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L’America first alla prova del mid term

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Siamo alla vigilia delle elezioni di Mid-term che vedranno una probabile sconfitta del presidente Trump e l’America dovrà giocare una nuova partita sull’arena internazionale, senza potere (e dovere) stravolgere quello che è stato impostato ed attuato negli ultimi due anni.

Critici di tutto lo spettro politico hanno denigrato l’approccio alla politica estera di Donald Trump, riassunto nello slogan “America First” – e non a torto. Egli ha allontanato gli alleati, assecondato le grandi potenze rivali, dato il via a un’ulteriore guerra non necessaria in Medio Oriente – rivelatasi poi un fallimento – e si è lanciato in guerre commerciali che hanno aggravato la crisi del costo della vita negli Stati Uniti.

Tuttavia, mentre si accende il dibattito su quale debba essere la politica estera della prossima amministrazione, sia i Democratici che i Repubblicani devono fare attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca.

Trump ha ragione nel riconoscere che la strategia statunitense necessita di una revisione profonda. Gran parte del suo istinto è corretto e in linea con i mutamenti fondamentali del sistema internazionale e dell’opinione pubblica americana.

La sua politica estera “America First”[1] è un sintomo, non la causa, del disordine globale e del crescente distacco dell’opinione pubblica dall’establishment; molti elettori statunitensi sono rimasti delusi dall’eccessivo interventismo del Paese all’estero e dalla crisi economica interna.

Trump ha saputo intercettare questo malcontento, promettendo di ridurre gli impegni internazionali e di riportare in patria fabbriche e posti di lavoro nel settore manifatturiero.

Si tratta di obiettivi legittimi, ma le politiche di Trump hanno mancato clamorosamente il bersaglio. Ha dato inizio a nuovi conflitti senza riuscire, nella maggior parte dei casi, a porre fine a quelli già in corso; inoltre, i suoi dazi hanno alimentato l’inflazione, senza peraltro contribuire in modo significativo a rilanciare il settore manifatturiero.

Trump ha attuato i suoi cambiamenti di rotta con una marcata incompetenza: ha agito d’impulso, ha svuotato il corpo diplomatico, si è affidato a una cerchia ristretta di collaboratori privi di esperienza e ha privilegiato la lealtà rispetto ai fatti.

La sfida che ci attende non consiste nel ripristinare meccanicamente il passato; l’internazionalismo liberale ha servito a lungo gli Stati Uniti, ma in un’epoca che ormai non esiste più. Invece di accantonare del tutto l’“America First”, il successore di Trump dovrebbe recuperarne gli aspetti migliori e attuarli con maggiore competenza.

La prossima impostazione della politica estera statunitense dovrebbe coniugare gli impulsi realisti alla base dell’“America First” con quegli ideali liberali che restano il cuore pulsante dell’esperienza americana.

Questa strategia articolata prevederebbe che Washington riduca i propri impegni all’estero, superi le divisioni ideologiche per collaborare con le altre grandi potenze rivali, agisca attraverso coalizioni agili e ripari il contratto sociale compromesso e la democrazia in crisi degli Stati Uniti.

La politica estera ha inizio in patria: solo sanando il malcontento socioeconomico che ha spaccato il corpo politico in fazioni ostili, il Paese potrà recuperare quel centrismo bipartisan e quella vitalità democratica necessari a sostenere un’azione di governo lungimirante e coerente.

Due cambiamenti tettonici stanno portando a una svolta storica. Il potere si sta spostando rapidamente dall’Occidente verso l’Oriente e dal Nord verso il Sud, con l’ascesa di Brasile, Cina, India, Indonesia, Nigeria e altri grandi paesi in via di sviluppo e tutto indipendentemente dal posizionamento politico interno.

Gli Stati Uniti e i loro alleati democratici – a patto che riescano a mantenere il loro partenariato – rimarranno un blocco influente, ma non più predominante. Mentre la diffusione del potere alimenta le rivalità geopolitiche, gli americani sono sempre più stanchi di restare invischiati in un mondo che si sta frammentando.

Nel frattempo, i progressi tecnologici resi possibili dall’era digitale hanno minato il contratto sociale dell’epoca industriale, svuotando la classe media.

Poiché la prosperità ampiamente condivisa ha lasciato il posto all’insicurezza economica e alla disuguaglianza, sono emerse fratture politiche lungo linee socioeconomiche, educative e tra aree rurali e urbane.

