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I borghi italiani tornano protagonisti

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Il turismo ridisegna la geografia del Paese

Per decenni il racconto dei piccoli borghi italiani è stato dominato da una parola: spopolamento. Paesi con poche centinaia di abitanti, giovani costretti a partire, negozi e servizi che chiudono. Un fenomeno che ha interessato soprattutto le aree interne del Centro-Sud e molte zone montane.

Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. Il turismo sta riportando attenzione e risorse economiche in territori che sembravano destinati al declino.

I numeri confermano questa tendenza. Le previsioni per il 2026 indicano che oltre 21 milioni di turisti visiteranno i piccoli comuni italiani, con circa 80 milioni di pernottamenti complessivi. Rispetto all’anno precedente si tratta di una crescita significativa: circa +5% negli arrivi e quasi +7% nelle presenze turistiche.

Il dato interessante è anche la durata del soggiorno: circa 3,7 notti in media. Questo significa che molti visitatori non si limitano a una gita giornaliera ma scelgono di fermarsi alcuni giorni, con effetti positivi su ristoranti, strutture ricettive e servizi locali.

I piccoli comuni rappresentano una parte essenziale della geografia italiana. Circa il 70% dei comuni del Paese ha meno di 5.000 abitanti. In questi territori si concentra una parte importante del patrimonio culturale nazionale: centri storici medievali, tradizioni locali, paesaggi agricoli e montani, produzioni gastronomiche tipiche.

Il modello dell’albergo diffuso: dormire nel borgo, vivere nella storia

Negli ultimi anni sempre più viaggiatori cercano esperienze autentiche, ritmi più lenti, contatto con la natura e una dimensione più umana del viaggio.

Una delle formule più innovative di turismo diverso rispetto al passato è il turismo diffuso e l’albergo diffuso è un modello ricettivo nato in Italia e oggi studiato in tutto il mondo, in cui le camere non sono concentrate in un unico edificio ma distribuite in più case del borgo, spesso recuperate dal degrado o dall’abbandono. Gli ospiti vivono nel paese come abitanti temporanei, usufruiscono di servizi comuni: la colazione, la reception, gli spazi conviviali, ma vivono ciascuno in un alloggio separato, spesso un appartamento intero, che mantiene il sapore dell’abitazione autentica.

In questo contesto i borghi diventano una destinazione dove il viaggio non è più soltanto la visita a un monumento, ma un’esperienza che coinvolge paesaggio, cucina, tradizioni e incontri con le comunità locali.

Santo Stefano di Sessanio, in inverno.
Santo Stefano di Sessanio, in inverno.

Un esempio di questo modello è Albergo Diffuso di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, nell’entroterra aquilano. Ha trasformato un borgo medievale quasi disabitato con poche decine di residenti in una destinazione che attira visitatori da tutta Europa e dagli Stati Uniti; ha generato nuova occupazione locale e ha innescato un circolo virtuoso che ha portato altri piccoli imprenditori a investire nel paese. Un esempio altrettanto noto è in Basilicata, a Matera, dove antichi sassi rupestri sono stati trasformati in camere d’albergo, contribuendo alla rinascita turistica di una città poi diventata Capitale Europea della Cultura nel 2019.

Il Friuli-Venezia Giulia è una regione che ha contribuito in modo determinante alla definizione normativa del modello. L’albergo diffuso è riconosciuto per legge fin dal 1995. Borghi come Comeglians, in Carnia, hanno adottato questa formula per valorizzare un patrimonio edilizio rurale altrimenti destinato al degrado, integrando ospitalità, artigianato locale e produzione agricola.

Civita, in Calabria, è un piccolo comune fondato da comunità albanesi nel Quattrocento arroccato su uno sperone di roccia nel Parco Nazionale del Pollino. Ha puntato sull’albergo diffuso come leva di riscatto per un territorio marginale. Il borgo accoglie oggi visitatori da tutta Europa attratti dalla sua particolare identità culturale e dal paesaggio aspro della montagna calabrese.

