Dino Ciani, il pianista di una vita troppo breve
Ci sono musicisti la cui vicenda umana sembra quasi troppo breve per contenere la grandezza del talento. Dino Ciani appartiene certamente a questa categoria. Nato a Fiume il 16 giugno 1941 e morto tragicamente nel 1974, a soli trentadue anni, Ciani lasciò un’impronta profonda nella storia del pianismo italiano del Novecento. La sua fu una carriera rapidissima e straordinaria: la formazione a Genova con Martha Del Vecchio, il perfezionamento con Alfred Cortot, il successo al Concorso Liszt-Bartók di Budapest, i concerti nei maggiori teatri internazionali, le collaborazioni con direttori come Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini e Riccardo Muti, le incisioni per Deutsche Grammophon.
Ma dietro questa biografia prestigiosa c’è anche la storia di un ragazzo, della sua formazione, degli insegnanti che ne riconobbero il talento e delle persone che ebbero la fortuna di ascoltarlo quando era ancora lontano dalla fama internazionale.
Dopo il trasferimento della famiglia da Fiume, Ciani trascorse a Genova gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza. Fu nella città ligure che iniziò a costruire quella preparazione musicale che lo avrebbe portato, in pochissimo tempo, ai vertici del pianismo internazionale. I primi studi furono avviati con Bianca Rodinis; successivamente Ciani entrò nella scuola di Martha Del Vecchio, destinata a diventare la sua insegnante più importante negli anni della formazione genovese.
Martha Del Vecchio non era soltanto una pianista di solida preparazione: diplomata al Conservatorio di Milano e perfezionatasi con musicisti come Alfredo Casella, Guido Agosti e Alfred Cortot, aveva scelto di dedicarsi in modo particolare all’insegnamento. Nella sua classe si formarono diverse generazioni di pianisti genovesi, tra i quali, oltre a Ciani, Massimiliano Damerini.
Il rapporto fra Ciani e la sua maestra fu particolarmente significativo. Del Vecchio seppe riconoscere nel giovanissimo allievo qualcosa che andava oltre la facilità tecnica: una capacità di comprendere rapidamente la struttura della musica e di trasformare l’insegnamento in esperienza interpretativa.
Un episodio raccontato a proposito della sua formazione è particolarmente emblematico. Dopo che Martha Del Vecchio ebbe spiegato al giovane Ciani la natura polifonica di un Preludio e Fuga di Bach, il ragazzo fu capace di rieseguirlo immediatamente in maniera completamente diversa, dimostrando di aver assimilato non soltanto una nozione tecnica, ma il senso musicale di ciò che la maestra gli aveva indicato. Non era soltanto un bambino prodigio che imparava rapidamente. Era già un musicista capace di ascoltare, comprendere e trasformare ciò che gli veniva insegnato.
Il rapporto fra Dino Ciani e Martha Del Vecchio è rimasto nella memoria anche attraverso i loro allievi. Uno dei testimoni più importanti di quella scuola fu il compianto Massimiliano Damerini, pianista, compositore e docente, anch’egli allievo di Martha Del Vecchio. Damerini ebbe poi un ruolo importante nella trasmissione di quella memoria: per alcuni anni fu infatti insegnante di musica da camera al Conservatorio di Genova, e proprio in quella veste raccontò episodi e ricordi legati alla sua maestra e a Dino Ciani.
La musica da camera era una delle discipline che più gli stavano a cuore e che, per chi ebbe la fortuna di studiarla con lui, poteva diventare qualcosa di molto più ampio di una materia accademica: una scuola di ascolto, di responsabilità musicale, di dialogo e di attenzione all’altro. Nel racconto di Damerini, Ciani appariva non soltanto come il grande pianista che sarebbe diventato, ma come il giovane musicista conosciuto nell’ambiente genovese, ancora nel pieno della sua formazione.
Damerini apparteneva infatti direttamente a quella stessa tradizione. Era stato allievo di Martha Del Vecchio e aveva potuto conoscere Ciani anche personalmente. La sua testimonianza permette quindi di seguire un filo che unisce tre generazioni: la maestra, il giovane talento e l’allievo che, molti anni dopo, ne avrebbe conservato e trasmesso il ricordo. È una storia che mostra come una scuola musicale non sia fatta soltanto di tecniche e di partiture, ma anche di memoria. Ciò che un maestro trasmette a un allievo può continuare a vivere molto tempo dopo, passando da una generazione all’altra.
