Al di là dell’oikofobia
Elegia dell’Occidente piagato
Scena prima
Il 1° luglio entrò in vigore in Cina la “Legge sull’unità etnica”, approvata lo scorso 12 marzo durante la sessione annuale dell’Assemblea del Popolo a Pechino[1], con gli ostentati obiettivi di “rinvigorire” la comune identità nazionale, far progredire gli ambiziosi progetti della dirigenza del Partito comunista e promuovere il “Pensiero di Xi Jinping”[2].
La legge vieta azioni che possano “compromettere l’unità nazionale o creare divisioni etniche”: questa formulazione, del tutto generica, apre la strada a un’applicazione del tutto arbitraria. Il Consiglio di stato ha anche sottolineato che alcune parti della legge potranno essere applicate anche oltre i confini della Cina[3], a conferma dell’approccio transnazionale della repressione orchestratadal governo di Pechino, che si avvale della collaborazione di ambasciate e consolati all’estero, che spesso premono sui governi locali affinché espellano (dunque, riconsegnino alla Cina) persone dissidenti e attiviste della diaspora.[4]

La nuova normativa sostituisce la vecchia legge sull’autonomia etnica regionale del 1984, che rispecchiava l’orientamento verso le minoranze linguistiche di Deng Xiaoping[5]. Le nuove disposizioni si pongono l’obiettivo di forgiare (zhulao[6]) l’identità nazionale intorno al ceppo Han[7], che rappresenta oltre il 90% della popolazione. Nella Repubblica Popolare Cinese le 55 minoranze etniche rappresentano l’8% del totale della popolazione; le più numerose sono quelle degli Uiguri, popolazione turcofona e islamica dello Xinjiang, dei Mongoli e quella tibetana[8]. Il viceministro della Giustizia Hu Weilie ha affermato che scopo fondamentale della nuova legge “è salvaguardare l’armonia etnica, la stabilità sociale e la sicurezza nazionale, in linea con lo spirito del diritto internazionale», contrastando al tempo stesso gli atti illegali che «minano l’unità etnica e il progresso o incitano al separatismo”.[9]
La data scelta per l’entrata in vigore della legge racchiude un forte significato simbolico: il 1° luglio 1921 è stato fondato il Partito Comunista Cinese[10] e nel 1997, sempre in quella giornata, Hong Kong[11] è entrata a far parte dellaRepubblica Popolare Cinese. La legge sull’Unità etnica e il progresso stabilisce che in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, si dovrà usare il mandarino come lingua principale, facendo in modo così che ogni cittadino possieda una conoscenza di base della lingua ufficiale. Si attribuisce inoltre un valore normativo al termine Zhonghua (civiltà cinese)[12], concetto a suo modo arbitrariamente inclusivo, che riconosce – in modo forzato ed imposto – l’esistenza di un’identità cinese comune, a cui farebbero capo tutte le etnie.
Per garantire la stabilità e la coesione nazionale le autorità cinesi si impegnano a promuovere lo sviluppo economico e la modernizzazione – in chiave Han – delle cinque regioni autonome (Xinjiang, Tibet, Mongolia Interna, Ningxia e Guangxi)[13]. Un percorso di crescita che ha già portato il PIL delle cinque regioni a raddoppiare negli ultimi tredici anni. In generale, la nuova legge non rappresenta una svolta ma piuttosto il tentativo di costruire una cornice generale, culturale e normativa, a un orientamento già portato avanti negli ultimi anni, caratterizzati dal ruolo guida di Xi Jinping. Nondimeno sono state espresse preoccupazioni anche a livello internazionale, nel timore che non vengano salvaguardati i diritti delle minoranze e che nei percorsi di integrazione ci sia un forte carattere coercitivo.[14] L’evoluzione in atto potrebbe avere anche un’influenza geopolitica, in particolare sulle relazioni con; potrebbero essere sanzionati taiwanesi che sostengono l’indipendenza dell’isola e hanno interessi, ad esempio di tipo economico, nella Repubblica Popolare Cinese. Preoccupazioni simili coinvolgono anche la diaspora tibetana e uigura.
