Le Ukiyo-e e Hokusai: Immagini del Mondo Fluttuante
Le ukiyo-e rappresentano uno dei capitoli più vivaci e influenti della storia dell’arte giapponese.
Traducibile come “immagini del mondo fluttuante” (浮世絵, ukiyo-e), questo genere artistico fiorì principalmente durante il periodo Edo (1603-1868), catturando l’essenza effimera della vita urbana, i piaceri dei quartieri di intrattenimento, i paesaggi naturali e le figure umane in modi che resero l’arte accessibile a un pubblico più ampio.
Al centro di questa tradizione emerge la figura monumentale di Katsushika Hokusai (1760-1849), il cui capolavoro La grande onda di Kanagawa (Kanagawa oki nami ura) simboleggia non solo l’apice tecnico del genere, ma anche un ponte tra Oriente e Occidente.

Origini e Storia delle Ukiyo-e
Le radici delle ukiyo-e affondano nella tradizione buddista del legno da stampa (mokuhanga), introdotta in Giappone dal continente asiatico intorno al VII-VIII secolo. Inizialmente usata per riprodurre testi e immagini sacre buddiste, come sutra e ritratti di divinità, questa tecnica permise la produzione di massa di materiali religiosi. Fino al XVI secolo, rimase prevalentemente legata al contesto sacro o aristocratico.
Il termine ukiyo originariamente aveva una connotazione buddista negativa, indicando la transitorietà della vita terrena, piena di sofferenza e illusione (ukiyo come “mondo fluttuante” o effimero). Durante il periodo Edo, sotto lo shogunato Tokugawa, il significato si ribaltò in senso edonistico: “mondo fluttuante” divenne sinonimo di piaceri momentanei, vita urbana vibrante e intrattenimento. Edo (l’odierna Tokyo), capitale dello Shogun, crebbe da piccolo villaggio a metropoli di oltre un milione di abitanti.
La classe dei mercanti (chōnin), formalmente in basso nella gerarchia sociale (samurai > contadini > artigiani > mercanti), accumulò ricchezza grazie alla pace prolungata e al commercio. Questi nuovi ricchi cercavano modi per decorare le loro case e esprimere il proprio status attraverso immagini accessibili dei quartieri del piacere come Yoshiwara, con geisha, cortigiane, attori kabuki e lottatori di sumo.
Hishikawa Moronobu (1618-1694) è considerato il padre delle ukiyo-e come genere autonomo. Attivo negli anni 1670-1690, produsse le prime stampe, o più precisamente xilografie, su foglio singolo (ichimai-e) oltre alle illustrazioni di libri. Le sue opere monocromatiche o colorate a mano raffiguravano bellezze (bijin-ga) e scene di vita quotidiana con linee audaci e composizioni dinamiche. La sua firma sulle opere segnò un passaggio: l’artista diventava riconoscibile. Scuole successive come Torii (specializzata in attori kabuki) e Kaigetsudō (cortigiane stilizzate) consolidarono il genere.

Nel XVIII secolo arrivò l’innovazione cromatica. Dalle prime tan-e (arancione) e beni-e (rosa), si passò alle benizuri-e (due-tre colori) e, dal 1765 circa, alle nishiki-e (“stampe broccato”) a pieno colore grazie a Suzuki Harunobu. Fino a 10-20 blocchi per stampa permisero gradazioni e sfumature complesse. Il periodo d’oro vide maestri come Kitagawa Utamaro (bellezze psicologiche), Toshusai Sharaku (ritratti grotteschi di attori) e Torii Kiyonaga. Nel XIX secolo, il focus si spostò sui paesaggi con Hokusai e Utagawa Hiroshige, riflettendo un boom turistico interno e tensioni sociali pre-Restaurazione Meiji.
Le ukiyo-e declinarono dopo il 1868 con l’apertura del Giappone all’Occidente, la modernizzazione e nuove tecnologie di stampa. Tuttavia, influenzarono profondamente l’arte globale attraverso il Japonisme.
Produzione Tecnica: Un Processo Collaborativo e Dettagliato
La creazione di una ukiyo-e era un’opera di squadra tra editore (hanmoto), artista (eshi), incisore (horishi), stampatore (surishi) e, talvolta, censori governativi. L’editore finanziava, promuoveva e distribuiva, decidendo spesso i soggetti per massimizzare le vendite.

