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Venezuela: riflessioni a freddo sull’attacco USA al bolivarismo

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L’attacco portato al cuore del Paese simbolo del populismo indioamericano da parte delle truppe statunitensi nella notte tra il 2 e il 3 gennaio merita una profonda analisi, di certo maggiore di quanto si sia avuto modo di leggere sui social da parte dei neosedicenti esperti di geopolitica internazionale.

I fatti

Messo all’angolo da una manovra a tenaglia dallo straordinario dispiegamento di forze navali degli Stati Uniti il Venezuela bolivariano era da mesi in cima alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump aveva deciso di intervenire manu militari.

Un'immagine dell'attacco mirato da parte degli USA a Caracas.
Un’immagine dell’attacco mirato da parte degli USA a Caracas.

Il fatto che si sia provveduto a farlo tramite un bombardamento su sedi prestabilite seguito da un’operazione lampo che ha portato alla cattura e alla deportazione su suolo statunitense del presidente bolivariano Nicolas Maduro indica, con certezza, alcuni punti inequivocabili:

  1. la forza militare a stelle e strisce nelle operazioni di questo tipo non ha, al momento, eguali nel mondo;
  2. l’idea di agire in questo modo senza gettarsi del tutto in un territorio ostile per ciò che concerne la geografia interna (confini con la foresta Amazzonica, altipiani e grandi aree urbane) determina un cambio di rotta rispetto a quanto visto in Oriente con le operazioni in Iraq e Afghanistan e molto più in linea con quanto perpetrato di recente con le uccisioni e i bombardamenti mirati, portati avanti spesso con i droni, in Libano, Yemen e Iran;
  3. la capacità di utilizzo della forza militare come strumento politico riporta il mondo nell’era dell’unipolarismo[1], semmai si fosse mai aperta quella del multipolarismo.

La fine della presidenza Maduro, non del chavismo

Quando il 4 febbraio 1992 Hugo Chávez fallì nel tentativo di presa del potere tramite un’insurrezione militare, una volta catturato e posto in arresto lasciò ai propri seguaci una frase sibillina ma, col senno del poi, entrata nella storia: “por ahora”.

La dichiarazione rilasciata da Hugo Chávez dopo esser stato posto in arresto.
Il momento della dichiarazione rilasciata da Hugo Chávez dopo esser stato posto in arresto.

Allo stesso modo mentre tantissimi media occidentali si affannavano a dichiarare finita l’esperienza del socialismo bolivariano dopo venticinque anni di governo è possibile affermare che “por ahora” di certo è solo terminata la presidenza di Nicolas Maduro. Dopo l’iniziale fase di sbandamento il governo di Caracas si è mosso per volere dei suoi altri principali esponenti invitando alla calma la popolazione per bocca del ministro degli Interni Diosdado Cabello e riconoscendo la vicepresidente Delcy Rodriguez come presidente ad interim per i prossimi novanta giorni[2].

L’appello all’unità contro l’attacco subito ha confermato anche la compattezza dell’esercito, da sempre parte integrante del progetto di condivisione civico-militare[3] del chavismo. In questo caso è stato l’altro uomo forte di Caracas a parlare davanti le telecamere, il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, che, pare, sia l’unico reale obiettivo mancato dal blitz USA che intendeva infliggere un duro colpo all’ala militare uccidendolo nel corso del raid.

Nicolás Maduro, appena sceso dall'aereo su suolo USA, in manette.
Nicolás Maduro, appena sceso dall’aereo su suolo USA, in manette.

La stessa cattura di Maduro apre uno scenario più chiaro alla luce del numero di morti, tutti di parte venezuelana, che si contano tra le sue guardie personali, una quarantina, e i membri dell’intelligence cubana[4] da tempo operanti sul suolo sudamericano per via della stretta collaborazione inaugurata due decenni fa tra gli allora presidenti Chávez e Fidel Castro.

Se, in un primo momento, si era pensato ad una resa o consegna di vertici del chavismo, appare oramai chiaro che, seppur subendo numerose perdite senza riuscire minimamente nell’intento di difendere il presidente i militari a cui ne era stato affidato il compito lo abbiano effettivamente fatto.

Maduro, simbolo del chavismo politico-sindacale e delfino designato dallo stesso leader di riferimento in punto di morte nel 2013, era in carica da dodici anni. Il suo decennio abbondante nelle stanze di palazzo Miraflores non ha avuto lo stesso successo del suo predecessore per svariati motivi:

  1. la modifica della situazione internazionale con la diminuzione degli alleati e del progetto di cooperazione dell’Alba bolivariana e l’intensificazione della pressione portata dagli Stati Uniti sia sotto le presidenze Obama, nel corso delle quali il Venezuela finì tra gli stati indicati come una minaccia per la sicurezza nazionale di Washington[5] al pari di Corea del Nord ed Iran;
  2. la difficile situazione economica-commerciale dovuta alle sanzioni impostegli e all’incapacità di provvedere al fabbisogno nazionale tramite una politica di produzione interna degna del dutch disease in cui l’oro nero è divenuto, di fatto, l’unico vero prodotto nazionale.

