Dal “sandinismo” al “danielismo”
Il Nicaragua e le nuove (e vecchie) frontiere della democrazia
Sono passati pochi giorni da quando, a Managua, in occasione delle celebrazioni ufficiali per il 47° anniversario della Rivoluzione sandinista del 1979 – di fronte ad una folla plaudente e festante quel tanto che basta ed irreggimentata, come tanti soldatini di piombo, per figurare ordinata e compatta davanti al Capo – il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha annunciato la fine delle elezioni nel Paese, aprendo a un sistema senza competizione elettorale al termine del suo mandato.
Questo proclama segna – come annotato dall’ANSA – un ulteriore rafforzamento del controllo esercitato da Ortega e dalla moglie Rosario Murillo sulle istituzioni.
Elecciones, nunca más! “Qui non ci saranno più elezioni per evitare che tentino di prendere il governo e il potere”, ha affermato il co-presidente e leader del Frente Sandinista de Liberación Nacional, FSLN, aggiungendo che “i giorni in cui partiti sostenuti dagli yankee e dai somozisti sarebbero tornati al potere sono finiti”.
Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime somozista al grido: “Libertà o morte”. A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. Era esplosa la cosiddetta “rivoluzione dei poeti” per l’eccezionale coinvolgimento di intellettuali. In Nicaragua todos son poetas! Questa era una delle parole d’ordine dei sandinisti. I poeti hanno sparato, hanno ucciso e sono stati uccisi.
Nel primo governo rivoluzionario ben cinque di questi avevano il controllo di dicasteri: sembrava l’avvento di un socialismo intransigente, ma dal volto umano. Ora la stessa persona che inneggiava alla Libertà, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia: la propria!
Facili e scontate le reazioni del mondo “occidentale”: “Ortega, abolendo la elezioni, ha ucciso la democrazia!”.
Questa decisione pronunciata dall’ex eroe guerrigliero, ora gonfio in volto ed incerto nei movimenti, invitano a due ambiti di riflessione, tra loro distanti, ma comunicanti. Il primo attiene all’hic et nunc del paese mesoamericano; il secondo, più teorico, ma più importante, riguarda il concetto stesso di democrazia.
Atto primo. È necessario ricordare quello che disse Hannah Arendt (On revolution, 1963): “Il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione”. Tragica è la parabola dei rivoluzionari. Quando essi raggiungono il potere, faticosamente conquistato, armati anche di una fede fatta di valori incrollabili, pensano che la propria persona incarni questi stessi valori. Ecco la necessità di conservare il potere, magari nella sincera idea di farlo per il bene del popolo, ma nella convinzione che sia bene non chiedergli conferma della bontà di quelle politiche che dovrebbero dare corpo ai valori.
Per capire l’involuzione del regime di Managua è necessario ricordare come, dopo la cacciata della dittatura di Somoza, il FSLN ha guidato il Paese attraverso la Giunta di Ricostruzione Nazionale. Questa introdusse riforme di stampo socialista (alfabetizzazione, riforma agraria ecc.) ed è stato contrastato dai Contras, gruppi armati finanziati dagli Stati Uniti. Come non ricordare lo scandalo dell’”Irangate” (Iran-Contra affair in inglese), unica ombra della fulgida prima presidenza Reagan.
Una deriva sempre più autoritaria – unitamente ad una performance politica sempre più distante dalle aspettative – del regime di Ortega portò nel 1990 ad un cambio della guardia al vertice del paese con l’elezione, nel 1990, di Violeta Chamorro sulla base di una piattaforma che prevedeva la fine sia della guerra civile, sia del servizio militare obbligatorio e delle spese connesse. Tra le altre proposte figuravano un’amnistia per i prigionieri politici e l’adozione di politiche economiche di libero mercato.
Fino al 2006 vi fu un alternarsi di coalizioni di centro-destra e da governi liberali. Con la vittoria del novembre 2006 Ortega ritornò al potere. Dopo quella data, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu.
Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati.
Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Ecco che il “sandinismo” si trasformò, lentamente, nel “danielismo”. Questa eterogenesi visse sue peculiari caratteristiche in America latina. Come non ricordare come, in Argentina, Néstor Carlos Kirchner trasformò il “peronismo” in “kirchnerismo”, protetto e potenziato dalla sua vedova ed erede politica Cristina Fernandez.
Ortega, dai suoi sostenitori all’estero, abbagliati dalle magnifiche progressive sorti del regime “dei poeti”, venne accusato di trasformismo e di opportunismo verso gli Stati Uniti. Qualcosa di vero vi è: nonostante gli strillati proclami di antiamericanismo, Managua e Washington hanno stretto legami economici sempre più forti.
Gli affari e le relazioni commerciali tra il governo di Daniel Ortega e gli Stati Uniti sono caratterizzati da una forte dipendenza economica bilaterale, nonostante le profonde tensioni politiche e le sanzioni. Gli Stati Uniti restano il primo partner economico del Nicaragua, assorbendo oltre il 55% delle esportazioni nicaraguensi tramite l’accordo di libero scambio CAFTA-DR con Stati Uniti e Repubblica Dominicana, che garantisce vantaggi doganali cruciali per tessile, caffè e beni agricoli locali, fornendo altresì il 27% delle importazioni e inviando il 67% delle rimesse.
Il volume totale degli scambi commerciali (bidirezionali) tra i due Paesi è stato di 6,8 miliardi di dollari nel 2021. Gli Stati Uniti sono stati anche la fonte del 18% dei turisti nicaraguensi, secondo i dati del 2020.
Questa vicinanza e dipendenza dagli Stati Uniti si percepisce in modo ancora più forte in epoca Trump. Laddove il presidente americano ha minacciato e minaccia ogni paese della regione (amico o ostile che sia) che non si adegua alla volontà della Casa Bianca, Managua – forse perché povera e dipendente de facto dagli USA (secondo paese più povero dell’emisfero occidentale con un PIL pro capite di circa 2.100 dollari nel 2021) – non è mai stata fatta oggetto delle attenzioni e degli strali presidenziali, almeno fino al proclama del 19 luglio.
Altro macigno che pesa su Ortega è la moglie: Rosario Murillo elevata all’inedito ruolo di co-presidente insieme al marito, a seguito della riforma costituzionale del 2025 che ha trasformato la presidenza del Nicaragua da carica monocratica a diarchia. È lei il braccio forte del regime, che impone ogni decisione politica all’incerto marito. Il diffuso soprannome a lei attribuito chamuca (termine colloquiale per indicare il diavolo o un demone), grazie al suo ruolo nel regime e per la sua vocazione per l’occultismo e lo spiritismo e per la sua vicinanza con la corrente new age, testimonia ed è alla base dei suoi rapporti con la chiesa cattolica (importantissima nel paese). Non è un caso che la Murillo si alienò anche l’appoggio della nomenclatura cattolica più vicina alla “dottrina della liberazione”, quindi filo rivoluzionaria ed anti capitalista.
Le ultime elezioni del 2021 vennero contestate dall’opposizione e dalla comunità internazionale, dopo l’arresto dei principali candidati presidenziali rivali di Ortega, tra tutti gli esponenti considerati competitivi nella corsa elettorale. Ve ne è a sufficienza per evitare una prossima tornata elettorale, non perché vi sia il rischio di perdere, ma per l’eventuale astensionismo, che verrebbe visto come una sconfitta del regime.
Si potrebbe obiettare che in diversi paesi al mondo la macchina repressiva del regime è in grado di imporre non solo i candidati, ma anche la partecipazione alla liturgia del voto (cfr. Corea del Nord), ma non è il caso di Managua: troppo “latina”.
