Le Torri Gemelle avvolte dal fumo su uno schermo, con le date 11 settembre 2001 e 2026.
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11 settembre, l’alba della paura: tra complotti ed insicurezze

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Arianne Ghersi intervista Andrea Molle

11/09/2001: sono trascorsi 25 anni e si sono “sprecati” fiumi d’inchiostro per esprimere le più bislacche teorie del complotto. Si può pensare che ciò sia avvenuto di pari passo alla diffusione dei social network?

Sì, ma con una precisazione. Le teorie del complotto sull’11 settembre nascono ben prima dell’esplosione dei social network. Già nei giorni e nei mesi immediatamente successivi agli attentati circolavano libri, documentari, forum e siti dedicati alle interpretazioni alternative.

I social media, quindi, non hanno creato il fenomeno. Ne hanno però radicalmente modificato scala, velocità e struttura. Il meccanismo è molto semplice. Prima dei social, una teoria complottista doveva in qualche modo trovare un pubblico attraverso un libro, un sito, una mailing list o una comunità relativamente circoscritta. Con i social network, invece, i costi di produzione e soprattutto di distribuzione dell’informazione sono praticamente spariti.

Una ricostruzione alternativa può raggiungere milioni di persone senza passare attraverso editori, giornalisti, accademici o altri tradizionali gatekeepers. E gli algoritmi tendono inevitabilmente a premiare ciò che genera attenzione, indignazione e coinvolgimento. Esattamente il terreno sul quale prosperano molte narrazioni complottiste.

Poi c’è un secondo elemento, forse ancora più importante. I social hanno reso molto più semplice la formazione di comunità epistemiche alternative, nelle quali non si condivide soltanto una teoria, ma anche un sistema di fonti, “esperti” e criteri attraverso cui stabilire cosa sia vero e cosa non lo sia. A quel punto il problema non è più semplicemente credere che “la versione ufficiale sia falsa”. È non riconoscere più come legittime le istituzioni che producono quella versione.

L’11 settembre è, come sappiamo, un caso particolarmente interessante perché si trova quasi a cavallo tra due epoche. Il complottismo dell’Internet dei forum e dei siti indipendenti e quello, successivo, dei social network. Questi ultimi non hanno inventato il complotto, ma gli hanno fornito un ecosistema straordinariamente più efficiente per diffondersi, riprodursi e soprattutto sopravvivere nel tempo.


Movimenti complottisti, come QAnon, di cui è profondo conoscitore, hanno ipotizzato l’esistenza di un Deep State, guidato da George W. Bush, impegnato nell’orchestrare l’attacco. Quale flebile contatto con la realtà ha questa ipotesi? Maliziosamente invece, quale vantaggio crea o creerebbe il credere in questa “bufala”?

Direi che il contatto con la realtà è estremamente flebile, ma non completamente inesistente nel senso sociologico del termine. Non esiste alcuna evidenza credibile che George W. Bush o un fantomatico Deep State abbiano orchestrato gli attentati dell’11 settembre.

Il frammento di realtà sul quale viene costruita la narrazione è un altro; che gli Stati possiedono apparati burocratici, militari e di intelligence relativamente autonomi, esistono conflitti tra agenzie, interessi consolidati e processi decisionali che sfuggono in parte al controllo democratico.

Inoltre, dopo l’11 settembre l’amministrazione Bush utilizzò certamente il nuovo contesto strategico per perseguire politiche che difficilmente sarebbero state politicamente sostenibili prima degli attentati, a cominciare dalla guerra in Iraq. Ma tra trarre vantaggio politico da un evento e averlo organizzato esiste un abisso logico ed empirico che il pensiero complottista tende sistematicamente a cancellare. Ed è proprio qui che la Sua domanda “maliziosa” diventa molto interessante. Credere al complotto offre diversi vantaggi.

Il primo è cognitivo: rende comprensibile un evento enorme e traumatico attraverso una spiegazione relativamente semplice. È psicologicamente più rassicurante immaginare una regia occulta onnipotente che accettare che diciannove terroristi, sfruttando vulnerabilità organizzative e una serie di errori, possano produrre conseguenze storiche gigantesche.