- Disegno dell’artista: L’artista realizzava un disegno a inchiostro (sumi) su carta sottile (washi). Usava pennelli per linee precise e indicazioni di colore. Il disegno originale veniva distrutto nel processo successivo.
- Trasferimento sul blocco: Il disegno veniva incollato faccia in giù su un blocco di legno di ciliegio selvatico (sakura), stagionato e levigato. Strofinando con olio, la carta diventava traslucida, lasciando visibile l’immagine inversa per l’incisore.
- Incisione: L’incisore usava coltelli e sgorbie per scavare il legno in rilievo (relief printing). Il blocco chiave (omohan) stampava le linee nere. Per i colori, si creavano blocchi separati (irohan), uno per tinta, con tacche di registrazione (kento) per l’allineamento preciso. Fino a 20 blocchi per opere complesse. L’incisione richiedeva maestria: linee sottili dovevano resistere a centinaia di stampe.
- Stampa: Lo stampatore inumidiva la carta washi (assorbente ma resistente). Applicava inchiostri idrosolubili (a base di pigmenti naturali come indigo, vermiglione, o sintetici come il blu di Prussia importato) sui blocchi rialzati con pennelli. Posizionava la carta usando i kento e strofinava con il baren (disco di bambù con corda interna) in movimenti circolari o zigzag per trasferire l’inchiostro uniformemente. La pressione variabile permetteva effetti di gradazione (bokashi), sfumature e texture. La stampa avveniva blocco per blocco, dal chiaro allo scuro.
I pigmenti includevano colori fugaci (rossi e blu sensibili alla luce) e metalli come mica per brillantini (kirazuri). Le stampe erano prodotte in edizioni di centinaia o migliaia, ma variavano per qualità di inchiostrazione e usura dei blocchi. Questo processo artigianale permetteva effetti impossibili con la stampa meccanica, come trasparenze e variazioni tonali.
Iconografia, Significati e Temi Ricorrenti
Le ukiyo-e non erano solo decorative: riflettevano la filosofia del “mondo fluttuante”, mescolando edonismo, transitorietà buddista e celebrazione della vita quotidiana. Temi principali:
- Bijin-ga (bellezze): Cortigiane e geisha in kimono elaborati, simboleggianti eleganza, sensualità e moda. Utamaro enfatizzava psicologia attraverso espressioni sottili.
- Yakusha-e (attori kabuki): Figure drammatiche, spesso in pose esagerate, con trucco e costumi. Sharaku ne accentuava le distorsioni espressive.
- Paesaggi e fūkei-ga: Montagne, fiumi, stazioni di posta (Hiroshige). Simboleggiavano viaggi, stagioni e armonia con la natura.
- Musha-e (guerrieri): Scene storiche o leggendarie, con samurai e battaglie.
- Kacho-ga (fiori e uccelli): Natura morta poetica, influenzata dalla pittura cinese.
- Shunga (erotica): Esplicite scene sessuali, spesso umoristiche o educative, prodotte da molti maestri.
- Altri: Sumo, fantasmi (yokai), festival, vita rurale.

Significati ricorrenti: transitorietà (mono no aware), bellezza effimera, potere della natura sull’uomo, critica sociale velata (sotto censura). Simboli includevano ciliegi (sakura) per impermanenza, onde per forza distruttiva, il Monte Fuji come espressione di sacralità nazionale. La prospettiva era spesso appiattita o multipla, con linee audaci e colori piatti per enfasi decorativa piuttosto che realistica occidentale.

