La trappola di Tucidide: una lezione culturale dell’Occidente
Il fatto di cronaca saliente – ed il punto da cui partire nell’analisi – è stata la visita che Trump fece in Cina dal 13 al 15 maggio 2026.
Il primo incontro bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping si concluse giovedì tra molte cortesie e pochi annunci concreti. Nonostante ciò, era un viaggio molto atteso e importante. È il primo di un presidente statunitense in Cina negli ultimi nove anni e le relazioni tra i due paesi sono state spesso altalenanti, tra fasi di relativa distensione e altre di aperta ostilità.
Poche cose passeranno alla storia di quest’incontro, oltre al fatto che è avvenuto. Una di queste è l’immagine dei due leader seduti l’uno accanto all’altro su due poltrone. La particolarità dell’immagine è che Xi Jinping appare più alto di Donald Trump, nonostante quest’ultimo sia alto di almeno 10 cm in più.

Le poltrone erano, quindi, state costruite su misura per far sembrare il dittatore cinese più alto di Donald Trump: un espediente tipico di ogni regime “forte”, quello di far apparire il leader incombente sull’interlocutore.
In chiave satirica, si può rimandare la mente a “Il grande dittatore” di Chaplin ed ecco che il gioco è fatto. È una piccola umiliazione quasi impercettibile ma tuttavia ben reale, che fece apparire il presidente degli Stati Uniti come un vecchio uomo sprofondato nella sua poltrona. Donald Trump non fu in grado di prendere la scena, come altre volte accadde, durante questa visita.
Sono passati “solo” 55 anni dalla visita che Nixon fece a Mao nel 1971 (un’infinità – a dire il vero – nell’ambito delle relazioni internazionali), ma l’effetto globale e propagandistico provocato non avrebbe potuto essere diverso: altri tempi, altri uomini.
Le celesti volte della diplomazia “giornalistica” furono scosse quando nel suo discorso di apertura di giovedì, Xi affermò che “la Cina e gli Stati Uniti possono superare la cosiddetta ‘trappola di Tucidide‘ e forgiare un nuovo paradigma per le relazioni tra le grandi potenze”.
Al di là della stolta ironia di alcuni commentatori che sostennero che quello di Xi fosse una inutile citazione, visto che Trump non è noto per il suo livello culturale, vi è da dire che il leader di Beijing non era la prima volta che utilizzava questa figura retorica. Già nel settembre 2015, durante sua visita ufficiale negli Stati Uniti, parlando davanti a una platea di leader politici ed economici (incluso l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger) a Seattle, Xi dichiarò che “non esiste una cosa come la cosiddetta trappola di Tucidide nel mondo”. Non è detto che il presidente cinese abbia profonda conoscenza dello storico e “politologo” ateniese, ma preferisca adattare – quando si rivolge ad occidentali – il suo linguaggio a figure famigliari agli interlocutori.

Le naturali inclinazioni culturali di Xi potrebbero portarlo alle geniali, ma difficili da comprendere, conclusioni di Sun Zi, ma la logica analitica che sottende lo studio – soprattutto nella parte politologica – di Tucidide gli è intimamente estranea, come a noi è estraneo Sun Zi, visto che l’unica traduzione italiana dal testo originale venne fatta da un cinese.
I riferimenti a Tucidide possono essere affrontati mediante due differenti chiavi interpretative. La prima letterale, la seconda – maggiormente pregnante – sulla scorta della corrente realista delle “relazioni internazionali”
Ma cosa aveva veramente detto Tucidide? Nel libro primo (IV 118) de La Guerra del Peloponneso, l’Autore scrisse:
“Furono anni per Atene d’intensa e fruttuosa attività espansiva con l’ampliamento e l’energica organizzazione dell’impero e un impulso vigoroso, all’interno, della sua potenza economica e militare.
Gli Spartani avvertivano questa crescita pericolosa, ma non sapevano frapporvi che limiti e ostacoli di breve respiro. Preferivano in più occasioni, una politica di acquiescenza: non avevano mai avuto, neanche prima, la dote della fulmineità nel risolversi a una guerra.
Occorreva in genere che vi fossero costretti, senza alternative: e in più fu un periodo difficile e inquieto per Sparta, sconvolta dalle sommosse civili.
Ma alla fine la potenza d’Atene s’era imposta, rigogliosa e superba all’attenzione del mondo: perfino la sfera d’influenza e d’alleanza tradizionalmente legata a Sparta non era immune dai suoi attacchi.
La situazione critica suggerì agli Spartani che la loro supina linea di condotta era ormai superata; si doveva sferrare, loro per primi, un’offensiva, gettarvi ogni energia e demolire, se fosse possibile, quella molesta e invadente potenza.
Gli Spartani erano dunque giunti alla convinzione che i patti fossero stati violati e che la responsabilità ricadesse su Atene”.
L’insistito uso della figura retorica tucididea da parte cinese ha portato alla generale convinzione che, proprio come Atene un tempo combatté contro Sparta, così l’ascesa della Cina possa provocare ansia e un potenziale conflitto con gli Stati Uniti: la Cina, come “Nuova Atene”, vs gli USA, la vecchia e bolsa Sparta. Senza dimenticare l’ironia che a vincere lo scontro fu proprio il competitor “vecchio e bolso”, è necessario guardare in prospettiva la “trappola di Tucidide” come immagine delle relazioni internazionali.
Lo Storico ateniese, da sempre è ricordato come un precursore del pensiero realista ((Lebow – Strauss ed. Hegemonic rivarly: From Thucydides to the Nuclear Age, 1991), da oltre 60 anni viene utilizzato, alle volte a sproposito, proprio per definire i paradigmi del bipolarismo. In questo brodo di coltura ecco nascere l’immagine della “Trappola di Tucidide”.

Quello di agire per esposizione di “Immagini” è una costante della scuola realista. Non è privo di significato ricordare che le “tre immagini” del politologo Kenneth Waltz sono i livelli di analisi fondamentali delle Relazioni Internazionali (RI), concettualizzati nel suo celebre saggio del 1959, L’uomo, lo stato e la guerra.
Ecco che in una riflessione del 2018 Anna Caffarena (La trappola di Tucidide ed altre immagini) ricorda come, nell’ambito dei due filoni interpretativi classici delle Relazioni internazionali, Realismo e Liberalismo, anarchia e società internazionale si rivelano dunque autentiche ‘meta-immagini’, capaci di generare, quasi fossero vere e proprie matrici, le tante rappresentazioni della politica mondiale che spiccano nel discorso pubblico, tracciandone al contempo il perimetro”.
E’ altrettanto vero che l’uso delle “immagini” è conseguente al “ritorno della Storia” e della politica di potenza, andatesi a riaffermare dopo l’illusione della “Pax Americana” come fine della storia stessa, così come erroneamente la vaticinò Fukuyama (The End of History and the Last Man, 1992.).
E’ d’altronde dimostrato chenell’immediato post-Ottantanove, “i realisti geopolitici come Henry Kissinger – come ricorda Kagan (The Return of History and the New World Order, 2008) – avevano messo in guardia che quell’insieme di circostanze non poteva durare, che la competizione internazionale era insita nella natura umana e sarebbe tornata. Benché le previsioni di una multipolarità incombente […] fossero sbagliate, i realisti avevano compreso meglio di altri la costanza della natura umana. Il mondo non stava sperimentando una trasformazione, ma soltanto una pausa nella competizione senza fine tra nazioni e genti”.
La scomposizione dell’arena internazionale con la crisi dell’impossibile unipolarismo “temperato”, unitamente con le deflagrazioni dei più disparati interessi regionali ha portato il sorgere di una nuova potenza globale, quasi nulla economicamente fino a pochi decenni prima: la Cina.

La capacità di Beijing di penetrare nel mercato delle materie prime – vassallizzando interi stati del terzo mondo, senza neppure l’utilizzo di una pallottola – ha consentito alla potenza asiatica di crescere di importanza a dismisura, quando gli occhi del mondo erano rivolti altrove. Ecco quindi sorgere, improvvisamente, nuove rivalità e confronti, non perché un attore voglia la rivalità ed il confronto, ma perché essi sono in re ipsa.
Di fronte a questo quadro, ecco la teorizzazione da “della trappola di Tucidide”, espressione coniata da Graham Allison in un articolo per il Financial Times del 2012, ripresa in seguito nel suo libro Destined For War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? (2017). In un intervento per Harvard University l’Autore spiega che la “Trappola di Tucidide” è un modello letale di tensione strutturale che si verifica quando una potenza emergente sfida quella dominante. Questo fenomeno è antico quanto la storia stessa. Il presupposto tragico è che tutti gli attori hanno “ragione”.
Si ritorni alla lettura di Tucidide, così come fatta da Allison: Atene era emersa nel corso di mezzo secolo come un baluardo di civiltà, con progressi in filosofia, storia, teatro, architettura, democrazia e abilità navale. Questo sconvolse Sparta, che per un secolo era stata la principale potenza terrestre nella penisola del Peloponneso. Secondo Tucidide, la posizione di Atene era comprensibile. Con la crescita della sua influenza, cresceva anche la fiducia in sé stessa, la consapevolezza delle ingiustizie passate, la sensibilità agli episodi di mancanza di rispetto e la sua insistenza affinché gli accordi precedenti venissero rivisti per riflettere le nuove dinamiche di potere. Era anche naturale, spiegava Tucidide, che Sparta interpretasse l’atteggiamento ateniese come irragionevole, ingrato e minaccioso per il sistema che aveva instaurato e all’interno del quale Atene era fiorita.

Le stesse “ragioni” equamente diffuse tra i contendenti – così come sempre avviene nei conflitti, a detta di Hegel – sono state presenti, in ambito bipolare, ben 16 volte negli ultimi 500 anni, così come risulta dalle ricerche dell’Harvard Belfer Center for Science and International Affairs. Ben in dodici di questi casi è scoppiata una guerra.
La teoria dell’Autore, come tutti gli studi accademici ha dei punti di astrazione, sicuramente non valutati dagli arbitri della World Arena. Ciò non toglie che il capo di uno dei contendenti, il presidente XI, parli della Cina, il paese con la storia più lunga e continua del mondo, come di una nuova Atene, come potesse porsi come modello attrattivo per l’Occidente. È scontato che per quella parte del mondo, sia per ragioni di mercato, sia per cultura (basti il confronto dialettico che si può aprire sul piano linguistico, sulla parola libertà, che in cinese ha l’etimo comune con il lemma “egoismo”) il modello cinese non potrà essere attrattivo, Diverso è il terzo mondo, dove la disinvoltura commerciale e morale di Beijing può trovare facile breccia.
Curioso che dopo 2400 anni ci si trovi ancora a discutere di Tucidide, non come autore antico, ma come “politologo”. In fondo, qualche briciola di superiorità culturale l’esecrato Occidente la possiede ancora.




