NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XXIV

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La gioventù migliore avanza là nel sole
e il mondo può lodare o maledire come vuol.
Se anche siamo soli

(Canzone dei Parà)

In Brigata esistono due tipi di paracadutisti: i vincoloni e i tcl. I primi si lanciano con paracaduti tondi ad apertura automatica, i secondi saltano con paracadute ad ala ed apertura comandata.

Inutile dire che dovevo fare parte della seconda categoria, quindi eccomi all’Accademia di paracadutismo di Casale Monferrato per un corso AFF (Accelerated free fall), che tradotto dall’inglese significa: come cagarsi addosso cadendo per 40 secondi a 200 chilometri all’ora da 4000 metri, mentre qualcuno tenta di tenerti in una posizione stabile. Sette lanci: al termine dei quali devi essere in grado di fare praticamente tutto in aria.

Sono con un mio collega: Giovanni, mitico pisano in miniatura (confronto a me). Tre lanci al giorno, una fatica emotiva devastante. Primo giorno, primo lancio: mi regolo la valvola dell’apertura del paracadute di emergenza a 200 metri, dovessi svenire, almeno sono sicuro di non sfracellarmi. Saliamo a quota 4.000: aprono la porta dell’aereo, il cameraman esce e si appende fuori, dato che dovrà riprendere tutto, in modo da consentire poi la correzione dei miei errori.

Io devo saltare, mantenere una posizione a volo d’angelo tale da rimanere stabile e segnalare a 1.000 metri la quota di apertura ai miei istruttori, i quali, per tutto il tempo, mi rimarranno attaccati, tentando di correggere la mia postura. Siamo a febbraio, un freddo micidiale, io non percepisco nulla, la paura è tale che non sentirei neanche un chiodo nel sedere. Ho una radio, con la quale mi guideranno all’atterraggio.

La sensazione della caduta libera è difficilmente descrivibile: stai precipitando a 200 km/h verso il basso, ma in realtà galleggi nell’aria; bellissimo, sei molto vicino a Dio.

Vado in apertura, in un attimo rimango solo, i miei angeli custodi hanno proseguito la loro corsa verso il basso. Mi guardo intorno, ma non sto bene, ho le vertigini. Non riesco a vedere, come quando uno ha un calo di pressione. La radio è muta, e non so dove andare. Intravedo delle macchie colorate verso il basso, devono essere i paracadute aperti dei miei istruttori; li seguo. La situazione non migliora, mi sento mancare, mi ripeto: «Calma ragazzo, respira, ora passa».

Continuando nell’auto rinforzo seguo le macchie colorate fino all’atterraggio; mi hanno detto ti tirare le maniglie a circa tre metri; io continuo a vedere rosso, ci provo: l’ala rallenta galleggia e mi poso… davanti all’hangar. Nei seguenti secondi gli insulti si sprecano: avrei dovuto atterrare in mezzo al campo, solo gli istruttori atterrano agli hangar è una cosa da fighi e io non sono un figo; comunque, la radio non funzionava.

Secondo lancio, stesso copione: niente da fare, me li trascino giù come bandierine. Decidono che devo essere rallentato, mi fanno indossare una tuta enorme per creare più attrito, loro si doteranno di cintura con pesi per cadere più velocemente.

Terzo lancio, devo fare da solo: Negativo guerriero, giri come una trottola, prova domani. È sera, sono ridotto uno straccio, questa cosa mi sembra uno scoglio insormontabile; Giovanni viceversa in aria sembra un dipinto, ha una posizione perfetta.

Secondo giorno, primo lancio: siamo fuori, «Respira, pensa, agisci» . Mi volto per comunicare la quota, sono solo. Vedo le facce allucinate dei tipi, che da lontano mi fanno ok.

Secondo lancio: rotazione sull’asse di 360°. Saltiamo solo in due, sono stabile, inizio la rotazione modificando la posizione dei piedi, l’istruttore scompare e mi riappare. Altra faccia allucinata, altro ok.

Terzo lancio: capriola in avanti e capriola indietro. Rieccomi stabile, capriola in avanti come in acqua, nessun problema, mi ristabilizzo ad angelo, allungo le braccia, ritraggo le gambe e parto come un razzo a rotolare all’indietro. Una volta stabilizzato, mi appare una faccia allucinata, ok; non solo sono più vicino a Dio, mi sento anche un dio.

