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NATO e difesa europea di fronte al disimpegno USA

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Intervista di Roberto Milani ad Alessandro Politi

Il possibile disimpegno degli Stati Uniti, l’aumento della spesa militare e la guerra in Ucraina pongono all’Europa una domanda ormai ineludibile: quale difesa può costruire se il sostegno americano diventasse meno stabile?

Per analizzare questo passaggio abbiamo scelto Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation, centro di affari strategici riconosciuto ufficialmente dall’Alleanza Atlantica. La collaborazione con decisori nazionali ed internazionali, l’esperienza maturata anche in zona operativa e l’attività didattica nel campo della geopolitica e dell’intelligence economica ne fanno un osservatore particolarmente qualificato.

Con lui affrontiamo il futuro della NATO, gli ostacoli alla costruzione di un autentico pilastro europeo e le prospettive della sicurezza continentale.


Washington chiede agli europei di assumersi una quota maggiore della propria difesa. Quando il riequilibrio degli oneri rischia di trasformarsi in un vero disimpegno americano dalla NATO?

Non è un rischio: è praticamente una certezza con questa amministrazione, come abbiamo visto dalle avvisaglie nel primo mandato Trump e come è stato ampiamente confermato nell’attuale. Vedremo in dettaglio cosa verrà fuori con il cosiddetto concetto NATO 3.0, ma ci sono due punti su cui è utile essere lucidi.

Il primo è che per questa nuova Alleanza il sottosegretario alla Guerra per la Policy, Elbridge A. Colby, usa il termine di partners e non di alleati. Partners è un termine molto più elastico di alleato e con molto minor impegno, responsabilità e cogenza: è il passaggio da una Atlantic relationship ad una Euro-Atlantic situationship. Le cifre delle costanti riduzioni parlano chiaro, come dall’ultimo rapporto dell’IISS sulla difesa in Europa (settembre 2026).

Il secondo è che tutto il dibattito sul burden-sharing è buono quanto la propaganda thatcheriana sulle catene UE imposte alla povera Gran Bretagna. Basti pensare che durante tutto il dibattito burden sharing, non si è mai saputo ufficialmente quanto spendessero gli USA direttamente in Europa. Il loro 3-4% di rapporto PIL/Difesa include le spese di una superpotenza globale e non è comparabile con le spese dei paesi europei NATO; l’ultima stima IISS sul tema è che la spesa americana di difesa in Europa era pari allo 0,85%, quindi ben al di sotto del famoso 2% del passato.


L’obiettivo del 5% del PIL rischia di produrre più spesa senza maggiore sicurezza? Se l’Italia dovesse scegliere oggi, su quali capacità dovrebbe investire ed a quali programmi dovrebbe rinunciare?

Il 5% è una cifra politica per tener dentro Trump, quando tutti sanno che sarà raggiunta in 10 anni, cioè oltre il secondo mandato presidenziale. In ogni caso la spesa europea di approvvigionamenti sta producendo solo una congerie di armamenti non standardizzati: un modo concreto per pensare prima ai propri portafogli elettorali e poi ad esigenze di difesa collettiva, come se non ci fosse un domani e gli USA restassero con molte truppe per sempre.

L’Italia deve continuare a fare quello in cui è altamente competitiva a livello europeo e collaborare tra europei per il resto: lo facciamo già per missili, caccia di sesta generazione, elicotteri, sottomarini. Gli altri devono fare altrettanto, ma solo tra i sei grandi produttori di armamento ci si può forse mettere d’accordo rapidamente.


Del pilastro europeo della NATO si parla da decenni. Che cosa ne impedisce ancora la costruzione: gli interessi industriali, le sovranità nazionali, la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti o la mancanza di volontà politica?

Si parla concretamente di difesa europea dal 2001 (Helsinki Headline Goals) e dopo un quarto di secolo i risultati sono prevedibilmente modesti. La NATO si occupa di difesa da più di tre quarti di secolo. La prima menzione di un pilastro europeo risale addirittura ai tempi di Kennedy, quella in un documento ufficiale NATO data al vertice di Londra ed al suo concetto strategico del 1991. Nel 1998 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, solleva la questione di un pilastro europeo in una ministeriale Esteri della NATO.

