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Hamas: la genesi del rapporto con Teheran

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Il rapporto tra l’Iran e Hamas si distingue per la sua complessità, dal momento che il movimento palestinese è di matrice sunnita, mentre Teheran ha da sempre privilegiato il sostegno a formazioni sciite. Questa alleanza apparentemente contraddittoria affonda le sue radici in dinamiche geopolitiche ben più ampie.

L’insediamento di Khomeini

Dopo la caduta della monarchia di Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran visse un momento cruciale della sua storia: il ritorno trionfale dell’ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran, nel febbraio del 1979, segnò l’inizio della Repubblica islamica. L’accoglienza riservata al leader religioso fu imponente: secondo le stime, circa sei milioni di persone presero parte al suo rientro dall’esilio in Francia. Con la nuova guida teocratica, l’Iran si trasformò radicalmente e diversi esponenti della rivoluzione trovarono un ruolo di primo piano nel nuovo assetto politico: Abu al-Hasan Bani Sadr fu eletto presidente, Mustafa Muhammad Najjar assunse la carica di ministro della Difesa, mentre Mohsen Rafiqdoost divenne comandante dei pasdaran, la Guardia rivoluzionaria incaricata di tutelare la rivoluzione e garantire l’osservanza della legge islamica.

L'ayatollah Ruhollah Khomeini in una foto d'epoca.
L’ayatollah Ruhollah Khomeini in una foto d’epoca.

Amal

In parallelo, in Libano andava formandosi un movimento che avrebbe influenzato profondamente l’equilibrio regionale. Il 17 marzo 1974, una grande manifestazione tenutasi a Baalbek radunò oltre 100.000 sciiti armati, giunti dalla valle della Bekaa, dal Sud del Paese e dai quartieri meridionali di Beirut. L’obiettivo era sostenere la nascita di un nuovo gruppo militante, inizialmente conosciuto come Distaccamenti della Resistenza Libanese e poi rinominato Amal.

Il promotore dell’iniziativa, l’imam Musa al-Sadr, figura carismatica del clero sciita, spiegò che la creazione del movimento era una risposta necessaria alla crescente aggressività israeliana ed all’inefficacia del governo libanese nel proteggere i propri cittadini. Al-Sadr riteneva indispensabile dotare la comunità sciita di una struttura militare capace di difendere i villaggi meridionali, costantemente colpiti durante gli scontri tra le forze israeliane ed i miliziani dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), stanziati nell’area.

In quegli anni, il Libano era sul punto di sprofondare in una guerra civile. Le altre comunità religiose – cristiana, drusa e sunnita – erano già organizzate in milizie politiche, mentre i notabili locali avevano abbandonato le proprie terre a causa dell’afflusso dei fedayn palestinesi. Questi ultimi, dopo essere stati cacciati dalla Giordania nel 1971 a seguito di un fallito tentativo di insurrezione contro la monarchia di re Hussein, avevano trovato rifugio nel Sud del Libano passando per la Siria. Da qui, continuavano a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani lungo il confine nord dello Stato ebraico, alimentando la tensione e contribuendo all’ulteriore instabilità dell’intera regione.

La bandiera del movimento Amal.

L’alleanza tra il movimento sciita Amal e Fatah si rivelò una mossa strategica efficace durante il travagliato periodo della guerra civile libanese. Amal – il cui nome significa “speranza” – si distinse in numerosi scontri armati tra il 1975 ed il 1990, prendendo parte a battaglie sanguinose contro un ampio spettro di avversari: milizie cristiane, druse, palestinesi e persino gli Hezbollah, nonostante anche questi ultimi fossero sciiti.

La nascita di Amal segnò una svolta storica in una regione fino ad allora dominata da influenti famiglie sciite tradizionaliste, di orientamento conservatore e spesso ben disposte nei confronti dello Scià e dei valori occidentali. Dinastie come gli al-Asaad, gli al-Khalil, gli Oseiran e i Safieddine, proprietarie di vaste terre agricole, rappresentavano il vecchio ordine che il nuovo movimento mirava a superare.

