GeopoliticaGeopolitica e Relazioni InternazionaliPolitologiaScienze Sociali e UmanisticheStoriaStoriografiaWarfare

Marte e Venere. Due concezioni della geopolitica

4.6/5 - (526 votes)

Tra il 2 ed il 3 settembre, a Portofino, ha avuto luogo l’ottava edizione del “Festival della Politica”, organizzata dall’associazione culturale Isaiah Berlin.[1] Per questo 2026 il tema scelto è quanto mai di scottante attualità: “Com’è cambiata l’idea europea dell’America”.

Affrontando, quindi, il percorso fatto di collaborazione, sudditanza, pregiudizi (e tutto quanto si possa aggiungere) tra una istituzione politica solida (gli Stati Uniti) ed un sofferto sodalizio di potenze di secondo livello (l’Europa), ecco che la mente viene attratta dalle suggestioni omeriche circa l’incerta e sofferta “comunione di amorosi sensi” tra Ares[2] ed Afrodite[3]. L’aedo Demodòco[4], alla sofisticata corte di Alcinoo, re dei Feaci,[5] deliziava il suo pubblico, cantando come le due infingarde e disoneste divinità godessero della propria adulterina relazione, per poi – as usual – sconfessarsi.

L’immagine retorica calza perfettamente con i rapporti tra i due lati di quell’Occidente, così difficile da definire. Sempre più, nella contemporaneità, i rapporti sono condizionati da profondi pregiudizi. Essi sono sempre superficiali, ma affondano le loro radici in reali verità, ancorché “personali” e relative.

Un esempio? In una fredda e nuvolosa Parigi il 10 febbraio 2003, a latere di un incontro triangolare Francia – Germania – Russia,[6] Putin, da poco più di due anni presidente di uno Stato ancora claudicante ed attardato dalle macerie sovietiche, interrogò Chirac sul perché gli americani apparivano sempre propensi a fare guerre (chiaro il riferimento alla crisi che si stava sviluppando tra Stati Uniti ed il regime baathista[7] di Saddam Hussein[8]). Il Presidente francese, con un misto di senso di superiorità e di frustrazione rispose in russo (lingua che parlava fluentemente): “Perché sono ignoranti!”.

Vladimir Putin tra Jacques Chirac e Gerhard Schroeder durante l’incontro trilaterale del 10 febbraio 2003
Il presidente Putin (al centro) con il presidente francese Jacques Chirac (a sinistra) ed il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder (a destra)

A quale tipo di ignoranza alludeva Chirac? Certamente non faceva riferimento all’educazione formale, visto che lui stesso aveva soggiornato a Cambridge (Mass.) seguendo corsi estivi presso l’Harvard University e conosceva il peso delle istituzioni di alta formazione americane. È più facile supporre che volesse parlare dell’“ignoranza della Storia”. Ecco un errore di fondo. In questo ambito non si deve parlare di conoscenza degli eventi fattuali, ma della loro interpretazione.

Tutto ciò ci riporta ad un insegnamento di Nietzsche presente ne “La gaia scienza”[9]: non esiste alcuna verità assoluta, tutto dipende dalla nostra prospettiva. Detto con maggior efficacia: non ci sono fatti, solo interpretazioni. Anche Deleuze riporta a parole sue questo aspetto della filosofia di Nietzsche quando afferma che il tedesco “non crede nei ‘grandi eventi’ clamorosi, ma nella silenziosa pluralità dei sensi di ciascun evento: non c’è evento, fenomeno, parola o pensiero il cui senso non sia molteplice”[10].

La stessa formula “non ci sono fatti, solo interpretazioni” permea molti degli scritti nietzscheani, soprattutto in contrapposizione alle concezioni positivistiche che consideravano i fenomeni in un certo senso oggettivi e assoluti. Un fenomeno era un fenomeno e aveva un’unica spiegazione ma, per il filosofo tedesco, i fatti sono interpretabili e l’interpretazione dipende dal punto di vista dell’osservatore.

Qui non si tratta dell’irrisolto confronto tra “Storia” e “Memoria”, laddove la storia è il mero racconto documentato degli eventi passati, mentre la memoria è il modo in cui le persone ricordano e interpretano gli stessi eventi. La distinzione tra i due temi è essenziale, perché ci aiuta a comprendere la natura e le limitazioni di entrambi i concetti.

