Quando la Storia soccombe alla leggenda
Si sa bene che la Storia viene scritta dai vincitori. Sono rarissimi gli storici che con eccezionale acribia, prescindendo da personali passioni e orientamenti, si sono impegnati con il massimo delle energie umanamente possibili per provare a tendere all’obiettivo metafisico della verità.
Tra questi, l’archetipo è senz’altro il greco Tucidide, che nelle sue Storie raccontò la guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta con una limpidezza impressionante, considerando che egli fu non solo contemporaneo ma anche partecipante diretto a quegli eventi.
La mancanza del favoloso in questi fatti li farà apparire, forse, meno piacevoli all’ascolto, ma se quelli che vorranno investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri (i quali, secondo il carattere dell’uomo, saranno uguali o simili a questi) considereranno utile la mia opera, tanto basta.
Tucidide, Storie, I, 22, 4
La lettura di Tucidide dovrebbe indurre a un profondo senso di vergogna – se avessero una coscienza – tutti coloro che scrivono di Storia contemporanea con la faziosità di appartenenti a un fan club, sia che si tratti della guerra russo-ucraina, o di quelle israelo-palestinesi, o di quelle balcaniche dal 1991 al 2001. O anche indurre a disperanti riflessioni sull’irriducibile relatività e labilità dei giudizi pronunciati sui protagonisti della Storia.
È notizia di questi giorni che Ratko Mladić, il comandante dell’esercito serbo-bosniaco durante la guerra in Bosnia, condannato all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio dal tribunale internazionale dell’Aja, riceverà onori di Stato durante i suoi funerali a Belgrado, per i suoi meriti a favore della patria serba.
Coloro che noi celebriamo come patrioti irredentisti e martiri, Cesare Battisti e Fabio Filzi, sono tuttora considerati dalla pubblicistica austriaca come oggettivamente responsabili di alto tradimento, reato per il quale un tribunale militare asburgico li condannò all’impiccagione nel 1916.
Peggio ancora, spesso capita che dalle più minuscole grinze della Storia nasca la leggenda, che crescendo mette rapidamente in ombra la Storia stessa, sostituendole il mito. Persino Roma e la sua grandezza poggiano su una leggenda inverosimile ma affascinante, quella dei gemelli Romolo e Remo, che ha origini antichissime, risalenti alla prima Repubblica.
Peraltro, la tecnica “politica” della mitologizzazione di un evento attraverso la glorificazione di un suo minimo protagonista che assurge così a mito nazionale non conosce confini temporali. Si conferma così anche un’altra geniale intuizione di Tucidide, l’inevitabile ripetitività dell’agire umano, anche se in forme e in contesti differenti.
Pensiamo ad esempio alla figura di Balilla, al secolo Giambattista Perasso, il piccolo eroe che il 5 dicembre 1746 avrebbe dato inizio alla rivolta popolare dei Genovesi contro gli occupanti Austriaci lanciando un sasso contro un ufficiale dell’esercito straniero gridando Che l’inse? e trascinando la folla a imitarlo.
Tuttora a Portoria, in centro città, sorge la statua bronzea del ragazzino nel famoso atto di ribellione – che per inciso ci ricorda quelli identici di migliaia di ragazzi palestinesi contro i soldati israeliani: fiancheggiatori dei terroristi o anch’essi eroi?
Peccato che tutto o quasi tutto di ciò che si racconta di Balilla sia frutto di invenzione – neppure l’identificazione con Giambattista Perasso è documentabile – nata non tanto fra il popolo, quanto nei circoli intellettuali.
Molto più attendibile quanto racconta il poemetto anonimo Bellum genuense, scritto da un testimone oculare dei fatti in un buffo latino maccheronico:
Annum qui numerat decimum, cognomine dictus
Anonimo, Bellum genuense (vv. 122-123)
Mangiamerda fuit primus certaminis auctor
Uno di dieci anni, noto col soprannome
di Mangiamerda, fu il primo a iniziare la lotta.
Dal poco edificante epiteto in stile cambronniano all’esaltazione di Balilla fatta nel Ventennio dal regime fascista, che ne fece una propria icona di gagliardia giovanile, il passo è grande, ma tant’è: la leggenda non rappresenta gli eventi come sono stati, ma come avrebbero dovuto essere.
Ne abbiamo avuto un recentissimo esempio con la riuscita eroificazione di Carlo Giuliani, il ragazzo che durante i violentissimi scontri di piazza durante i Fatti di Genova (2001) rimase vittima di un colpo di pistola sparato da un carabiniere, mentre egli peraltro assaliva la camionetta del militare brandendo un estintore.
