Hannibal Directive
Arianne Ghersi intervista Andrea Molle
La Direttiva Annibale (Hannibal Directive): di cosa si tratta?
Quando si parla della cosiddetta Direttiva Annibale, ci si muove fin dall’inizio in una zona grigia in cui dottrina militare, etica della guerra, segretezza e propaganda si intrecciano. Non si tratta, almeno per come emerge dalle fonti disponibili, di un singolo testo pubblico e cristallizzato, ma di una dottrina operativa sviluppata all’interno delle Forze di Difesa israeliane per rispondere a un problema molto concreto: la cattura di soldati da parte di attori ostili e il valore strategico che tale cattura assume nel contesto israelo-palestinese. Un militare rapito non è solo un individuo in pericolo; diventa immediatamente una leva politica, uno strumento di pressione interna ed esterna, un moltiplicatore di deterrenza per l’avversario e, storicamente, un fattore capace di condizionare interi governi attraverso scambi di prigionieri percepiti come sproporzionati.
È in questo quadro che nasce la Direttiva Annibale: l’autorizzazione, in circostanze estreme e rapidissime, all’uso di una “forza intensa” per impedire che un rapimento venga portato a termine. L’idea di base, nonostante la visione popolare si riduca a questo, non è quella di uccidere deliberatamente il soldato catturato, ma di bloccare l’azione dei rapitori, isolare l’area, interrompere la fuga, anche accettando il rischio che il rapito possa essere colpito nel corso dell’operazione. La differenza tra “rischio accettato” e “intenzionalità” è però sottile, e proprio questa sottigliezza è diventata negli anni il cuore del dibattito morale e politico. Da un lato, la necessità militare di agire in pochi minuti; dall’altro, il tabù assoluto dell’idea che uno Stato possa accettare la morte dei propri soldati come esito possibile di una decisione operativa.
Il testo completo della direttiva non è mai stato noto e, fino al 2003, era vietata qualsiasi discussione sull’argomento da parte della stampa. La direttiva sembra sia stata modificata più volte, fino a quando non è stata formalmente sospesa nel 2016 dal capo di stato maggiore dell’IDF Gadi Eizenkot. La sostituzione della direttiva non è stata mai pubblicata.
Dove si può supporre che avvenga la manipolazione di tale direttiva a fini propagandistici?
La difficoltà di discutere la Direttiva Annibale in modo sereno deriva anche dal fatto che il testo completo, come dici tu giustamente, non è mai stato reso pubblico. Per anni, secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, l’argomento è stato fortemente limitato dalla censura militare, e solo a partire dai primi anni Duemila è diventato possibile parlarne apertamente sulla stampa israeliana. Questo ha prodotto una situazione paradossale: una procedura nota “per frammenti”, ricostruita attraverso testimonianze, inchieste, ammissioni parziali e polemiche, ma mai verificabile in modo diretto da parte dell’opinione pubblica. In un simile vuoto informativo, la manipolazione non è un incidente, bensì quasi una conseguenza strutturale.
Chi vuole dimostrare che Israele agisce in modo moralmente criminale tende a presentare la Direttiva Annibale come una regola fissa e cinica, applicata sia a militari che a civili, sintetizzabile nello slogan “meglio morto che rapito”. Chi vuole difendere Israele tende invece a ridurla a una leggenda o a una distorsione mediatica, insistendo sul fatto che non esista alcun ordine di uccidere i propri soldati o tantomeno i cittadini. Entrambe le letture, se prese in forma assoluta, semplificano eccessivamente una realtà molto più ambigua.
Un altro elemento che alimenta la confusione è la distanza tra dottrina e pratica. Anche ammettendo che la Direttiva Annibale fosse concepita come una procedura di interdizione e non come una licenza di uccidere, resta il fatto che, nel caos del combattimento, le regole vengono interpretate da comandanti e reparti diversi in modo non uniforme. Quando una direttiva non è solo scritta, ma interiorizzata come “cultura operativa”, può trasformarsi in una sorta di legge orale, più dura o più permissiva a seconda del contesto, dell’addestramento e della pressione del momento.
Non è un caso che all’interno dello stesso dibattito israeliano siano emerse nel tempo versioni divergenti di cosa la Direttiva Annibale “autorizzasse davvero”, ed è proprio per questa ambiguità che nel 2016 il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Gadi Eisenkot, annunciò la cancellazione del protocollo così come era inteso fino ad allora, parlando di una sua sostituzione con regole più chiare. Anche qui, tuttavia, la sostituzione non è mai stata resa pubblica nei dettagli, lasciando aperto il sospetto – o almeno la domanda legittima – se si sia trattato di un cambiamento sostanziale o di una riformulazione formale.
È in questo contesto che va letto il riemergere del tema dopo il 7 ottobre 2023.
Sul noto quotidiano Haaretz, il 7 luglio 2024, Yaniv Kubovich ha intitolato un articolo: “Le Idf hanno ordinato la direttiva Annibale il 7 ottobre per impedire a Hamas di prendere prigionieri i soldati” ha riacceso l’attenzione “mediatica”.
Quale “tesi” si può constatare sia emersa?
L’articolo pubblicato il 7 luglio 2024 su Haaretz dal giornalista Yaniv Kubovich ha riacceso l’attenzione mediatica sostenendo che, durante le prime ore dell’attacco di Hamas, le Israel Defense Forces avrebbero impartito ordini operativi riconducibili alla logica della Direttiva Annibale per impedire la cattura di soldati. Secondo le ricostruzioni riprese anche da altri media internazionali, in più punti sarebbero stati dati ordini di bloccare o colpire veicoli diretti verso Gaza, con la consapevolezza che alcuni di essi potessero trasportare ostaggi.
La tesi che emerge non è tanto quella di un ritorno formale della direttiva, quanto il riemergere di una logica di emergenza in una situazione senza precedenti: collasso del confine, catena di comando sotto stress, rapimenti simultanei e la percezione che ogni minuto aumentasse irreversibilmente il numero di ostaggi “oltre linea”.
È importante notare che la stessa inchiesta, per come è stata riportata, non fornisce una quantificazione chiara né definitiva delle vittime attribuibili a questi ordini, né stabilisce in modo univoco una responsabilità diretta per singoli episodi. L’IDF ha risposto collocando la questione nel perimetro di indagini interne, promettendo chiarimenti a conclusione delle verifiche. Questo atteggiamento può essere letto in modo opposto a seconda della prospettiva: come procedura corretta di accountability militare, oppure come una forma di opacità che alimenta sospetti. In ogni caso, il risultato comunicativo è lo stesso: l’assenza di dati certi e pubblici rafforza le narrazioni polarizzate.
In definitiva, la Direttiva Annibale è diventata molto più di una procedura militare: è un simbolo. Per i critici di Israele, è la prova di una disumanizzazione strutturale; per i suoi difensori, un espediente travisato, nato da una necessità tragica in un conflitto asimmetrico. Una lettura analitica, obiettiva, deve riconoscere entrambe le dimensioni.
Da un lato, il contesto operativo estremo in cui uno Stato molto piccolo, sotto minaccia costante, tenta di evitare che i propri soldati diventino ostaggi strategici. Dall’altro, il fatto che segretezza, ambiguità dottrinale e mancanza di trasparenza creano inevitabilmente le condizioni per abusi interpretativi e per un uso propagandistico devastante, soprattutto dopo eventi traumatici come il 7 ottobre.
È proprio questa tensione irrisolta, più che una singola direttiva, a spiegare perché Annibale continui a riemergere ciclicamente nel dibattito pubblico, ogni volta come cartina di tornasole dei limiti morali e politici della guerra contemporanea.




