L’interpretazione cinese dei classici greci
Quando durante l’incontro del 15 maggio a Pechino il presidente Xi Jinping ha raccomandato a Trump che USA e Cina non devono cadere nella “trappola di Tucidide”, la stampa si è molto meravigliata della citazione, dimostrando di non essere al corrente che le élite intellettuali cinesi studiano a fondo da molto tempo la civiltà classica, non solo per puro amore filologico, ma soprattutto per carpirne i segreti culturali utili a rendere più forte la Cina sotto il profilo giuridico, filosofico-politico, diplomatico-strategico.
Basti pensare che lo studio del diritto romano è intensamente coltivato in Cina sin dagli anni Novanta del secolo scorso, specialmente per merito del prof. Xu Guodong, che con la sua opera imponente è riuscito ad attirare l’attenzione del suo governo sugli elementi di diritto romano pubblico e privato, facendone un modello per l’opera di modernizzazione della scienza giuridica cinese. Oggi la romanistica è fonte continua di ispirazione per i riformatori del diritto cinese.
Anche la lingua latina è oggetto di crescente interesse: nel 2012 è stata fondata a Pechino la Latinitas Sinica, un’istituzione dedicata allo studio e alla promozione del latino in Cina, con cui collabora strettamente il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis. Ogni anno, a luglio, una trentina di studenti e di giovani insegnanti cinesi si reca a Roma per partecipare ai corsi organizzati dall’Università Pontificia Salesiana in accordo con Latinitas Sinica.
L’interesse del mondo culturale cinese per la civiltà greca antica è incominciato verso la metà dell’Ottocento, ma ha conosciuto un potente rinnovamento successivamente ai fatti di Piazza Tienanmen (1989). Nel novembre del 2024 si è tenuta a Pechino la prima World Conference of Classics, dal titolo “Le civiltà classiche e il mondo moderno”, un imponente evento che ha riunito oltre 600 partecipanti, tra cui rappresentanti di istituzioni cinesi e greche, esperti, studiosi, figure culturali, rappresentanti giovanili e professionisti dei media provenienti da tutto il mondo: naturalmente alla presenza di Xi Jinping, che ha sottolineato come le antiche civiltà di Cina e Grecia siano fiorite ai lati opposti del continente eurasiatico oltre due millenni fa, entrambe gettando le basi per lo sviluppo della civiltà umana.
Inoltre, nello stesso anno è stata fondata ad Atene la Chinese School of Classical Studies, che tra i suoi molteplici e lodevoli obiettivi si pone (cito dal programma ufficiale) quello di “indagare sui significati storici e sui metodi teorici degli studi classici della Grecia”, nonché di compiere ricerche “sulla formazione storica del sistema di conoscenza della civiltà classica”.
È molto interessante indagare, da parte nostra, quali sono le ragioni dell’estremo interesse cinese per i classici occidentali, proprio nel momento in cui invece essi sono in crisi, e considerati sempre più inutili, sulle due sponde dell’Atlantico, perfino in Italia e in Grecia che ne furono la culla.
Negli anni Ottanta del Novecento, sull’onda delle Quattro Modernizzazioni teorizzate da Deng Xiaoping nel periodo di apertura e riforme, scoppiò in Cina una vera febbre culturale che spinse studenti e intellettuali a scoprire i filosofi occidentali, tra cui i massimi pensatori greci antichi, Platone e Aristotele. Venivano letti in chiave neoilluministica, come fondatori di un pensiero universale che avrebbe potuto aiutare la Cina nel suo percorso di transizione verso forme di democrazia, giustizia e uguaglianza forse non così diverse da quelle della polis ateniese del 5° secolo avanti Cristo.
Il momento culminante di questa lettura “democratica” dei classici fu il movimento studentesco del 1989. I manifestanti di Piazza Tienanmen non erano estranei alla cultura classica occidentale e avevano letto i greci attraverso la lente della libertà politica. Il simbolo più visibile del movimento, la “Dea della Democrazia”, la statua eretta in piazza davanti alla gigantografia di Mao Zedong e poi distrutta dalle autorità, fu deliberatamente modellata sull’iconografia classica occidentale, mescolata con elementi cinesi, proprio per comunicare l’idea che la democrazia fosse un valore universale e non una specificità americana.