La storia – nel “mondo che non c’è” – soprattutto nell’attuale contemporaneità, ci dovrebbe fornire un quadro oggettivo e documentato degli eventi passati, ma spesso non riesce a catturare la complessità delle esperienze umane e le molteplici voci delle persone che hanno vissuto quegli eventi. La memoria, al contrario, ci fornisce un’esperienza più intima ed emotiva degli eventi passati, ma spesso è soggetta a errori e distorsioni, volontari o meno.

Così dovrebbe essere, ma non è. In quale modo lo storico, l’analista, lo studioso in genere può creare modelli e chiavi interpretative, senza sfuggire dalle logiche dell’environnement nel quel è cresciuto? È nobile e doveroso provarci, ma è un’impresa impossibile il riuscirci.

Ciò premesso la preposizione di Chirac, mostra la soggettiva interpretazione di un osservatore, anche se formulata da una posizione di privilegio conoscitivo. Nella sua sicumera, il Presidente francese si fa carico di pregiudizi e onirismi tutti europei, sconfinanti, quelli sì, in una ignoranza di fondo. In un convincente intervento pubblico Rampini[11] parlò di “analfabetismo geopolitico” degli europei.

Con questa espressione il giornalista si riferiva alla conseguenza di un privilegio unico, ovvero nell’essere vissuti per ottant’anni nella pace solo quella che solo ed esclusivamente in questo fazzoletto di terra che si chiama Europa occidentale si può chiamare Pax Americana. Quest’ombrello, questa protezione, prevalentemente americana, ha “addormentato” gli europei, li ha sprofondati in un letargo geopolitico, perché hanno, completamente, perso di vista la realtà. La realtà è quella che ora dice l’attuale inquilino dell’Eliseo: “Per essere liberi bisogna essere forti”[12].

PDR 119 FEDERICO RAMPINI: “Come l’Europa si sta distruggendo da sola” (Versione free) — canale YouTube: PDR – Il Podcast di Daniele Rielli.

Se si vuole un esempio plastico di queste due visioni della geopolitica e, quindi, della Storia e delle storie, così come le declinano gli uomini dal loro specifico punto di osservazione è necessario risalire alla visita che il cancelliere tedesco Friedrich Merz fece a Washington il 5 giugno 2025[13].

Per facilitare l’incontro ecco che il Cancelliere consegnò a Trump il certificato di nascita incorniciato del nonno, Friedrich Trumpf[14], nato nel 1869 a Kallstadt – attualmente un paesino che conta 1.250 anime – nel Palatinato che fa parte del land Renania-Palatinato in Germania.

Quando questi emigrò negli Stati Uniti all’età di 16 anni il suo nome venne trascritto come Frederick Trump. L’Agenda dell’incontro prevedeva anche un confronto sul conflitto russo-ucraino, intorno al quale le differenze tra Germania e Stati Uniti sono evidenti.

Il Cancelliere che – contro il protocollo – parlò in inglese e non nella propria lingua, offrendo a padrone di casa un indubbio vantaggio, azzardò far notare che il giorno seguente sarebbe ricorso l’81° anniversario dell’Operazione Overlord[15]. “Sono qui, Signor Presidente, per discutere con lei di come potremmo contribuire a questo obiettivo. Tutti noi cerchiamo misure e strumenti per porre fine a questa guerra di terrore. E vorrei ricordarle che domani è il 6 giugno. È l’anniversario del D-Day, quando gli americani misero fine a una guerra in Europa”, affermò.

A quel punto, Trump intervenne, apparentemente lanciando una battuta a Merz: “Non è stata una giornata piacevole per voi” (not a pleasant day). Gelo! Il Cancelliere cercò di correggere Trump riguardo al significato che la vittoria degli Alleati sui nazisti nella Seconda Guerra Mondiale riveste per i tedeschi di oggi. “A lungo termine, signor Presidente, – furono le parole di Merz – quella è stata la liberazione del mio Paese dalla dittatura nazista”[16].

A questo punto l’indifferenza di Trump fu totale. Non si tratta, come è stato spesso detto in Europa, di una insofferente e personale ignoranza del presidente Trump, si tratta di una diversa percezione della Storia.