Il regime sta ora iniziando una campagna “simpatia”, divulgando sondaggi che vedono, in questi giorni, il consenso della popolazione nicaraguense verso Daniel Ortega e Rosario Murillo raggiungere la considerevole percentuale dell’85%. Questi dati provengono da una ricerca ufficiale dell’agenzia locale “M&R Consultores”. Nel leggere questo dato bisogna tener conto che si è nel contesto di un regime autoritario dove il dissenso viene fortemente limitato e che l’informazione diretta ed indiretta viene manipolata a tutta garanzia dello status quo ante. Se questo dato fosse vero, la coppia al potere non avrebbe bisogno di abolire lo strumento elettorale, sollevando le esecrazioni internazionali.
Ma anche qua esistono precedenti. Tutti gli indicatori venezuelani davano, prima dell’operazione statunitense, un consenso amplissimo nei confronti di Maduro. Non risulta che quella stessa popolazione abbia imbracciato le armi per difendere il leader violentemente deposto dallo straniero.
Atto secondo. Dopo il proclama di Ortega, seguito da un intervento della Chamuca, da parte di tutti i mezzi di informazione “occidentali” – tanto a sinistra quanto a destra – si sono sollevati alti lai che piangevano la fine della democrazia in Nicaragua, come se il solo esercizio del confronto elettorale desse significato al lemma “democrazia”. Ma perché? Democrazia e competizione elettorale percorrono i medesimi binari? Non vi è prova che dimostri questa proposizione.
Autori fondamentali per lo studio del pensiero politico come Giovanni Sartori (Democrazia e definizioni, 1957) e, più recentemente, Dino Cofrancesco (La democrazia liberale (e le altre), 2003) hanno sottolineato come la cosiddetta “democrazia dei moderni”, si differenzia da quella degli “antichi” per la separazione tra la titolarità e l’esercizio del potere.
Nello Stato moderno di grandi dimensioni il popolo è sovrano ma non governa direttamente, affidandosi a istituzioni rappresentative e meccanismi liberali di limitazione del potere. Gli stessi autori, però, ricordano che questa democrazia è una forma evoluta e moderata, ma non è l’unica. Sicuramente limita il “Leviatano”, insito in ogni regime, ma non è l’unica opzione possibile e per non pochi studiosi, neppure la più desiderabile. Luciano Canfora (La democrazia. Storia di un’ideologia, 2004) ha consegnato alla lettura un non piccolo tomo proprio per evidenziare i limiti della democrazia rappresentativa, strumento delle élite borghesi.
Che per il popolo, quello vero, non sia preferibile una democrazia dirigista e, conseguentemente, autoritaria? Il filologo pugliese pare proprio sostenere questa tesi. Si ricorda, anzi, – che nelle molteplici accezioni della parola δῆμος la più significativa è “popolazione non abbiente”, laddove κράτος è differente dalla auctoritas latina proprio per i suoi elementi coercitivi di dominio. È un fatto che per Aristotele la democrazia pura è il potere esercitato dai “meno abbienti” a proprio vantaggio esclusivo, contrapposto all’oligarchia che fa gli interessi dei ricchi, anche se fossero la maggioranza.
Quindi la democrazia non è un insieme di procedure formali del ceto politico, ma di intenzioni. Questo era alla base dell’idea platonica piantata come un seme nella Grecia del IV secolo da Platone che immaginava una città ideale governata da un gruppo di filosofi, intesi come uomini saggi in grado di promuovere il bene della comunità, capaci cioè di fare l’interesse generale senza tener conto del proprio interesse particolare.
Questo seme rinforzato da Aristotele, quando la Grecia era ormai assoggettata alla dinastia argeade, sopravvisse nei secoli per riemergere secoli dopo, sotto l’impulso delle rivoluzioni borghesi democratiche. Si prenda ad esempio il personaggio principe del pensiero risorgimentale italiano, Giuseppe Mazzini.
Egli, seppur non contrario alla democrazia rappresentativa in sé, criticava l’impostazione individualista e liberale classica dei sistemi rappresentativi. Egli rifiutava l’idea che la democrazia fosse solo un meccanismo per garantire i diritti individuali o una lotta di interessi tra fazioni, contrapponendovi una visione etica, unitaria e spirituale del “governo sociale” fondato sui doveri. In altri termini la sua visione “religiosa” della politica e, conseguentemente, della democrazia, non poteva, in alcun modo conciliarsi con il compromissorio gioco “politico” insito nella logica assembleare.