La precocità di Ciani è uno degli elementi più sorprendenti della sua biografia. Nel 1955, a soli quattordici anni, si diplomò in pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma come privatista, ottenendo il massimo dei voti. Nello stesso anno tenne il suo primo concerto pubblico a Santa Margherita Ligure. La circostanza è riportata nelle principali ricostruzioni biografiche della sua vita. Non è stato però possibile stabilire con certezza, attraverso le fonti oggi facilmente reperibili, in quale sala si tenne quel concerto. Le biografie ricordano Santa Margherita Ligure, ma non indicano il nome del luogo, e non è prudente colmare questa lacuna con una supposizione.
Esiste però una testimonianza personale particolarmente suggestiva. Negli anni Ottanta, quando era ormai anziana, un’amica della mia famiglia raccontò di aver assistito a quel concerto. Aveva dunque ascoltato personalmente quel quattordicenne che si presentava per la prima volta al pubblico. Il suo ricordo è rimasto come una testimonianza orale di quella serata.
Non si conserva però il nome della sala: allora non sembrava un’informazione particolarmente importante e non venne chiesto dove precisamente si fosse svolto il concerto. È una piccola lacuna, ma anche una bella lezione sul modo in cui funziona la memoria. La signora non stava raccontando un episodio della storia del pianoforte: stava semplicemente ricordando, molti anni dopo, un ragazzo che aveva ascoltato da giovane. Solo con il senno di poi quel ragazzo sarebbe diventato Dino Ciani. Ed è forse proprio questo a rendere prezioso il ricordo.
Le biografie ci dicono che nel 1955 Ciani tenne a Santa Margherita il suo primo concerto pubblico; la testimonianza di chi era presente ci permette invece di immaginare, almeno in parte, l’emozione e la curiosità che poteva suscitare quel giovanissimo pianista. A quattordici anni, naturalmente, nessuno poteva sapere che quel ragazzo sarebbe diventato uno dei grandi interpreti italiani della sua generazione.
Dopo gli studi genovesi, Ciani intraprese un percorso di perfezionamento che avrebbe segnato definitivamente la sua identità artistica: quello con Alfred Cortot. Cortot era ormai una leggenda del pianismo europeo. Ciani lo aveva conosciuto anche attraverso i suoi dischi e ne era rimasto profondamente affascinato. L’incontro iniziale non fu semplice, ma il giovane riuscì progressivamente a conquistare l’attenzione del maestro. Ciani seguì i corsi di Cortot a Parigi, Losanna e Siena, fino agli ultimi anni di vita del grande pianista. Fra i due nacque un rapporto di grande stima e di profonda affinità musicale.
Cortot rappresentò per Ciani molto più di un maestro di tecnica pianistica. Gli trasmise un’idea dell’interprete come musicista capace di penetrare la pagina, comprenderne la struttura e restituirne la poesia. Ma è importante ricordare che, prima di Cortot, c’era stata Martha Del Vecchio. Il grande maestro francese poté sviluppare un talento che aveva già trovato a Genova le proprie fondamenta.
Il momento della vera svolta internazionale arrivò nel 1961, quando Ciani partecipò al Concorso Liszt-Bartók di Budapest. Ottenne il secondo premio, risultato che contribuì a imporlo all’attenzione internazionale. Da quel momento la sua carriera d’interprete non fece che progredire. Ciani si esibì nelle principali sale europee e americane e collaborò con direttori che rappresentavano il vertice della direzione d’orchestra del tempo: Gianandrea Gavazzeni, Carlo Maria Giulini, Claudio Abbado, Riccardo Muti, Thomas Schippers e John Barbirolli, tra gli altri.
Particolarmente importante fu il rapporto con Claudio Abbado. Ciani debuttò alla Scala sotto la sua direzione e affrontò con lui importanti pagine del repertorio concertistico, consolidando la propria reputazione anche nel mondo delle grandi istituzioni musicali.
