La via della lacca
Il segreto lucente d’Oriente
Hai mai posato lo sguardo su una superficie che non si limita a riflettere la luce, ma sembra custodire il tempo stesso? Quella profondità vellutata, quell’abisso lucido che attira l’occhio e lo trattiene: quella è la lacca.
Nell’Estremo Oriente non era semplicemente un rivestimento. Era una pelle sacra, una corazza preziosa che avvolgeva gli oggetti più venerati: un’armatura contro l’usura del mondo e, insieme, una dichiarazione di eternità.
L’albero che dona la magia
Tutto ha origine da una pianta umile e potente: l’urushi, l’albero della lacca. Con tagli precisi e pazienti sul tronco si raccoglie una linfa lattiginosa, all’apparenza innocua ma in realtà tossica al contatto con la pelle fresca.
Solo dopo una lunga purificazione e una lavorazione lenta e sapiente quella linfa si trasforma in una resina trasparente, capace di diventare – strato dopo strato – una delle superfici più dure e splendenti mai create dall’uomo.

Gli artigiani applicavano strati sottilissimi: dieci, venti, cinquanta, a volte oltre cento. Ogni strato doveva indurire completamente prima del successivo, in ambienti umidi e bui, mai sotto il sole diretto. La lacca non asciuga evaporando: ossida. Respira l’ossigeno dell’aria per giorni, a volte per settimane.
Solo quando l’ultimo strato era perfetto iniziava la levigatura rituale: sabbia sempre più fine, carbone vegetale, polvere di corno di cervo o di osso, fino a raggiungere quella lucentezza liquida, quasi specchiante, che ricorda la pietra accarezzata per millenni dal mare.
Rosso sangue e nero silenzio
In Cina l’arte della lacca è antichissima. Oggetti laccati sono emersi dalle tombe di Hemudu, datate a oltre 7.000 anni fa.
Con i secoli la tecnica si è caricata di significato simbolico:
- lacca rossa, tinta con cinabro, evocava vita, sangue, fortuna
- lacca nera, austera e profonda, simboleggiava protezione, silenzio, eternità

Il Giappone e il sogno maki-e
Fu però in Giappone che la lacca divenne arte suprema, quasi una forma di meditazione. Qui nacque la tecnica maki-e: sulla superficie ancora umida e appiccicosa si spolverava con gesti leggerissimi polvere d’oro, d’argento o di madreperla. Ne nascevano gru in volo, onde che si infrangono, ciliegi sotto la luna, paesaggi che sembrano brillare dall’interno come visioni.

Viaggio lungo la Via della Seta
Quando le prime casse e gli scrigni laccati lasciarono le coste orientali, percorsero la Via della Seta come oggetti incantati. Attraversarono deserti e imperi, giunsero in Persia, a Samarcanda, a Costantinopoli. Erano doni tra sovrani, merci che valevano più dell’oro.
Nel Seicento i missionari gesuiti scrivono lettere stupefatte: i re e i principi europei si contendevano paraventi, bauletti, cofanetti provenienti da Kyoto o da Canton. La domanda era tale che nacque il japanning, il tentativo occidentale di imitare con vernici e trucchi ciò che solo la resina dell’urushi sapeva donare.
Un materiale che sfida i secoli
Ciò che lasciava senza parole non era solo la bellezza, ma la resistenza. Oggetti laccati del periodo Tang, Song, Edo – dopo mille anni – conservano ancora oggi la stessa lucentezza, come se il tempo li avesse sfiorati appena.
Per questo in Oriente si diceva che la lacca fosse «un modo per fermare la vita nell’attimo della perfezione».
È stata una delle invenzioni più silenziose e potenti della storia: nata nella Cina neolitica, perfezionata in Giappone, desiderata in Europa, ha attraversato continenti e secoli senza mai perdere la sua aura di mistero.
Ancora oggi, quando posiamo lo sguardo su una superficie laccata, percepiamo lo stesso incanto: un materiale fragile all’origine, diventato indistruttibile nel tempo.
E in fondo è proprio questo il suo segreto: la pazienza che si trasforma in luce eterna.