Non è un caso che, durante una visita ufficiale a Pechino di Trump nel 2017, Xi Jinping – gonfio di malcelato orgoglio – abbia fatto specifico riferimento a “5.000 anni di civiltà cinese” e, letteralmente, di una purezza razziale (“pelle gialla e capelli neri”)[15] per legittimare il ruolo guida dello Stato e rinsaldare l’identità nazionale. Questa espressione indica una continuità storica e culturale fondata sia su fattori oggettivi, sia sulla tradizione dei miti dinastici fondatori. Come dinastia attualmente al potere, il PCC ha adottato il principio “5.000 anni di civiltà cinese” come dottrina politica. Se si considera che, in Cina, si iniziò ampiamente a parlare di “civiltà cinese “durante la dinastia Qing (1636 – 1912)[16] che era una dinastia mancese, quindi straniera, l’espressione assunse sempre un significato politico e prospettico. Si tratta di una manifestazione di orgoglio storico per quello che si è rappresentato e chi si rappresenterà ne futuro.
Scena seconda
Pochi giorni dopo l’entrata in vigore della legge cinese, il 26 luglio[17], durante la commemorazione delle vittime dell’attentato al Pride di Berlino: un morto e ventinove feriti, travolti sabato 25 luglio da un furgone lanciato sulla folla del Christopher Street Day, guidato da Abdul Ballout tedesco di origini libanesi, noto alle autorità per radicalizzazione islamista e aveva tentato di unirsi all’ISIS, una attivista così si espresse: “Quello che mi ha scioccato è stato che la prima cosa che ho pensato è stata: spero che non sia un immigrato, spero che sia una persona bianca cristiana, ma non era così”.
Traduzione:
Intorno alle 18:00, il sospettato dell’attacco di ieri nel parco Tiergarten è stato localizzato in un orto a Spandau. Secondo le informazioni attuali, si sarebbe scagliato contro i nostri agenti brandendo un’arma da taglio, a seguito della quale il nostro commando speciale di Berlino (SEK) ha aperto il fuoco. Nonostante i tentativi di rianimazione da parte dei vigili del fuoco di Berlino, l’uomo è deceduto sul posto.
Quale differenza di toni. Da un lato il presidente di uno stato che esalta la propria etnia e la millenaria storia del proprio paese, ben conscio che essa non è fatta solo di “rose e fiori”, ma – come ovvio – non prova, neppure a celare l’ingiustizia ed il sangue che innerva la storia stessa; dall’altra una “attivista” che si dispera perché i fatti non confermano il suo teorema: la colpa del bianco maschio eterosessuale e, tramite lui, l’inevitabile declino dell’Occidente.
I fatti erano chiari. Eppure, c’è chi ha sperato che l’assassino appartenesse al campo avverso, perché la strage tornasse utile alla propria visione del mondo. Non un lapsus: una fotografia del tempo che viviamo.
Il fenomeno ha un nome: “bias di conferma”[18]. Lo descriveva già Francis Bacon nel Novum Organum, sive Indicia Vera de Interpretatione Naturae (1620)[19]: l’intelletto umano, abbracciata un’opinione, piega ogni cosa a sostenerla e respinge ciò che la contraddice. Ma occorre una distinzione. C’è un uso virtuoso del confronto tra idea e realtà, e si chiama metodo: lo studioso formula un’ipotesi e la verifica sui dati, il giurista sui documenti e sulla giurisprudenza; se regge ai riscontri diventa tesi, se non regge si abbandona senza rimpianti.
Questo “bias di conferma” quando riguarda il singolo può, in campo clinico e psicopatologico, diventare il motore che alimenta e blocca diverse malattie mentali. A livello collettivo diventa una patologia sociale. A questo concetto di patologia si rifaceva l’allora card. Ratzinger, quando – il 13 maggio 2004 – nel suo discorso “L’Europa di ieri, oggi e domani. I suoi fondamenti spirituali”[20]. In quell’occasione il futuro pontefice ricorda:
C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di sé stessa, se essa vuole davvero sopravvivere.
La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri.
Medesima voce usò papa Benedetto XVI disse che “L’Europa vuole congedarsi dalla Storia”[21]. Quando il Pontefice parlava di Europa usava fare riferimento al Vecchio Continente come ad una metonimia dell’Occidente tutto.
Il magistero di Ratzinger, che si sublima con il discorso dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni” tenuto il 12 settembre 2006 presso l’Aula Magna dell’Università di Regensburg[22] e che costò (è il caso di dirlo) a Benedetto XVI il pontificato, pressato da una nomenclatura vaticana imbelle, trova la sua ragione perché rivolto anche ai laici ed ai non credenti, nell’essere autenticamente universale. Da anni gli scaffali delle librerie si adornano di testi che negano ogni valore positivo all’Occidente, sentina di ogni vizio della Storia.
