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Vegetarianesimo e animalismo nel pensiero greco

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La differenza fra la cultura greca e quella romana tocca uno dei suoi apici nel campo della considerazione e del trattamento degli animali. Come abbiamo mostrato nel precedente articolo, lo spirito romano di dominio e di potenza si abbattè per secoli sui territori conquistati, depauperandone tutte le risorse, comprese quelle faunistiche, mentre nel mondo greco già molto tempo prima si era iniziato a riflettere filosoficamente sulla natura degli animali (ta zòa) e sulla corretta relazione tra l’uomo e gli esseri viventi (ta zònta, da zào = “vivere”).

L’accento venne presto messo proprio sul concetto di “vita” che distingue gli esseri animati dalle cose inanimate: cioè su quel prodigioso elemento che permea i corpi, sia degli uomini che degli animali, generando non solo movimento, ma anche intenzioni, sentimenti, desideri. Già nel VI secolo a.C. Pitagora nella sua celebre scuola a Crotone insegnava che è un delitto togliere la vita agli animali per cibarsene e imponeva ai suoi discepoli una dieta vegetariana e uno stile di vita etico, ad esempio non indossando sandali di pelle. Inoltre, il filosofo collegava l’alimentazione di carne all’insorgere di sentimenti bellicosi e violenti negli uomini, perché chi si nutre di sangue è più portato a versare sangue.

Ma c’è di più. Tra i principi della filosofia pitagorica c’era la metempsicosi, cioè la credenza secondo cui l’anima è immortale e alla morte del corpo trasmigra in altri esseri viventi. Chi avrebbe potuto escludere che un parente o un amico defunto si fosse reincarnato in un animale di quelli destinati al consumo di carne? Il solo pensiero di cibarsene destava orrore. Da queste premesse derivava un profondo rispetto per tutte le creature.

Si dice che un giorno, passando vicino a qualcuno che maltrattava un cane, Pitagora, colmo di compassione, pronunciò queste parole: “Smettila di colpirlo! La sua anima, la sento, è quella di un amico che ho riconosciuto dal timbro della voce”.

Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei più celebri filosofi, VIII, 36

Pitagora non ha lasciato scritti, ma molto del suo pensiero è stato citato e trasmesso. Un testo molto importante che illustra il vegetarianesimo pitagorico è il “Discorso sacro”,  che il romano Ovidio ha riportato nell’ultimo libro del suo poema:

Smettetela, uomini, di contaminare i vostri corpi con cibi empi! Sono a disposizione i cereali, frutti che con il loro peso piegano i rami, gonfi grappoli d’uva, erbe saporite, vegetali che possono essere ammorbiditi con la cottura; non vi sono tolti il latte né il miele odoroso di timo: la terra nella sua generosità vi propone in abbondanza blandi cibi e vi offre banchetti senza stragi e sangue. Sono le belve a soddisfare la loro fame con la carne, e nemmeno tutte! I cavalli, le pecore e i bovini vivono d’erba. Invece quelle che hanno una natura indomabile e feroce, le tigri d’Armenia, i rabbiosi leoni, i lupi e gli orsi, pretendono cibo sanguinolento. Che enorme delitto è ingurgitare le viscere altrui nelle proprie, far ingrassare il proprio corpo ingordo a spese di altri corpi, e vivere, noi animali, della morte di altri animali!

Ovidio, Metamorfosi XV 75-90

Il pitagorismo risente molto degli influssi dell’orfismo, una dottrina mistica contemporanea che veniva fatta risalire alla figura leggendaria di Orfeo, una sorta di antichissimo sciamano della Tracia che con la sua musica sapeva entrare in armonia profonda con tutta la natura, incantando gli uccelli e ammansendo le fiere. Si trattava di una religione ascetica e individuale, che prometteva la liberazione dai cicli della metempsicosi e la riunione con il Divino se l’anima avesse condotto uno stile di vita puro durante il soggiorno sulla terra. Fra le pratiche di purezza c’era anche l’astensione dalla carne e dunque il vegetarianesimo.

Va detto però che le norme alimentari ed etiche di stampo orfico-pitagorico hanno poco a che vedere con l’antispecismo dei giorni nostri, cioè con la convinzione antibiblica e antiaristotelica che sia arbitrario fare differenze fra la specie umana e qualunque altra specie vivente, in quanto tutte avrebbero pari dignità e diritti. A fondamento dei precetti orfico-pitagorici stanno infatti profonde considerazioni religiose: versare e consumare sangue animale è empio perché il sangue è molto di più di un semplice fluido corporeo: è invece proprio la sede dell’anima, il veicolo del principio vitale (zoè) e divino che scorre in tutti gli esseri viventi. Uccidere e cibarsi delle carni dell’ucciso significa contaminarsi con un atto empio che macchia e appesantisce l’anima dell’uomo, allontanando il momento della purificazione finale.

