Lo Yemen dopo lo Yemen
Arianne Ghersi intervista Vasco Fronzoni
Il 21 settembre 2014 il gruppo Houthi ha conquistato la capitale Sana’a. Inizialmente, agli occhi degli osservatori meno attenti, forse è sembrato un fatto di poco conto. Cosa è cambiato per lo Yemen in questo decennio?
Si, e a proposito di ricorrenze ricordo che rientrai in Italia proprio a settembre 2006, dopo un lungo soggiorno passato in quel Paese. Dunque, un fatto di poco conto. Si, in effetti la conquista di Sana’a rappresenta, a mio avviso, una vera cesura nella storia contemporanea dello Yemen, poiché non è stata semplicemente la presa di una capitale da parte di un movimento armato, ma ha segnato il definitivo declino della possibile ricomposizione del Paese attraverso le sole istituzioni centrali.
Gli Houthi erano già presenti sulla scena yemenita da molti anni, ma con la conquista di Sana’a si sono trasformati da movimento insurrezionale, fortemente radicato nel Nord del Paese, in un soggetto capace di esercitare un potere territoriale e istituzionale molto più ampio.
Lo Yemen, da allora, è diventato qualcosa di più di un Paese in guerra. E’ un luogo nel quale convivono diversi sistemi di potere e differenti forme di autorità. Da una parte c’è un governo internazionalmente riconosciuto, dall’altra l’autorità di fatto esercitata dagli Houthi, mentre soprattutto nel Sud e nell’Est, agiscono ulteriori forze politiche, militari, territoriali e perfino tribali.
E questo è un punto che considero importante anche per esperienza personale. Ho vissuto in Yemen per quasi un anno, nel 2006, quando naturalmente il contesto era molto diverso da quello attuale. Ho avuto modo di percorrere buona parte del Paese e di entrare in contatto con istituzioni nazionali e realtà locali e di relazionarmi con leader religiosi, capi tribali e persone appartenenti a contesti sociali e confessionali differenti. Quell’esperienza mi ha lasciato soprattutto la consapevolezza di quanto sia difficile applicare allo Yemen categorie interpretative troppo semplici.
Già allora era evidente il peso della dimensione tribale, espressa attraverso la qabyala, ovvero l’insieme delle appartenenze, delle relazioni e delle pratiche sociali e consuetudinarie proprie dell’organizzazione tribale yemenita, e si percepiva distintamente la distanza che poteva esistere tra l’ordinamento statale formale e gli equilibri effettivamente operanti nella società.
Come ebbi già modo di evidenziare in una precedente intervista, le tribù difendono fieramente la loro indipendenza e le disposizioni tribali, che hanno origine antica e che possono prevedere obblighi e forme di sanzione differenti e più rigorose da quelle previste dall’ordinamento statale o dalla tradizione giuridica islamica, vigenti formalmente sul territorio yemenita. E questa maggiore severità è indice dell’atavica turbolenza regnante a livello clanico e delle divisioni che da sempre frammentano la popolazione del Paese, formalmente unificato ma nella sostanza sempre disunito, e non mi riferisco semplicemente a Yemen del Nord e del Sud.
Questa divisione si presenta anche sul piano confessionale, poiché in Yemen a differenza di altri Paesi islamici, la dimensione confessionale costituisce un ulteriore elemento di complessità. Storicamente vi è stata la compresenza di una consistente popolazione sunnita, prevalentemente shafi‘ita, e di una significativa componente quasi paritetica shi’ita, di scuola zaydita, della quale gli Houthi si dichiarano espressione.
Le istituzioni tribali e le norme consuetudinarie possono condizionare la vita pubblica e privata in misura determinante. Infatti, la forza precettiva della legge tribale della qabyala ed il suo primato sulla shari’a ha fatto sì che in Yemen tra XIX e XX secolo la divisione tra zayditi e shafi’iti non è stata così scontata ed è rimasta piuttosto latente, e quando è emersa, è stata determinata più da una questione di lignaggio che di religione.