Ciò che rende oggi interessante Dino Ciani non è soltanto la straordinaria precocità, ma soprattutto la qualità della sua ricerca interpretativa. Il suo repertorio era ampio: Beethoven, Schubert, Schumann, Chopin, Liszt, Debussy, Bartók, Weber e Bach occupavano un posto importante nella sua attività. I programmi dei suoi concerti non erano concepiti come una semplice successione di pezzi virtuosistici. Ciani cercava spesso un filo conduttore, una coerenza complessiva capace di dare al recital una vera forma musicale.
Questa caratteristica è importante per comprendere il suo posto nella storia del pianismo. Ciani non apparteneva alla categoria del pianista che utilizza il repertorio soprattutto per mettere in mostra la propria abilità. La tecnica era per lui uno strumento al servizio dell’interpretazione. La sua curiosità lo portò inoltre verso autori e opere non sempre centrali nel repertorio concertistico. Un esempio significativo è Carl Maria von Weber, del quale Ciani fu un importante interprete e al quale dedicò una particolare attenzione anche in ambito discografico.
La sua attività discografica rappresenta forse la parte più concreta dell’eredità lasciata da Ciani. Le registrazioni realizzate per Deutsche Grammophon comprendono importanti pagine di Schumann, Debussy e Weber. Particolarmente significativa è la sua lettura dei Préludes di Debussy, nei quali emergono quella chiarezza del suono e quella capacità di penetrare il carattere della musica che rappresentano alcune delle qualità più riconoscibili del suo pianismo. Le incisioni rimangono oggi una delle testimonianze più importanti della sua arte. Sono ciò che ci permette, a distanza di tanti anni, di ascoltare non soltanto ciò che Ciani suonava, ma il modo in cui pensava la musica.
La tragedia di Ciani è che tutto questo accadde in poco più di un decennio. Quando morì, nel marzo del 1974, non era un giovane pianista ancora in cerca della propria strada. Era già un interprete riconosciuto a livello internazionale, con una personalità artistica definita e una carriera che continuava a crescere.
L’ultima esecuzione documentata da Treccani risale al febbraio 1974 a Chicago, dove Ciani interpretò il Concerto in do minore di Beethoven sotto la direzione di Carlo Maria Giulini. Poche settimane dopo sarebbe morto in un incidente stradale nei pressi di Roma. Aveva trentadue anni. La morte interruppe non soltanto una carriera di successo, ma una ricerca artistica che sembrava appena entrata nella sua fase più interessante. È impossibile sapere che cosa avrebbe potuto realizzare nei decenni successivi.
Per ricordare Dino Ciani, dunque, non basta parlare dei grandi teatri, dei concorsi internazionali o delle incisioni discografiche. Bisogna tornare a Genova. È lì che il bambino arrivato da Fiume trovò il proprio linguaggio musicale. È lì che incontrò Martha Del Vecchio, la maestra che riconobbe e coltivò il suo talento.
Ed è attraverso la memoria di Massimiliano Damerini, allievo della Del Vecchio e a sua volta maestro di giovani musicisti, che una parte di quella storia ha potuto continuare a essere raccontata. In questo senso, la vicenda di Ciani è anche la storia di una tradizione musicale che passa attraverso le generazioni. Martha Del Vecchio formò Ciani che diventò uno dei grandi pianisti italiani del Novecento. Damerini, che apparteneva alla stessa scuola, ne conservò il ricordo e lo trasmise ai suoi allievi.
E insieme a questa memoria professionale ne esiste un’altra, più semplice e quotidiana: quella della signora che, negli anni Ottanta, ricordava di aver ascoltato Ciani a Santa Margherita Ligure quando era ancora un ragazzo. Sono due forme diverse di memoria: quella del musicista che conosce il talento dall’interno e quella dell’ascoltatore che lo incontra per la prima volta dal pubblico. Entrambe, però, contribuiscono a restituire qualcosa dell’uomo che sta dietro al mito del pianista.
Forse è proprio attraverso queste piccole testimonianze che si può cercare di rendere giustizia a Dino Ciani che non era soltanto il pianista prodigioso, non era soltanto il vincitore di Budapest, non era soltanto l’interprete della Scala, il collaboratore di Abbado e Giulini, l’artista di Deutsche Grammophon, ma anche il giovane allievo di Martha Del Vecchio a Genova, il ragazzo di quattordici anni che nel 1955 si presentò al suo primo concerto pubblico a Santa Margherita Ligure, il musicista ricordato da Massimiliano Damerini e quel ragazzo visto e ascoltato da una signora che, molti anni dopo, ne conservava ancora il ricordo.
