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Sovranità, Europa, NATO e Venezuela: intervista a Fabio Filomeni

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Il nuovo contesto internazionale generato dall’attacco statunitense al Venezuela di inizio anno a cui stanno facendo seguito le continue dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump sulla “necessità” di un’annessione della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale ci hanno spinto a raggiungere il Tenente Colonnello Fabio Filomeni, autore, tra l’altro, dei libri “Morire per la NATO?” e “Io come Chávez: progetto di rivolta ideale per l’indipendenza e la sovranità italiana ed europea”, per conoscere le sue tesi a riguardo.


Il quadro internazionale sembra aver subito un drastico cambiamento in seguito al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, promotore di un ritrovato ruolo egemone degli Stati Uniti nel mondo attraverso l’azione diretta in conflitti che vanno dallo scacchiere mediorientale alla recente azione militare in Venezuela. Ci ritroviamo ad avere a che fare nuovamente con l’unipolarismo di Washington o può ancora prefigurarsi uno spazio per le potenze regionali?

Prima di tutto, è importante sottolineare che le grandi potenze come gli Stati Uniti elaborano le loro strategie di politica internazionale su orizzonti temporali che spesso superano il decennio, prevedendo le proprie mosse anche 10-15 anni prima che gli eventi si concretizzino. Questo significa che tali strategie si sviluppano ben oltre la durata di un singolo mandato presidenziale. In ogni caso, l’amministrazione Trump ha indubbiamente dato una nuova spinta, caratterizzata da un approccio diretto e privo di filtri – per usare un eufemismo – alla tradizionale egemonia americana sulla scena globale.

Spesso si tende ad attribuire un ruolo operativo fin troppo eccessivo al singolo inquilino della Casa Bianca. Ad avvalorare questa affermazione va ricordato il famoso discorso di fine mandato del presidente Eisenhower, nel lontano 1961. Il presidente uscente mise in guardia il mondo sulla pericolosità del “complesso militare-industriale” statunitense, un avvertimento profondo e straordinariamente lungimirante. Eisenhower, il generale supremo delle forze alleate in Europa, non solo conosceva il peso della guerra e l’enorme apparato industriale necessario a sostenerla, ma anche le logiche che la guerra e l’industria bellica potevano condizionare.

Il suo timore era che l’alleanza tra generali, politici e industrie belliche potesse crescere fino a condizionare ogni decisione, trascinando le nazioni in conflitti non per necessità ma per convenienza. Eisenhower avvertì che il potenziale di un disastroso incremento di potere fuori luogo esiste e persisterà.

Dopo 65 anni, quel complesso militare industriale evocato da Eisenhower si è perfettamente integrato nel deep state di Washington diventandone protagonista principale grazie anche alla corrente dei Neoconservatori, attualmente ben rappresentata dal Segretario di Stato Marco Rubio.


In un suo scritto del 2022 si poneva un interrogativo riguardante la NATO. In che modo il conflitto sul suolo europeo tra Russia e Ucraina, le recenti minacce di Donald Trump di annettere la Groenlandia (appartenente ad una Nazione europea come la Danimarca) e il dibattito sulla creazione di un esercito comune europeo potrebbero incidere sul futuro dell’Alleanza militare più longeva della storia?

Nel mio saggio “Morire per la NATO?” – scritto pochi mesi dall’inizio dell’”Operazione Speciale” lanciata dal presidente Putin – ho criticato aspramente l’operato della NATO, organizzazione politico-difensiva fondata nel 1949 agli albori della Guerra Fredda. All’epoca il mondo era spartito tra due superpotenze (USA e URSS) e per noi europei occidentali era importante poter contare su un’alleanza difensiva nei confronti di una ipotetica invasione da parte del blocco comunista.

Ma con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica la NATO andava sciolta. Invece, non soltanto è rimasta in piedi, ma ha finito per inglobare tutti i Paesi dell’Est europeo estendendosi minacciosamente fino ai confini della Russia. Questo allargamento della NATO verso Est, unitamente ad un atteggiamento marcatamente più aggressivo (gli eserciti della NATO, è bene ricordarlo, hanno affiancato gli USA perfino in guerre illegali come quella nei Balcani contro la Serbia nel 1999) è stato tra le cause principali dell’attuale conflitto in Ucraina.

È evidente che la guerra in corso ha prodotto vantaggi quasi esclusivamente per gli Stati Uniti, verso i quali l’Europa si è dovuta rivolgere sia per l’approvvigionamento di armamenti sia per quello energetico. La rottura dei rapporti commerciali tra Russia e Paesi europei, insieme alla sospensione obbligata delle forniture, ha infatti rafforzato la dipendenza del Vecchio Continente dagli Stati Uniti in questi settori strategici.

Relativamente alle minacce avanzate da Trump circa l’annessione della Groenlandia, difficile immaginare che gli USA intendano farlo con l’uso della forza militare. Più facile, come ha dichiarato lo stesso Trump, che l’annessione possa avvenire a mezzo di transazione economica da definirsi con le autorità locali.