Uno dei numerosi murales di Civitacampomarano.
Uno dei numerosi murales di Civitacampomarano.

Il Molise è la regione italiana meno conosciuta dal turismo di massa. Borghi come Frosolone, celebre per la lavorazione artigianale delle lame, e Civitacampomarano, con i suoi murales del festival internazionale CVTà Street Fest, stanno costruendo un’offerta turistica originale, capace di valorizzare specificità locali che altrimenti sarebbero passate inosservate.

Buone pratiche regionali: incentivi, politiche e strumenti

Anche le politiche pubbliche stanno sostenendo questo cambiamento. Negli ultimi anni sono stati destinati ingenti fondi al recupero dei centri storici, alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla creazione di nuovi itinerari turistici nelle aree interne a partire dalla Legge 6 ottobre 2017 N°158, la cosiddetta «Legge sui piccoli comuni». Una normativa pensata per sostenere, valorizzare e contrastare lo spopolamento dei comuni italiani con meno di 5’000 abitanti. In tempi più recenti Il PNRR ha destinato quasi un miliardo di Euro.

Ma accanto agli investimenti nazionali, alcune regioni hanno sviluppato approcci particolarmente efficaci e replicabili.

Sardegna – Ritornos e il contrasto allo spopolamento

La Sardegna è tra le regioni italiane più colpite dallo spopolamento dei piccoli comuni, in particolare nell’entroterra. La Regione ha attivato programmi specifici – tra i quali il progetto Ritornos – che combinano incentivi economici per chi si trasferisce nei borghi (contributi fino a 30’000 euro per l’acquisto della prima casa in comuni sotto i tremila abitanti) con investimenti nel turismo rurale e nella valorizzazione dei cammini tradizionali. Il Cammino di Santa Barbara, che attraversa il Sulcis-Iglesiente, e il Cammino Minerario, tra vecchie miniere e paesaggi costieri sono esempi di itinerari che hanno trasformato un patrimonio industriale dismesso in risorsa turistica.

Toscana, il sistema dei Borghi Autentici e l’Ecomuseo

La Toscana ha sviluppato da anni una rete capillare di valorizzazione dei piccoli centri, in parte attraverso il sostegno ai Borghi Autentici d’Italia – un’associazione nazionale che raccoglie comuni impegnati in processi di sviluppo locale partecipato – e in parte attraverso gli ecomusei: istituzioni culturali diffuse sul territorio che documentano e rendono fruibile il patrimonio immateriale di una comunità, dalle tecniche agricole tradizionali alle feste popolari. Un esempio lo troviamo in Maremma dove borghi come Pitigliano, Sorano e Sovana, detti le «Città del Tufo», hanno costruito un sistema di offerta integrata che unisce patrimonio etrusco, enogastronomia e turismo naturalistico, con ottimi risultati anche in termini di destagionalizzazione.

Pitigliano
Pitigliano

Basilicata, dalla Capitale della Cultura al turismo rurale

Dopo il successo di Matera 2019, la Basilicata ha investito nella costruzione di un sistema turistico regionale più ampio, che coinvolge anche i comuni dell’entroterra. Il programma Borghi in Basilicata ha puntato sul recupero di strutture pubbliche dismesse: scuole, conventi, palazzi storici da convertire in strutture ricettive o spazi culturali. Comuni come Aliano, il paese del confino di Carlo Levi, o Craco, borgo fantasma diventato set cinematografico, sono stati inseriti in circuiti turistici tematici che ne valorizzano la storia senza snaturarne l’identità.

Abruzzo, parchi e cammini come motori di sviluppo

L’Abruzzo ha saputo costruire un’offerta turistica solida attorno ai suoi parchi nazionali (il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello della Majella e quello del Gran Sasso) integrando natura, borghi e tradizioni. La Regione finanzia percorsi di trekking, ciclovie e iniziative di ospitalità diffusa nei comuni montani. Il Cammino dei Briganti, che attraversa l’Appennino abruzzese e laziale, è diventato un prodotto turistico apprezzato da un pubblico nazionale e internazionale, con ricadute dirette su agriturismi, piccoli alberghi e attività artigianali lungo il tracciato.

