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Pakistan: l’appartenenza religiosa capace di plasmare uno stato?

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Nel dibattito sul Medio Oriente, la creazione di due Stati continua ad essere al centro dell’interesse pubblico. Quasi ottant’anni fa una soluzione fondata sulla separazione territoriale venne adottata anche nel subcontinente indiano: da quella scelta nacque il Pakistan, e la sua storia offre ancora oggi elementi utili per valutare le conseguenze di una divisione costruita attorno all’appartenenza religiosa.

Per interpretare l’attuale posizione di Islamabad occorre partire proprio dalle condizioni che portarono alla fondazione del Paese: da decenni le forze armate pakistane esercitano un peso fuori dal comune sulla vita politica e sulle istituzioni nazionali. Più recentemente, il Pakistan ha rafforzato la propria visibilità internazionale proponendosi come canale di comunicazione tra Stati Uniti e Iran. A questa funzione diplomatica[1] si è affiancata una nuova iniziativa nel campo della sicurezza: alla Mecca, centro spirituale dell’Islam, Islamabad ha sottoscritto un accordo difensivo con Arabia Saudita e Turchia[2].

I tre leader della possibile “NATO islamica”, mentre porgono il saluto alle bandiere dei rispettivi Paesi.
I tre leader della possibile “NATO islamica”, mentre porgono il saluto alle bandiere dei rispettivi Paesi.

Per il Pakistan, la cui identità nazionale è stata plasmata anche dal lungo confronto con l’India[3], questo riconoscimento costituisce una fonte di prestigio. Il Paese può infatti presentarsi contemporaneamente come interlocutore diplomatico, attore militare regionale ed unica nazione a maggioranza musulmana in possesso di un arsenale atomico[4]. In questa prospettiva, le testate nucleari pakistane non rappresenterebbero più soltanto uno strumento di dissuasione nei confronti di Nuova Delhi, ma anche una possibile garanzia strategica estesa ad altri Paesi islamici.

Il paradosso risiede nel fatto che se Islamabad arrivasse davvero ad utilizzare le proprie capacità nucleari per proteggere un alleato, esporrebbe lo stesso Pakistan al rischio di una rappresaglia devastante. Il sistema costruito sotto la guida del feldmaresciallo Asim Munir[5] procura al Paese autorevolezza ed influenza finché prevale la pace, ma potrebbe trasformarsi in una trappola nel momento di una guerra[6].

Syed Asim Munir Ahmed Shah (Asim Munir)
Syed Asim Munir Ahmed Shah (Asim Munir)

Di fronte ad una crisi esistenziale, il Pakistan si troverebbe davanti a due alternative entrambe estremamente pericolose: sottrarsi agli obblighi assunti comprometterebbe la sua credibilità internazionale; rispettarli fino alle conseguenze più estreme potrebbe invece mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dello Stato. Una simile contraddizione richiama, per alcuni aspetti, quella che accompagnò la sua nascita: anche allora si tentò di superare un conflitto tra comunità ritenute inconciliabili attraverso una separazione politica e territoriale.

Il processo che condusse alla Partizione iniziò molto prima dell’indipendenza del 1947. La All-India Muslim League, fondata a Dacca nel 1906, non nacque con l’obiettivo immediato di creare una nazione musulmana autonoma[7]; la sua prima missione fu quella di difendere la rappresentanza e gli interessi politici dei musulmani nell’India sottoposta al dominio britannico.

https://nihcr.edu.pk/Downloads/Title.pdf

Le decisioni dell’amministrazione coloniale contribuirono però a rendere sempre più rigidi i confini tra le diverse comunità. Con le riforme Morley-Minto del 1909 furono introdotti collegi elettorali separati su base religiosa[8]: questo meccanismo incoraggiò una parte crescente della popolazione a confrontarsi con il potere britannico in quanto membro di una comunità confessionale, più che come cittadino di una futura nazione indiana unitaria.

