Oltre la forma
Charlotte de Witte, Jacob Collier e il futuro globale della musica
Charlotte de Witte e Jacob Collier sembrano appartenere a due mondi che non si toccano.
Da una parte la techno più fisica e minimale, dall’altra una musica costruita come un laboratorio armonico senza confini. Eppure, proprio mettendoli uno accanto all’altro, emerge con chiarezza qualcosa di più grande: la musica oggi non è più un linguaggio unico, ma un ecosistema che tiene insieme esperienze, tecnologie, economie e comunità completamente diverse.
Charlotte de Witte
Charlotte de Witte nasce a Gand nel 1992 e cresce dentro una scena europea in cui la cultura dei club è già una forma di vita. Non passa da conservatori o scuole di musica: la sua formazione avviene nei locali, nelle radio, nei festival minori, nei set improvvisati. È lì che impara davvero cosa significa suonare: non eseguire brani, ma tenere insieme l’energia di una folla.

Quando inizia a fare la DJ è ancora adolescente. In poco tempo capisce che il suo lavoro non è semplicemente selezionare tracce, ma costruire tensione. I suoi set sono progressivi, quasi narrativi, basati su ripetizione e variazione minima. La techno, nel suo caso, non è un genere musicale: è un modo di controllare il tempo.
Il passaggio decisivo arriva nei primi anni 2010, quando vince un concorso radiofonico in Belgio e inizia a entrare nel circuito dei festival internazionali. In quegli anni usa anche lo pseudonimo Raving George, una scelta che dice molto del contesto in cui si muove: una scena ancora fortemente maschile, in cui affermarsi richiede anche una forma di anonimato strategico.
Da lì in poi la sua identità si consolida. Abbandona lo pseudonimo, si presenta con il proprio nome e costruisce un suono riconoscibile: techno asciutta, essenziale, senza concessioni melodiche superflue. Parallelamente cresce anche il lato produttivo e imprenditoriale del suo lavoro, soprattutto con la nascita di KNTXT, che non è solo un’etichetta ma un vero ecosistema di eventi, release e identità estetica.
Nel mondo della techno contemporanea, la logica dell’album è quasi secondaria. Anche de Witte pubblica musica, ma lo fa soprattutto attraverso EP e singoli pensati per il club. Brani come Rave on Time o Universal Consciousness non sono capitoli di una narrazione lunga, ma strumenti funzionali a un’esperienza live.
E infatti è lì che la sua carriera si misura davvero: nei festival. In un circuito globale in cui i DJ di primo piano possono arrivare a cachet che superano facilmente le cinque cifre alte a serata, de Witte è diventata una delle figure centrali. Il suo nome è stabilmente nei cartelloni dei grandi eventi internazionali e la sua presenza online — oltre tre milioni di follower complessivi — amplifica ogni set ben oltre lo spazio fisico in cui avviene.
Nel 2026 ha portato questo modello anche in Italia, con una tappa a Genova l’11 aprile, inserita nel flusso dei grandi eventi elettronici europei.
Se ci si sposta dall’altra parte dello spettro, il mondo cambia completamente.
Jacob Collier
Jacob Collier nasce a Londra nel 1994 in una casa dove la musica non è una professione, ma un linguaggio quotidiano. La madre, Susan Collier, è violinista e direttrice d’orchestra, e rappresenta una figura fondamentale nella sua formazione: non solo lo introduce alla musica classica, ma lo accompagna anche nei primi esperimenti corali e orchestrali che diventeranno centrali nel suo stile.
Collier cresce letteralmente circondato dal suono. Studia pianoforte, batteria, basso, chitarra, canto. Ma soprattutto sviluppa molto presto un interesse quasi ossessivo per l’armonia: come funzionano gli accordi, come si combinano le frequenze, come si percepisce un suono in relazione a un altro. La sua formazione passa anche dalla Royal Academy of Music, ma sarebbe riduttivo pensarla come il suo centro.