Un tratto del percorso lungo il Cammino dei Briganti.
Un tratto del percorso lungo il Cammino dei Briganti.

Piemonte, il modello delle Langhe replicato nelle aree marginali

Il successo enoturistico delle Langhe e del Monferrato, patrimonio UNESCO dal 2014, ha spinto la Regione Piemonte a cercare formule simili anche per le sue aree più periferiche. Il programma Borghi Vivi sostiene comuni sotto i 5’000 abitanti con contributi per la ristrutturazione di immobili pubblici, la creazione di spazi di coworking e la promozione turistica digitale.

Ostana è un piccolo comune comune in Valle Po in provincia di Cuneo che era ridotto a meno di una decina di residenti stabili. Ha invertito la rotta grazie a delle politiche attive di accoglienza, recupero architettonico rispettoso della tradizione occitana e una visione di sviluppo rurale che ha attirato attenzione anche a livello europeo. È un esempio citato in convegni, studi accademici e Servizi giornalistici internazionali.

Simile il discorso per Bergolo. Con i suoi 51 abitanti è uno dei comuni più piccoli d’Italia, e quello con la superficie minore dell’intera provincia di Cuneo. Intorno al 1970, quando l’inesorabile spopolamento che segnava tutti i paesi delle Langhe rischiava di desertificare anche questo borgo. fu fatta una scommessa di rilancio turistico, fondata sulla compatibilità tra turismo e ambiente. Le azioni concrete sono state progressive e coerenti: le case del paese sono state ristrutturate usando la pietra arenaria locale e l’asfalto è stato sostituito dal selciato.

Bergolo
Bergolo

A Bergolo gli eventi hanno fatto il resto: la rassegna Suoni della Pietra propone quattro mesi di spettacoli musicali coinvolgendo anche borghi dell’Alta Langa, delle colline astigiane e dei calanchi Alessandrini. A settembre si tiene la manifestazione enogastronomica organizzata con la collaborazione con Slow Food. E i risultati sono misurabili: da aprile a settembre il borgo si popola stabilmente di circa 200 persone ed è visitata da oltre 5.000 turisti all’anno. A partire dagli anni Settanta è divenuta anche luogo di villeggiatura, e questo ha generato un aumento di popolazione anche stabile. Sul fronte culturale, è stato lanciato “Bergolo: paese di pietra“, un concorso d’arte ideato dall’allora sindaco Romano Vola nel 1993. I muri delle case, come tele, ospitano decine di opere d’arte tra murales, dipinti e sculture, lasciate dagli artisti che hanno partecipato al concorso. Il museo a cielo aperto si rinnova ogni anno grazie agli studenti delle Accademie di Belle Arti italiane.

In realtà, il fenomeno dei borghi dipinti in Italia è molto più diffuso di quanto si pensi. Non c’è un censimento ufficiale ma si stimano tra i 30 e i 40 siti. Arcumeggia in provincia di Varese è stato il primo, nel 1956, su iniziativa dell’Ente Provinciale per il turismo che diede vita a un progetto di riqualificazione del borgo grazie a vari artisti di fama nazionale e internazionale che crearono una galleria a cielo aperto con 150 tra dipinti e affreschi che decorano i muri e i cortili del paese. Particolare è Sant’Angelo di Roccalvecce in provincia di Viterbo con i suoi 36 murales che raffigurano personaggi delle favole.

Nuovi abitanti, non solo nuovi visitatori

In alcuni casi il turismo non porta solo visitatori ma anche nuovi residenti. Piccoli paesi che avevano perso abitanti stanno vedendo arrivare giovani imprenditori, lavoratori da remoto e persone in cerca di una qualità della vita diversa da quella delle grandi città.

