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L’ovvio che stupisce: Il Brasile può scegliere l’alternanza

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Erano le 0,38 ora italiana quando l’ANSA, così come le agenzie di tutto il mondo, batteva la notizia del vantaggio di Flávio Bolsonaro al primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane. Secondo i dati del Tribunale superiore elettorale, con il 99,99% delle urne scrutinate, Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti mentre il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva si è fermato al ragguardevole 45,16%, con una differenza tra i due di 2.227.651 voti. Il risultato finale si avrà dopo il ballottaggio del 25 ottobre che deciderà chi sarà il 40esimo presidente del Brasile.

Ovvio che Bolsonaro parta favorito. Gli altri candidati, dieci in tutto e di orientamenti politici diversi, hanno raccolto i voti che ora cercano casa. Lo scrittore e candidato terzo Augusto Cury, con il 2,89% di Avante, più dello scarto tra i due, ha già detto che non sosterrà nessuno. Ma la gran parte di quel bacino, per gli analisti, va verso Flávio: già prima del voto si ripeteva che a Lula servisse un margine di cinque-sette punti per partire con il vento in poppa, e i bookmaker danno il rivale vincente

Elezioni importanti, per i quasi 160 milioni di elettori del Paese sudamericano. In ballo non solo la scelta del presidente, ma anche il rinnovo di governatori e Congresso. Una campagna al fulmicotone che ha visto al centro della scena il duello tra il presidente Lula, che correva per un quarto mandato, e il senatore Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair.

Identificazione biometrica di un elettore in un seggio brasiliano il 4 ottobre 2026
Identificazione biometrica degli elettori in un seggio di Brasília durante il primo turno delle elezioni brasiliane, 4 ottobre 2026.

Fin dai primi dati disponibili (ma credibili)[1], Bolsonaro si era collocato in testa, superando persino il 50%, staccando Lula che è a lungo rimasto intorno al 41%. Il delfino di Jair sembrava avere matematicamente la vittoria in tasca quando nel corso della notte italiana Lula ha recuperato sulla forbice che li divideva. Il figlio dell’ex presidente si è quindi assestato sul 47%, inseguito da Lula che sfiora quasi il 45. Lo scrutinio ha seguito un percorso a imbuto.

Le prime schede arrivavano dagli Stati del sud, ricchi e bolsonaristi: al 10% del conteggio Bolsonaro jr. aveva dieci punti di vantaggio, al 40% ne aveva nove, 50,4% a 41,4%. Poi sono arrivati i voti del nord-est, il serbatoio di Lula, e la forbice si è chiusa fino a due punti.

La maggior parte dei sondaggi pre-elettorali indicava una competizione serrata, con Lula in leggero vantaggio su Bolsonaro. Uno degli Stati da tenere d’occhio era ed è il Minas Gerais, una regione montuosa a vocazione mineraria e agricola, 21 milioni di abitanti. Dal ritorno alla democrazia negli anni ’80, nessun candidato ha vinto la presidenza senza trionfare qui. Nel 2018, Jair Bolsonaro ha sconfitto Fernando Haddad con oltre 1,7 milioni di voti di scarto, venendo eletto presidente.

Quattro anni dopo, Lula riconquistò lo stato con meno di 50.000 voti di scarto e vinse anche le elezioni a livello nazionale. Chiunque vinca nel Minas Gerais, vincerà anche le elezioni. Nello Stato Bolsonaro Jr chiude questo primo turno con poco più del 48%[2]

L’obiettivo era quello di dimostrare che il bolsonarismo è sopravvissuto politicamente a Jair Bolsonaro e, soprattutto, di essere riuscito a trasformarsi in una forza capace di garantirsi una successione dinastica. Un’eventuale vittoria al secondo turno, previsto per il 25 ottobre prossimo, si tradurrebbe in un’accelerazione sul piano sicurezza e lotta alla criminalità, uno dei terreni sui quali Bolsonaro ha costruito la propria campagna, ma anche il delicatissimo rapporto con le istituzioni e con la magistratura. Flávio ha infatti promesso di concedere la grazia al padre Jair.