Terzo giorno: primo lancio, deriva – in pratica allungarsi a freccia – un’accelerazione pazzesca, la terra ti scorre sotto. Ecco cosa prova Superman quando vola.

Secondo lancio: saltiamo in due; mi devo avvicinare piano, prendere le mani dell’istruttore e poi lentamente allontanarmi; si chiama lavoro relativo, il rischio sta nel fatto che se non controlli la velocità di approccio, l’impatto può farti svenire. Ora l’istruttore ha, non solo lo sguardo allucinato, ma mi scuote anche le mani in maniera inconsulta; che tipi strani questi istruttori.

Terzo lancio: prova finale: giro 360° a destra, giro 360° a sinistra, looping, stabilizzo… no, continuo a girare. Ci sono dei monti innevati davanti a me, continuano a passarmi davanti a ogni giro; mi chiudo, mi riapro; niente, giro sempre più veloce, non riesco a capire a che quota sono; non posso aprire in rotazione, rischio di avviluppare il paracadute; ma vaffanc… Apro.

Ho preso qualche giro di avvitamento, ma sono a paracadute aperto. A terra mi raggiunge l’istruttore pallido come un fantasma, aveva cercato di raggiungermi in picchiata vedendo che non aprivo, ma i miei cento chili mi rendevano imprendibile.

Devo ripetere la prova, quarto giorno: giro, giro, looping, deriva… e vai così che si fa!

Mi sento un drago, atterro e l’istruttore: «Sei fuori di tre lanci rispetto allo standard, dieci anziché sette». Dici? E chi se ne frega. Si sta lanciando Giovanni, c’è qualcosa che non va, ha aperto troppo in alto e si vedono due paracadute aperti.

Il vento lo porta verso Casale centro, saliamo in macchina e lo seguiamo. Siamo arrivati in centro davanti alla caserma di fanteria e non lo vediamo più. Giovanni arriva dalla porta carraia, e dice alla guardia: «Mi scusi sono atterrato per errore in piazza d’armi, può farmi uscire?». Questo non ci può credere, non se ne era nemmeno accorto. Era successo che aveva avuto un malfunzionamento alla valvola di apertura di emergenza, che gli aveva aperto un paracadute subito; successivamente, spaventato, aveva aperto anche l’altro, con il rischio che si ponessero in maniera simmetrica e lo facessero precipitare.

Livorno: dobbiamo partecipare una gara fra i reparti della Brigata; «Tu sei il comandante della squadra, vediamo di non fare la solita figura da cani morti». Con questa notizia il Comandante del mio reparto mi accoglie un bel lunedì mattina.

La gara in questione è la Challenger, una competizione interna che prevede: una prova di precisione di lancio con il paracadute, una corsa su strada con zaino (10 km), al cui termine si deve sparare a delle sagome, una staffetta sulle torri di ardimento, con scalata/discesa su funi, nuoto tattico (vestiti e con zaino) e, ovviamente, percorso di guerra.

Gli altri reparti si stavano allenando da mesi, ma noi, come al solito, ci pensiamo all’ultimo minuto. Non che il nostro reparto vantasse grandi tradizioni guerriere, basti pensare che ci chiamavano “gli svizzeri” per il fatto che fornendo il supporto trasmissioni a tutte le attività, di fatto eravamo “neutrali” alle dispute fra reparti.

Questo faceva del reparto Supporti tattici l’élite dei conoscitori di ristoranti e dei puttanieri della Brigata. Se lo stemma rappresenta l’anima dei reparti (per cui, fra gli assaltatori, esistevano: i draghi, le tigri, i vampiri ecc.), noi eravamo rappresentati da un gufo grassottello con il paracadute. Con questo spirito guerriero ci accingevamo alle prove, praticamente senza speranza.

Prima gara, il lancio di precisione: si doveva atterrare il più vicino possibile ad una striscia posta lungo il campo di atterraggio; ci si giocavano due premi: la medaglia individuale e quella di squadra. Il momento del lancio doveva essere deciso dal Comandante di squadra, che, dando indicazioni al pilota, decideva rotta di attacco e lancio.

