Libia: il caso Arkenu
La vicenda Arkenu
Quella che inizialmente appariva come una semplice anomalia tecnica si è progressivamente trasformata in un fenomeno ben più significativo: un caso emblematico di come strutture di potere parallele possano appropriarsi di una delle risorse fondamentali di uno Stato, mantenendo al contempo una parvenza di legalità. La cosiddetta “vicenda Arkenu”[1] rappresenta, in questo senso, uno spaccato del processo attraverso cui l’economia petrolifera libica è stata gradualmente riorganizzata in un sistema ibrido, dove istituzioni ufficiali e reti informali convivono e, in molti casi, si intrecciano.
Al centro della questione, Arkenu non viene descritta come un’eccezione isolata, bensì come l’esito di un’evoluzione più ampia. Fondata nel 2021, la società nasce in una fase in cui l’assetto politico postbellico della Libia privilegiava la stabilità rispetto ai meccanismi di responsabilità e controllo. Questo equilibrio ha favorito la proliferazione di entità ibride: formalmente strutture commerciali, ma con una funzione sostanzialmente politica. In tale contesto, Arkenu si è distinta non tanto per operare al di fuori del sistema, quanto per sfruttarne le dinamiche interne — tra contratti, accesso privilegiato e lacune istituzionali — al fine di deviare parte delle entrate petrolifere lontano dai canali statali[2].

Le modalità operative, tuttavia, non risultano né inedite né particolarmente rudimentali. L’economia petrolifera e dei carburanti in Libia è da tempo esposta a fenomeni di arbitraggio: il carburante sovvenzionato, venduto internamente a prezzi irrisori, può raggiungere valori nettamente superiori una volta contrabbandato oltre confine. Questo divario di prezzo, che può superare di oltre quaranta volte la tariffa ufficiale, ha alimentato per anni un vasto circuito illecito. Ciò che cambia a partire dal 2021 è soprattutto la dimensione del fenomeno ed il livello di coordinamento che lo caratterizza.[3]
Fino al 2024, la Libia importava circa 37 milioni di litri di carburante al giorno, a fronte di un fabbisogno interno stimato intorno ai 24 milioni. La differenza, tutt’altro che trascurabile, non risultava giustificata da consumi reali: secondo diverse analisi, una quota consistente veniva sistematicamente deviata. Ai valori di mercato correnti, ciò equivale ad una perdita annua di circa 6,7 miliardi di dollari limitatamente ai prodotti raffinati. Se a questo quadro si aggiungono sottrazioni di greggio, accordi di scambio poco trasparenti e volumi di esportazione dichiarati in misura inferiore rispetto ai dati reali, l’entità complessiva delle perdite assume proporzioni ancora più rilevanti.[4]
In ciò si inserisce il caso Arkenu, la cui attività appare coerente con tali dinamiche: la società, secondo le ricostruzioni disponibili, avrebbe gestito milioni di barili in pochi mesi, generando ricavi per centinaia di milioni di dollari attraverso operazioni di esportazione. Tuttavia, una parte significativa di questi introiti non sarebbe transitata attraverso i canali ufficiali, in particolare quelli della Banca Centrale[5]. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, si stima che oltre 3 miliardi di dollari possano essere stati dirottati tramite circuiti collegati alle sue operazioni. Più che di sottrazioni episodiche, gli osservatori parlano di un meccanismo strutturato e continuativo, inserito in un sistema che beneficia di coperture formali ed istituzionali.[6]