Quella dell’invasione militare – che mi sento di escludere per le conseguenze politico-diplomatiche nonché per la disapprovazione della comunità Internazionale nei confronti di un simile affronto – potrebbe paradossalmente rappresentare una chance per l’Europa. Per chiarire: la Groenlandia è attualmente membro della NATO, e un eventuale attacco da parte degli Stati Uniti costringerebbe gli altri 30 Paesi dell’Alleanza ad intervenire in sua difesa.

Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti, essendo il socio di maggioranza della NATO, si troverebbero fuori dall’organizzazione. In pratica, si sancirebbe la fine della NATO stessa. In una simile situazione, l’Europa non avrebbe altra scelta che prendere l’iniziativa, recuperando e rilanciando il vecchio progetto della Comunità Europea di Difesa (CED) per dotarsi finalmente di una struttura di difesa autonoma ed interamente continentale.


Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio truppe statunitensi hanno agito sul territorio di un altro Stato, quello venezuelano, senza alcuna dichiarazione di guerra formale rapendone il presidente e deportandolo a New York. Il modus operandi della Nazione a stelle e strisce sembra essere cambiato radicalmente da quello di inizio secolo passando dall’invasione e occupazione del territorio con conseguente stazionamento in loco per anni (vedi Iraq ed Afghanistan) a blitz mirati con l’utilizzo di un numero limitato di uomini e di nuove tecnologie (come i droni). Il cambio di strategia è da ritenersi irreversibile?

L’operazione militare statunitense, denominata ‘Absolute Resolve’ che ha portato al rapimento – perché di questo fino a prova contraria si tratta – del presidente Maduro e della sua consorte, rappresenta uno spartiacque nella condotta delle operazioni militari degli Stati Uniti. Infatti, le missioni militari che implicano l’invio di truppe sul terreno, che abbiano finalità ufficiale di “esportare la democrazia” o di combattere il terrorismo di matrice islamista in nazioni come Somalia, Iraq, Afghanistan o Siria risultano essere estremamente onerose sia in termini economici che di vite umane.

Utilizzare la più moderna ed efficiente tecnologia bellica in combinazione con assetti di Forze Speciali altamente addestrate per compiere azioni “mordi e fuggi” come quella operata in Venezuela, sembra la soluzione migliore anche per il più potente esercito al mondo.

Credo che in fatto di strategia militare, nulla si possa considerare irreversibile. Un tragico insegnamento ci è dato dalla guerra in Ucraina, in cui si pensava che, con la proliferazione delle armi nucleari, gli eserciti convenzionali non si sarebbero più confrontati in campo aperto come nelle due precedenti guerre mondiali.

Eppure, la realtà ci ha dimostrato quanto sia rischioso dare per scontato certi schemi: oggi assistiamo a un conflitto su larga scala proprio alle porte dell’Europa, dove i mezzi convenzionali – carri armati, artiglieria, fanteria – sono tornati protagonisti, smentendo le previsioni degli esperti e costringendo le potenze mondiali a ripensare dottrine, strategie e investimenti militari.

La verità è che ogni innovazione tecnologica, ogni nuovo equilibrio geopolitico può essere rimesso in discussione da eventi imprevisti o da scelte politiche dettate da contingenze del momento. La rapidità con cui le strategie possono evolvere – o, al contrario, riproporre dinamiche che si pensavano superate – rende impossibile considerare qualsiasi approccio come definitivo.

In sostanza, la sola vera costante è la necessità di adattamento e la capacità di apprendere dagli errori e dai cambiamenti del contesto internazionale.


Il suo libro più recente, “Io come Chávez”, pone al centro del dibattito l’Italia e L’Europa partendo dall’esperienza del compianto presidente venezuelano. Quali insegnamenti è possibile trarre dal socialismo bolivariano? E qual è la sua idea di Europa?

Chávez era un ufficiale dei paracadutisti sceso in politica per il suo popolo. Promosse un suo personale modello politico votato all’integrazione dell’America Latina ed all’antimperialismo, ponendosi, inoltre, come strenuo critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense. La sua particolare filosofia politica – il chavismo – è un modello politico di sinistra ispirato al bolivarismo e al socialismo del XXI secolo. Ciò che traspare in ogni suo discorso pubblico, come nell’azione politica, è l’altissimo senso patriottico e l’amore incondizionato per il suo popolo.

Anche nel panorama politico italiano non mancano forze che fanno largo uso di parole come Patria e sovranità; tuttavia, sebbene questi principi siano ben definiti nei manifesti elettorali, tendono progressivamente a perdere consistenza e centralità nel momento in cui quelle stesse forze assumono responsabilità di governo.

Quale idea di Europa? Guardi, da tre anni sono presidente e co-fondatore di un’associazione che si chiama Europa Sovrana e Indipendente, che ha un suo sito internet: www.europasovranaindipendente.eu. Noi riteniamo che mai come in questo momento storico sia necessario per l’Europa prendere coscienza delle sue potenzialità.