Con le sue parole il cancelliere tedesco vuole segnare una linea di demarcazione nel fluire della storia europea: vi è un prima, ed un dopo. Vi è l’Europa tormentata dalle dittature e vi è la “Liberazione”. Una vera e propria palingenesi della Storia. Ecco, quindi, che la sconfitta del 1945 non è più la sola sconfitta della Germania e dell’Asse, ma di tutto il vecchio Continente, che sembra rinunciare alla “sua” storia, per lanciarsi verso un futuro che obliava le vecchie logiche di potere.

Friedrich Merz e Donald Trump seduti nello Studio Ovale durante il loro incontro
Il cancelliere federale Merz e il presidente Trump si sono incontrati per un colloquio nello Studio Ovale della Casa Bianca.

Al contrario il presidente Trump con la sua espressione “not a pleasant day” parla a nome di un “impero” (quanto voluto e cercato è tutto da vedere). Essi, gli imperi, agiscono in massima continuità della Storia, laddove i cambi di regime sono meramente incidentali. Espressione forte, certo! Può essere dimostrata? Si prendano ad esempio altri due “imperi”: la Russia e la Cina.

È evidente, e la guerra in atto è testimone garante, che vi è un assoluto fil rouge, fatto di weltanshauung geopolitica, tra la Russia zarista, l’Unione sovietica e la Federazione russa di Putin. Non è raro vedere esposte insieme tre bandiere: il tricolore nero-oro-bianco (bandiera di stato – 1858-1914), la bandiera rossa sovietica ed il tricolore russo bianco-blu-rosso.[17] Si può trovare una immagine più forte che plasticamente identifichi i destini di un impero?

Parimenti, in Cina, il partito comunista cinese sostituì l’antica nomenclatura di scuola confuciana e diede vita ad una nuova “dinastia”. A più riprese il presidente Xi Jinping riconobbe l’assoluta continuità storica cinese, con un passato di ben 5.000 anni, della quale la sua – sempre più preminente – figura era custode e rappresentante.

Quindi, tornando agli equilibri che governano i rapporti tra Stati Uniti ed Europa, si deve riconoscere che le evidenti incomprensioni storiche, nascono da differenti concetti di “identità”.

Se negli Stati Uniti, che l’Europa – almeno fino alla prima guerra mondiale – vedeva come un prodotto coloniale, non molto degno di studio, il popolo americano già nella metà dell’Ottocento veniva riconosciuto da uno dei più grandi storici coevi, completamente sconosciuto sul lato orientale dell’Atlantico, George Bancroft (1800-1891)[18] quasi come una categoria del weltgeschichte[19]: “esso esisteva già dai suoi primissimi stanziamenti e sin d’allora nutriva in sé l’amore per la libertà, libertà nella nuova patria, ma anche libertà della nuova patria”[20].

Il medesimo autore meglio espresse il concetto che il popolo americano, come protagonista e demiurgo della Storia, incarnava e distillava le migliori tradizioni europee, sublimandole e dandole una chiave interpretativa “definitiva”, proprio in America. In un suo intervento pubblico del 1854 “On the Necessity, the Reality, and the Promise of the Progress of the Human Race” affermò:

“L’Italia e la Spagna, nelle figure di Colombo e Isabella, si unirono per la grande scoperta che aprì l’America all’emigrazione e al commercio; la Francia contribuì alla sua indipendenza; la ricerca delle origini della lingua che parliamo ci ha condotti in India; la nostra religione proviene dalla Palestina; quanto agli inni cantati nelle nostre chiese, alcuni furono uditi per la prima volta in Italia, altri nei deserti dell’Arabia, altri ancora sulle rive dell’Eufrate; le nostre arti derivano dalla Grecia, la nostra giurisprudenza da Roma, il nostro codice marittimo dalla Russia;

l’Inghilterra ci ha insegnato il sistema del governo rappresentativo; la nobile Repubblica delle Province Unite ci ha lasciato in eredità, nel mondo del pensiero, la grande idea della tolleranza verso ogni opinione e, nel mondo dell’azione, il principio fecondo dell’unione federale. Il nostro Paese rappresenta dunque, più di ogni altro, la realizzazione dell’unità della specie umana […] Infine, come conseguenza della tendenza della specie verso l’unità e l’universalità, l’organizzazione della società deve conformarsi sempre più al principio della libertà”[21].