Ed è proprio da qui, a mio parere, che è utile partire per comprendere la realtà yemenita, perché oggi i principali attori politici, i modernisti, i movimenti islamisti e quelli nazionalisti, si oppongono al mantenimento del sistema consuetudinario che, a loro dire, minaccia la costruzione dello Stato centralizzato ma che poi, ai loro occhi, condiziona soprattutto la realizzazione dei loro progetti politici.
Per tutti questi motivi direi che il 2014 non ha creato la frammentazione dello Yemen, l’ha solo portata alla luce, l’ha poi militarizzata e l’ha infine resa molto più difficile da ricomporre.
I proclami, la propaganda, le bandiere, le affiliazioni ideologiche: sono tutti aspetti ampiamente documentabili. L’istantanea generale, nei fatti, ci consegna un paese spaccato in due “filoni”. Cosa ha fatto sì che nessuno dei due schieramenti “prevalesse” sull’altro?
Partirei proprio dalla necessità di correggere, almeno in parte, questa immagine di uno Yemen diviso in due. È una rappresentazione utile, ma non completamente aderente alla realtà. Lo Yemen non è una scacchiera con due soli giocatori, ma rappresenta un mosaico di poteri, appartenenze e interessi che oggi si contendono e si sovrappongono.
Ci sono certamente sia una componente confessionale e sia una contrapposizione politica molto forti, ma esistono anche appartenenze tribali, territoriali e familiari che possono risultare altrettanto determinanti. La storia stessa degli Houthi lo dimostra. La loro conquista di Sana’a fu favorita anche dall’alleanza con una parte delle forze rimaste fedeli all’ex presidente ‘Ali Abdullah Saleh. Ma quell’alleanza, successivamente, si ruppe in modo drammatico fino all’uccisione di Saleh da parte degli Houthi nel 2017.
Questo dimostra che, nel contesto yemenita, le appartenenze confessionali non determinano necessariamente in modo rigido le alleanze politiche
Perché, allora, nessuno ha prevalso? Perché nessuno degli attori dispone delle condizioni necessarie per conquistare e controllare stabilmente l’intero Paese. Gli Houthi hanno costruito una forte base territoriale e militare nel Nord e nell’Ovest ed ora cercano di espandersi verso il Sud Ovest, mentre altri attori conservano invece una presenza significativa nel Sud e nell’Est.
A questo si aggiunge la dimensione internazionale: il sostegno iraniano agli Houthi, il ruolo dell’Arabia Saudita e degli Emirati a sostegno di differenti forze anti-Houthi, l’intervento statunitense e britannico e, più indirettamente, gli interessi di Russia, Cina e Oman oltre che della Turchia, hanno contribuito a rendere il conflitto parte di una più ampia competizione regionale e internazionale, senza però ridurlo a essa.
Si è quindi prodotto un equilibrio paradossale in cui nessuno ha vinto, ma nessuno è stato sconfitto. E in conflitti di questo tipo, la mancata vittoria militare non significa necessariamente immobilità. Significa spesso la progressiva istituzionalizzazione di equilibri di fatto, sebbene instabili per natura.
Alla luce della frattura interna, si può ipotizzare che in Yemen convivano realtà antropologicamente diverse ed inconciliabili? O si tratta di uno dei “tanti” scacchieri del potere?
Io eviterei entrambe le semplificazioni. Non credo che si possa parlare di due Yemen antropologicamente inconciliabili. Ma non direi neppure che lo Yemen sia semplicemente uno dei tanti scacchieri della competizione geopolitica internazionale. La specificità yemenita è molto più profonda.
L’attuale Repubblica nasce dall’unificazione, nel 1990, di due realtà che avevano avuto percorsi storici, politici ed economici differenti, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud. E l’unificazione non ha cancellato queste differenze, ed in alcuni casi le ha rese più evidenti.