La strage di Tienanmen segna una frattura profondissima tra il pre- e il post- 1989. La piena riaffermazione del Partito comunista come unico soggetto politico possibile ha prodotto un completo rovesciamento anche dell’interpretazione da dare ai classici greci, letti e studiati con rinnovato vigore ma da una prospettiva del tutto diversa e senz’altro seducente: non insegnerebbero a coltivare la democrazia, ma sapientemente mostrerebbero perché la democrazia sia un errore.
La lettura di Tucidide, Platone, Aristotele viene fatta dunque in funzione antioccidentale, con l’aggiunta di una considerazione beffarda: proprio la sfrenata democrazia liberale occidentale moderna ha tradito il messaggio più profondo che le giunge dalla sua tradizione migliore, quella classica, producendo un relativismo, un individualismo e un egualitarismo che erodono le basi morali e culturali su cui essa stessa si regge, generando alla fine non libertà ma vuoto. Al contrario, sarebbe proprio la Cina (o, se vogliamo, l’Oriente) a preservarne lo spirito più autentico.
Vediamo qualche esempio concreto di come la cultura cinese ricava queste sue certezze.
Platone nella Repubblica a un certo punto (III, 414 d) fa esporre a Socrate un mito dichiaratamente falso ma che dovrà servire per convincere i governanti e i governati dello Stato ideale ad accettare la necessità di una gerarchia politica (quindi l’opposto dell’eguaglianza democratica) fondata sul merito individuale.
Voi tutti nella polis siete fratelli, diremo loro narrando il mito, ma il dio, mentre vi plasmava, a quelli di voi che sono adatti al governo mescolò, nella loro genesi, dell’oro, e perciò sono di grandissimo valore; ai guerrieri, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli altri artigiani. Poiché siete congeneri tutti dovreste generare figli per lo più simili a voi; ma c’è caso che da oro nasca discendenza argentea, e da argentea aurea, e così reciprocamente in tutto il resto.
Platone, Repubblica 415 a-c
Perciò il dio ordina prima e soprattutto ai governanti di non essere di niente tanto buoni guardiani e di non custodire nulla di tanto forte quanto i figli, badando a quale di questi metalli si sia mescolato nelle loro anime; e se un loro figlio nasce con del bronzo o del ferro, non si facciano per nulla impietosire, ma assegnando alla natura il riguardo che le si addice, lo respingano tra gli artigiani o i contadini; e se viceversa da questi nasce qualcuno con dell’oro o dell’argento, lo onorino e innalzino l’uno a custode, l’altro a guerriero; perché c’è un oracolo per il quale la polis andrà in rovina, quando la custodisca il custode di ferro o il custode di bronzo.
Questo mito, definito da Platone “nobile menzogna”, è funzionale alla creazione di una società stabile e sottomessa, in cui i vari ruoli (governanti, guerrieri, artigiani) sono attribuiti all’ordine cosmico voluto dagli dèi, non all’arbitrio degli uomini. La nascita con un’anima d’oro, o di argento, o di bronzo e ferro, determina in modo incontestabile la classificazione sociale, senza lasciare giustificazione alla ribellione, anche perché la qualità della componente metallica non è ereditaria ma può dar luogo a miglioramenti o peggioramenti di generazione in generazione.
Perché Platone chiama “nobile” questo mito che pure è una menzogna architettata dai filosofi-re della sua Repubblica ideale? Perché egli ritiene che sarebbe comunque utile al bene dello Stato nel suo complesso, garantendogli pace interna e prosperità. Infatti, i soli a conoscere la verità circa la menzogna del mito sono i filosofi, che giustamente governano grazie alla loro superiore sapienza, pur essendo la minoranza; invece la maggioranza, cioè il popolo, crede davvero a quella favola, rimanendone irretito e dunque obbediente e sottomesso. Ed è giusto, perché la verità non è comunicabile alla massa per via razionale, bensì le va somministrata solo attraverso la metafora del mito, che parla della necessaria e oggettiva disuguaglianza fra gli uomini.
Si crea così una struttura a doppio livello della conoscenza politica: c’è una verità esoterica (da eso- = “dentro”) per l’élite e una verità essoterica (da exo- = “fuori”) per la massa: una comprensione profonda per gli uni e una comprensione superficiale e approssimativa per gli altri.