Ecco che gli Stati Uniti, assumono una loro identità, ancor prima di esistere e continuano a perpetrare sé stessi in piena continuità con il passato. D’altronde – ricordando Tocqueville[22] – ebbero l’indiscutibile privilegio di potersi estendere attraverso tutto un continente senza incontrare nessun ostacolo fisico e politico[23].

In questa espansione gli Stati Uniti si strutturarono con una diffidenza “genetica” verso l’Europa. Il 19 settembre 1796 George Washington, nel suo discorso d’addio consigliò agli Stati Uniti di mantenere una linea di neutralità e di evitare “alleanze permanenti” con le nazioni europee, concentrandosi sugli interessi interni[24]. Parimenti Tocqueville ricorda che Jefferson disse che “gli americani non devono mai domandare privilegi alle nazioni straniere per non essere a loro volta obbligati ad accordarne”[25].

Affatto differente l’esperienza dell’idea di Europa e di “europei”.

È necessario ricordare come il concetto di Europa e di “europei” risalga all’alto medioevo (Isidoro de Beja[26]) e si sia protratto fino alla Rivoluzione francese, sempre, però, in modo sottile, carsico, quasi nascosto. Con l’Ottocento prese maggior vigore, ma restò sempre una teorizzazione “di nicchia”, che doveva fare i conti con gli interessi degli stati nazionali.

Il pensiero europeista, quale si è manifestato nel periodo fra il 1914 e il 1948, era fondato sulla convinzione che l’eliminazione definitiva delle guerre in Europa, e quindi il superamento dei contrapposti nazionalismi e l’instaurazione di una pacifica collaborazione fra gli Stati europei, costituissero la conditio sine qua non della sopravvivenza stessa del vecchio continente, e dei suoi fondamentali valori civili e culturali. “Unirsi o perire” era una formula incisiva in questo senso, che fu coniata nel 1929 dal ministro degli Esteri francese Aristide Briand.[27]

Fu solo con la fine della Seconda guerra mondiale, con la conseguente sconfitta del continente tutto, che si strutturarono differenti scuole di pensiero, preesistenti sì, ma rafforzate come reazione alle invasioni tedesche. Ecco che in ambito “antifascista” si distinsero tre filoni principali di pensiero: il federalismo, il funzionalismo, il confederalismo[28].

Il Federalismo aveva tra i suoi principali esponenti Luigi Einaudi[29], la scuola federalista inglese (Lionel Robbins[30], lord Lothian[31] e Barbara Wootton[32]), e i federalisti italiani guidati da Altiero Spinelli[33] (questi ultimi elaborarono nel 1941, nell’isola di Ventotene in cui erano stati confinati per antifascismo, il Manifesto per una Europa libera e unita[34]).

Murale con la trascrizione del Manifesto di Ventotene ad Aielli
Trascrizione del manifesto di Ventotene ad Aielli

Per superare i nazionalismi, gli egoismi nazionali e le rivendicazioni nazionali che prima o poi portano alle guerre era necessario, secondo i federalisti, realizzare una unificazione europea che, per essere democratica ed efficace, doveva avere un carattere federale: ovvero doveva trasferire la politica estera, la difesa, la politica economica e la moneta a istituzioni sopranazionali, e quindi a un governo, a un parlamento e a una corte di giustizia comuni.

La corrente funzionalista – che aveva il suo massimo esponente in Jean Monnet[35] – aveva in comune con quella federalista l’obiettivo del superamento della sovranità assoluta degli Stati, ma riteneva che, per superare le resistenze nazionali, si dovesse percorrere la via dello sviluppo graduale della cooperazione internazionale in settori o funzioni limitati, ma via via più importanti, dell’attività statale, in modo da svuotare progressivamente le sovranità nazionali.

Infine, la corrente confederalista che aveva come obiettivo fondamentale l’unione europea, concepita però come mera cooperazione intergovernativa in alcune materie di comune interesse, cooperazione che lasciasse intatta la sovranità degli Stati. Non è certo un caso che questa corrente dell’europeismo abbia avuto tra i suoi più importanti esponenti alcuni statisti appartenenti ai più antichi Stati europei: W. Churchill, A. Briand e C. De Gaulle[36].