Criteri di Valutazione della Qualità
Valutare una ukiyo-e è difficile, proprio per la sua natura multipla e incostante, data dall’estrema incidenza della qualità del supporto e dalla esperienza dello stampatore. In linea di massima vanno considerati:
- Qualità di stampa: Nitidezza delle linee, presenza di dettagli fini (non usurati dal blocco). Le prime stampe (shoki) sono superiori.
- Colore: Fedeltà all’originale, assenza di sbiadimento (specialmente rossi/blu). Gradazioni bokashi perfette (ottenute calibrando la pressione) aumentano il valore.
- Condizioni: Ovviamente l’assenza di macchie, pieghe, buchi di tarli, restauri invasivi e marginali intatti sono maggiormente valutati.
- Rarità e Edizione: Soggetti popolari con pochi esemplari sopravvissuti. Varianti di stato (usura blocchi).
- Artista e Provenienza: Opere di grandi maestri come Hokusai, Hiroshige e Utamaro valgono naturalmente di più. Se poi sono serie appartenenti a collezioni storiche o con sigilli autentici…
- Composizione e Innovazione: Armonia, originalità tecnica.
Stampe in condizioni eccellenti possono valere decine o centinaia di migliaia di euro.
La Grande Onda di Kanagawa e Katsushika Hokusai
La grande onda di Kanagawa (1831 circa), prima della serie Trentasei Vedute del Monte Fuji, è forse l’opera d’arte giapponese più riprodotta. Raffigura un’onda mostruosa (10-12 metri stimati) che incombe su tre barche da pesca (oshiokuri-bune), con il Fuji sereno sullo sfondo. La composizione usa prospettiva europea (orizzonte basso, scala ridotta) fusa con estetica giapponese: linee curve ripetitive, schiuma a “artigli” draconici, dualismo yin-yang tra caos marino e calma montana.
Il simbolismo di quest’opera attraversa vari aspetti: si parte dal potere indomabile della natura rispetto alla fragilità umana, ponendo l’accento sulla transitorietà della vita e dello status quo; C’è poi una possibile metafora di minacce esterne (l’apertura forzata del Giappone ai gaijin, gli stranieri occidentali).
Il blu di Prussia (bero) diede un’intensità rivoluzionaria all’opera ed una eco enorme, tanto che influenzò Debussy, che la usò come copertina della prima edizione (1905) della partitura de (La Mer); Van Gogh, con le sue linee curve e sinuose, ritrovate ad esempio ne “La notte stellata”, ma anche per l’utilizzo (come nelle Ukiyo-e) di linee di contorno scure e marcate per definire le forme; Monet rimase colpito dall’uso innovativo degli spazi, delle inquadrature asimmetriche e dei tagli prospettici tipici dell’arte di Hokusai; innegabile, infine, l’influenza nel design moderno, pronto a replicare con carte da parati e murales contemporanei proprio quell’immagine iconica.
Ma chi era Hokusai?
Nato nel 1760 a Edo venne adottato giovanissimo, ad appena 4 anni, da una famiglia artigiana fabbricante di specchi per lo shogunato. Iniziò a disegnare a 6 anni.
Apprendista incisore, poi allievo di Katsukawa Shunshō, già maestro di ukiyo-e. Usò oltre 30 nomi (Shunrō, Sōri, Iitsu, Gakyō Rōjin Manji – “Vecchio Pazzo per la Pittura”). Produsse migliaia di opere: stampe, manga (schizzi), pitture. Ebbe una vita turbolenta: si racconta che per lunghi periodi visse in stato di enorme povertà, per far fronte ai debiti del nipote, ma dimostrò una instancabile vivacità artistica fino a tardissima età.
Continuò infatti ad innovare le sue opere tanto che dopo aver superato i 70 anni realizzò alcune delle serie più importanti e rivoluzionarie della sua intera opera, tra cui anche la serie del Monte Fuji di cui la “Grande onda” è parte.

Morì nel 1849 a 89 anni, rimpiangendo di non aver raggiunto la perfezione: Si racconta che le sue ultime parole furono: “Se il cielo mi concedesse ancora dieci anni, o anche solo cinque, potrei diventare un vero artista…”.
La sua importanza nella Storia dell’Arte Orientale sta nel fatto che ampliò le ukiyo-e oltre le bijin-ga (le belle donne) e gli attori, verso la rappresentazione di paesaggi, vita comune e natura, incorporando la prospettiva occidentale (presa da stampe olandesi) senza però perdere l’essenza giapponese. Innovò la composizione, il colore e la serialità rendendo l’arte, popolare ed esportabile.
Relazioni con Contemporanei:
Rispetto ai suoi contemporanei ed insieme a loro, Hokusai contribuì a creare un “prototipo” di arte giapponese:
Kitagawa Utamaro (1753-1806) fu Maestro delle bellezze psicologiche; Hokusai era più dinamico e rivolto a bellezze paesaggistiche.
Ando Hiroshige (1797-1858) fu suo rivale nella rappresentazione di paesaggi; in particolare Hiroshige li rappresentò con più poesia e con maggiore attenzione alle condizioni atmosferiche (pioggia, neve), Hokusai invece fu più audace e formale. Entrambi però ebbero un’enorme influenza rispetto all’Impressionismo.

Utagawa Kuniyoshi (1798-1861) si orientò maggiormente verso la rappresentazione di guerrieri e yokai (creature sovrannaturali, spiriti e mostri appartenenti al floklore giapponese)
Katsushika Hokusai superò molti per longevità e versatilità, preparando il terreno per il Japonisme occidentale.
Nel paese del Sol Levante le ukiyo-e e Hokusai incarnano un’epoca di fioritura culturale, tecnica e sociale. La Grande Onda non è solo un’immagine: è un simbolo universale di resilienza umana di fronte alla natura e al tempo. La loro eredità vive nell’arte contemporanea, dal manga al design globale, ricordandoci la bellezza del transitorio e dell’impermanenza.

