Fake news nell’antica Roma
Il caso dei falsi Neroni
Nonostante il titolo di questo articolo, volutamente stridente, gli anglicismi nella lingua italiana sarebbero da combattere con la stessa energia e consapevolezza con la quale in Francia ci si batte per l’uso della lingua nazionale.
A partire dal 1994, la Legge Toubon (dal nome dell’allora ministro della cultura Jacques Toubon) rende obbligatorio l’uso della lingua francese in tutte le strutture pubbliche, nelle pubblicità, nei luoghi di lavoro, nei contratti e nelle scuole. Quindi, coerentemente, anche l’orrendo fake news, che in Italia invece viene usato quasi con autolesionistico compiacimento, è stato sostituito da nouvelle fausse o dal neologismo intox, formato a partire dalle parole information e intoxication.
Eppure l’italiano avrebbe un intero mazzo di ottime scelte linguistiche: bugia, truffa, imbroglio, fandonia, menzogna, panzana, impostura, disinformazione, balla… Escluderei il rozzo “bufala”, di origine romanesca, che nel senso di “falsa notizia” pare possa derivare dall’uso contadino di guidare i bufali tramite un anello al naso: quindi, un “menare per il naso”.
Comunque sia, quando Tacito all’inizio delle Historiae (I, 2) accenna a una clamorosa impostura contemporanea, cioè la comparsa di un “Nerone redivivo”, usa elegantemente il termine ludibrium, in cui la presenza della radice lud- di “ludus” (gioco, scherzo, beffa, inganno) fa chiaramente capire quale sia l’ambito del suo significato: lo stesso dell’inglese hoax e del francese canular, cioè un falso allarme architettato per burla e per trarne un indebito profitto.
Cos’era successo? L’imperatore Nerone, fin troppo noto per episodi come l’assassinio della madre Agrippina, l’incendio di Roma, la persecuzione dei Cristiani, era morto suicida nel 68 d.C., travolto da insurrezioni militari e da un atto di ribellione del Senato, che l’aveva dichiarato nemico della patria. Ma non tutti avevano esultato per l’eliminazione del despota, anzi. Parte della plebe lo rimpiangeva, come ci attesta il biografo Svetonio (Vita di Nerone 57):
Tuttavia non mancarono quelli che, per lungo tempo, ornarono di fiori la sua tomba, in primavera e in estate, e che esposero sui rostri ora le immagini di lui vestito di toga pretesta, ora gli editti con i quali annunciava, come se fosse ancora vivo, il suo prossimo ritorno per la rovina dei suoi nemici.
La ragione sta nel fatto che Nerone aveva sempre praticato politiche sociali favorevoli al popolo, come donativi, organizzazione di grandi feste e spettacoli pubblici, riduzione dell’inflazione, contenimento dei prezzi, avvio di grandi opere pubbliche che favorivano l’occupazione.
E in generale, Nerone veniva percepito dalle masse come punto di riferimento dell’anti-politica, in opposizione agli austeri membri aristocratici del Senato: lui non aveva esitazioni a mostrarsi come uno del popolo, a partecipare anche da protagonista ai giochi del circo, a suonare la cetra e a cantare negli spettacoli, a gareggiare come atleta alle Olimpiadi.
Il ceto senatorio, perennemente avvilito e mortificato, gliela fece pagare cara post mortem. Decretò la damnatio memoriae dell’imperatore defunto, per cui il nome di Nerone e la sua immagine vennero cancellati in qualsiasi epigrafe ed immagine; e in seguito la storia del regno di Nerone (54-68 d.C.) fu narrata in modo violentemente parziale e diffamatorio per la penna del senatore Publio Cornelio Tacito.
Ma in realtà era appena iniziato il mito di Nerone, destinato a sopravvivergli per secoli. Si diffuse presto la diceria (rumores in latino) che in realtà non fosse morto, che avesse solo simulato il suicidio e che fosse fortunosamente fuggito in Oriente.
Così nel 69 d.C. si diffuse la notizia di un falso Nerone, che aveva aggregato attorno a sé un manipolo di avventurieri, promettendo loro la riscossa e la riconquista del potere a Roma. Dopo breve tempo, fu rintracciato e ucciso. Era un ex schiavo dalle fattezze molto simili a quelle di Nerone, cantante ed esperto suonatore di cetra.
Un altro impostore sorse nell’80 d.C., al tempo dell’imperatore Tito: Dione Cassio ci racconta che pose le sue basi nel Vicino Oriente, conquistando alla sua causa alcuni popoli in area anatolica e mesopotamica, e che fu accolto con ogni onore dall’imperatore dei Parti (odierna Persia), che credeva alla sua falsa identità. Alla richiesta di Tito di consegnarlo alle autorità romane, i Parti si irrigidirono e per poco non scoppiò una guerra. Alla fine, però dovettero piegarsi.