In aeroporto vediamo i concorrenti: incursori che studiano mappe, quelli della squadra sportiva di paracadutismo che disegnano grafici, insomma il meglio della Brigata che si prepara; vorrei andarmene, ma non posso. Siamo sull’aereo, pronti al lancio, mi sporgo dalla porta per cercare di vedere qualche cosa, mi lacrimano gli occhi per il vento relativo.

Guardo sotto, vedo dei mezzi, mi sporgo meglio… un sobbalzo, probabilmente una turbolenza, e… cado! Mi arrotolo nell’aria, dopo tre/quattro secondi il paracadute si apre. Non so quanti giri di avvitamento ho preso, comunque sono troppo veloce.

Metto in trazione i fasci funicolari per sbrogliare la matassa, ma non si muove nulla. Sono vicino, troppo vicino, devo fare emergenza. No, è tardi, tiro più forte, comincio a girare su me stesso, la matassa si sta sbrogliando. Ad un tratto tutto il paracadute si gonfia, dopo un secondo sono a terra.

«Minchia, che sfiga Tenente», mi fa il paracadutista di assistenza, che deve misurare la distanza: «Ha sbagliato il centro di un metro». Altro che ha sbagliato, non sapevo neanche dove ero. Il resto della squadra credendo in un lancio consapevole, mi aveva seguito, totalizzando un punteggio incredibile. La cosa più sconcertante era che avevamo sconfitto i superman della squadra nazionale sportiva, proprio noi, i gufi.

Percorso di guerra, qui la fortuna non c’entra o corri, o corri. Ed infatti, ultimi.

Zavorrata su strada: decido di barare, faccio nascondere un mezzo lungo il percorso nella parte in salita. Tutte le altre squadre avevano deciso per una partenza in discesa per poi risalire dolcemente e finire con una discesa ripidissima. Noi, no, partenza ripidissima. Le squadre partivano scaglionate di qualche minuto, ed essendo il percorso di 10 km, in teoria non si sarebbero mai dovute incontrare, eccetto noi che procedevamo in senso inverso. Dopo qualche centinaio di metri in salita scatta l’operazione: un mezzo schizza fuori dalle fratte, ci saltiamo su al volo e via a palla fino in cima la salita. Appena il tempo di scendere e ricominciare a correre che incontriamo già la prima pattuglia. Ma come fanno a essere già qui? Morale della favola? Penultimi barando.

Staffetta di Ardimento: la mia parte consisteva nella simulazione della discesa dall’elicottero, dalla torre. La scelta era intelligente, essendo pesante sarei arrivato in fondo come un proiettile. Arriva il testimone dopo tutta la serie delle altre prove, parto con impeto. Con troppo impeto. La corda ha un rimbalzo e si aggancia ad un tubo. Mi devo arrampicare a braccia per risolvere il problema e scendere; ultimi.

Nuoto operativo: qui sono nel mio, disintegro il record di brigata, primo posto individuale, di fronte, lo sconcerto dei superman; peccato per il risultato di reparto: ultimi.

Classifica finale: due primi posti individuali, poi penultimi di Brigata. Per essere gufi, ci siamo difesi.

Insieme a quattro colleghi avevo preso in affitto un appartamento, sul lungo mare di Livorno. La convivenza era ottima per il fatto che a causa degli impegni addestrativi, non capitava mai di essere contemporaneamente a casa, ed in ogni caso, ognuno aveva la sua camera.

Era diventata una normale professione; dopo il lavoro avevo le mie amicizie e persino relazioni sentimentali con fanciulle, che non si ponevano il problema di dover instaurare un rapporto con un paracadutista. Semplicemente si cercava di stare bene per il tempo che si condivideva insieme. Livorno la “Rossa” aveva integrato i “neri” paracadutisti, l’indotto delle caserme era tale che le spinte ideali erano scemate nel tempo, fino a scomparire.

Arriva la prima occasione di partecipare al concorso per passare in servizio permanente effettivo.

Tutto sommato guadagno bene, mi diverto; ci provo. Si tratta di una prova scritta, che, se superata, prelude ad una orale; quest’ultima consente la valutazione finale, facendo media matematica con il voto segreto. Il voto segreto è un affascinate espediente per selezionare i partecipanti, in realtà si chiama: valutazione di attitudine militare ed è completamente arbitraria.