Nonostante la predominanza sunnita all’interno del movimento palestinese, erano numerosi i combattenti sciiti nelle sue fila. Due delle principali fazioni palestinesi – il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) – erano peraltro guidate da esponenti cristiani: George Habash e Nayef Hawatmeh, rispettivamente.

In quegli anni, il Libano divenne anche crocevia di diverse correnti politiche iraniane: non solo i rivoluzionari islamici oppositori dello Scià erano attivi nel Paese, ma anche formazioni laiche come il Partito Comunista Iraniano (Tudeh) ed i Mujahedin-e Khalq (MEK) si erano radicati sul territorio, alleandosi con gruppi della sinistra palestinese emersi negli anni Settanta.

L’OLP di Yasser Arafat

Un episodio emblematico di quel periodo fu la visita, senza preavviso, di Yasser Arafat e di una delegazione di cinquantotto membri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Teheran, il 18 febbraio 1979, appena pochi giorni dopo il trionfo della rivoluzione islamica. I leader iraniani, ancora impegnati nei primi passi della loro trasformazione politico-religiosa, rimasero sorpresi da questa inaspettata apparizione. Arafat, del resto, era noto per la sua diplomazia disinvolta: non esitava a recarsi tanto a Mosca quanto a Washington, pronto a dialogare con qualsiasi interlocutore che potesse contribuire, a suo avviso, alla causa palestinese nei Territori Occupati.

Subito dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’Iran emerse come punto di riferimento per l’OLP, instaurando con essa un rapporto di forte sintonia ideologica e politica. L’ammirazione tra Teheran e l’Olp era reciproca: i rivoluzionari iraniani vedevano in Gerusalemme un simbolo della lotta contro l’oppressione, tanto che l’ayatollah Ruhollah Khomeini proclamò l’ultimo venerdì del mese di Ramadan come la Giornata di al-Quds[1]. In tale occasione, i dipendenti pubblici iraniani erano sollecitati a partecipare a manifestazioni contro Israele, definito apertamente dallo stesso Khomeini come uno “Stato sionista assetato di sangue”.

Il leader dell'OLP, Yasser Arafat.
Il leader dell’OLP, Yasser Arafat.

A distanza di decenni, la Giornata di al-Quds continua ad essere celebrata ogni anno, non solo in Iran, ma anche in altri paesi con forti comunità sciite. La ricorrenza è ormai divenuta un appuntamento rituale per esprimere pubblicamente ostilità nei confronti di Israele attraverso marce e comizi.

Nel clima di fervore rivoluzionario, Teheran fece un gesto altamente simbolico: il nuovo governo iraniano affidò all’OLP i locali dell’ex ambasciata israeliana, chiusa dopo la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. La sede fu concessa come missione diplomatica palestinese, ed alla guida della rappresentanza fu nominato Hani al-Hasan, consigliere politico di Yasser Arafat e membro del comitato centrale di Fatah. L’Iran rivoluzionario fornì anche ampio sostegno finanziario a gruppi armati contrari ad Israele, mentre i media di Stato celebravano gli attentati suicidi come “atti di martirio”. Manifesti con slogan propalestinesi tappezzavano il Paese, e molte città ribattezzarono strade e piazze in onore della causa palestinese.

L’intesa appariva così solida che, nel novembre 1979, durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata statunitense di Teheran, un agente della CIA di stanza a Beirut tentò di coinvolgere Arafat per avviare un dialogo indiretto con Khomeini. L’arrivo in Iran di una delegazione palestinese guidata da Saad Sayel, comandante delle operazioni militari di Fatah, suscitò sorpresa ed irritazione tra i vertici iraniani. L’iniziativa diplomatica non solo fallì, ma contribuì ad incrinare i rapporti tra Arafat e Teheran, aprendo gradualmente la strada a nuovi attori sulla scena, primo fra tutti Hamas.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://islamshia.org/la-giornata-di-al-quds-la-storia/

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”.
    Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati.
    Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR).
    Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno.
    Redattrice per “Il Talebano” e collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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