Sono frammenti di una memoria che rischia di perdersi con il passare del tempo. Ma forse proprio per questo vale la pena raccoglierli. Perché Dino Ciani ebbe una vita troppo breve per tutto ciò che avrebbe potuto ancora realizzare. Eppure, in soli trentadue anni, riuscì a lasciare una traccia profonda nel pianismo del Novecento.
Oggi possiamo ancora ascoltare le sue incisioni e riconoscere in esse la voce di un interprete dalla personalità rara, possiamo provare a ricostruire, attraverso i documenti ma anche attraverso i ricordi di chi lo conobbe o lo ascoltò, il percorso di quel ragazzo partito da Genova e arrivato ai grandi palcoscenici del mondo. È forse questo il modo più semplice e più autentico per ricordarlo: continuare ad ascoltare la sua musica e, nel nostro piccolo, continuare a raccontare la sua storia.
E proprio per mantenere viva questa memoria, il prossimo 1° ottobre, nell’ambito del Dopo Festival di “Santa in Giallo”, parteciperò a Villa Durazzo, a Santa Margherita Ligure, a “Il mistero del primo concerto”, una performance concerto-racconto dell’Accademia del Chiostro dedicata alla figura di Dino Ciani. Sarò in scena in qualità di narratrice e investigatrice, nel tentativo di ricostruire, attraverso la musica, le testimonianze e gli indizi della memoria, il mistero legato a quel primo concerto pubblico che il giovanissimo Ciani tenne proprio a Santa Margherita Ligure nel 1955. Condividerò il palco con Daniela Cavanna, allieva di Alberto Mozzati a Milano.
Ed è proprio il nome di Alberto Mozzati ad aprire un altro importante capitolo della storia del pianismo italiano che merita di essere ricordato. Mozzati fu un pianista e un didatta straordinario, una figura di grande rilievo nella formazione di generazioni di musicisti. La sua vicenda umana e artistica è resa ancora più particolare dalla cecità, che non gli impedì di sviluppare una profondissima conoscenza della musica e di trasmetterla ai suoi allievi con rigore, sensibilità e straordinaria autorevolezza.
Essere non vedente, nel suo caso, non significò avere un rapporto più povero con la musica, ma sviluppare attraverso l’ascolto, la memoria e la percezione sonora una relazione ancora più intensa con il testo musicale e con l’interpretazione. La sua attività didattica testimonia quanto la formazione di un musicista possa andare ben oltre la tecnica: significa educare all’ascolto, alla consapevolezza e alla ricerca di una propria voce interpretativa.
Daniela Cavanna porta con sé proprio questa eredità, quella di una scuola pianistica nella quale la musica veniva trasmessa non soltanto attraverso la partitura, ma attraverso l’esperienza diretta, l’ascolto e il rapporto umano tra maestro e allievo.
La presenza di Daniela accanto a me ne “Il mistero del primo concerto” crea così, quasi naturalmente, un ulteriore filo della memoria: da Martha Del Vecchio a Dino Ciani, da Alberto Mozzati alla sua allieva, fino a noi che oggi cerchiamo di raccogliere e raccontare queste storie. Sono percorsi diversi, ma accomunati dalla stessa idea: la musica non vive soltanto nei concerti e nelle registrazioni, ma soprattutto nelle persone che la ricevono, la fanno propria e la trasmettono.
La figura di Alberto Mozzati meriterebbe, tuttavia, uno spazio ben più ampio di queste poche righe. Per questo sarà proprio lui il protagonista di un prossimo articolo, nel quale cercherò di raccontarne più approfonditamente la straordinaria figura di pianista, didatta e uomo di musica, insieme alla sua particolare esperienza di artista non vedente e al patrimonio umano e musicale lasciato ai suoi allievi. Sarà un altro piccolo tassello di quella grande storia della musica italiana fatta di maestri, allievi, incontri e memorie che rischiano di andare perdute e che, invece, vale la pena continuare a raccontare.

