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Yazidi: la Festa del Pellegrinaggio e l’incertezza della comunità

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Arianne Ghersi intervista Simone Zoppellaro

Il 18 settembre corrisponde, secondo il calendario giuliano (o “orientale”) storicamente seguito dalla comunità yazida, all’inizio della Festa dell’Assemblea (Jažn-ā Jamāʿiya), la ricorrenza religiosa e il pellegrinaggio più importante del popolo Yazida. Le “piccole” tradizioni di una minoranza, dall’alto valore simbolico, hanno ancora spazio nello scenario locale?

Senza dubbio sì, sono sentite e partecipate. Rappresentano il collante di una comunità che, proprio perché più volte perseguitata nei secoli e vittima di recente di un genocidio, ha un forte attaccamento alle proprie tradizioni e alle proprie radici.

Non ho mai assistito di persona alla Jažn-ā Jamāʿiya,ma è considerata una delle celebrazioni più importanti di questa religione.Si tratta di una festa autunnale che dura un’intera settimana, i cui rituali sono assai ricchi e hanno un legame profondo con la mitologia yazida. Alcuni di questi, inoltre, denunciano le varie fonti d’ispirazione che hanno prodotto questa religione sincretistica, dalle danze che richiamano quelle dei sufi, i mistici musulmani, fino al sacrificio del toro, che rimanda al mitraismo.

Sono stato però nel Tempio di Lalish, situato nel Kurdistan iracheno a una sessantina di chilometri da Mosul, che è al centro di questa celebrazione. Lì ho assistito al primo capodanno yazida, il Sersal, che ha avuto luogo dopo la frattura del genocidio, nella primavera del 2017. Ricordo tante, tantissime persone accorse lì, nonostante il cosiddetto Stato Islamico non fosse ancora stato ancora debellato come entità statale e i combattimenti fossero solo a poche decine di chilometri da dove ci trovavamo.

Anche qui, le tradizioni e i simboli ricchi di suggestioni e di significato erano tanti, dalle luci accese al tramonto, candele tenute in mano da bambini e non solo che creavano un’atmosfera magica, a un rituale simile al battesimo che, con una riforma religiosa approvata dal clero, veniva concesso anche alle ragazze che avevano subito violenze sessuali, con un chiaro significato di rinascita.


La diaspora è riuscita a conservare la sacralità dell’evento all’estero? Oggi, in “patria”, la comunità yazida corre pericoli nel celebrarla?

Come capita anche per altre religioni, il legame con un territorio considerato sacro non può essere sostituito facilmente. Il Tempio di Lalish, dove per rispetto si deve entrare, anche noi stranieri, senza scarpe e senza toccare la sua soglia, è un ottimo esempio. Tuttavia, dove le comunità yazide della diaspora sono più consistenti, come qui in Germania, sono sorte associazioni (ce n’è una anche a Stoccarda, dove lavoro) e occasioni di ritrovo che contribuiscono a mantenere viva, anche per chi è nato lontano dal Kurdistan, la loro tradizione.

Naturalmente, non sono tutti così ligi alle tradizioni: dopo l’approvazione della legge, nel 2017, uno dei primi matrimoni gay, sempre a Stoccarda, è stato celebrato fra uno yazida e un tedesco. Ma si tratta di una comunità sempre più visibile, anche grazie alcune personalità ben note al grande pubblico. Il più famoso, senza dubbio, è un giocatore di calcio della nazionale, Deniz Undav, che realizzato tre goal e due assist per la Germania ai mondiali.

Per rispondere alla tua seconda domanda, invece, purtroppo sì: i pericoli per gli yazidi in Iraq non sono finiti, e anzi di recente la comunità ha lanciato nuovi allarmi, a causa delle minacce subite. Come non si è concluso, per molti aspetti, il genocidio: moltissimi dei sopravvissuti vivono ancora in campi profughi con condizioni di vita assai critiche e sono ancora migliaia le ragazze rapite che non sono più tornate alle loro famiglie.