Le condizioni che hanno reso possibile un simile livello di controllo risultano di natura territoriale, amministrativa e finanziaria. Nelle regioni orientali e meridionali del Paese, reti riconducibili alla famiglia Haftar avrebbero progressivamente consolidato la propria influenza su porti, corridoi logistici e nodi cruciali della distribuzione petrolifera. Questo avrebbe favorito la nascita di un sistema parallelo: da un lato la gestione ufficiale della sicurezza e della distribuzione, dall’altro pratiche informali di tassazione, deviazione e riesportazione dei flussi di carburante su larga scala.[7]
Sul piano marittimo, diverse spedizioni sarebbero state riesportate integralmente, talvolta attraverso trasferimenti nave-a-nave in acque internazionali, rendendo difficile tracciare origine e proprietà dei carichi. Considerata la capacità di una singola petroliera, spesso pari a decine di milioni di litri, il traffico via mare rappresenterebbe il principale canale delle operazioni di deviazione su vasta scala. A terra, invece, il sistema si articolerebbe in maniera più diffusa ma non meno efficace: posti di controllo impongono prelievi informali, le quote di distribuzione vengono alterate e si creano carenze artificiali per alimentare i mercati paralleli.
Il ruolo di Arkenu emerge quindi non solo come quello di un operatore inserito nel sistema, ma anche come elemento di connessione sul piano finanziario: agendo come entità privata con accesso privilegiato, la società avrebbe contribuito a creare un collegamento tra la produzione formalmente controllata dallo Stato e canali di entrata offshore di natura privata. Questo passaggio avrebbe favorito la trasformazione di una rete frammentata di traffici illeciti in una struttura più integrata, assimilabile ad un’economia parallela organizzata.
Alla luce di tali elementi, il tema centrale non riguarda tanto le ragioni della persistenza di queste dinamiche, quanto piuttosto i motivi per cui un intervento incisivo abbia tardato così a concretizzarsi.

La politica
La chiave di lettura risiede nell’equilibrio politico che caratterizza la Libia contemporanea. A partire dal 2021, il sistema di governo si è fondato su un’intesa implicita: garantire una distribuzione sufficientemente ampia delle rendite economiche per scongiurare il riaccendersi del conflitto.[8]
Ciò ha comportato una tolleranza, ed in alcuni casi un sostegno indiretto, verso flussi di entrate irregolari che hanno contribuito a mantenere attivi gruppi armati ed alleanze politiche. Qualsiasi tentativo di interrompere tali meccanismi avrebbe potuto mettere a rischio un equilibrio già di per sé estremamente fragile, esponendo il Paese a nuove tensioni.
Il primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh[9] si è mosso all’interno di vincoli politici ben definiti. La sua azione di governo, secondo diverse ricostruzioni, ha oscillato tra dichiarazioni di principio a favore delle riforme ed interventi selettivi che, tuttavia, non hanno inciso in modo strutturale sulle reti di potere consolidate. In alcuni episodi, le misure adottate sono state successivamente ritirate, alimentando la percezione di una possibile connivenza o, nella lettura più prudente, di un atteggiamento dettato da cautela politica.[10]

In questo contesto, l’azione di Mohamed al-Menfi[11], presidente del Consiglio presidenziale libico, costituisce un intervento che appare sempre più rilevante non tanto come risposta ad una crisi contingente, quanto come parte di un più ampio tentativo di ristabilire coerenza istituzionale in un quadro politico frammentato. In un sistema caratterizzato da centri di potere concorrenti e da dinamiche spesso improntate alla negoziazione, la sua linea sembra puntare a ridefinire il ruolo della presidenza come garante dell’equilibrio nazionale e della responsabilità pubblica.
All’inizio del 2026, la questione Arkenu aveva raggiunto un punto di svolta: l’attenzione dell’opinione pubblica si era intensificata, le perdite finanziarie risultavano sempre più evidenti ed il coinvolgimento della comunità internazionale contribuiva ad alzare il livello di pressione. Ciò che distingue l’operato di al-Menfi non è soltanto la decisione di intervenire, ma anche l’impostazione data all’intervento: il caso non è stato confinato ad una dimensione tecnica o amministrativa, bensì ricondotto a temi più ampi quali la sovranità, la fiducia dei cittadini e la solidità della governance economica del Paese.
Si tratta di un cambiamento significativo, che vede al-Menfi proporsi come figura di raccordo tra le diverse anime del panorama politico libico, pur segnando al contempo limiti chiari, in particolare per quanto riguarda la gestione delle risorse nazionali. In questa prospettiva, il presidente sembra delineare un modello di presidenza più incisivo, non tanto in competizione con le altre istituzioni quanto piuttosto orientato a fornire loro un punto di riferimento.