Non è privo di importanza che l’Europa aveva anche una ulteriore origine, che nasceva dalle rovine del “Nuovo Ordine” hitleriano. È concettualmente errato categorizzare tutta la galassia ideale, politica e culturale europea che fu prossima alla Germania nazista con il lemma “collaborazionismo”. Esso fu presente su tutti i fronti con differenti punti di riferimento, ma in gran parte questa galassia di idee e persone era – ovviamente a suo modo – onesta e sincera nelle opzioni proposte.

È poco noto il fatto che una settimana (5 maggio) dopo la morte di Hitler, il grand’ammiraglio Dönitz[37] fece una cosa che il Führer non aveva mai fatto: convocò personalmente una riunione di tutti gli alti funzionari tedeschi al governo degli ultimi territori rimasti sotto controllo.[38]

Erano presenti Karl Hermann Franck[39], Werner Best[40], Joseph Terboven[41] e Arthur Seyss-Inquart[42]. Sedettero nell’aula scolastica di Flensburg – sede del governo provvisorio negli ultimi giorni del Terzo Reich[43], a discutere i problemi dell’eventuale resa o della continuazione dei combattimenti in Ungheria, Moravia, Italia settentrionale e Scandinavia: la loro riunione rifletteva le dimensioni europee del dominio nazista anche nei suoi ultimi giorni. In questa sede, riferito al vecchio continente distrutto, risuonò l’espressione di “comunità di destini” (Schicksalsgemeinschaft[44])[45].

È un fatto che, da qualunque punto di osservazioni si vedano le differenti posizioni sul tema Europa, è certo che l’evento bellico creò tra i popoli d’Europa, magari con ottiche contrapposte, legami più stretti che mai in precedenza. Di fronte alla vittoria della potenza del socialismo reale, l’Unione sovietica e del capitalismo, altrettanto “reale” gli Stati Uniti, in modo non poco velleitario i distrutti scampoli d’Europa cercarono di trovare (cosa impossibile, date le condizioni oggettive), una “terza via” alternativa ai veri vincitori della guerra e creatori del nuovo ordine mondiale.

Ecco nascere, quindi, uno antiamericanismo, spesso strisciante, nella contemporaneità sempre più palese, tanto da sinistra, quanto da destra. Tra i due antiamericanismi, quello più originale e più vivo è quello di “destra”, anche perché si possono trovare tenaci militanti della sinistra che, inconsciamente, portano argomentazioni “di destra” ed identitarie.

Prima pagina di Le Monde del 13 settembre 2001 con il titolo Nous sommes tous américains
Jean-Marie Colombani, «Nous sommes tous américains», Le Monde, 13 septembre 2001

Per quanto due giorni dopo la tragedia dell’11 settembre 2001 (13 settembre) “Le Monde” uscì in edicola con l’evocativo titolo “Nous sommes tous Américains”[46], l’emozione per la ferita posta sul volto della Grande Mela durò pochi giorni.

Nell’imminenza della scomposta reazione americana contro l’Iraq baathista (poco perdonabile su quasi tutto, ma estranea all’accusa di stoccaggio di considerevoli quantità di armi di distruzione di massa), le librerie furono subissate da pubblicazioni tenacemente antiamericane[47]. Se Revel[48] parla dell’America come di una “società interamente governata dal denaro” ecco che Tarchi[49] risponde che l’America è una “società senza storia di lungo periodo votata al culto self made man”[50].

Parimenti, Wim Wender disse che “gli Stati Uniti ci hanno colonizzato l’anima”[51]. L’elenco potrebbe essere infinito e non si concluderebbe con Vera Zamagni che nel 2025 nella precedente edizione del “Festival della politica” sollevò il riso dei presenti più accorti con l’asserzione che, rispetto all’America, “noi [Europa] abbiamo la Storia” …. Vanitas, vantatis!

Nel Corso del Tempo – Gli americani ci hanno colonizzato il subconscio — canale YouTube: ipugnintasca.