Il fenomeno è stato accelerato dalla diffusione del telelavoro dopo la pandemia del 2020. Comuni come Pienza in Toscana, Presicce-Acquarica in Puglia — che qualche anno fa offrì case a un euro per attirare nuovi abitanti — o Ollolai in Sardegna, hanno sperimentato forme ibride di attrazione: non solo turisti di passaggio, ma «abitanti temporanei» o nuovi residenti stabili che diventano essi stessi parte del tessuto economico e sociale del luogo.

Pienza

Questa sovrapposizione tra turismo e residenzialità è una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni, e pone domande nuove sulla governance dei piccoli comuni: come gestire la convivenza tra chi arriva e chi è sempre rimasto? Come evitare che l’aumento dei prezzi immobiliari, spesso conseguenza dell’interesse turistico, non espella proprio le comunità che si volevano tutelare?

La sfida dell’equilibrio

Negli ultimi quindici anni il turismo urbano è cambiato radicalmente.

La sfida nel futuro prossimo sarà trovare un equilibrio tra economia turistica e vita quotidiana delle comunità locali. Il rischio opposto allo spopolamento è il cosiddetto overtourism delle mete più gettonate, fenomeno che è già visibile in alcuni borghi diventati troppo famosi, dove le botteghe artigiane lasciano il posto ai negozi di souvenir e i residenti si trovano a condividere gli spazi con flussi di visitatori sempre più difficili da gestire.

Affitti brevi, croce e delizia

Una delle principali responsabili di questa trasformazione è la diffusione degli affitti brevi online, in particolare attraverso piattaforme come, per esempio, Airbnb. L’idea iniziale era semplice: permettere ai viaggiatori di affittare una stanza o un appartamento per pochi giorni, offrendo un’esperienza più autentica ed economica rispetto all’albergo. Con il tempo il fenomeno è esploso e in molte città europee migliaia di appartamenti sono stati convertiti in alloggi turistici portando sì benefici economici: nuovi redditi per i proprietari, più offerta per i turisti, maggiore vitalità economica in molti quartieri, ma anche generando problemi sempre più evidenti.

Venezia al tramonto.
Venezia al tramonto.

In città molto gettonate, come Venezia, Barcellona, Lisbona o Amsterdam, il numero di appartamenti destinati ai turisti è cresciuto rapidamente, riducendo nel contempo l’offerta di case disponibili per i residenti. Il risultato è stato un aumento degli affitti e una progressiva trasformazione del tessuto sociale +di alcuni quartieri storici, sempre più abitati da visitatori temporanei e sempre meno da residenti permanenti.

Molte amministrazioni locali stanno così cercando di dare una stretta intervenendo con nuove regolamentazioni: limiti al numero di giorni di affitto, obbligo di registrazione delle strutture, restrizioni nelle zone più centrali delle città. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra due esigenze legittime: da una parte lo sviluppo del turismo e delle nuove forme di ospitalità, dall’altra il diritto dei cittadini a continuare a vivere nei propri quartieri.

Il dibattito è aperto in tutta Europa. Il turismo rimane una risorsa economica fondamentale, ma sempre più città stanno cercando di capire come gestirlo senza compromettere la qualità della vita delle comunità locali.

La risposta non può essere rinunciare al turismo, ma governarlo. Significa investire in infrastrutture, nella formazione degli operatori locali, nella costruzione di reti tra borghi per distribuire i flussi su territori più ampi.

Il futuro del turismo urbano dipenderà probabilmente proprio da questa capacità di trovare un equilibrio tra visitatori e residenti.

Se questo equilibrio verrà mantenuto, i borghi italiani con la loro straordinaria varietà di paesaggi, storie e tradizioni possono rappresentare non solo una delle destinazioni più originali d’Europa, ma un modello di sviluppo locale sostenibile da esportare ben oltre i confini nazionali.


Riferimenti bibliografici:

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