Anche Muhammad Ali Jinnah[9], destinato a diventare il principale artefice del Pakistan, non sostenne fin dall’inizio la divisione del subcontinente: musulmano sciita di origine gujarati[10], avrebbe poi guidato la nascita di un Paese prevalentemente sunnita. Per una lunga fase della sua attività politica promosse invece l’intesa tra indù e musulmani, chiedendo soprattutto adeguate tutele costituzionali per questi ultimi.

Muhammad Ali Jinnah in una foto del 1945.
Muhammad Ali Jinnah in una foto del 1945.

La svolta maturò nel 1940, quando la Muslim League approvò a Lahore una risoluzione che sarebbe diventata il fondamento politico della futura indipendenza pakistana: il documento proponeva di riunire le aree a maggioranza musulmana situate nella parte nord-occidentale ed in quella orientale dell’India britannica all’interno di entità politiche autonome.[11]

Nel giro dei sei anni successivi, quella formulazione ancora vaga si trasformò in un progetto sempre più definito; la Lega cercò di accreditarsi come la sola autentica portavoce dei musulmani del subcontinente. I risultati ottenuti nei collegi musulmani durante le elezioni del 1945-1946 consolidarono la posizione di Jinnah e diedero maggiore forza alla richiesta di uno Stato separato.

La comunità musulmana indiana, tuttavia, era tutt’altro che compatta: numerose organizzazioni ed autorevoli figure religiose rifiutavano la prospettiva della Partizione. Una parte consistente del mondo deobandi[12] respinse la teoria secondo cui indù e musulmani costituissero due nazioni distinte, preferendo sostenere un’identità nazionale indiana condivisa. Dalla parte della Muslim League si schierarono invece alcuni settori degli ulema[13], diversi influenti pir[14] e, in particolare, le reti barelvi[15]. Gradualmente si impose così l’idea del Pakistan come patria politica dei musulmani dell’Asia meridionale.

L’inasprimento dello scontro sfociò infine in una delle pagine più drammatiche del periodo precedente all’indipendenza: il 16 agosto 1946 la Muslim League proclamò il “Direct Action Day”[16], una mobilitazione concepita per mostrare la determinazione dei musulmani ad ottenere la creazione del Pakistan.

A Calcutta la giornata degenerò in una violenza su vasta scala, che successivamente raggiunse il Bengala, il Bihar, il Punjab ed altre regioni. Indù, musulmani e sikh furono coinvolti in una catena di massacri e rappresaglie, assumendo di volta in volta il ruolo di vittime e aggressori. Gandhi continuò ad opporsi alla divisione, nel tentativo di salvaguardare la convivenza tra le comunità, ma non riuscì a fermare il processo ormai avviato.

Anche l’accettazione della Partizione da parte di Jawaharlal Nehru[17] e Vallabhbhai Patel[18] non implicava necessariamente la convinzione che la frattura sarebbe stata permanente. Nehru arrivò ad ipotizzare pubblicamente che, in futuro, la separazione avrebbe potuto lasciare spazio ad una nuova forma di unità.

Jawaharlal Nehru in una foto del 1925.
Jawaharlal Nehru in una foto del 1925.

Rimane inoltre oggetto di discussione la responsabilità di Lord Mountbatten[19] nella rapidità con cui si svolsero gli eventi. Il ritiro britannico, inizialmente previsto entro giugno 1948, venne anticipato all’agosto del 1947: in pochi mesi si dovette quindi stabilire il destino di un territorio abitato da quasi 400 milioni di persone.