C’è una commissione che sulla base dei titoli e della loro indubitabile capacità di valutazione, decide che tu sei più “militare” di me. Un mio compagno di appartamento, la sera prima della prova scritta, estrae i temi d’esame già svolti. Lo zio lavora all’ufficio concorsi, per cui ha fatto svolgere da persona competente tutti e tre i temi previsti così, quando verrà estratto il titolo, dovrà solo scegliere.

Il giorno dopo siamo a Roma, in un mega hotel, insieme a migliaia di altri concorrenti. Tutti che si studiano, che cercano di capire che sistema userà l’altro per copiare. Ci sono Ufficiali ancora in servizio, ma anche ex Ufficiali già congedati, al terzo tentativo. Io mi presento con un paio di libri fotocopiati, ridotti e abilmente occultati. Pronti: via! Mi ritrovo alla sagra del copione.

Libri platealmente poggiati sui tavoli, fotocopie di tutte le fogge che apparivano ovunque. Addirittura, lo svolgimento cooperativo dei temi; insomma: tutto molto facile, troppo facile. Il mio collega, scelto il tema, si apre il giornale e attende il tempo previsto per la consegna, ci dicono: «Mi raccomando non firmate ne segnate gli elaborati, dovete firmare solo la busta dove riporrete il tema». Ritorniamo e riprendiamo la vita di sempre con un occhio al futuro. Quando arriva il risultato della prova, la dura verità: non siamo passati.

«Ma come?». Dico al collega: «Non avevi i temi già fatti?». È arrabbiatissimo: «Al prossimo giro ci metto di mezzo anche i cardinali: mia madre lavora in Vaticano, chissà che con la mano del Signore… »

Nel frattempo, avevo provato anche il concorso per vicebrigadiere dei Carabinieri. Un maresciallo C.C. però mi comunica che risulto respinto, anche per loro. Chiedo spiegazioni e lui: «Tenè, quello scrive, quell’altro telefona, lo teneva u’ sponsor?». Penso: No non lo tenevo u’ sponsor… neanche i caramba… che vergogna.

Esercitazione internazionale della NATO: sono in squadra per conseguire un rarissimo brevetto di lancio “francese”. Arriviamo all’aeroporto e ci approssimiamo al loro aereo, un transall, tipo il nostro G 222. Ecco l’Istruttore: è uno del 2° REP, i parà della Legione Straniera, il meglio del meglio.

Ascoltiamo in religioso silenzio quell’uomo, che mi ricordava il buon Maresciallo Monti: stessa corporatura tozza, stessi occhi a fessura, stessa pelle, così spessa e rugosa da poter incastrare una monetina tra le pieghe del viso. Il personaggio spiegava il tipo di paracadute in dotazione, le procedure di sicurezza e l’uscita; tutto bene, peccato che lo facesse in francese. Ci guardavamo allibiti ed il legionario, che si era reso conto benissimo che parlava al vento, continuava imperterrito, facendo intendere che, se non avessimo capito, fondamentalmente sarebbero fatti nostri.

La spiegazione dura sì e no un’oretta, dopo di che ci si imbraca e ci si imbarca. Da quel che ho capito, l’uscita si fa in modo diverso, come del resto l’apertura dell’imbraco è del tutto diversa, ad un punto, vale a dire che con uno sgancio si apre completamente tutto l’imbraco. Ad un collega dico: «Senti, per non saper né leggere né scrivere, esco come al solito, non ci ho capito una mazza del loro sistema» ed infatti lancio stupendo, ed ala francese sul petto, tanto per fare rosicare i colleghi.

Si sta congedando uno scaglione, uno di quelli che ho formato dall’inizio. È l’ultima notte, domani vanno via e ripenso a quando sono arrivati. È l’ora del silenzio, quella musica che scandisce la nanna dei militari; per loro è l’ultimo, hanno richiesto la versione lunga “fuori ordinanza”.

Io sono di servizio, mi sento chiamare: «Tenente, vorremmo che fosse lei a portarci per l’ultima volta».

Significava che volevano che li facessi marciare fino a salutare la bandiera per l’ultima volta, solo noi, un saluto privato. Per questa cerimonia particolare lo scaglione congedante “sceglieva” il suo Comandante. Per questo riconoscimento non erano previste raccomandazioni, c’erano stati Ufficiali che non erano mai stati scelti: «Ragazzi, per me sarà un privilegio».

DONG, DONG, DONG…


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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