Arriva un tempo che non concede più attese. Viviamo oggi in una realtà profondamente trasformata, caratterizzata da un equilibrio multipolare in cui più potenze continentali, come Stati Uniti, Cina, India e Russia, giocano ruoli da protagoniste.

Abbiamo già assistito a come una di queste grandi potenze possa, senza preavviso, decidere di intervenire militarmente od annettere territori che considera di propria influenza. In questo scenario, il contesto di riferimento per l’Europa e i suoi cittadini è mutato drasticamente: in un mondo dominato da superpotenze, anche l’Europa è chiamata a diventare una forza autonoma, capace di affermare la propria indipendenza, svincolandosi dall’influenza statunitense e perseguendo relazioni pacifiche con la Russia.

Tuttavia, raggiungere questo obiettivo appare irrealizzabile nell’ambito dell’Unione Europea attuale, che rimane essenzialmente una comunità economica piuttosto che politica, più attenta agli interessi di commercianti e banchieri che ai bisogni reali dei popoli europei. Il vero segreto per costruire il nostro futuro risiede nella ricerca di una vera unità politica.


In un libro sui “Confini” il giornalista Daniele Dell’Orco interrogandosi sulle differenze tra sovranismo e nazionalismo, identifica quest’ultimo come possibile solo in pochi casi, ovvero lì dove non si è mai ceduta una parte della propria sovranità come nel caso degli Stati Uniti. È d’accordo? Sarebbe possibile per una nazione come la nostra recuperare la sovranità perduta? Ed eventualmente in che modo?

Basta un Tweet del presidente Trump a ricordarci che nello scenario internazionale esistono padroni e servi. Mai come di questi tempi appare chiaro che il principio dell’uguaglianza giuridica degli Stati è una pura finzione. L’indipendenza e la Sovranità non si possono mantenere se non si possiede anche la forza militare necessaria a garantirle.

Gli Stati privi di potere sufficiente a mantenere la propria autonomia tendono a divenire vassalli o subordinati. In Italia lo siamo dal 1945 sotto gli USA: le grandi decisioni vengono prese all’insaputa della maggioranza della popolazione e quasi sempre fuori dei confini nazionali (come dimenticare la svendita di pezzi dello Stato decisa sullo yacht “Britannia”?).

Questo perché non può esistere nazionalismo – che adesso ha cercato di trasformarsi in sovranismo – per nessuno Stato al mondo che non possieda quella che Marcelo Gullo chiama “soglia di potere”. Cioè, “il potere minimo di cui ha bisogno uno Stato per non finire nello stadio di subordinazione in un determinato momento della storia”.

E la soglia di potere necessaria affinché uno Stato non cada nella subordinazione è sempre in rapporto con il potere generato dagli altri Stati del sistema internazionale. In parole semplici, USA e Russia si rispettano perché sono entrambe due superpotenze di livello continentale e superano entrambe positivamente quella soglia.

Ognuno degli Stati nazionali europei, invece, ha una dimensione politica-economica-militare insufficiente a raggiungere la “soglia di potere” minima a garantirsi la sovranità e l’indipendenza. Servirebbe una Europa Nazione, proprio come la immaginava il politologo belga Jean Thiriart negli anni ’60. Ed è quello che io, molto più modestamente, cerco di divulgare anche grazie a questa vostra graditissima intervista.


  • Salerno, 22 febbraio 1989. Laureato in Scienze politiche si è specializzato in Storia contemporanea e geopolitica dell’America Latina.
    Collabora con diverse testate, fra le quali Eurasia - rivista di studi geopolitici e Diorama letterario. Nell’autunno 2019 ha fondato la rivista bimestrale di approfondimento politico-culturale Il Guastatore, di cui è stato editore e coordinatore di redazione.
    Coautore del libro “Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica” (Circolo Proudhon edizioni, 2016) è autore dei saggi biografici “Juan Domingo Perón” (Fergen, 2021) e "Filippo Corridoni. La vita e le idee dell'Arcangelo sindacalista" (Passaggio al Bosco, 2021).
    Ha approfondito il concetto di “guerriglia” curando per le case editrici milanesi Oaks e Iduna e la fiorentina Passaggio al Bosco una serie di testi sui leader della lotta anti-imperialista degli stati del Sud del mondo.

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  • Tenente Colonnello (riserva) dell’Esercito italiano. Incursore paracadutista, ha partecipato dagli inizi degli anni Novanta a numerose missioni in Africa, Balcani e Medioriente. È decorato con Croce di Bronzo al Merito dell’Esercito ed insignito della "Achievement Medal" dal Governo degli Stati Uniti.
    Laureato in politiche e relazioni internazionali ed in giurisprudenza, ha poi conseguito due master in antiterrorismo internazionale e security ed intelligence.
    È autore di diversi saggi, tra i quali “Morire per la Nato?” (2022) e “Io come Chávez: progetto di rivolta ideale per l'indipendenza e la sovranità italiana ed europea” (2025).

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