Per il resto, Pitagora aderiva invece alla consueta visione antropocentrica.

Sei secoli dopo Pitagora, la civiltà greca, ormai assimilata nell’Ellenismo romano, conosce una fase di pensosa rielaborazione del patrimonio classico, avvertito ormai come “antico”, un’eredità imponente che è dovere delle nuove generazioni non solo conservare ma anche integrare con rinnovate forme di sensibilità. In questo senso, il pensatore più grande e universale è Plutarco, che filtra le sue sterminate letture attraverso la propria personalità. Nei Moralia trattò un’estrema varietà di argomenti, tra cui appunto la giusta relazione fra uomo e animali, in tre operette dal titolo “Gli animali sono esseri razionali”, “Sono più intelligenti gli animali di terra o di mare?” e “Sul mangiar carne”, in cui si schiera decisamente a favore del vegetarianesimo, con una serie di argomentazioni incisive e di elevatissimo valore etico.

Nulla ci fa vergognare, non l’aspetto florido del corpo dell’animale, non la dolcezza dei suoni armoniosi della sua voce, non la vivacità dell’anima, non la purezza del suo modo di vivere, non la straordinaria intelligenza di queste miserabili creature, ma per un boccone di carne priviamo un essere vivente del sole, della luce e della vita, fine per il quale fu creato e generato!

Plutarco, Sul mangiar carne, 994E

Non converrebbe far leggere queste pagine, oggi, agli chef stellati di cui si vantano i ristoranti più affermati, dato che Plutarco esprime giudizi severissimi sugli eccessi della gastronomia romana contemporanea, arrivando a definire i cuochi “preparatori di cadaveri”: infatti – dice – è talmente contro natura cibarsi della carne di un essere morto che essi  mascherano il sapore del sangue con miriadi di salse e di spezie, come se stessero imbalsamando un cadavere per la sepoltura!

Il rispetto per l’essere vivente è grandissimo in Plutarco e deriva dal senso della fraternità che unisce gli uomini agli animali, dotati, in modo simile se non superiore a noi, di intelligenza, sentimenti, capacità di comprensione. Una frase come Secondo la mia opinione, chi tortura una creatura viva non è meno colpevole di chi toglie la vita e uccide, anticipa di duemila anni la moderna legislazione del codice penale che configura il reato di maltrattamento degli animali.

Naturalmente l’obiettivo polemico di Plutarco, greco ma suddito romano, sono gli spettacoli con bestie feroci che si svolgevano quotidianamente negli anfiteatri dell’Impero, in cui gli animali erano spinti a combattere e a dilaniarsi fra di loro: fonte di volgare entusiasmo per le plebi, motivo di costernazione per tutte le persone educate alla cultura greca, tra cui anche i più fini intellettuali romani, come Seneca e Plinio il Giovane.

Tuttavia costoro si dissociavano dai giochi circensi per ragioni diverse:  il primo perché corrompevano l’animo degli spettatori, l’altro per questioni per così dire estetiche e culturali. Plutarco è l’unico a manifestare un’empatia profonda e sincera per gli animali esibiti nei circhi, che anche in quelle tragiche circostanze sapevano spesso mostrare esempi commoventi di sensibilità: madri che cercavano di difendere i piccoli, animali che cercavano di proteggersi specie per specie, elefanti che aiutavano un loro simile ferito.

Così, concludeva, proprio quegli spettacoli nati per esaltare il dominio dell’uomo sugli animali finivano per testimoniare le virtù degli animali stessi e per mostrare impietosamente la volgare brutalità degli uomini.

  • Professore di greco e di latino, interprete e commentatore di testi antichi, traduttore, conferenziere, promotore di eventi per la diffusione della cultura classica, concepisce il moderno umanesimo come un dialogo costante con il passato allo scopo di comprendere in modo critico e non conformistico il presente, senza escludere il ricorso alle tecnologie multimediali e informatiche.
    A una ricca produzione scientifica di tipo specialistico aggiunge l’attività di scrittore, poeta, saggista. Collabora con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, con il Centrum Latinitatis Europae ed è socio fondatore dell’associazione culturale genovese Domus Cultura.

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