Fermarsi alla cronaca e leggere la contemporaneità unicamente con gli occhi del presente, resi torbidi dalle passioni e dagli interessi di parte, è quanto di più antiscientifico e corruttivo che sia possibile, nel campo dell’informazione, sia giornalistica che culturale.
Illuminante è a questo proposito una riflessione di Nunzia D’Antuono in un recentissimo articolo[1] dal titolo ironicamente allusivo a un passo famoso dei Promessi Sposi (cap. XIII). “Viva” e “Moia” sono le opposte esclamazioni che partono dalla folla assiepata attorno alla casa del Vicario di provvisione durante i tumulti milanesi descritti dal Manzoni, che con magistrale analisi psicologica delle masse puntualizza:
…pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri […] attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere, a finirla, quando manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo, e a tornarsene a casa, domandandosi l’un con l’altro: cos’è stato?
Manzoni, Promessi Sposi, cap. XIII
La D’Antuono scrive:
Pur essendo protesi verso il futuro è utile avere gli occhi rivolti alla memoria del passato. Le incursioni nel passato, infatti, possono risultare proficue perché talune tracce dei comportamenti che, grazie alla rete e ai social, oggi esplodono in tutta la loro violenza sono rinvenibili già nei secoli alle nostre spalle, quando gli intellettuali si adoperarono strenuamente per favorire l’emergere di una coscienza civica.
Nunzia D’Antuono, “Viva e moia”: riflessioni pedagogiche inattuali su gogna mediatica e pensiero critico
La presenza della lezione tucididea è ben leggibile in questo passo, in cui solo due parole ci portano al secolo XXI: “rete” e “social”. Ma ce n’è una terza che sarebbe anacronistico voler collocare anche nell’antica Atene, ed è “intellettuali”.
Non esistevano “intellettuali” nell’antichità, nel senso che noi diamo al termine. C’erano uomini di cultura, sapienti, filosofi, pepaideumènoi (cioè istruiti nella Paideia) e infine sofisti. Ma solo in epoca contemporanea, con il Manifeste des intellectuels (1898) firmato da scrittori, scienziati, professori per chiedere la revisione del processo Dreyfus, nasce questa temibile figura di pensatore impegnato, che si attribuisce il diritto-dovere di esprimere la sua autorevole opinione, da solo o assieme a molti altri suoi colleghi, su questioni etiche come verità, giustizia, diritti, libertà, spesso in urto con l’ortodossia politica.
Da qui il carattere fortemente problematico e (dal mio punto di vista) ironico dell’ultima proposizione: … quando gli intellettuali si adoperarono strenuamente per favorire l’emergere di una coscienza civica.
Tra l’esigenza di tenere assieme una comunità stretta attorno a valori eticamente e politicamente elevati – come il patriottismo, la religione, la solidarietà, l’accoglienza – e l’aspirazione platonica alla purezza della Verità, quale delle due vie è preferibile? Quella delle amabili e interessate invenzioni che fungano da mitologema fondativo e aggregativo; oppure quella della severa adesione alla realtà dei fatti, che obbliga le plebi ad acculturarsi attraverso l’informazione esatta perché verificata e sancita da esperti qualificati?
Persino Cicerone, che era un uomo di grande cultura organico al potere dominante dell’oligarchia senatoria, in una lettera del 60 a.C. (Ad Atticum II, 1, 8) ha parole di affettuosa critica verso il collega e amico Catone, che seppure in ottima fede,
nocet interdum rei publicae; dicit enim tamquam in Platonis πολιτείᾳ, non tamquam in Romuli faece sententiam
Cicerone, Ad Atticum II, 1, 8
talora è di danno allo Stato: infatti pronuncia i suoi discorsi come se fosse nella Repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo
cioè, in altre parole, in modo elevato e distinto, non tenendo conto del fatto che, al di fuori delle pareti del Senato, c’era un popolo che apprezzava e intendeva molto meglio le invettive, gli attacchi personali, le maldicenze e le diffamazioni.
Esattamente quello che fece spesso Cicerone, ad esempio quando, nell’opera di costruzione del “mostro” Catilina, non esitò a caricarlo di tutte le infamie e sconcezze possibili.
Già: perché la fabbricazione della Storia secondo modalità non tucididee prevede due diverse opzioni: la mitizzazione dell’eroe e quella del farabutto.
Ma di questo un’altra volta.
Note:
[1] “Viva e moia”: riflessioni pedagogiche inattuali su gogna mediatica e pensiero critico, “Annali online della Didattica e della Formazione Docente” Vol. 17, n. 29/2025, pp. 53-62.