Il secondo vantaggio è politico. Il complotto identifica immediatamente colpevoli, vittime e responsabili, trasformando una realtà complessa in una narrazione morale. E soprattutto consente di delegittimare in blocco istituzioni, media ed élite. Se il Deep State ha organizzato l’attacco, chiunque neghi il complotto diventa automaticamente parte del complotto o, quantomeno, uno dei suoi utili idioti. È un sistema argomentativo quasi perfetto perché tende a diventare impermeabile alla falsificazione.

Infine c’è un vantaggio identitario. Chi aderisce a queste narrazioni non possiede semplicemente un’opinione diversa: entra a far parte della comunità di coloro che “hanno capito”, contrapposta alla massa che continua a credere alla versione ufficiale. È una dinamica che QAnon ha portato quasi alla perfezione.

Il vero prodotto venduto dal complottismo, in fondo, non è necessariamente una spiegazione migliore della realtà. È la sensazione di possedere una conoscenza che gli altri non possiedono. Ed è una merce politicamente e psicologicamente molto potente.


Numerosi siti commentano il dato secondo cui “nessun ebreo sarebbe morto nell’attacco”. Alcune fonti menzionano il fatto che Israele avesse segnalato l’ipotesi di atti terroristici e che fu Condoleezza Rice (allora consigliera per la sicurezza nazionale) a minimizzare la minaccia. Quanto riportato è una delle tante forme di antisemitismo in atto già all’epoca?

Sì, direi che siamo di fronte a uno degli esempi più eclatanti di come il complottismo possa recuperare e aggiornare forme molto più antiche di antisemitismo. La storia secondo cui “nessun ebreo sarebbe morto” l’11 settembre, o nella sua versione più diffusa che “4.000 ebrei erano stati avvertiti di non andare al lavoro”, è semplicemente falsa.

In realtà, tra le vittime documentate troviamo centinaia di ebrei e anche cittadini israeliani. La leggenda dei “4.000” sembra essere nata tuttavia dalla deformazione di una notizia reale. Nelle ore successive agli attentati, il governo israeliano aveva ricevuto migliaia di richieste di informazioni riguardanti cittadini israeliani che potevano trovarsi nelle aree interessate dagli attacchi. Da lì, attraverso una sorta di “telefono senza fili” ideologico, “4.000 israeliani potenzialmente presenti nell’area” divennero “4.000 ebrei avvertiti di non presentarsi al lavoro”.

Interessante è anche la questione del coinvolgimento dell’intelligence israeliana. Esistono effettivamente fonti contemporanee che corroborano la versione in cui Israele aveva trasmesso agli Stati Uniti informazioni circa la possibilità di un grande attentato terroristico. Ma questo elemento va inserito in un quadro molto più ampio e banale. Nei mesi precedenti all’11 settembre l’intero sistema di intelligence americano stava ricevendo numerosi segnali sull’aumento della minaccia di al-Qaeda.

La Commissione sull’11 settembre utilizzerà la famosa espressione secondo cui il sistema di raccolta stava “lampeggiando”. Il problema era che queste informazioni erano generalmente troppo frammentarie e prive degli elementi operativi necessari per essere actionable ovvero prevedere dove, quando e come sarebbe avvenuto l’attacco. Anche attribuire semplicemente a Condoleezza Rice la responsabilità di aver “minimizzato l’avvertimento israeliano” rischia quindi di essere fuorviante.

È certamente legittimo discutere degli errori dell’amministrazione Bush e dell’incapacità delle agenzie americane di collegare informazioni che, retrospettivamente, appaiono estremamente significative. Un tema, tra l’altro, oggetto di critica continua. È cosa molto diversa trasformare questa inefficienza istituzionale cronica nella prova di una conoscenza anticipata israeliana dell’operazione.