Su un più alto livello intellettuale troviamo Alain de Benoist, mai come ora in gran spolvero bipartisan. In un recente intervento l’ecco che l’autore si diletta in esercizi dialettici: “Mi chiederei piuttosto perché in 250 anni gli Usa non siano ‘quasi mutati’! Praticamente sono una potenza che si attiene agli stessi principi. Quei principi non sono i nostri. Già i ‘Padri fondatori’ dell’America vogliono rompere con l’Europa, disapprovandone valori e costumi. Eredi di una tradizione puritana e biblico-messianica, vogliono costruire oltreoceano la ‘città sulla collina’ (city upon a hill) che concepiscono come la nuova Gerusalemme.

La principale costante della critica all’americanismo proposta da Éléments è stata mostrare come l’Europa si distinguesse dagli Usa (o dall’’Occidente’) e, soprattutto, come interessi europei e americani non possano che divergere. Geopoliticamente, gli Usa sono succeduti all’Inghilterra come grande potenza marittima, mentre l’Europa continentale corrisponde alla potenza della Terra.

Al di là dei dati geografici, l’opposizione tra Mare e Terra ne nasconde altre. Il Mare, non avendo confini, è dalla parte dei flussi, degli scambi, della logica ‘marittima’ del grande commercio, dell’uomo slegato dalle appartenenze fisse, mentre la Terra è dalla parte dei confini, dei territori, della politica, dei valori tellurici, degli stili di vita radicati. L’America è il regno della quantità e del ‘sempre più’ – il regno dell’avere contro la verità dell’essere”[52].

L’autore continua “Mi sconcerta la recente ricomparsa a destra della malattia infantile che è l’occidentalismo. Charles Péguy[53] diceva che bisogna vedere ciò che si vede. Se non si capisce che cosa distingua profondamente l’Europa dall’Occidente, significa davvero non vedere nulla. L’Occidente è oggi un vecchio palloncino sgonfio, per giunta sporco. Lo prevedevo 40 anni fa: l’ascesa dei Paesi di quello che si chiamava “Terzo Mondo” ne accelererà, spero, la caduta, condizione necessaria per passare da un Nomos della Terra unipolare a un ordine internazionale fondato sulla pluralità dei popoli e delle culture. Siamo europei, non occidentali!”.

Il punto debole della teoretica di de Benoist, e di molti altri, è nel rapporto Occidente vs Europa. Se possiamo parlare di difficoltà nell’identificare “l’Occidente”, non minore problema riserva l’interpretazione dell’Europa. Se non sappiamo cosa sia il primo, siamo certi di conoscere il secondo paradigma?

Anche accettando che esista una Europa esterna ed estranea all’Occidente, possiamo identificare le aree di competenza? Avrebbe senso ricordare come l’Europa, come istituzione politico-amministrativa riconosca 24 lingue ufficiali e 3 lingue “procedurali”: una Babilonia linguistica, politica e “di destino”. Sinceramente non è facile comprendere cosa abbiano in comune uno scozzese ed un greco; un catalano ed un polacco.

L’ulteriore scelta europea di “disarmarsi”, affidando la propria difesa agli Stati Uniti avrà portato ad un miglioramento del welfare europeo, ma ha ridotto a nulla l’azione politica europea, sempre che le istituzioni, nate dalle ceneri della guerra, potessero avere una visione politica di ampio respiro.

Questo disarmo materiale e politico ha portato l’Europa a guardare con estraneità ed incomprensione l’America e, allo stesso tempo, ha spinto l’America verso un mal celato disprezzo nei confronti degli europei. Robert Kagan, nel 2003 nel suo “Paradiso e Potere”[54] non esita a definire l’Europa come una entità “post storica”, mentre l’America era un soggetto calato nel fluire storico e tucidideo[55].

Verrebbe troppo facile accusare Kagan di essere un neo-con, ma non si ragiona a sufficienza sul fatto che l’Autore, figlio di Donald uno dei più autorevoli antichisti, esperto della Guerra del Peloponneso, fu un repubblicano eretico che abbandonò il GOP nel 2016, di fronte alla candidatura di Trump, ed appoggiò la Clinton. La verità è che gli americani, democratici o repubblicani che siano, hanno come stella polare l’autorevolezza della politica estera.