Il compito di tracciare le nuove frontiere venne affidato a Cyril Radcliffe[20], un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Radcliffe ebbe soltanto cinque settimane per dividere il Punjab ed il Bengala: la delimitazione definitiva fu resa nota quando l’indipendenza era già stata proclamata, trasformando la Partizione in un divorzio geopolitico condotto con una rapidità estrema e dalle conseguenze traumatiche.[21]

Il Pakistan venne ufficialmente alla luce il 14 agosto 1947[22]; ventiquattr’ore più tardi fu proclamata l’indipendenza dell’India. Alla nascita dei due Stati seguì però una tragedia di proporzioni immense: convogli ferroviari che avrebbero dovuto trasportare profughi arrivarono a destinazione pieni di corpi, numerose donne furono sequestrate, sottoposte a violenze sessuali e costrette a convertirsi. Comunità abituate a condividere gli stessi villaggi e quartieri vennero improvvisamente separate da un confine internazionale.[23]

Il Pakistan riuscì a consolidarsi come Stato, ma la sua unità territoriale durò meno di un quarto di secolo. Nel 1971, al termine di una crisi alimentata da esclusione politica, repressione e guerra, la parte orientale si separò e diede vita al Bangladesh[24]. La comune fede islamica, posta alla base della Partizione, non fu sufficiente a mantenere unite due popolazioni divise dalla distanza geografica e da profonde differenze linguistiche, culturali ed economiche.

La nascita del Bangladesh mise così in evidenza la debolezza della religione quando viene utilizzata come unico fondamento della coesione nazionale. Dopo il 1947, decine di milioni di musulmani avevano continuato a vivere in India. Nel Pakistan orientale, intanto, la richiesta di rappresentanza politica, la cultura bengalese, la questione linguistica e gli interessi economici acquistarono un peso superiore a quello della comune appartenenza religiosa.

Le difficoltà nella definizione dell’identità pakistana erano emerse fin dalla scelta dell’idioma nazionale: l’urdu[25] venne elevato a lingua ufficiale nonostante non fosse l’idioma materno prevalente in nessuna delle principali regioni del nuovo Stato. Le sue radici culturali si trovavano soprattutto nell’India settentrionale, tra l’Uttar Pradesh e città come Delhi e Lucknow. Ad introdurlo nei centri di potere pakistani fu in particolare l’élite politica ed amministrativa dei muhajir[26], i musulmani emigrati dall’India.

Questa decisione produsse le tensioni più forti nella parte orientale del Paese, dove i bengalesi formavano il maggiore gruppo linguistico nazionale. Ventitré anni più tardi, l’indipendenza del Bangladesh avrebbe dimostrato quanto fosse difficile sostituire con la sola religione il senso di appartenenza generato dalla lingua, dalla cultura e dalla storia condivisa.

Una contraddizione analoga riguardò lo sviluppo religioso del Pakistan. Il movimento deobandi, che avrebbe acquisito un’influenza profonda prima nel Paese e successivamente in Afghanistan, aveva avuto origine presso il seminario Darul Uloom Deoband[27], nell’attuale Uttar Pradesh indiano[28]. Alcune delle sue figure ed organizzazioni più autorevoli, fra cui Husain Ahmad Madani[29] e la Jamiat Ulema-e-Hind[30], avevano contestato la teoria delle due nazioni e si erano schierate contro la divisione dell’India.

Logo del seminario Darul Uloom Deoband
Logo del seminario Darul Uloom Deoband

Si delineò quindi una situazione paradossale. Il Pakistan, fondato come patria politica dei musulmani del subcontinente, scelse una lingua il cui principale riferimento culturale era rimasto oltre il confine indiano e subì la crescente influenza di una scuola religiosa nata anch’essa in territorio indiano.

In questo processo furono soprattutto due le forze capaci di offrire una struttura comune: l’Islam e le forze armate. I militari, grazie alla propria organizzazione, alla disciplina gerarchica ed alla continuità dell’apparato, occuparono progressivamente lo spazio lasciato dalla fragilità delle istituzioni civili; divennero così uno dei principali centri del potere pakistano. Se la religione forniva la giustificazione ideologica dell’unità nazionale, l’esercito ne garantiva la continuità sul piano istituzionale.