Il suo vero ambiente creativo è ibrido: casa, studio, Internet. È proprio online che esplode, grazie ai video in cui suona da solo decine di strumenti e costruisce arrangiamenti vocali stratificati, quasi impossibili da ricostruire dal vivo. Da lì inizia un percorso che lo porta rapidamente a collaborare con alcuni dei nomi più importanti della musica contemporanea: Herbie Hancock, Snarky Puppy, Metropole Orkest, Quincy Jones e artisti pop globali come Coldplay o Stormzy.
Ma il punto non è la lista dei nomi: è il fatto che Collier riesca a muoversi senza soluzione di continuità tra jazz, pop, musica corale e sperimentazione pura. A differenza di de Witte, la sua produzione discografica è centrale. Non lavora solo per singoli momenti live, ma costruisce veri e propri progetti a lungo termine. Il più importante è Djesse, una serie in quattro volumi pubblicata tra il 2018 e il 2024: un lavoro monumentale che attraversa generi, stili e collaborazioni come se fosse un atlante musicale più che un album.
Nel 2026 torna in Italia con tre date — Lignano, Milano, Roma — e con un progetto che sposta ancora più in là il confine tra concerto e esperienza: un ritiro musicale in Toscana, dove la distinzione tra artista e pubblico si assottiglia fino quasi a scomparire.
Guardando al futuro, circola anche l’ipotesi che Jacob Collier possa tornare in Italia nel 2027 con nuove date aggiuntive e che una delle città candidate possa essere proprio Genova. In questo scenario, un possibile punto di riferimento social per l’evento sarebbe l’hashtag #JacobCollierGenova, già perfettamente in linea con le logiche di diffusione digitale e fan engagement che caratterizzano la sua comunità globale.
Il futuro globale della musica
Se si osservano insieme questi due percorsi, la sensazione iniziale è quella di una distanza enorme. Ma più si entra nei dettagli, più emerge una specie di simmetria nascosta.
Da una parte c’è una musica che vive nel corpo prima che nella testa. Nei set di de Witte non c’è bisogno di spiegazioni: conta il momento, il volume, la pressione, la continuità. È una musica che funziona come esperienza fisica collettiva, pensata per essere condivisa in uno spazio preciso, in un tempo preciso.
Dall’altra c’è una musica che fa quasi l’opposto: rallenta, scompone, analizza. Collier non costruisce solo brani, ma sistemi. Ogni sua performance può diventare un laboratorio in cui il pubblico non è solo spettatore, ma parte attiva della struttura musicale stessa.
Eppure, entrambi in modi diversi, sono perfettamente dentro la stessa logica globale: quella in cui la musica non vive più solo nel disco o nel concerto, ma in una rete continua di eventi, piattaforme digitali, contenuti condivisi e comunità distribuite.
Anche il modo in cui lavorano con altri musicisti lo mostra chiaramente. De Witte si muove dentro una rete di produttori e DJ, dove la collaborazione è spesso invisibile, fatta di remix, scambi stilistici e influenze reciproche. Collier invece mette la collaborazione al centro in modo esplicito: orchestre, cori, band, e persino la propria famiglia diventano parte del processo creativo.
A questo punto la domanda inevitabile è se la musica “tradizionale” abbia perso il suo ruolo centrale. La risposta, in realtà, è più sfumata. Non è scomparsa, ma non è più l’unico punto di riferimento. La canzone pop classica, l’album narrativo, il concerto tradizionale continuano a esistere. Ma accanto a queste forme ne sono emerse molte altre: il DJ set continuo, la performance immersiva, il progetto corale partecipativo, la musica pensata per circolare sui social, il lavoro discografico concepito come universo espanso.
Il centro non è più uno solo. È diventato multiplo. E forse è proprio qui che si chiude il cerchio. Come suggerisce il titolo di La musica è finita, ogni epoca ha la sensazione di essere arrivata a un punto di arrivo, come se qualcosa si stesse davvero esaurendo.
Ma guardando Charlotte de Witte e Jacob Collier, questa idea si ribalta. Non è la musica a finire. È il modo in cui la pensavamo. La musica continua a cambiare forma, senza smettere mai di esistere — semplicemente spostandosi tra club, orchestre, schermi e comunità che la reinventano ogni volta da capo.


