti, che guarda con sospetto a qualsiasi iniziativa che possa essere interpretata come un favore indiretto allo Stato di Israele e l’iniziativa legislativa viene percepita come una concessione politica da evitare.
L’opinione pubblica e i giornali, inoltre, tendono a ricollegare l’iniziativa attraverso un parallelo con Spagna e Portogallo, che negli intorno al 2010 hanno concesso la naturalizzazione ai discendenti degli ebrei sefarditi espulsi alla fine del XV secolo dalla penisola iberica. Ma il caso marocchino appare diverso, perché non si tratta di porre rimedio ad un’espulsione motivata da ragioni principalmente confessionali, bensì di riconoscere una continuità nazionale interrotta dagli sconvolgimenti del XX secolo, quali la decolonizzazione, il conflitto mondiale, la nascita di Israele, l’acutizzarsi di tensioni regionali, le migrazioni economiche e i cambiamenti identitari.
Invero, il contesto regionale rende la questione estremamente delicata, poiché dal 7/10 in poi e con le vicende di Gaza, qualsiasi iniziativa riguardante i discendenti degli ebrei marocchini che vivono, in particolare, in Israele, può suscitare interpretazioni contrastanti. Per alcuni, la nazionalità marocchina non sarebbe una questione di allineamento diplomatico, ma un riconoscimento soltanto delle origini. Per altri, l’attivismo rischierebbe di essere interpretato come un gesto politico sconveniente, in un contesto di altissima tensione legato alla questione palestinese.
Libere considerazioni
L’iniziativa legislativa si pone in senso armonico rispetto alla riforma Costituzionale voluta nel 2011 e risulta anche allineata con la Dichiarazione di Marrakesh ad iniziativa reale del 2016. L’articolato costituzionale, infatti, stabilisce che il Regno del Marocco è uno Stato sovrano musulmano, impegnato nella sua unità nazionale e territoriale e nella preservazione della coesione delle componenti della sua identità nazionale unitaria attraverso la fusione di tutti i suoi elementi: arabo-islamico, amazigh e saharawi-hassani, arricchito dalle sue influenze africane, andaluse, ebraiche e mediterranee.
Ancora, la dichiarazione di Marrakesh è stata siglata per difendere i diritti delle minoranze religiose nei Paesi a maggioranza islamica, ribadendo i valori di una cittadinanza condivisa, condannando la violenza e richiamando i principi di convivenza della Carta di Medina del I secolo dell’Islam.
Dunque, l’iniziativa legislativa confermata dal portavoce del Governo si innesta naturalmente in un preciso quadro politico di una realtà consolidata, dove l’ebraismo marocchino non costituisce un elemento estraneo nella storia del Paese, bensì uno dei suoi strati costitutivi.
Effettivamente, la mozione può rappresentare anche un’operazione di diplomazia della “memoria”, dove il diritto alla cittadinanza diventa lo strumento per trasformare una nostalgia storica in un asset strategico per il futuro del Regno.
Un provvedimento del genere, presentato come un gesto di fedeltà alla storia pluralistica del Regno e come un segnale forte alla diaspora ebraica marocchina, profondamente legata alle proprie radici, può rafforzare l’immagine di un Marocco capace di abbracciare la propria diversità storica, in un panorama arabo dove questa memoria è stata spesso cancellata o marginalizzata.