La svolta sarebbe probabilmente ancora più evidente in politica estera. Una presidenza Bolsonaro avvicinerebbe sensibilmente Brasilia alla Washington di Donald Trump. Questa eventualità suonerebbe come campane a morto per quell’astratta organizzazione internazionale denominata BRICS[3]. Flávio ha già dichiarato di voler rivalutare la permanenza del Brasile nei BRICS e ha inoltre prospettato una maggiore flessibilità del Mercosur per negoziare più liberamente con gli Stati Uniti. E’ di tutta evidenza che un simile gesto porterebbe, per anni, ad una crisi senza soluzione di continuità dell’istituzione.

È comunque vero che – nonostante una eventuale svolta filo Washington di Brasilia – la Cina è un partner economico troppo importante perché Brasilia possa svincolarsi[4]. In termini regionali, inoltre, una vittoria di Bolsonaro contribuirebbe allo spostamento a destra dell’equilibrio politico sudamericano e rafforzerebbe la rete dei governi regionali più vicini a Trump, modificando il baricentro politico dell’intero continente.

Rappresentanti dei Paesi BRICS in posa a Rio de Janeiro nel luglio 2025
I rappresentanti dei Paesi BRICS al vertice di Rio de Janeiro del 6 luglio 2025; il presidente Lula è al centro della fotografia.

Ad affrontarsi al ballottaggio sono due schieramenti profondamente divisi, molti elettori brasiliani si dichiarano stanchi della politica in generale. Secondo un recente sondaggio della società “Quaest”, circa il 23% degli elettori ha dichiarato di non essere interessato alle elezioni, mentre il 10% aveva intenzione di votare scheda bianca o nulla.

Le reazioni internazionali – compreso il “Bel Paese” – sono improntate nella declinazione del risultato elettorale secondo la lente deformante delle differenti esperienze politiche degli osservatori sia sul piano geografico, sia ideologico.

È quindi ammirevole l’incipit dell’articolo di Laura Lucchini, inviata di “La Repubblica”, quando ha citato una frase di Antonio Carlos Jobim[5]: “Il Brasile non è per principianti”. Queste parole – diventate in seguito celebri – descrivono in modo vivido ed efficace un Paese impossibile da decifrare con categorie semplici, dove le contraddizioni finiscono per essere la chiave di lettura. È chiaro che varie anime del paese hanno scelto, come sempre più spesso accade nel mondo occidentale, la comoda strada del radicalismo ad opzioni contrapposte.

Ecco che l’aforisma di Leo Longanesi diventa da paradigma italico a descrizione delle democrazie: “In Italia, tutti sono estremisti per prudenza” (Milano, 19 febbraio 1956).

Manco a dirlo personalità che possono maggiormente sentire la brezza che spira sul Potomac si sono congratulate con Bolsonaro. La leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado[6], ha inviato un messaggio di gratitudine al vincitore pro tempore, definendo l’evento “una giornata democratica esemplare”. “Le mie congratulazioni a Flavio Bolsonaro, vincitore di questo primo turno. Noi latinoamericani vogliamo vivere in libertà, democrazia, prosperità e giustizia, e il Brasile svolge un ruolo decisivo per il futuro della nostra regione”, ha postato su X la Premio Nobel per la Pace 2025[7].

Di parere opposto l’eurodeputato italiano Nicola Zingaretti quando scrive: “Il voto in Brasile ci consegna anche una domanda: quanto sono ancora libere le nostre democrazie se poche piattaforme private possono decidere chi può parlare, a chi e quando?” Questo il commento del capodelegazione Pd al Parlamento europeo, postando sui suoi social la notizia del 27 settembre sugli annunci di Lula bloccati per qualche ora dalla piattaforma Meta[8]. Ecco che si prepara la macchina della delegittimizzazione di un, per nulla certo, risultato elettorale.

Il solito complotto: sei i “buoni” perdono è perché i “cattivi” hanno tramato chissà quale sordida macchinazione.

In una prima analisi del voto OPEN, testata di Mentana ricorda come “rivolgendosi a una folla in un hotel di San Paolo, Lula ha affermato che era convinto di poter vincere le elezioni già al primo turno. ‘Da domani inizia una nuova campagna’, ha detto, promettendo di mostrare agli elettori i risultati ottenuti durante la sua presidenza”[9]. In verità i sondaggi, che si sono alternati settimanalmente per mesi prevedevano un sostanziale testa a testa. Alcune regioni erano senza dubbio schierate per Lula (Amazonas ed il popoloso Nordeste ad esempio).