Una frattura insanabile tra Europa ed America è che la seconda mette al centro dell’azione politica un suo unilateralismo, che sola si può permettere, senza rendere conto di nulla a nessuno. Questo potere si basa sul principio dell’insindacabile diritto di fare la guerra[56].

Quale differenza con il messaggio che, in Italia, venne dato da Prodi, ormai in scadenza di mandato come presidente della commissione europea, con un manifesto dove – unitamente al ritratto dell’uomo – campeggiava la frase: “L’Iraq: una guerra sbagliata. L’Europa: la forza della pace”. Se la prima parte della frase avesse potuto avere la sua logica, la seconda parte sarebbe sembrata solo una esternazione del nulla. L’Europa, con la sola “pace”, non dimostrava autorevolezza internazionale, ma solo impotenza. Il trucco non è fare la guerra, ma avere sempre l’opzione bellica nella faretra.

È indiscutibile che Alessandro Orsini abbia ragione a dire che l’Italia – e con essa tutta l’Europa – sia un paese “satellite”. Bisogna, però, divergere dalle posizioni del docente della LUISS relativamente alla negatività di questa sudditanza. Anche se in modo riottoso l’Europa (e l’Italia, nello specifico) non ha fatto mai nulla, se non alzare sterili lai, per cambiare lo status quo.

In fondo vi sono solo tre passaggi possibili per cambiare il rapporto tra soggetto satellite e soggetto dominante:

  1. Il soggetto satellite sfida il soggetto dominante “sul campo” e lo sostituisce, invertendo i rapporti di potere. Si potrebbe ricordare, nella Storia, che la Persia era satellite della Media, fino a quando Ciro II (il Grande) sconfisse Astiage ed impose il potere achemenide;
  2. Il sistema imperiale, nel suo rapporto “dominante” e “satelliti” collassa e crea una moltiplicazione di poteri tra loro conflittuali. La Storia ricorda che con il crollo dell’impero “sovietico” si creò una atomizzazione di nuovi soggetti statuali, alle volte rivali;
  3. L’entità “satellite” passa dall’influenza di una potenza “dominante”, ad un’altra potenza “dominante”. Così accadde alla serenissima Repubblica di Genova (poi Repubblica Ligure) che per tutto il XV secolo fino al 1527, fu – per quanto in modo incostante – legata alla Francia, dal 1528 al 1684 nella sfera spagnola, per tornare fino alla perdita dell’indipendenza 1815 sotto influenza francese.

Se l’Europa vuole uscire dalla riottosa sudditanza, nei confronti dell’America, deve cessare i voluttuosi panni di Afrodite, per indossare quelli non meno seducenti, ma autorevoli, di Atena, nata armata dalla testa del padre.


Note:

[1] https://associazioneberlin.it/festival-della-politica-2026/

[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/ares_(Enciclopedia-Italiana)/

[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/afrodite/

[4] Omero, Odissea, canto VIII

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/alcinoo_(Enciclopedia-Italiana)/

[6] https://en.kremlin.ru/events/president/news/28133

[7] https://www.treccani.it/enciclopedia/al-bath/

[8] https://www.treccani.it/enciclopedia/saddam-hussein_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

[9] Nietzsche, F., La gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft,1882), Santarcangelo di Romagna, Ed. Therora, 2025

[10] Deleuze G., Nietzsche e la filosofia (Nietzsche et la philosophie, 1962), Torino, Einaudi, 2020, p.7

[11] https://www.treccani.it/enciclopedia/federico-rampini/

[12] https://www.youtube.com/watch?v=Jk19jcZm38s

[13] https://www.bundesregierung.de/breg-en/news/merz-travels-to-washington-2352664

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Frederick_Trump

[15] https://neripozza.it/blog/329/anniversario-d-day-operazione-overlord

[16] https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/trump-germany-merz-visit-d-day-anniversary-nazis-b2764628.html

[17] https://it.topwar.ru/175768-tri-polosy-no-kakie-imenno.html

[18] https://www.treccani.it/enciclopedia/george-bancroft/

[19] https://de.wikipedia.org/wiki/Weltgeschichte

[20] Bancroft G., History of United States, Boston, Little, Brown, and company, 8 volumes, 1854–1860. Cfr. Burt Freidel, F.B., The golden age of American History, New York, Knopf, 1959 p. 180

[21] Boorstin, D.J., The Americans: The National experience, New York, Vintage Books, 1965, p. 371.