Dal punto di vista strettamente politico Maduro ha subito un’unica grande battuta d’arresto quando, nel 2015, perse il controllo dell’Assemblea Nazionale a vantaggio della coalizione che riuniva tutte le sigle dell’opposizione[6]. Le successive sfide, comprese quella per la massima carica istituzionale, lo hanno visto sempre affermarsi sia per la mancanza di progettualità e leadership fra le opposizioni sia per il voto compatto dello zoccolo duro favorevole alla rivoluzione bolivariana.

La conferenza stampa durante la quale il Presidente USA Donald Trump nega l'idoneità di Maria Corina Machado di prendere le redini del Venezuela.
La conferenza stampa durante la quale il Presidente USA Donald Trump nega l’idoneità di Maria Corina Machado di prendere le redini del Venezuela.

Non è un caso che tra le prime dichiarazioni fornite da Donald Trump nel corso della conferenza stampa tenutasi in Florida la mattina del 3 gennaio ci sia stata l’ammissione dell’impossibilità di completare un regime change che consegnasse la presidenza alla premio Nobel per la Pace 2025 Maria Corina Machado per l’assenza di seguito della stessa[7].

I possibili scenari in rapido cambiamento

Le prime parole di Trump a riguardo hanno chiarito diversi aspetti allontanando, qualora qualcuno ci avesse creduto davvero, l’idea che gli USA siano intervenuti per la propria salvaguardia in funzione difensiva.

“Saremo coinvolti nell’industria petrolifera” ha tuonato il tycoon newyorkese. Le riserve venezuelane di greggio sono le maggiori al mondo e con le sue coste che affacciano esclusivamente sul Mar dei Caraibi si pongono geograficamente difronte agli USA e dal lato “sbagliato” per i suoi storici alleati Russia e Cina che, per abbattere i costi dei trasporti, avrebbero bisogno di un accesso dal Pacifico.

Ciò che resta da chiarire è la forza con cui il movimento bolivariano potrà portare avanti una lotta impari e ibrida al volere del gigante nordamericano ma anche i piani che svilupperà quest’ultimo. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ha già smentito l’inquilino della Casa Bianca sostenendo che non saranno gli USA a governare il Venezuela mentre Trump si affannava a minacciare la neopresidente sostenendo che “rischia più di Maduro se non farà la cosa giusta”.


Note e riferimenti bibliografici:

[1] Luca Lezzi, Venezuela. Moriremo unipolari?, Il Fondo, 5 gennaio 2026.

[2] Nota Adnkronos, Venezuela, esercito riconosce Rodriguez presidente. Trump avverte: “Faccia la cosa giusta o pagherà”, 4 gennaio 2026.

[3] Per un approfondimento sul tema si veda: Norberto Ceresole, Caudillo, esercito, popolo. Il Venezuela del Comandante Chávez, edizioni all’insegna del Veltro, Avellino 2025.

[4] Nota Ansa, L’Avana: 32 cubani uccisi nell’attacco ‘criminale’ degli Usa contro il Venezuela, 5 gennaio 2026.

[5] Roberto Da Rin, Per Obama il Venezuela è una «minaccia alla sicurezza nazionale». E Maduro chiede poteri speciali, Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2015.

[6] Luca Lezzi e Andrea Muratore, Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica, Circolo Proudhon edizioni, Roma 2016, pp. 75-78.

[7] Nota Ansa, Venezuela, Trump: “Machado non ha abbastanza sostegno per guidarlo”, 3 gennaio 2025.

  • Salerno, 22 febbraio 1989. Laureato in Scienze politiche si è specializzato in Storia contemporanea e geopolitica dell’America Latina.
    Collabora con diverse testate, fra le quali Eurasia - rivista di studi geopolitici e Diorama letterario. Nell’autunno 2019 ha fondato la rivista bimestrale di approfondimento politico-culturale Il Guastatore, di cui è stato editore e coordinatore di redazione.
    Coautore del libro “Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica” (Circolo Proudhon edizioni, 2016) è autore dei saggi biografici “Juan Domingo Perón” (Fergen, 2021) e "Filippo Corridoni. La vita e le idee dell'Arcangelo sindacalista" (Passaggio al Bosco, 2021).
    Ha approfondito il concetto di “guerriglia” curando per le case editrici milanesi Oaks e Iduna e la fiorentina Passaggio al Bosco una serie di testi sui leader della lotta anti-imperialista degli stati del Sud del mondo.

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