Cile: l’insediamento di Kast
Conferma dello spostamento a destra dell’America Latina
Il 2025 è stato un anno trionfale per le destre centro e sudamericane. Dall’Ecuador all’Argentina passando per il Cile i candidati filotrumpiani hanno trionfato in tutte le tornate elettorali, che fossero per il rinnovo del Parlamento, a carattere locale o per la guida del Paese non c’è stata nessuna differenza.
Il risultato finale ha premiato un nuovo modello di fatto già consolidato: la destra liberal-conservatrice cavallo di Troia degli interessi a stelle e strisce nel subcontinente e foriera di un arretramento, se non totale azzeramento, del ruolo dello Stato nell’economia ha convinto gli elettori.
Flussi e riflussi storici si potrebbe dire, tenendo conto di un’analisi breve e concisa di quanto avviene dai primi anni Duemila a questa parte[1]. Le sinistre rivoluzionarie hanno ottenuto un seguito durato poco più di un decennio innalzando i tassi di istruzione, welfare, redistribuzione della ricchezza interna creando una classe media, prima inesistente, che si è affacciata al nuovo assetto sociale facendosi promotrice di nuove istanze davanti alle quali non sempre i movimenti di stampo populista sono stati in grado di fornire risposte tempestive ed adeguate lasciando spazio per l’avanzata della controparte politica.

Addentrandosi nel dettaglio emerge, però, anche una differente strategia da parte delle strutture partitiche di destra che hanno compreso la necessità di mutare aspetto al momento opportuno. Le trasformazioni delle coalizioni cilene, argentine, ecuadoriane si presentano come similitudini, stante l’impossibilità di rapportarle a vere e proprie uguaglianze per le diversità strutturali presenti nei vari Stati nazionali.
È così che la classica destra liberale di formazione storica della seconda metà del Novecento ha lasciato il posto ad un rinnovamento che ha fuso le istanze del conservatorismo, in campo etico più che sociale, con quelle dell’ultraliberismo, sul versante economico, creando una replica del partito Repubblicano statunitense in cui il leader di riferimento si erge a personalizzare l’intero schieramento unendone issues diversi sotto un unico slogan accattivante e vincente.
Una diversa forma di populismo?
Stante l’accezione neutra derivante dal lessico politico e magistralmente esposta da luminari della scienza politica quali il professor Marco Tarchi in Italia, il filosofo francese Alain De Benoist e lo storico americano Christopher Lasch[2] si potrebbe configurare come un populismo di destra ma anche qui è necessario esporre e indagare a fondo il tema.
Se nel 2026 l’amministrazione Trump ha mostrato i muscoli in politica estera con azioni di stampo militare a partire da quella fra il 2 e il 3 gennaio in Venezuela[3] questa forma di hardpower è stata preceduta da una lunga e mirata azione di softpower. Per quanto le dichiarazioni a mezzo stampa o nel corso di incontri pubblici da parte dell’inquilino della Casa Bianca sulle elezioni che hanno coinvolto il sud del continente siano sembrate a tutti gli effetti un’entrata a gamba tesa e un’intromissione nella politica interna delle nazioni chiamate alle urne di fatto si sono prefigurate come un sostegno elettorale a candidati e movimenti affini che, una volta incassata la fiducia dei propri cittadini nelle urne, si son potuti giovare delle rassicurazioni giunte da Washington in tema di rapporti bilaterali sul piano economico-commerciale.
È in questo modo che si son costruite le vittorie elettorali di Nasry Asfura[4] alla presidenza dell’Honduras, José Antonio Kast in Cile e il raggiungimento della maggioranza in Parlamento per la coalizione a sostegno di Javier Milei in Argentina[5].
Se i Paesi centroamericani dipendono in massa dalle rimesse dei propri connazionali che lavorando negli Stati Uniti inviano parte del proprio reddito ai parenti, quelli sudamericani hanno nel colosso nordamericano il principale sbocco dei prodotti nazionali immessi sul mercato estero. In questo caso, quindi, le reiterate minacce del tycoon newyorkese relative all’immissione di dazi sulle esportazioni di determinate materie prime e di prodotti di natura alimentare hanno spostato enormi fette di elettorato preoccupate da una ricaduta negativa di interi settori produttivi e commerciali.
In quest’ottica l’insediamento a Palacio de la Moneda del neopresidente cileno Kast l’11 marzo e la conferma della coalizione di destra in Costa Rica il 1° febbraio con l’elezione alla massima carica istituzionale del Paese della trentanovenne Laura Fernández[6] postasi in continuità col mandato del suo predecessore Rodrigo Chaves confermano anche per il nuovo anno questa tendenza.
Riferimenti bibliografici:
[1] Per un approfondimento sul tema si veda Luca Lezzi e Andrea Muratore, Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica, Circolo Proudhon edizioni, Roma 2016.
[2] Rimandiamo a riguardo ai testi: Marco Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino 2018; Alain De Benoist, Populismo. La fine della destra e della sinistra, Arianna editrice 2017; Cristopher Lasch, La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia, Neri Pozza 2017.
[3] Luca Lezzi, Venezuela, riflessioni a freddo sull’attacco Usa al bolivarismo, CaputMundi 7 gennaio 2026.
[4] Luca Lezzi, Honduras riconteggio alle presidenziali premia il candidato di Trump, CaputMundi 14 gennaio 2026.
[5] A cura di Luca Lezzi, Argentina, intervista a Giorgio Ballario, CaputMundi 1° dicembre 2025.
[6] Silvia Martelli, Costa Rica, la candidata della destra populista Laura Fernandez vince le elezioni. Ecco chi è, Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2026.