Questa oikofobia (dal greco: oïkos, casa, abitazione + phobos, ‘paura’) è un morbo che è stato contratto decenni fa. Nel suo libro del 2004 England and the Need for Nations[23], il filosofo britannico Roger Scruton ha adattato la parola per significare “il ripudio dell’eredità e della casa”. Egli sostiene che si tratta di “uno stadio attraverso il quale normalmente passa la mente adolescenziale ma che è una caratteristica di alcuni impulsi e ideologie politiche, tipicamente di una sinistra radicale, che sposano la xenofilia, cioè la preferenza per le culture straniere.
Dal punto di vista sociale esiste una cultura “oikofobica” per eccellenza, la cultura progressista, che, rifiutando tutto dell’Occidente (i modelli di sviluppo, la storia, la cultura, etc.), è approdata al relativismo globale e alla cancel culture[24]. Quest’ultimo passaggio è estremamente interessante: non potendo “riformare” la società, si procede all’eliminazione dei fondamenti culturali e storici.
Questa non è affatto una storia nuova, dai roghi dei libri del nazismo all’eliminazione dei kulaki ucraini da parte dell’Unione Sovietica, gli episodi di cancel culture si sono esplicitati sotto il cappello di diverse ideologie al grido: se la realtà non si piega alla mia idea, tanto peggio per la realtà. Per restare nel panorama italiano, da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, le posizioni espresse da Alessandro Orsini rispondono a questa logica di exeresi intellettuale.
Illuminanti alcuni interventi di Federico Rampini[25], del quale vanno ricordate le pubblicazioni “Occidente estremo. Il nostro futuro tra l’ascesa dell’impero cinese e il declino della potenza americana”, 2010; “Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori”, 2022; “Grazie, Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto”, 2024
Il giornalista ricorda che nel 1962 alla Stanford University, uno dei principali atenei statunitensi viene abolito l’insegnamento di “Storia della cultura occidentale”. In modo eguale l’Occidente, ormai da oltre 50 anni, viene accusato di ogni nefandezza.
Facile leggere testi in lingua inglese dove si avanza la teoria che la schiavitù sia stata un prodotto della cultura occidentale, senza che venga neppure ricordato che i principali produttori di schiavi venivano proprio dall’Africa (sia mediterranea ed islamica, sia nera con i vari imperi del Mali, di Axun del Benin) e dal Medio Oriente (l’impero turco si basava su una economia a “schiavi”).
Nonostante l’evidenza dei fatti è quasi impossibile trovare – tanto a destra, quanto a sinistra – intellettuali à la page, che riconoscano un qualche ruolo positivo all’Occidente o perlomeno vitale
La decadenza dell’Occidente è un topos letterario. È dall’inizio del Novecento che ne viene cantata la crisi, evidenziata dopo la fine della Grande Guerra che, de facto, segna la fine del predominio europeo nel mondo.
Si pensi ad Arnold Toynbee[26]. Nella sua monumentale opera in 12 voll. A Study of History[27] (1934-1961) la decadenza dell’Occidente non è un destino inevitabile ma il risultato di un fallimento spirituale e morale. Nel suo imponente studio le civiltà muoiono “suicide” quando perdono la capacità creativa di rispondere alle sfide ambientali e sociali, trasformandosi in una minoranza rigida e dominatrice.
Ancora più tormentato Oswald Spengler[28] che tra il 1918 ed il 1922 diede alle stampe “Il tramonto dell’Occidente” (Der Untergang des Abendlandes), non a caso tradotto nel 1952 in italiano da Julius Evola.[29] In quest’opera l’Autore sostiene che le civiltà umane non progrediscono in modo lineare, ma sono organismi viventi con un ciclo vitale fisso di nascita, crescita, fioritura e morte. In questo fluire vedeva una profonda crisi dell’Occidente che – prima della Grande Guerra – pareva essere giunto allo zenit della sua parabola storica nell’arena mondiale, sia dal punto di vista culturale, sia economico e sociale.
Le riflessioni di ampio respiro, peraltro condivisibili, nel loro “decliniamo” dei due giganti del pensiero, prima citati, non trovano eco nelle vacue argomentazioni, “bassamente” nichilistiche, del presente.
Che si sia di fronte ad un declino dell’Occidente – senza che, in fondo, si sappia bene il suo ambito territoriale e culturale – è evidente, meno questa auto colpevolizzazione.

Le risposte possono essere molteplici, valide e fallaci nella medesima misura. Ritengo che questa patologia morale dell’Occidente nasca dalla “stanchezza della vittoria”. In oltre due millenni – seppur con alti e bassi – l’Occidente (si veda la distinzione che Aristotele faceva dei greci, rispetto agli asiatici, nati per essere schiavi) ha imposto sé stesso a tutto il Mondo, con la forza, la scienza, l’organizzazione.