La precedente decisione di avviare una revisione approfondita dei contratti nei settori petrolifero ed energetico si inserisce coerentemente in questa strategia e trova un parallelismo nella gestione del caso Arkenu. Più che semplici iniziative amministrative, tali interventi vengono interpretati come passaggi iniziali nella costruzione di strumenti istituzionali capaci di affrontare pratiche radicate nel tempo. In un contesto in cui la mancanza di trasparenza è stata spesso la norma, segnali di apertura in questa direzione assumono un rilievo politico significativo.
Anche le pressioni esercitate sull’esecutivo, incluso il primo ministro Dbeibeh, vanno lette in questa chiave. Una vicenda che in passato avrebbe potuto essere contenuta e gestita senza esiti definitivi è stata invece progressivamente indirizzata verso una soluzione. Ne emerge un processo di ricalibrazione, alimentato dalla crescente aspettativa che i principali dossier economici non possano più essere rinviati o circoscritti al solo ambito politico.
Un elemento rilevante dell’approccio adottato da al-Menfi riguarda la scelta di evitare uno scontro diretto in un contesto già fortemente polarizzato. Piuttosto che interpretare la vicenda in chiave di contrapposizione tra fazioni, il presidente ha posto l’accento su principi generali come la trasparenza, il rispetto della legalità e la tutela delle risorse comuni del Paese. Questa impostazione ha consentito di affrontare la questione senza accentuare ulteriormente le divisioni, in linea con gli sforzi paralleli orientati alla riconciliazione nazionale.
Riferimenti bibliografici:
- https://alhurra.com/en/3865#:~:text=Arkenu%20is%20a%20mysterious%20company%20that%20was,Oil%20Corporation%20(NOC)%20and%20Switzerland’s%20Pars%20Holding
- https://www.stimson.org/2026/smuggling-sovereignty-what-arkenu-reveals-about-libyas-fragmented-oil-state/
- https://www.nigrizia.it/notizia/contrabbando-carburante-dissangua-libia-haftar-dbeibah-milizie-mafia
- https://www.agenzianova.com/en/news/Libya-analyst-El-Bouri-says-the-agreement-between-Arkenu-and-NOC-for-the-sale-of-oil-complies-with-the-law./
- https://geopolitica.info/libia-2026-listituzionalizzazione-del-collasso-e-il-nuovo-ordine-estrattivo/
- https://libyaherald.com/2026/03/hscs-national-accord-bloc-calls-on-relevant-authorities-to-act-against-the-corrupt-and-illegal-arkenu-oil-company/
- https://libyaobserver.ly/news/hcs-bloc-calls-suspension-arkenu-oil-licence-alleges-corruption
- https://www.africaintelligence.com/north-africa/2025/08/26/rehabilitated-junior-arkenu-oil-affirms-its-ambitions,110514540-art
- https://www.stimson.org/2025/reality-dose-libyas-false-unity/
- https://www.rid.it/shownews/269/libia-e-milizie
Note:
[1] https://libyanjobs.ly/companies/arkenu-oil-company-services-development-oil-production/
[2] https://www.thegeopoliticaldesk.com/the-full-story-behind-arkenus-termination/
[3] https://www.agenzianova.com/news/libia-il-contrabbando-di-carburante-vale-5-miliardi-di-dollari-la-russia-e-il-primo-beneficiario/
[4] https://www.agenzianova.com/a/69e7d86c1488d0.77693523/7298796/2026-04-21/libia-noc-importazioni-di-carburante-a-803-milioni-di-dollari-a-marzo
[6] https://irpimedia.irpi.eu/arkenu-libia-contrabbando-petrolio/
[7] https://www.agenzianova.com/news/libia-rapporto-onu-reti-legate-a-haftar-e-dabaiba-dietro-il-contrabbando-di-petrolio/
[8] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-un-paese-alla-deriva-tra-corruzione-e-traffici-illeciti-162102#:
[9] https://www.treccani.it/enciclopedia/abdul-hamid-mohammed-dbeibeh/
[10] https://geopolitica.info/armi-petrolio-immigrazione-libia/
[11] https://www.treccani.it/enciclopedia/mohammed-yunus-al-menfi/