Ed è precisamente qui che emerge la componente antisemita. Il meccanismo narrativo è molto semplice: gli ebrei sanno qualcosa che gli altri non sanno, agiscono segretamente come gruppo e manipolano gli eventi a proprio vantaggio. Cambiano gli attori e la tecnologia, ma la struttura è sorprendentemente simile a quella di molti miti antisemiti precedenti.

Non casualmente, la storia dei “4.000 ebrei” circolò praticamente subito dopo gli attentati e venne poi ripresa da ambienti ideologicamente molto diversi, dall’estremismo mediorientale alla destra suprematista occidentale fino ad arrivare alla sinistra Pro-Pal.


Il Medioriente è, oggi come non mai, in fiamme. Quale lezione non retorica possiamo trarre dai fatti accaduti il “famoso” 11 settembre?

Il Medioriente è sempre in fiamme, purtroppo. Forse la lezione meno retorica che possiamo imparare dall’11 settembre è che non basta vincere una guerra per risolvere il problema politico che l’ha prodotta. Anzi, talvolta la risposta militare può generare conseguenze politiche più profonde dell’attacco al quale intende rispondere.

L’11 settembre dimostrò innanzitutto qualcosa che tendiamo periodicamente a dimenticare, nonostante sia uno dei cardini dello studio del terrorismo, e cioè che attori relativamente piccoli possono produrre effetti enormemente sproporzionati rispetto alle risorse di cui dispongono. La stessa Commissione sull’11 settembre parlò di un fallimento di “immaginazione”, oltre che di politica, capacità e gestione: le istituzioni americane disponevano di molti “frammenti” di informazione, ma non riuscirono a immaginare come potessero combinarsi.

Poi c’è una seconda lezione, forse ancora più importante guardando al Medio Oriente di oggi. La superiorità militare non coincide automaticamente con il successo strategico. Gli Stati Uniti distrussero rapidamente il regime talebano nel 2001 e quello di Saddam Hussein nel 2003; venticinque anni dopo sappiamo quanto sia stato più difficile costruire un ordine politico sostenibile.

Il problema non è soltanto eliminare una minaccia, ma capire quale sistema di incentivi, alleanze, risentimenti e vuoti di potere rimarrà il giorno successivo. Ed è una domanda estremamente attuale. Il Medio Oriente continua a mostrare quanto rapidamente un conflitto apparentemente circoscritto possa collegarsi ad altri teatri: Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen, fino alle rotte energetiche e commerciali. Anche oggi vediamo contemporaneamente tensioni a Gaza, nuovi scontri in Libano e una pericolosa competizione israelo-turca sulla Siria.

La lezione dell’11 settembre, quindi, non dovrebbe essere il banale “mai abbassare la guardia”. Dovrebbe essere qualcosa di molto più scomodo: mai essere reattivi. Prima di reagire bisogna chiedersi quale ordine politico produrrà la nostra reazione e cercare di anticipare lo stimolo. Il terrorismo cerca spesso proprio una risposta sproporzionata, perché può trasformare una vittoria tattica dello Stato in una sconfitta strategica di lungo periodo.

Se c’è qualcosa che avremmo dovuto imparare in questi venticinque anni è che sicurezza e forza non sono sinonimi. La forza può distruggere un nemico; la politica deve impedire che dalle sue macerie ne nascano altri tre.

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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  • È professore associato presso la Chapman University (Orange, California) dove insegna Relazioni Internazionali, Teoria dei Giochi e Metodi per la Ricerca.
    Collabora come ricercatore con START InSight, think-tank con sede a Lugano che si occupa di tematiche geopolitiche e analisi strategica.
    Laureato cum laude in Scienze Politiche all’Università di Genova, dottore di ricerca in Sociologia all’Università Statale di Milano, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Italia Oggi e Formiche.net.
    Ha all’attivo diverse decine di pubblicazioni scientifiche e rapporti di ricerca su temi di religione e politica, relazioni internazionali, violenza religiosa, eventi catastrofici, teorie cospirazioniste ed estremismo militante, arti marziali e warfare non convenzionale.

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