In questa traiettoria si colloca l’ascesa di Asim Munir: il ruolo di interlocutore tra Washington e Teheran avrebbe riportato il Pakistan al centro della diplomazia internazionale. Parallelamente, l’intesa difensiva conclusa alla Mecca con Arabia Saudita e Turchia consentirebbe ad Islamabad di ampliare la propria ambizione: non più soltanto patria nata per i musulmani dell’India britannica, ma possibile garante militare e nucleare di una comunità islamica molto più estesa.

L’incontro alla Casa Bianca di Trump con Asim Munir, Capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano: è un fatto inusuale che tale genere di incontri sia organizzato alla Casa Bianca.
L’incontro alla Casa Bianca di Trump con Asim Munir, Capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano: è un fatto inusuale che tale genere di incontri sia organizzato alla Casa Bianca.

La vicenda pakistana invita tuttavia a valutare con cautela qualsiasi progetto geopolitico che affidi alla religione il compito di superare divisioni politiche e sociali. La separazione del 1947 non cancellò l’ostilità tra indù e musulmani e non generò un’identità nazionale abbastanza solida da assorbire le differenze culturali, linguistiche, regionali ed economiche. Soltanto ventiquattro anni dopo la sua fondazione, lo stesso Pakistan finì infatti per dividersi.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://www.caputmundi.info/2026/05/22/pakistan-asim-munir-figura-chiave-della-diplomazia/

[2] https://www.caputmundi.info/2026/02/06/ipotesi-di-una-nato-islamica-tra-turchia-arabia-saudita-e-pakistan/

[3] https://www.caputmundi.info/2025/05/09/india-pakistan-conflitto-geopolitico-ed-etnico-religioso/

[4] https://www.truenumbers.it/ecco-tutto-il-nucleare-del-mondo/

[5] https://24plus.ilsole24ore.com/art/asim-munir-capo-dell-esercito-pakistano-diventato-mediatore-usa-e-iran-AIMrj99B

[6] https://www.ilpost.it/2025/11/20/munir-asim-maresciallo-pakistan/

[7] https://www.treccani.it/enciclopedia/all-india-muslim-league_(Dizionario-di-Storia)/

[8] https://www.nextias.com/upsc/indian-councils-act-of-1909

[9] https://www.treccani.it/enciclopedia/muhammad-ali-jinnah_(Dizionario-di-Storia)/

[10] https://www.treccani.it/vocabolario/gujarati/

[11] https://www.britannica.com/question/What-is-the-significance-of-the-Lahore-Resolution-of-1940

[12] https://www.sintesidialettica.it/l-etica-deobandi-e-lo-spirito-del-fondamentalismo/

[13] https://www.treccani.it/enciclopedia/ulama/

[14] https://www.britannica.com/topic/pir

[15] https://thesubmitters.org/what-is-the-barelvi-movement-in-south-asia/

[16] https://www.britannica.com/event/Direct-Action-Day-India-1946

[17] https://www.treccani.it/enciclopedia/pandit-jawaharlal-nehru_(Dizionario-di-Storia)/

[18] https://www.treccani.it/enciclopedia/patel-vallabhbhai-jhaverbhai-detto-sardar_(Dizionario-di-Storia)/

[19] https://it.wikipedia.org/wiki/Louis_Mountbatten

[20] https://historyreclaimed.co.uk/cyril-radcliffe-left-india/

[21] https://www.linkiesta.it/2018/04/cose-la-linea-radcliffe-lunico-confine-che-si-puo-vedere-dallo-spazio/

[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Pakistan

[23] https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/08/14/pakistan-anniversario

[24] https://www.ilpost.it/2011/12/16/una-volta-qui-era-tutto-pakistan/

[25] https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_urdu

[26] https://it.wikipedia.org/wiki/Mir_Taqi_Mir

[27] https://en.wikipedia.org/wiki/Darul_Uloom_Deoband

[28] https://en.wikipedia.org/wiki/Uttar_Pradesh

[29] https://en.wikipedia.org/wiki/Husain_Ahmad_Madani

[30] https://www.jamiat.org.in/

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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