Poi c’è la dimensione tribale. Come dicevo, la qabyala non è semplicemente una sopravvivenza arcaica, ma è un sistema di relazioni, di solidarietà e di autorità che ha storicamente strutturato la società yemenita ed oggi è ancora vigente su una buona parte del territorio, con un ruolo che si estende, in alcuni contesti, anche alla regolazione dei rapporti economici e dei circuiti informali
E c’è infine la dimensione confessionale, con la presenza dello zaydismo shi’ita soprattutto nel Nord e dello shafi’ismo sunnita in gran parte delle altre aree.
Ma anche qui occorre cautela. La contrapposizione confessionale che vediamo oggi non deve essere proiettata automaticamente sul passato. Per molto tempo zayditi e shafi’iti hanno convissuto in modo pacifico e anche sinergico, e le appartenenze tribali hanno spesso avuto una funzione di mediazione superiore a quella delle differenze confessionali o politiche.
La mia esperienza del 2006 mi ha aiutato a comprendere proprio questo aspetto. Sul campo, le identità personali e confessionali non si presentavano affatto così divise, secondo categorie nette che in Occidente, dall’esterno, si è portati ad asserire. Per questo parlerei di identità plurime progressivamente politicizzate, più che di comunità antropologicamente inconciliabili. Ed è forse questo uno degli errori più frequenti dell’osservatore occidentale, ossia confondere un’identità con il modo in cui essa viene utilizzata politicamente.
Il conflitto in corso tra Iran e USA è solo un ultimo tassello, ancora non “valutabile” in termini di conseguenze a lungo termine. Cosa ha fatto sì, invece, al di là del sostegno Estero, che gli Houthi conservassero il potere? Quale dettaglio sfugge probabilmente all’osservatore occidentale?
Credo che il dettaglio che sfugge maggiormente sia proprio questo, ossia che gli Houthi non sono semplicemente un “proxy” iraniano. L’Iran è certamente un elemento fondamentale della loro capacità militare e della loro proiezione regionale, ma ridurre gli Houthi a uno strumento di Teheran significa perdere una parte essenziale della loro storia. Ridurre tutto ad una comune matrice shi’ita è riduttivo ed anche fuorviante, anche perché gli Houthi appartengono alla tradizione zaydita, mentre l’Iran è prevalentemente duodecimano.
Il movimento, come dicevo, nasce infatti all’interno di una dinamica propriamente yemenita, molto prima dell’attuale configurazione dello scontro regionale.
Forse, la domanda più completa potrebbe essere: “come hanno fatto gli Houthi a costruire un sistema di potere capace di sopravvivere?”
Ed è qui che emerge il loro vero punto di forza. Gli Houthi hanno saputo trasformare progressivamente una struttura insurrezionale in una autorità di governo. Hanno costruito apparati amministrativi, sistemi di sicurezza, forme di controllo sociale e territoriale e reti economiche.
Dal punto di vista economico-finanziario, il loro potere si alimenta soprattutto attraverso la tassazione delle attività economiche, i dazi sulle importazioni, il prelievo sui carburanti e altri beni, le entrate connesse ai porti e alle infrastrutture sotto il loro controllo, nonché attraverso una rete di società, intermediari e circuiti finanziari. A queste risorse si aggiungono attività di contrabbando e altri circuiti informali
Per spiegarmi meglio, pensiamo al qat, perché qui può essere richiamato un dettaglio apparentemente marginale, ma in realtà importante, ossia il controllo dell’economia quotidiana. Non si può sostenere che gli Houthi controllino direttamente tutta la produzione delle piantagioni, affidate in larga parte ai coltivatori, ma nei territori sotto il loro dominio sono riusciti a intercettarne sistematicamente la circolazione e la commercializzazione attraverso un sistema di tassazione.
Il qat, che rappresenta una componente essenziale della vita economica e sociale yemenita, viene generalmente raccolto e immesso rapidamente nel circuito commerciale, spesso nella stessa giornata, proprio perché la sua freschezza ne determina in larga misura il valore. Queste foglie diventano una significativa fonte di entrate per l’autorità Houthi. È un modello molto concreto di come il potere si eserciti non soltanto attraverso le armi, ma attraverso il controllo dei flussi economici quotidiani.