La democrazia liberale è in ritirata in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti, dove il patto centrista e bipartisan che per lungo tempo ha rappresentato il pilastro dell’azione politica statunitense è crollato.

È qui che entra in scena Trump. Quando, nel 2021, le forze statunitensi si sono ritirate dall’Afghanistan, il 69 percento degli americani considerava il conflitto, durato vent’anni, un fallimento[2].

Rivolgendosi a un elettorato esausto per i conflitti senza fine in Medio Oriente, durante la campagna per la rielezione nel 2024, Trump ha promesso “niente più guerre”.

Ha iniziato il suo secondo mandato facendo un uso limitato della forza: l’incursione aerea notturna contro gli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025 e l’operazione lampo per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro nel gennaio 2026 hanno raggiunto i loro specifici obiettivi.

Forse incoraggiato da questi successi a basso costo, nel febbraio 2026 Trump ha lanciato una guerra su vasta scala contro l’Iran. Pianificando un conflitto breve ma finendo per rimanere impantanato in uno lungo, è caduto proprio nella trappola che aveva giurato di evitare.

Dato che gli Stati Uniti continuano a restare invischiati in conflitti sconsiderati, il Congresso deve riaffermare con urgenza il proprio obbligo costituzionale di approvare gli atti di guerra e di supervisionare una strategia di ridimensionamento.

La soglia per intraprendere conflitti su larga scala al di fuori delle aree strategicamente cruciali – come l’Europa e l’Asia orientale – dovrebbe essere posta molto in alto.

È giunto il momento che Washington ritorni alla sua tradizionale vocazione geopolitica: quella di fungere da elemento di equilibrio tra le grandi potenze, al fine di preservare la stabilità nel cuore strategico del sistema internazionale.

La strategia americana nei confronti dell’Europa e dell’Asia orientale si è rivelata un successo costante ed economicamente efficiente, favorendo la pace tra le grandi potenze sin dal 1945. I circa 150.000 soldati statunitensi ancora dislocati in questi teatri fondamentali rappresentano un saggio investimento per consolidare tale bilancio positivo.

La facciata occidentale del Campidoglio degli Stati Uniti a Washington
La facciata occidentale del Campidoglio degli Stati Uniti a Washington, sede del Congresso, in una fotografia del 1997.

Un ridimensionamento della presenza in Medio Oriente e in altre aree periferiche non equivale a un ritiro totale, ma comporta una maggiore dipendenza dalla diplomazia e dall’impegno economico, a scapito dello strumento militare.

Qualora fosse necessario ricorrere alla forza per contrastare minacce agli interessi o agli alleati degli Stati Uniti, Washington dovrebbe, in linea di massima, limitarsi a sostenere i partner regionali, avvalendosi di forze speciali e attacchi chirurgici.

Nel tentativo di superare la propria dipendenza dall’uso della forza militare, gli Stati Uniti potrebbero trarre insegnamento da Pechino: la Cina ha esteso la propria influenza e massimizzato il proprio peso nel Sud globale non attraverso interventi armati, bensì tramite investimenti, scambi commerciali e la “Belt and Road Initiative”[3], il più imponente progetto infrastrutturale della storia moderna.

Mentre gli Stati Uniti concentrano nuovamente l’attenzione e le risorse sul mantenimento della stabilità in Asia e in Europa, possono al contempo alleggerire il proprio carico riequilibrando le alleanze.

L’amministrazione Trump ha compiuto passi avanti spingendo gli alleati a farsi carico di una quota equa dell’onere della difesa; i membri della NATO e gli alleati asiatici hanno promesso di incrementare in modo significativo i propri bilanci destinati alla difesa.

Tuttavia, coerentemente con il suo stile, Trump ha compromesso tale successo con iniziative che hanno incrinato decenni di fiducia, come la minaccia di acquistare la Groenlandia o i ripetuti atteggiamenti denigratori nei confronti dei leader alleati.

Questo è un errore strategico del Presidente americano. Per quanto gli “alleati” possano esprimere una forza relativa rispetto agli USA, essi fungono da moltiplicatori della medesima forza; anziché allontanarli, gli Stati Uniti dovrebbero stringere ulteriormente i rapporti con loro, proprio mentre questi ultimi rafforzano i propri apparati militari.

La rete di patti di difesa degli Stati Uniti è destinata a rafforzarsi di pari passo con il potenziamento degli alleati, a patto però che tale riequilibrio avvenga con il consenso delle parti, lungimiranza e un trattamento rispettoso nei confronti dei partner.

Adattare la strategia statunitense all’avvento del multipolarismo (non multilateralismo) significa anche far tesoro della consapevolezza, già espressa da Trump, che le sfere d’influenza regionali stanno tornando in auge.

Man mano che il potere si diffonde nel sistema internazionale, Washington non avrà né la volontà né la capacità di supervisionare tutti i principali teatri strategici del mondo.

Al contrario, le grandi potenze di ciascuna area assumeranno un ruolo di primo piano nel guidare i progetti di integrazione regionale, nel definire l’ordine locale e nel fornire beni pubblici.

Per decenni, gran parte della classe politica statunitense ha condannato il concetto di sfere d’influenza. Nel 2021, il Segretario di Stato Antony Blinken lo ha definito “una ricetta per la disgregazione del sistema internazionale”[4].

Eppure, fin dalle origini, gli Stati Uniti hanno sempre dato priorità alla creazione e alla difesa di una propria sfera d’influenza nell’emisfero occidentale.

Durante la Guerra Fredda, Washington ha concesso all’Unione Sovietica una zona cuscinetto nell’Europa orientale, consolidando al contempo le proprie aree di controllo nell’Europa occidentale, nell’Asia nord-orientale e in Medio Oriente.

Trump riconosce questo doppio standard. La Strategia per la Sicurezza Nazionale del 2025 sostiene una riaffermazione del predominio statunitense nell’emisfero occidentale e invita gli altri Paesi ad “assumersi la responsabilità primaria per le proprie regioni”.

Trump ha mostrato un’attenzione – attesa da tempo – verso gli interessi strategici di altre grandi potenze, adottando una prudenza opportuna riguardo all’estensione degli impegni statunitensi nei loro “cortili di casa”.

Ha escluso la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nella NATO, consapevole che tale adesione entrerebbe in conflitto con i legittimi interessi di sicurezza della Russia e finirebbe per sovraccaricare l’Alleanza.

Sta inoltre cercando modi per ridurre le tensioni in Asia orientale, sospendendo la vendita di armi a Taiwan e annullando le esercitazioni militari con la Corea del Sud.

Questo atteggiamento lascia intendere che il Pivot to Asia, punto nodale americano dai tempi di Obama[5], cerca una postura – al momento – meno aggressiva verso il dragone.

E qua entra in gioco – in modo negativo – l’ondivago e vanitoso carattere del Presidente.

Sebbene egli voglia prefigurare un ritorno alla tradizionale politica delle sfere d’influenza che tanto bene gli Stati Uniti condussero per 50 anni, il suo agire è stato caratterizzato da eccessi controproducenti.

Questa è l’essenza della “Dottrina Donroe”[6], così come la battezzò lo stesso Presidente, con chiaro intento di portare alla memoria l’impostazione voluta dal quinto presidente americano, James Monroe, il preferito dal tycoon[7].

Il carattere realista della proposta geopolitica è evidente. Trump intende riproporre la Dottrina Monroe alla luce di Tucidide, secondo l’innegabile e sempre valido assioma: il potere non si giustifica, si esercita![8]

Proprio la durezza della proposta richiede flessibilità e moderazione nell’agire: invece… Nell’emisfero occidentale, ha allontanato il Canada, ha trattato il Venezuela come una colonia statunitense, ha strangolato Cuba, ha ordinato attacchi di dubbia legalità contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga e ha persino rinominato il Golfo del Messico (Golfo dell’America) e il Lago Ontario (Lago America).

Anziché adoperarsi per creare una sfera d’influenza benevola, capace di attrarre i vicini e promuovere la stabilità, Trump ha costruito una sfera di coercizione malevola, che spinge gli altri paesi a cercare riparo altrove.

Donald Trump nello Studio Ovale accanto a una mappa con il nome Lake America, il 27 agosto 2026
Donald Trump nello Studio Ovale durante la presentazione dell’ordine esecutivo che rinomina il Lago Ontario «Lake America», 27 agosto 2026.

Trump sta creando un disastro analogo in altri scenari. Anche ammesso che faccia bene a chiudere le porte della NATO all’Ucraina, non è riuscito a convincere la Russia a porre fine alla sua guerra di aggressione. Non si scorge alcuna visione di un ordine di sicurezza stabile in Europa.

E sebbene l’integrazione regionale rappresenti la strada migliore per dar vita a quell’Europa più forte auspicata da Trump, egli sostiene partiti di estrema destra ostili all’Unione Europea.

L’approccio di Trump all’Asia orientale è altrettanto confuso: tiene vertici con il leader cinese Xi Jinping e spera di fare lo stesso con il leader nordcoreano Kim Jong Un, ma la sua amministrazione è priva di una strategia coerente nei confronti della Cina o, più in generale, dell’Asia nord-orientale.

La diffusione del potere rende inevitabile un mondo sempre più regionalizzato; per mantenere l’ordine in un simile contesto, gli Stati Uniti dovranno collaborare con Cina, Russia e altri paesi che esercitano una forte influenza nelle rispettive aree geografiche.

I successori di Trump dovranno cercare di recuperare quanto di buono c’era nel suo – peraltro difettoso – tentativo di guidare questa transizione.

Washington deve esercitare un’egemonia misurata e conforme al diritto nell’emisfero occidentale, rispettando la sovranità dei paesi vicini e perseguendo vantaggi reciproci. Un simile approccio incoraggerà le altre potenze a fare altrettanto nelle loro rispettive regioni.

A tal fine, Washington dovrebbe concedere a Russia e Cina maggiori margini di manovra, in cambio della loro disponibilità a esercitare moderazione all’interno delle proprie aree di influenza.

Mosca e Pechino potrebbero adottare un atteggiamento meno coercitivo verso i vicini se gli Stati Uniti riducessero la propria presenza militare e le proprie ambizioni nelle zone limitrofe a tali potenze.

Sarà di fondamentale importanza che gli Stati Uniti collaborino con la Cina – il loro unico vero rivale alla pari – per allentare le tensioni, senza per questo incoraggiare l’espansionismo cinese.

Da un lato, gli Stati Uniti devono tenere conto della crescente potenza e delle ambizioni della Cina. Un nuovo ordine regionale in Asia potrà reggere solo se l’attuale egemone e la potenza emergente riusciranno a trovare un’intesa sulla distribuzione del potere e dell’influenza all’interno di tale ordine.

Dall’altro, Washington non può consentire che la Cina attui aggressioni ai danni dei suoi vicini.

“Gli Stati Uniti – come scrisse Charles Kupchan – devono muoversi lungo un sottile equilibrio tra un’accorta disponibilità al compromesso e una pericolosa politica di concessioni. L’obiettivo a lungo termine sarebbe quello di instaurare un sistema multilaterale di governance regionale, che abbia la Cina come perno ma che sia al contempo accettato dai suoi vicini”[9]

La Strategia per la Sicurezza Nazionale di Trump per il 2025[10] parrebbe adottare quello che viene definito “realismo flessibile”, una politica estera pragmatica che mira a instaurare buone relazioni con tutti i paesi, “senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che si discostino nettamente dalle loro tradizioni e storie”.

Questa disponibilità a collaborare al di là delle barriere ideologiche rappresenta un importante correttivo rispetto alla dicotomia “democrazia contro autocrazia” che ha guidato la politica estera dell’amministrazione Biden.

Gli Stati Uniti devono confrontarsi con il mondo così com’è, non come vorrebbero che fosse. Trump ha ragione a cercare un dialogo con le autocrazie, accantonando la promozione zelante della democrazia.

Il realismo flessibile di Trump comporta anche il riconoscimento della necessità di formare coalizioni di volenterosi, create su misura, per affiancare le Nazioni Unite e altre grandi istituzioni multilaterali.

Quando si tratta di prevenire o porre fine a conflitti su larga scala, l’ONU è rimasta, in gran parte, a guardare, d’altronde nacque proprio per “stare a guardare”.

Anche a Washington il sostegno al multilateralismo formale è svanito; i Repubblicani, in particolare, hanno manifestato ostilità verso gli impegni internazionali istituzionalizzati.

Le coalizioni di volenterosi si stanno già affermando come lo strumento privilegiato per la risoluzione dei conflitti. Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito e Stati Uniti hanno negoziato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015. Oman, Pakistan e Qatar hanno guidato i tentativi di mediazione tra Iran e Stati Uniti. Parallelamente, una coalizione composta da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti si è adoperata per porre fine alla guerra civile in Sudan.

Tuttavia, sebbene il realismo di Trump segni un necessario cambio di rotta, la sua attuazione presenta – come già detto – gravi lacune strategiche e di postura.

L’apertura di Trump verso Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin avviene in modo discontinuo e privo di obiettivi chiari. L’unilateralismo di Washington e la predilezione per coalizioni ad hoc si sono spinti troppo oltre.

Se è vero che il sistema dell’ONU si dimostra del tutto inadeguato nella gestione della maggior parte delle questioni legate alla sicurezza, esso svolge comunque un ruolo fondamentale nell’assistenza umanitaria, nella salute globale e nella lotta al cambiamento climatico.

Tagliando gli aiuti umanitari e ritirandosi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Accordo di Parigi sul clima, Trump ha ostacolato iniziative multilaterali che si erano rivelate efficaci.

E sebbene la sua peculiare “coalizione dei volenterosi” – il “Consiglio per la Pace” (Board of Peace) – presenti delle potenzialità, è stata messa insieme in modo del tutto improvvisato. La prima missione del Consiglio – pacificare Gaza e instaurarvi un governo basato sulla legalità – si è rivelata un fallimento totale.

Chiunque succederà a Trump dovrebbe proseguire il suo approccio pragmatico di collaborazione con le autocrazie. Tale impegno, tuttavia, deve essere guidato da obiettivi strategici chiari, promuovere la stabilità geopolitica e basarsi sul lavoro costante di esperti, anziché su quello di un ristretto gruppo di finanzieri.

I diplomatici statunitensi di lungo corso dovrebbero preparare i vertici con estrema cura, definendo insieme alle controparti straniere risultati concreti e tangibili. Gli incontri tra i leader mondiali rappresentano occasioni cruciali per favorire la stabilità globale e, come tali, devono essere trattati.

Puntare maggiormente su “coalizioni dei volenterosi” è la scelta giusta, a patto che tali coalizioni siano effettivamente adeguate allo scopo. Il “Consiglio per la Pace” non lo è affatto: conta oltre 25 membri, inclusi Paesi di scarso peso diplomatico, come il Kosovo, la Mongolia e il Paraguay.

Al contrario, un organismo di questo tipo dovrebbe configurarsi come un “concerto” di grandi potenze – democratiche e non – incaricato di gestire le crisi, supervisionare le questioni di governance globale e costruire un consenso in merito.

A differenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, spesso paralizzato dal diritto di veto, questo gruppo direttivo non dovrebbe basarsi su norme vincolanti o statuti formali. Dovrebbe invece puntare al consenso attraverso il confronto diplomatico, offrendo uno spazio di dialogo costante che al momento non esiste.

Sebbene gli Stati Uniti debbano continuare a praticare il pluralismo ideologico e a collaborare con le autocrazie, tale impegno dovrebbe – se non altro come compensazione – essere accompagnato da una rinascita della democrazia in patria. Gli americani non hanno altra scelta se non quella di imparare a convivere serenamente in un mondo politicamente eterogeneo.

Tuttavia, dovrebbero farlo mantenendo viva la concezione originaria dell’eccezionalismo statunitense, che consisteva nel diffondere gli ideali “repubblicani”[11] fungendo da modello democratico.

Gli americani non dovrebbero rinunciare alla loro missione messianica di orientare l’arco della storia verso una maggiore libertà.

Ma, anziché cercare di imporre la democrazia ad altri, dovrebbero perseguire questo obiettivo rinnovando l’esperimento americano e dimostrando che il governo rappresentativo è in grado di superare le alternative autocratiche.

L’ondata anti-establishment che ha portato Trump al potere nel 2016 e nel 2024 è alimentata sia dal malcontento per la qualità della vita all’interno del Paese, sia dall’eccessivo interventismo all’estero. Gran parte dell’elettorato di Trump si sente abbandonato dall’automazione e dalla globalizzazione, soppiantato dagli immigrati ed emarginato dalle tendenze sociali e culturali progressiste.

Trump ha risposto adottando una linea dura contro gli immigrati e attaccando le politiche di “DEI” (diversità, equità e inclusione)[12].

Al centro della sua agenda interna vi è la promessa di ricostruire la classe media. Durante la campagna per la rielezione nel 2024, Trump ha sostenuto che l’introduzione di dazi più elevati avrebbe trasformato nuovamente gli Stati Uniti in una “potenza manifatturiera”, capace di offrire numerosi posti di lavoro nelle fabbriche.

Trump ha ragione a voler contenere la disuguaglianza, ridimensionare alcuni eccessi della globalizzazione e mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento di beni critici. Tuttavia, il suo protezionismo non riuscirà a far rinascere il settore manifatturiero.

È l’automazione, non il libero scambio, la causa principale del declino pluridecennale dei posti di lavoro nell’industria. Nonostante anni di dazi e politiche industriali, i posti di lavoro nel settore manifatturiero hanno continuato a svanire.

E il ritmo con cui le macchine sostituiscono l’uomo è destinato ad accelerare, man mano che le aziende diventeranno sempre più dipendenti dall’intelligenza artificiale.

Anziché promettere di recuperare posti di lavoro nel settore manifatturiero ormai perduti per sempre, la prossima amministrazione dovrebbe formare gli americani per le professioni del futuro. Il settore pubblico deve collaborare con quello privato per creare un ecosistema dell’istruzione e dell’occupazione adatto all’era digitale.

Nei decenni a venire, la maggior parte degli americani lavorerà nei campi dell’informatica, dell’elaborazione dati, dell’istruzione, della finanza, della sanità, dei viaggi, dell’ospitalità, del tempo libero e della vendita al dettaglio.

E poiché l’intelligenza artificiale sta trasformando i mercati del lavoro in svariati settori, i lavoratori avranno bisogno di competenze trasferibili che consentano loro di adattarsi.

Di conseguenza, agli americani non resta che attendere la fine dell’era Trump, cercando al contempo di limitarne i danni attraverso la difesa della democrazia all’interno del Paese.

Tuttavia, prepararsi alla prossima amministrazione significa trarre gli insegnamenti corretti da questa presidenza quantomeno discutibile.

Trump ha avviato una necessaria revisione della strategia globale degli Stati Uniti, ma si è dimostrato incapace di trasformare i propri intuiti, talvolta validi, in politiche solide.

Questo è il destino di ogni dilettante talentuoso. In fondo l’inquilino del 1100 South Ocean Blvd, Palm Beach non sarà mai altro che un incompiuto “Apprendista stregone”.


Note:

[1] https://www.aspeninstitute.it/attivita/trump-action-america-first-words-deeds/

[2] https://www.pewresearch.org/short-reads/2021/08/31/majority-of-u-s-public-favors-afghanistan-troop-withdrawal-biden-criticized-for-his-handling-of-situation/

[3] https://greenfdc.org/belt-and-road-initiative-about/

[4] https://www.rferl.org/a/ukraine-blinken-interview-additional-military-assistance-kyiv-russia-swift/31241613.html

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/East_Asian_foreign_policy_of_the_Obama_administration

[6] https://atlasinstitute.org/the-donroe-doctrine-geoeconomic-conditionality-and-the-new-logic-of-american-power/

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Monroe

[8] https://www.lastampa.it/esteri/2026/01/11/news/trump_e_la_dottrina_monroe_nel_solco_di_tucidide-15463382/

[9] https://www.foreignaffairs.com/united-states/better-america-first

[10] https://geopolitica.info/national-security-strategy-trump-implicazioni/

[11] Ovviamente non si intende fare riferimento alle politiche del Grand Old Party (GOP), ma alla più vasta area concettuale del Repubblicanesimo
https://dizionari.simone.it/10/repubblicanesimo

[12] https://edition.cnn.com/2025/01/22/us/dei-diversity-equity-inclusion-explained

  • Daniele Biello

    (Genova, 1960), formatosi all’Università di Genova, è stato visiting scholar (1993) presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University.
    Da 35 anni si occupa di gestione di politiche culturali. È autore di monografie e saggi di storia americana, di storia militare, di relazioni internazionali e di ambito politologico. Ha collaborato con il Centro Internazionale studi Italiani dell’Università di Genova.
    Ha collaborato con testate come “l’Occidentale” e “il Dubbio”; attualmente collabora con “il Giornale (Piemonte-Liguria)” e con “Atlantico quotidiano”, occupandosi delle materie sopra descritte, oltre che di attualità politica e di politica culturale.

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