In questo modo, spiega Platone, il consenso dei governati può essere costruito artificialmente, mediante una narrazione fantastica fatta credere reale, ovvero – diremmo noi – attraverso la propaganda. E Dio solo sa quanto sia pervasiva la propaganda politica oggi, non solo nelle Nazioni assolutistiche, ma proprio anche in Europa, specialmente utilizzando i media e gli strumenti multimediali.
È chiaro a questo punto quanto sia forte la consonanza di questa particolare riflessione platonica con l’assetto della Repubblica Popolare Cinese: il partito comunista, che si considera depositario di una superiore comprensione degli interessi del popolo, governa senza sottoporsi al vaglio elettorale, e gestisce la comunicazione pubblica in modo da produrre consenso.
Così, il paradosso è che uno dei massimi figli di quella Atene che noi consideriamo (a torto) madre della nostra democrazia, diventa la miglior fonte di legittimità del potere assoluto in Cina, proprio perché proviene non da un’elaborazione filosofica interna, ma proprio da quell’Occidente che ha disimparato a capire il significato profondo (esoterico) dei propri classici.
Veniamo a parlare di Tucidide, il sommo storico della Guerra del Peloponneso e primo pensatore politico dell’Occidente. Egli era – come sostiene il noto grecista Luciano Canfora – un oligarchico moderato, critico non tanto nei confronti della democrazia quanto delle sue degenerazioni, come l’ubriacatura imperialistica che nella seconda metà del V secolo a.C. portò Atene alla feroce repressione della rivolta di Mitilene, che desiderava uscire dall’alleanza militare; alla strage dei Meli, colpevoli solo di voler restare neutrali fra Atene e Sparta; e soprattutto alla sciagurata spedizione in Sicilia, finita con un disastro epocale. La causa della degenerazione era stata la scomparsa di Pericle, seguita da un periodo dominato da demagoghi e dal cieco bellicismo dell’Assemblea. Ecco il ritratto che fa Tucidide del grande leader democratico:
La critica di Tucidide alla democrazia ateniese non è mai frontale, ma è costruita narrativamente a) attraverso la contrapposizione tra Pericle e i suoi successori demagoghi; b) mediante la rappresentazione dell’assemblea come soggetta a passioni irrazionali e mutevoli; c) mostrando come la spedizione siciliana fosse stata prodotta da decisioni democratiche sbagliate.
Questa lettura di Tucidide piace molto agli intellettuali cinesi, che vi vedono ancora una volta la conferma della giustezza delle scelte politiche – in equilibrio fra dittatura e libertà mercantile – operate dal Partito. Tanto più che, come Luciano Canfora ben spiega nel saggio Tucidide: l’oligarca imperfetto, Tucidide nell’ultimo libro della sua opera (VIII, 68) esprime grandissima ammirazione nei confronti di colui che fu il cervello del colpo di Stato oligarchico dei Quattrocento (411), Antifonte:
E soprattutto, quando il regime dei Quattrocento cadde e fu sostituito dal più moderato governo dei Cinquemila, non solo Tucidide vi partecipò, ma espresse al suo proposito un giudizio estremamente positivo. E si trattava di un governo che limitava i diritti politici ai più abbienti, depurando l’Assemblea popolare dagli elementi più rissosi
Mai, almeno ai miei tempi, gli Ateniesi sembrarono governati meglio che all’inizio di quel regime; vi era un saggio connubio tra oligarchia e democrazia; fu proprio questo che contribuì, dopo una situazione disastrosa, a risollevare la città.
Tucidide, VIII, 97, 2
Infatti, il regime dei Cinquemila (evidentemente una minoranza) rappresentava per Tucidide la formula ideale di governo misto: una fusione capace di superare sia l’estremismo oligarchico dei Quattrocento sia le derive demagogiche della democrazia radicale.
Il passo è l’attestazione più esplicita di una preferenza tucididea per un regime non pienamente democratico, ed è per questo che i classicisti cinesi lo citano con particolare interesse.
Si potrebbero moltiplicare i riferimenti ad altre opere greche studiate e ammirate in Cina perché suonano come una conferma della loro visione politica, sociale, antropologica del mondo: ad esempio la Politica e l’Etica Nicomachea di Aristotele o la intrigante Athenaion Politeia (“La Costituzione degli Ateniesi”).
Ma quel che è certo è che noi occidentali dovremmo smetterla di guardare con sufficienza ai monumenti culturali su cui è stata eretta la nostra civiltà, e che stiamo implacabilmente picconando con la stessa stolta ignoranza con cui i Talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan.