[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Alexis_de_Tocqueville

[23] Tocqueville, A. de, La democrazia in America (De la démocratie en Amérique 1835 – 1840) Milano, Rizzoli, 1982 p. 411

[24] https://constitutioncenter.org/the-constitution/historic-document-library/detail/george-washington-farewell-address-1796

[25] Toqueville, La democrazia in America (De la démocratie en Amérique 1835 – 1840) Milano, Rizzoli, 1982 p 236.

[26] https://it.wikipedia.org/wiki/Isidoro_di_Beja

[27] https://www.treccani.it/enciclopedia/europeismo_(Dizionario-di-Storia)/

[28] https://www.treccani.it/enciclopedia/europeismo_(Enciclopedia-del-Novecento)/

[29] https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-einaudi/

[30] https://www.treccani.it/enciclopedia/robbins/

[31] https://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Kerr,_XI_marchese_di_Lothian

[32] https://en.wikipedia.org/wiki/Barbara_Wootton,_Baroness_Wootton_of_Abinger

[33] https://www.treccani.it/enciclopedia/altiero-spinelli/

[34] https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[35] https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1736151

[36] https://www.treccani.it/enciclopedia/europeismo_(Dizionario-di-Storia)/

[37] https://www.treccani.it/enciclopedia/karl-doenitz_(Enciclopedia-Italiana)/

[38] https://ww2days.com/eisenhower-dissolves-nazi-government-3/

[39] https://www.treccani.it/enciclopedia/karl-hermann-frank/

[40] https://it.wikipedia.org/wiki/Werner_Best

[41] https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Terboven

[42] https://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Seyss-Inquart

[43] https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_di_Flensburg

[44] https://de.wikipedia.org/wiki/Schicksalsgemeinschaft

[45] Cfr Mazower, M., L’impero di Hitler, Milano, Mondadori, 2010, p.590

[46] https://langloishg.fr/2013/01/25/nous-sommes-tous-americains-leditorial-du-monde-du-13-septembre-2001/

[47] Revel, J.F., L’Ossessione antiamericana, Torino, Lindau, 2004, solo per citare due casi su opposti fronti. Tarchi, M. Contro L’americanismo, Bari Laterza, 2004.

[48] https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Fran%C3%A7ois_Revel

[49] https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Tarchi

[50] https://it.wikipedia.org/wiki/Self-made_man

[51] https://www.cinequanon.it/wim-wenders-e-lamerica/

[52] https://lavocedinewyork.com/opinioni/2026/06/28/lamerica-compie-250-anni-e-torna-a-chiedersi-se-sia-meglio-avere-un-re/

[53] https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_P%C3%A9guy

[54] https://www.ibs.it/paradiso-potere-america-ed-europa-libro-robert-kagan/e/9788804518051?srsltid=AU7gw4VaTDzVUIaqfE5MllgHgw92VSMbqPbjYLi2CEwe6bwXJRAS-sp0

[55] Cfr. Kagan R., Paradiso e Potere: America ed Europa nel nuovo ordine mondiale (Of Paradise and Power, 2003), Milano Mondadori, 2003

[56] Cfr. Kagan R., Il diritto di fare la guerra: Il potere americano ed il diritto di fare la guerra (American Power and the Crisis of Legitimacy, 2004), Milano, Mondadori

  • (Genova, 1960), formatosi all’Università di Genova, è stato visiting scholar (1993) presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University.
    Da 35 anni si occupa di gestione di politiche culturali. È autore di monografie e saggi di storia americana, di storia militare, di relazioni internazionali e di ambito politologico. Ha collaborato con il Centro Internazionale studi Italiani dell’Università di Genova.
    Ha collaborato con testate come “l’Occidentale” e “il Dubbio”; attualmente collabora con “il Giornale (Piemonte-Liguria)” e con “Atlantico quotidiano”, occupandosi delle materie sopra descritte, oltre che di attualità politica e di politica culturale.

    Visualizza tutti gli articoli
Ti è piaciuto questo articolo?
Apprezzi i contenuti di Caput Mundi?
Allora sostienici!
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *