Hasbara
Arianne Ghersi intervista Andrea Molle
Il termine “Hasbara” è inerente alla comunicazione israeliana. Cosa è precisamente?
La traduzione letterale di hasbara può essere resa come “spiegazione” ed è la parola in lingua ebraica moderna usata per indicare la diplomazia pubblica e la comunicazione strategica israeliana rivolta verso l’estero. Questa parola non coincide perfettamente con il concetto di “propaganda” nel senso classico, ma non è nemmeno semplice informazione neutrale.
Hasbara comprende il lavoro del governo, dei portavoce militari, delle ambasciate, di reti civiche, di influencer e di soggetti privati che cercano di presentare, spiegare e difendere la posizione israeliana nello spazio mediatico internazionale. Fonti israeliane e analisti vicini all’establishment tendono anche a definirla appunto come public diplomacy, mentre molti ricercatori la interpretano come una forma di strategic communication o information warfare adattata all’ambiente digitale.
Il punto, a mio avviso, importante è questo: hasbara non è un’anomalia esclusivamente israeliana. Ogni Stato impegnato in conflitti ad alta visibilità internazionale costruisce narrazioni, seleziona lessici, privilegia immagini, mobilita reti di sostegno e cerca di influenzare media, opinione pubblica e decisori. Israele, però, ha storicamente sviluppato questo campo con particolare intensità, sia per ragioni strutturali — vulnerabilità strategica, dipendenza dal sostegno occidentale, centralità del rapporto con Washington — sia perché combatte guerre che si giocano simultaneamente sul terreno, nelle cancellerie e nell’arena simbolica globale.
Sul piano più concreto, oggi la hasbara include attività ufficiali e semi-ufficiali. Dopo il 7 ottobre 2023, ad esempio, l’INSS ha descritto la nascita di circa 120 “war rooms” civili e numerose banche dati e strumenti tecnologici dedicati alla diplomazia pubblica israeliana. Questo non prova di per sé manipolazione illecita; prova però che la dimensione organizzata, professionale e transnazionale della hasbara oggi è reale e formalizzata.
Alcune fonti descrivono questa tipologia di comunicazione in termini negativi. Quale è il fattore che porta a questa deduzione, esatta o inesatta?
La concezione negativa nasce sia da dati oggettivi che da una certa deformazione polemica antisemita. Il dato reale è che la hasbara non è semplice “spiegazione”: è comunicazione orientata strategicamente, quindi selettiva, emotiva, spesso difensiva e finalizzata a preservare la legittimità internazionale di Israele.
Quando le immagini dal terreno — distruzioni a Gaza, sofferenza civile, crisi umanitaria, accuse su uso della forza, restrizioni all’accesso dell’informazione — sembrano contraddire la narrativa ufficiale, molti osservatori percepiscono, anche giustamente, la hasbara come tentativo di copertura o di razionalizzazione politica di scelte contestate. In quel caso la critica non è completamente inventata, ma si inserisce sull’asimmetria tra messaggio e fatti percepiti.
Ma c’è anche una componente polemica. In molte narrazioni contemporanee, soprattutto online, hasbara viene usata come etichetta squalificante per dire: “questa persona non pensa davvero ciò che dice; sta solo eseguendo ordini, è pagata, o fa parte di una complotto giudaico.” Qui il termine smette di indicare una pratica di comunicazione e diventa una scorciatoia per delegittimare in blocco sia le voci filoisraeliane che molto semplicemente il punto di vista ebraico, compreso quelle autenticamente motivato da convinzioni morali, strategiche o identitarie.
In altre parole, la critica può essere fondata quando analizza strumenti, messaggi e incongruenze, ma è distorsiva e direi anche antisemita quando presume che qualunque difesa di Israele, o del diritto del popolo ebraico a vivere nella sua terra ancestrale, sia artificiale o mercenaria.
Qui si inserisce poi un ulteriore livello. La parola hasbara, specie nel dibattito americano, tende a slittare dal piano analitico a quello complottista. Negli Stati Uniti il sostegno a Israele si è indebolito in modo sensibile, soprattutto tra giovani, democratici e indipendenti. Il centro di ricerca Pew registrava nel 2025 una maggioranza di giudizi sfavorevoli su Israele; Reuters/Ipsos nel 2025 trovava maggioranze a favore del riconoscimento di uno Stato palestinese e molti giudicavano eccessiva la risposta israeliana a Gaza; Gallup nel 2026 segnala uno spostamento delle simpatie verso i palestinesi in segmenti importanti dell’opinione pubblica.
In questo contesto più ostile, hasbara è diventata non solo un termine descrittivo, ma anche un’arma polemica nel conflitto culturale su campus, media e social.
Certamente l’approfondimento sul complottismo antiebraico va fatto con precisione. Quando hasbara viene sovrapposta all’idea che “gli ebrei” controllino media, università, Congresso o Casa Bianca, non siamo più nella critica della propaganda di guerra: siamo dentro tropi antisemiti classici, aggiornati al lessico del conflitto israelo-palestinese.
La ADL ha documentato, nel contesto della guerra USA-Israele contro l’Iran nel 2026, la rapida diffusione di narrative secondo cui attori ebraici o sionisti eserciterebbero un controllo illegittimo sulla politica estera americana; Reuters ha mostrato come anche nella destra americana emergano allusioni a una lealtà dovuta a “nazione straniera” o a una influenza israeliana indebita. Quella non è analisi della hasbara: è la vecchia fantasia del potere ebraico occulto, tradotta in linguaggio contemporaneo.