Definire il “Medioriente in fiamme” potrebbe sembrare quasi riduttivo. L’Iraq sembra conservare un atteggiamento “ondivago” verso i conflitti che lo circondano. Il PKK ha dichiarato la cessazione della lotta armata nel 2025. Quali sono le realtà a “difesa” della comunità yazida?

Purtroppo, in Medio Oriente come in ogni parte del mondo, l’odio oggi sembra moltiplicarsi invece di ridursi. Le continue esplosioni di violenza cieca di quest’area, da Israele e Palestina all’Iran, grazie anche al contributo di Trump, non fanno che peggiorare il quadro. Nello specifico dell’Iraq, inoltre, poco o nulla è stato fatto per portare alla sbarra i responsabili del genocidio degli yazidi. Nessuna Norimberga, dunque, per i miliziani del cosiddetto Stato Islamico. Non è solo una questione di memoria o giustizia: manca una presa di coscienza della popolazione su quanto avvenuto agli yazidi e ad altre minoranze religiose (e non solo). Difficile immaginare, in queste condizioni, una svolta che pur sarebbe necessaria.

Gli yazidi hanno più di qualsiasi altra minoranza una fragilità endemica che deriva dall’essere pochi e isolati, oltre che poveri. Nessuna chiesa che li supporti dall’esterno, come avviene per i cristiani; nessuno stato dove riparare, come per gli ebrei o gli armeni, per intenderci. La loro difesa, oggi come ieri, è pressoché inesistente. Certo, i curdi – sia quelli siriani e turchi, che quelli iracheni – hanno fatto qualcosa di importante, soprattutto i primi, rompendo l’assedio durante il genocidio. Ma si tratta di un popolo senza stato, quello curdo che, a sua volta, continua a subire violenza e persecuzioni.

È importante ricordare, a tale proposito, che gli yazidi sono una minoranza nella minoranza: pur essendo di lingua e cultura curda, conservano una loro specificità religiosa e culturale.


L’Europa, in particolare la Germania, ha inizialmente manifestato grande empatia per la causa yazida. Il perdurare di conflitti nell’area mediorientale rende più instabile il supporto dato alla comunità?

La Germania che dieci anni fa aveva accolto decine di migliaia di yazidi dopo il genocidio (si stima che oggi la comunità, che pur già preesisteva, sia arrivata a oltre 200mila persone: è il secondo paese al mondo dopo l’Iraq), non è più la stessa. L’apertura dell’epoca della Merkel si è scontrata con una crisi politica, economica e culturale che ha rimesso in discussione tutto, anche l’accoglienza.

Così, i rimpatri forzati che hanno investito molti migranti del Medio Oriente, hanno riguardato anche alcune famiglie yazide, spesso composte da sopravvissuti al genocidio – e questo nonostante gli appelli della comunità e di molti cittadini tedeschi. D’altra parte, però, tante yazide e yazidi si sono ben integrati: hanno trovato un lavoro stabile e messo su famiglia. Mi capita di incontrarne spesso, nella vita quotidiana.

Ma l’empatia del decennio scorso, come anche il supporto economico e psicologico offerto dallo stato tedesco a tante vittime yazide, saranno difficilmente ripetibili nei prossimi anni. Il che, ben inteso, rappresenta un ulteriore fattore di incertezza per una comunità fragile e isolata, oltre che povera, che il pregiudizio e l’odio religioso hanno spinto più volte fino a rischiare di essere cancellata. Le premesse affinché il passato e la violenza si ripetano, purtroppo, ci sono tutte.

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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  • Ricercatore e giornalista. Collabora regolarmente con MicroMega e la rivista Una città.
    È autore di due libri, Armenia oggi e Il genocidio degli yazidi.
    È docente a contratto all'Università di Stoccarda e coordinatore didattico presso l'Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda.

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