Inoltre, chi ha avuto modo di conoscere lo Yemen prima della guerra, sa quanto il qat non sia semplicemente una coltura o una merce, poiché rappresenta una pratica sociale, un’abitudine quotidiana e, in molti contesti, anche uno spazio di relazione e di rituale identitario. Proprio per questi motivi, il suo inserimento nell’economia di guerra da parte degli Houthi diventa un esempio particolarmente significativo.
Riprendendo il discorso sull’establishment Houthi, esso è certamente ben strutturato ma ciò non vuol dire che godano necessariamente di un consenso generalizzato. Significa che sono riusciti a costruire un sistema nel quale potere politico, controllo territoriale, apparato coercitivo e legittimazione religiosa si sostengono reciprocamente in una parte consistente del Paese.
Ed è un ulteriore elemento che l’osservatore occidentale tende talvolta a sottovalutare. Il potere non si conserva soltanto attraverso il consenso ed anzi, in determinati contesti, si consolida anche attraverso la capacità di essere l’unico soggetto in grado di garantire ordine, sicurezza e accesso alle risorse.
Gli Houthi, dunque, non sono più soltanto una milizia. Sono diventati un’autorità di fatto, con una propria struttura di governo. E questo spiega perché sia difficile immaginare una loro semplice espulsione dalla scena politica yemenita.
Libere considerazioni
Quale Yemen dopo lo Yemen? A mio avviso, le vicende di questo che era un Paese bellissimo ed in cui la popolazione “plurale” era in un equilibrio radicato, dovrebbe indurci a una certa prudenza nell’utilizzare le categorie attraverso le quali normalmente interpretiamo il Medio Oriente e l’orizzonte confessionale islamico.
Molti sono abituati a leggere il conflitto attraverso collegamenti netti: sunniti e shi’iti, Iran e Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia, governo e ribelli. Tutte queste dimensioni esistono, ma nessuna, da sola, è sufficiente a spiegare quello che è accaduto e che accade in Yemen.
Come dicevo, siamo di fronte alla sovrapposizione di diversi livelli di autorità, ovverosia lo Stato, le tribù, le identità territoriali, le appartenenze religiose, gli interessi economici e, naturalmente, le potenze regionali e internazionali.
Questa situazione, fortemente consolidata, porta a pensare che una futura soluzione non possa essere semplicemente “importata” dall’esterno. Occorrerà trovare un nuovo equilibrio politico che tenga conto della struttura reale della società yemenita. Non sarà sufficiente ricostruire formalmente le istituzioni dello Stato poiché, prim’ancora, bisognerà verificare quali forme di autorità avranno realmente legittimità e capacità di governo sul territorio.
C’è poi un’ultima questione, fondamentale. Lo Yemen non è soltanto una tragedia umanitaria o un conflitto regionale, ma è anche un fondamentale punto strategico del sistema logistico internazionale e dei cavi sottomarini, se si prende in esame non soltanto al traffico attraverso il Mar Rosso e Bab al-Mandab, ma anche alla più ampia vulnerabilità delle rotte energetiche e commerciali che comprende, su un diverso versante, anche lo Stretto di Hormuz.
Ciò spiega perché una crisi apparentemente periferica possa produrre conseguenze molto lontane dal territorio yemenita. E non dobbiamo commettere l’errore opposto, cioè guardare allo Yemen soltanto attraverso la lente della geopolitica, poiché prima di essere uno scacchiere internazionale, va ricordato che lo Yemen è una società.
E forse è proprio questa la cosa che, dopo tanti anni di conflitto, rischiamo maggiormente di dimenticare. La questione non è soltanto capire chi vincerà tra gli Houthi e i loro avversari, o quale potenza regionale avrà maggiore influenza. La vera questione è se sarà ancora possibile costruire uno Stato yemenita capace di tenere insieme le diverse anime del Paese, nella costituzione di un nuovo patto politico e sociale, ad oggi credo ancora lontano.