Occidentale è il metro della misurazione del tempo. Occidentale è la “filosofia”, per come si studia in tutto il mondo. Le sue categorie sono state identificate nella biblioteca di Alessandria. Certo si può dire che altre civiltà abbiano teorizzato specifiche sovrastrutture etiche e morali, ma la categorizzazione della materia è occidentale.
Musica, arte, così come si ascolta e si guarda in tutto il mondo, anche dove vi è una solida tradizione musicale come l’India e la Cina, nascono dalla koiné[30] culturale occidentale. La lingua e la moneta di cambio, tuttora esistenti, sono occidentali.
Mai nella storia una civiltà si è imposta, come ancora adesso si impone la nostra. Xi Jinping può, legittimamente, essere orgoglioso della millenaria storia della civiltà del “Regno di mezzo”[31], ma l’impatto che questa ammirevole civiltà ebbe ed ha sul mondo è ben poca cosa rispetto a quello del decadente ed afflitto Occidente.
Ecco che si è venuta a formare una stanchezza ed una noia per le troppe vittorie ottenute. Napoleone – durante un alterco con la seconda moglie Maria Luisa d’Austria che si vantava che gli Asburgo combattevano solo per l’onore – rispose che si combatte solo per ciò che non si possiede. L’Occidente è stanco per non ha più nulla da conquistare ed è giunta a provare noia di sé.
Dobbiamo confessare che noi tutti siamo figli dell’Occidente un tempo glorioso e forte, oggi piagato e affaticato. A differenza degli uomini per cui la decadenza è ineluttabile, le società, però, possono essere rivitalizzate, anche dopo pause oscure e dolorose.
Non si può escludere la morte di questa, un tempo, splendida civiltà, anzi, possiamo già certificarla: ma non potrà nascerne una nuova se non prendendo come un seme i principi fondamentali che fecero grande questo nostro occidente.
Note e riferimenti bibliografici:
[1] https://www.rtvslo.si/capodistria/radio-capodistria/notizie/mondo/cina-in-vigore-la-legge-sull-unita-etnica/787170
[2] https://ilcaffegeopolitico.net/794823/il-pensiero-di-xi-jinping-come-insegnamento-obbligatorio-in-cina
[3] https://www.agenzianova.com/a/6a3fac735932c3.58931130/7538268/2026-06-24/cina-viceministro-giustizia-legittimo-perseguire-all-estero-chi-minaccia-unita-etnica
[4] https://www.cfr.org/articles/chinas-new-ethnic-unity-law-from-autonomy-to-assimilation
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Deng_Xiaoping
[6] https://thediplomat.com/2026/07/whither-an-international-response-to-chinas-ethnic-unity-law/
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Han
[8] https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/cina-entra-in-vigore-la-nuova-legge-sull-unita-etnica-e-il-progresso.html
[9] http://english.scio.gov.cn/pressroom/2026-06/25/content_118566420.html
[10] https://www.treccani.it/enciclopedia/partito-comunista-cinese_(Dizionario-di-Storia)/
[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Hong_Kong
[12] https://it.wikipedia.org/wiki/Zhonghua_minzu
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/Regioni_autonome_della_Cina
[14] https://www.amnesty.it/cina-in-vigore-la-legge-sullunita-etnica/
[15] https://www.instagram.com/reel/DZFvgXWhB3r/?igsi=MXJmdDUzZ3V6a2xlcw==
[16] https://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Qing
[17] https://www.rsi.ch/info/mondo/Berlino-morto-il-presunto-autore-dell%E2%80%99attentato-al-Pride–3913777.html
[18] https://it.wikipedia.org/wiki/Bias_di_conferma
[19] https://archive.org/details/b29321311/page/n27/mode/2up
[20] https://youtu.be/v2jsIPoRnLE?si=BLgmhexMfYFc4LMw
https://www.senato.it/leg14/3379?testo_generico=1155
[21] https://www.instagram.com/reel/DZb8YrJoDsN/?igsi=MWlrZnZraTR6ZDhnOQ==
[22] https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html
[23] Scruton, Roger, England and the Need for Nations, Londra, Civitas Institute for the Study of Civil Society, 2004
[24] https://it.wikipedia.org/wiki/Cancel_culture
[25] https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Rampini
[26] https://www.treccani.it/enciclopedia/arnold-joseph-toynbee/
[27] https://archive.org/details/in.gov.ignca.29798
[28] https://www.treccani.it/enciclopedia/oswald-spengler/
[29] https://www.ninoaragnoeditore.it/storage/recensione/Archive/Spenglertramontottl.pdf