Tutta la galassia socialista o “socialisteggiante” – a cavallo di due secoli – entrò in una faida interna tra i riformisti che intendevano partecipare alla vita delle istituzioni borghesi e chi, fieramente, respingeva questa possibilità, arroccandosi nella purezza del messaggio ideologico.
Sempre per restare nella tradizione del pensiero italiano l’Altiero Spinelli del “Manifesto di Ventotene” prevedeva una fase transitoria di “dittatura del partito rivoluzionario” per fondare lo Stato federale europeo ed evitare il ritorno del fascismo, perché il popolo non sarebbe stato pronto a decidere in modo democratico maturo. Quindi il confronto politico “liberale” veniva posto in secondo piano, quando non totalmente obliato.
Lo scarso amore verso lo strumento elettorale è tipico di tutti coloro che si riconoscono nelle ideologie forti cioè in quei grandi sistemi di pensiero, come – ad esempio – il marxismo ed il fascismo, che hanno l’ambizione di spiegare tutta la realtà e di pretendere di cambiare radicalmente la società.
Lucida come sempre Hannah Arendt evidenziò che il successo – e al tempo stesso la debolezza – di qualsiasi ideologia “forte” sta nel fatto che essa: “tratta il corso degli avvenimenti come se seguisse la stessa ‘legge’ dell’esposizione logica della sua ‘idea’. Essa pretende di conoscere i misteri dell’intero processo storico – i segreti del passato, l’intrico del presente, le incertezze del futuro – in virtù della logica inerente alla sua ‘idea’”. (The Origins of Totalitarianism, 1951).
Va da sé che questo approccio “religioso” poco si concilia con l’essenza del confronto elettorale, dove – seppur con aspro confronto – gli antagonisti, solo per essere tali, riconoscono e legittimano l’avversario. Le religioni, invece, hanno il crisma dell’assoluto e non possono riconoscere legittimo alcun antagonista. In molte anime belle resta la speranza – priva di alcun fondamento – che si vada affermando, non si capisce con quale metodo, una “minoranza capace e consapevole di fare storia nel senso più alto” e l’idea di partito come “grande educatore collettivo”, anche in epoca post-ideologica, come l’attuale.
È necessario ricordare che solo da dopo la Seconda guerra mondiale e, alla faccia dei nostalgici delle ideologie forti ed autoritarie, grazie all’occupazione anglo-americana, in Italia, si è generalmente imposto il principio della superiorità della “democrazia dei moderni”, fino a poco tempo prima messa in discussione.
Semmai, succede, sempre più spesso, che lo strumento elettorale venga sottoposto alla delegittimizzazione del risultato, quando sgradito. È importante ricordare che il 9 settembre 2016 – in piena campagna per le presidenziali, che poi vinse Trump – Hillary Clinton chiamò gli elettori repubblicani basket of deplorables (cesto di deplorevoli), specificando che essi erano “racist, sexist, homophobic, xenophobic, Islamophobic”. Quali parole di disprezzo! L’oppositore diventava il white trash (spazzatura bianca): l’elettore poco acculturato, di scarso peso economico estraneo ai progressisti ambienti borghesi delle città. Insomma, una versione 2.0 dei redneck o degli Hillbilly.
Tirando le somme, con “democrazia” si intende determinare un ben specifico principio di “legittimità” e di “sovranità” del potere, le declinazioni istituzionali che ne discendono sono un’altra cosa.
Ecco, quindi, che Ortega non ha “abolito” la democrazia, solamente ne ha modificato la declinazione, lasciandone inalterata l’essenza letterale del lemma.
Che questa scelta cadrà, inevitabilmente, sulle già provate spalle del popolo nicaraguense è un fatto, ma – come ripeteva Churchill – “in un regime democratico i cittadini hanno il governo che si meritano”.