Gli ostacoli sono stati molteplici. Innanzitutto, la diffidenza americana verso qualunque concertazione europea, poi la manichea opposizione britannica a qualunque cosa si pensasse indebolisse l’Alleanza, insieme alla mania francese di volere un’Europa piuttosto “esagonale” ed infine la frammentazione nazionale di interessi, industrie ed apparati militari. Si fanno passi in avanti, ma non sempre la tartaruga europea batte l’Achille dei tempi di cambiamenti radicali.


Fermare la guerra in Ucraina è necessario, ma come si può raggiungere un accordo senza premiare l’aggressione russa? E chi dovrebbe essere disposto a garantire concretamente quella pace?

L’Europa ha fatto guerra e pace da 5.000 anni e tutti sappiamo che ci sono paci di diverso formato, qualità, durata. L’idea di una pace “giusta” è una fissazione di appena un secolo.

Come italiani non possiamo dimenticare né Machiavelli, né Guicciardini, né Sun-Tzu. Il riconoscimento de facto delle conquiste dell’aggressore russo, non è un premio: è la dura constatazione di uno stallo militare.

La Russia ha perso i suoi obbiettivi strategici dichiarati all’inizio di questa sciagurata guerra e ha ipotecato il suo futuro a tutti i livelli, demografico incluso. Vorrei ricordare che nel 1940 l’URSS occupò ed annesse le tre repubbliche baltiche: nessuno riconobbe de jure la conquista, come nessun altro riconosce altra capitale che Tel Aviv per Israele. Poi la ruota della storia gira.

Anche sulla garanzia bisogna essere molto concreti: nessuno vuole mettere truppe alla frontiera russo-ucraina, nessuno vuol prendere impegni vincolanti e la voglia di continuare a spendere alte somme per Kiev incontra resistenze non solo nelle opinioni pubbliche ma anche nelle realtà di bilancio.

In questi quattro anni e sette mesi, tra aiuti civili e militari, ogni lavoratore europeo ha visto impegnati più di €3.500 nello sforzo. La migliore garanzia è una sistemazione provvisoria del conflitto che lasci la Russia alle prese con i costi della ricostruzione (per la quale avrà bisogno di entrate), senza avere interesse ed incentivo per nuove avventure ibride o militari.


Qual è l’aspetto più importante del futuro della NATO e della sicurezza europea che governi, analisti e opinione pubblica continuano a sottovalutare?

Il legame stretto fra deterrenza nucleare e deterrenza convenzionale: l’idea che noi schieriamo le truppe e che gli americani sono over-the-horizon con navi aerei e nucleare, è vecchia quanto la presidenza Truman. Allora capirono che non funzionava, adesso non vogliono capirlo perché sono finanziariamente esausti e stanchi di fare i numeri uno. Trump è il sintomo lampante di questo declino.

O ci rimbocchiamo le maniche in pochi grandi stati, oppure saremo un formicaio litigioso, spazzato dal primo formichiere di passaggio.

  • Senior IT Manager, esperto in cybersecurity ed intelligenza artificiale. Dal 1999 opera nel settore IT dallo sviluppo, alla direzione di progetti, sia in ambito startup che in ambito corporation; negli ultimi anni si è specializzato in sicurezza informatica e nelle tematiche inerenti all’adozione dell’IA nei processi aziendali.
    Fondatore del blog "Caput Mundi", responsabile della gestione sistemistico-tecnico-operativa del sito ed operatore delle pubblicazioni sul blog e rispettivi profili social, coordinatore della sezione "Informatica e Tecnologia".

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  • Direttore della NATO Defense College Foundation, l'unico centro d'affari strategici riconosciuto ufficialmente dall'Alleanza Atlantica. Attualmente la NDCF ha compiuto o sta eseguendo cinque programmi di IA su Africa e/o diplomazia preventiva.

    Insegna geopolitica ed intelligence economica presso lo IASSP/Price Waterhouse Cooper a Milano.

    Ha collaborato con diversi decisori nazionali ed internazionali, servendo anche in zona operativa. Ha pubblicato numerosi libri ed articoli.

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