Nei conflitti in corso in Medio Oriente quale ruolo ha o sta “giocando”?
Sta giocando un ruolo importante, ma non onnipotente. La hasbara oggi serve soprattutto a quattro funzioni: mantenere il capitale di legittimità internazionale di Israele; preservare il sostegno politico e militare occidentale, in particolare americano; incorniciare l’azione militare come difesa necessaria contro Hamas, Hezbollah e l’Iran; e contrastare la delegittimazione simbolica di Israele in ambienti mediatici, accademici e digitali.
Dopo il 7 ottobre 2023, questa funzione è diventata centrale perché per Israele la battaglia narrativa è stata percepita come parallela a quella militare.
Nel teatro di Gaza, la hasbara ha cercato soprattutto di fissare tre idee-forza: il carattere eccezionale del trauma del 7 ottobre; il diritto di Israele a neutralizzare Hamas; e la responsabilità primaria di Hamas per l’esposizione dei civili palestinesi, tramite uso di infrastrutture civili, tunnel, ostaggi e radicamento urbano.
Questa impostazione continua ad avere forza presso una parte rilevante dell’opinione pubblica e delle élite occidentali, ma si è logorata molto con il protrarsi della guerra, l’aumento delle vittime civili, la crisi umanitaria e l’erosione della fiducia internazionale. Reuters, ad esempio, ha parlato esplicitamente di isolamento crescente di Israele e della necessità, percepita in Israele stesso, di cambiare non solo le proprie politiche ma anche la comunicazione.
Nel fronte settentrionale e nel confronto con Hezbollah e Iran, la hasbara svolge una funzione diversa: far apparire l’azione israeliana come parte di una guerra regionale difensiva contro un asse armato e coordinato, non come un’espansione opportunistica del conflitto. Nelle ultime settimane, per esempio, l’enfasi comunicativa israeliana si è concentrata sulla sicurezza delle comunità del nord, sulle minacce missilistiche e sulla necessità di una fascia di sicurezza in Libano meridionale.
Questo framing non elimina le contestazioni internazionali, ma serve a rendere intelligibile, soprattutto a Washington e nelle opinioni pubbliche occidentali, la logica di certe scelte operative.
Va però detto con chiarezza che la hasbara non opera nel vuoto. Oggi compete con una contro-narrazione palestinese e transnazionale molto più efficace di un tempo, alimentata da immagini dal basso, reti diasporiche, organizzazioni militanti, media arabi e influencer globali. Inoltre, non è solo Israele a fare questo tipo di propaganda: Hamas, Hezbollah, l’Iran, e anche Stati come Qatar e Turchia investono intensamente nella costruzione di narrative, nella selezione di immagini simboliche, nella saturazione dei social e nella ricerca di interlocutori occidentali.
Se si isola la hasbara come se fosse l’unica macchina narrativa della regione, si sbaglia diagnosi. La realtà è un ecosistema competitivo di guerra informativa, in cui Israele è un attore forte ma non esclusivo.
Libere considerazioni
La prima considerazione è concettuale: hasbara non va né demonizzata né romanticizzata. Non è una parola magica che spiega tutto, ma nemmeno un’invenzione polemica. È il nome specifico che Israele ha dato a una funzione che tutti gli Stati praticano: comunicare in modo strategico per proteggere interessi, reputazione e libertà d’azione. Il punto analitico serio non è se esista, ma come funzioni, con quali strumenti, con quale rapporto ai fatti e con quali effetti politici.
La seconda è che Israele ha una ragione obiettiva per investire molto in questo campo. È un Paese piccolo, esposto a minacce reali, che affronta attori — Hamas, Hezbollah, Iran e reti affini — apertamente ostili alla sua esistenza o sicurezza. Ignorare questo e ridurre tutta la comunicazione israeliana a mera menzogna sarebbe intellettualmente pigro. Il bisogno di spiegare la propria posizione, di difendersi diplomaticamente e di contrastare campagne ostili è reale.
La terza, però, è che la hasbara ha limiti durissimi. Quando la distanza tra il discorso ufficiale e la percezione empirica cresce troppo, la comunicazione diventa controproducente. È quanto sembra essere accaduto, almeno in parte, nel mondo occidentale e negli Stati Uniti: nonostante gli sforzi di diplomazia pubblica, i sondaggi mostrano un marcato deterioramento dell’immagine di Israele, specialmente tra i giovani. Questo suggerisce che, oltre una certa soglia, il problema non è più “spiegare meglio”, ma la sostanza politica e militare di ciò che deve essere spiegato.
Infine, sul piano normativo, fare attenzione al lessico è fondamentale. Criticare la hasbara è legittimo; denunciare propaganda selettiva, doppio standard o manipolazione è legittimo; studiare professionalmente le reti di advocacy è legittimo. Quello che non è legittimo, o comunque non è più semplice critica politica, è trasformare hasbara in una parola-codice per insinuare che qualunque ebreo, sionista o filoisraeliano sia agente di un potere occulto. Lì si passa dall’analisi della comunicazione di guerra al repertorio storico dell’antisemitismo.
E proprio perché Israele non è l’unico attore a fare propaganda, conviene mantenere il giudizio comparativo: la regione è piena di apparati narrativi aggressivi; non c’è alcun motivo serio per trattare solo quello israeliano come ontologicamente diverso da tutti gli altri.