La ragione di questa paradossale amicizia tra Nerone e i Parti sta nel fatto che nel 66 d.C. il vero Nerone aveva posto fine a decenni di attriti e di scontri nell’area caucasica, incoronando personalmente re dell’Armenia Tiridate, fratello dell’imperatore dei Parti Vologese, nel corso di una solenne celebrazione a Roma. In questo modo, in un colpo solo, Nerone si era acquisito il merito di aver portato la pace in quella turbolenta regione e aveva reso l’Armenia vassalla di Roma.
Ogni somiglianza con l’odierna politica di Donald Trump è casuale ma curiosa.
Un terzo falso Nerone emerse tra le pieghe della storia nell’88 d.C., quando un nuovo personaggio apparve pretendendo di essere l’ex imperatore di Roma e organizzando manovre militari, d’intesa con i Parti. Essi, come ci informa Svetonio, “lo sostennero energicamente” e solo a fatica cedettero poi alla richiesta dell’imperatore Domiziano di consegnarlo.
Ma né queste “estradizioni” (per usare un termine odierno) né la parola degli storici che raccontarono la morte di Nerone, poterono interrompere gli effetti calamitosi e imprevedibili di quella falsa notizia più volte ripetuta. Il mito di Nero redivivus fu fatto proprio dalle tradizioni profetiche e apocalittiche di ambiente prima ebraico e poi cristiano, convertendolo da positivo auspicio a leggenda nera: né i cristiani potevano infatti perdonargli le orribili persecuzioni da lui scatenate dopo averli indicati come responsabili dell’incendio di Roma, né gli ebrei il fatto di aver mosso la prima guerra giudaica, che si sarebbe conclusa qualche anno dopo (70 d.C.) con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio.
In particolare, gli ebrei sibillini, autori di parte degli Oracoli Sibillini scritti in greco, presentano Nerone come una figura demoniaca, che percorre la Storia come emblema del Male, emergendo a tratti come forza catastrofica che porta caos e distruzione nel mondo, causando sofferenze ai giusti. Addirittura, assume l’identità escatologica dell’Anticristo, la Bestia dell’Apocalisse di S. Giovanni, il cui numero, 666, altro non è che la trascrizione aritmetica di NERO CAESAR traslitterata in alfabeto ebraico, secondo i calcoli cabalistici della gematria.
Paradossalmente, però, il Nero redivivus o falso Nerone potè anche diventare, pur nella sua assoluta negatività, lo strumento con cui Dio avrebbe potuto abbattere l’odiato Impero.
In un passo degli Oracoli Sibillini, in cui l’autore interpreta la disastrosa eruzione del Vesuvio (79 d.C.) come punizione divina per la distruzione di Gerusalemme ad opera delle legioni romane, si dice che da Oriente arriverà per Roma un’altra sventura: la vendetta di Nerone redivivo, il “fuggitivo” di Roma nel criptico linguaggio oracolare.
Ma quando, da una spaccatura del suolo della terra d’Italia, il fuoco deviato giunga all’ampio cielo, e bruci molte città, e faccia perire gli uomini; e molta cenere ancor calda riempia il vasto cielo, e dal cielo cadano piogge come di minio; allora dovranno riconoscere l’ira del Dio celeste, poiché distrussero l’innocente popolo dei pii. Allora, ridestatasi la guerra, verrà all’Occidente la contesa e giungerà anche il fuggitivo di Roma, brandendo una grande spada, dopo aver traversato l’Eufrate insieme con numerose schiere.
Oracoli Sibillini IV 169-180
Che spiegazione dare al mysterium inquitatis, al disfrenarsi del Male in ogni sua forma nella Storia, per ripetere l’espressione usata, in greco antico, da S. Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi? Per non pochi cristiani delle origini e oltre, l’interpretazione era quella che ci consegna S. Agostino nel De Civitate Dei XX, 19:
Alcuni pensano che questo fosse riferito all’Impero Romano e che per questo motivo l’apostolo Paolo non volesse scriverlo apertamente, per non incorrere nell’accusa di augurare il male all’Impero Romano, che si pensava fosse eterno. Perciò iegli disse: “Il mistero dell’iniquità è già all’opera”, intendendo che voleva che si capisse che si trattava di Nerone, le cui azioni erano già viste come quelle dell’Anticristo. Pertanto, alcuni sospettano che egli stesso risorgerà e sarà il futuro Anticristo; altri, invece, non pensano che sia stato ucciso, ma piuttosto che sia stato portato via in modo da far credere che fosse stato ucciso, e che sia nascosto vivo nel fiore degli anni, proprio nell’età in cui si credeva fosse morto, fino a quando non sarà rivelato e restaurato nel suo regno a tempo debito.
Così il cerchio si chiude. La leggenda del falso Nerone è, se si vuole, ancora tra noi e tutto ha avuto origine da una fake news. Ovvero da un’impostura.