Da sempre, su posizioni “conservatrici” il Santa Catarina, il Paranà ed il Rio Grande do Sul. “I sondaggisti hanno sbagliato di grosso”, ha detto a Reuters Robert Muggah, co-fondatore del think-tank Igarape Institute. “È probabile che anche i sondaggi per il ballottaggio, che al momento indicano un sostanziale pareggio, sottostimino Bolsonaro”. Il giorno delle elezioni Bolsonaro ha dichiarato ai giornalisti a Rio de Janeiro di contare su “un voto di protesta da parte di persone che altrimenti voterebbero per un altro candidato.
Ma sono contrarie a Lula”.

Mappa dei comuni brasiliani nel primo turno 2026: blu Flávio Bolsonaro, rosso Lula
Il candidato più votato in ciascun comune al primo turno delle presidenziali brasiliane del 4 ottobre 2026: in blu Flávio Bolsonaro, in rosso Luiz Inácio Lula da Silva.

Ecco il vulnus del voto brasiliano. Nella radicalizzazione dell’elettorato ecco che la popolazione sta dimostrando una stanchezza per il vecchio leader del PT (Partido dos Trabalhadores) icona di un progressismo non proprio liberale in Europa, ma proposta ritenuta troppo âge dagli elettori.

“Il voto di protesta prefigura ciò che accadrà al ballottaggio”, ha pronosticato invece l’analista politico Rafael Favetti. “Sebbene questo possa favorire Flavio Bolsonaro nell’immediato, il suo potenziale di crescita al secondo turno diminuisce. Perché quel sostegno è già stato espresso in anticipo”. L’aumento della spesa pubblica e un debito pubblico superiore all’82% del PIL hanno alimentato preoccupazioni di natura fiscale che il prossimo presidente del Brasile dovrà affrontare. Il governo ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica per quest’anno e per il prossimo, portandole rispettivamente al 2,0% e al 2,3%.

Nel corso della campagna elettorale gli alleati di Lula hanno avvertito che l’amministrazione Trump potrebbe rifiutarsi di riconoscere i risultati del voto in caso di vittoria di quest’ultimo. Citando anche un tentativo – poi abbandonato – di inviare funzionari statunitensi in Brasile. Trump non ha espresso un sostegno formale ad alcun candidato, sebbene abbia ricevuto il senatore Bolsonaro alla Casa Bianca e ne abbia lodato pubblicamente l’operato. L’agenzia Reuters ha riferito nei giorni scorsi che alcuni funzionari dell’intelligence brasiliana hanno informato una delegazione francese e tedesca in merito a presunte interferenze statunitensi e russe prima delle elezioni.

Gli Stati Uniti hanno respinto le accuse di ingerenza negli affari interni del Brasile. Domenica pomeriggio, il giudice del tribunale elettorale brasiliano Kassio Nunes Marques ha dichiarato che le elezioni si stavano svolgendo regolarmente.

Su i due candidati, poi, pesano dei precedenti non edificanti in termini di rapporti con la giustizia. Il presidente Lula venne condannato in due processi, prima di essere scagionato dalla Corte Suprema [10]. Allo stesso modo pesano sulle spalle di Flavio Bolsonaro, le vicende giudiziarie del padre, l’ex presidente Jair[11]. I fatti dimostrano che gli elettori di entrambi gli schieramenti ritengono le corti che condannarono (o scagionarono) i loro beniamini erano, in un qualche modo inquinati.

Cosa vi sarà di vero? Non è dato sapere. E’ da ricordare quanto disse Nietzche ne La gaia scienza: “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Con il voto del 4 ottobre gli elettori brasiliani hanno derubricato alle ingiustizie ed alle malefatte dei due capi di Stato.

Che il tenue vento che soffiava a favore di Lula veniva avvertito dall’esecutivo di Brasilia. Non si ritiene possibile giudicare altrimenti il fatto che il governo, a soli 10 giorni dal voto, avesse annunciato un piano dirompente che blocca l’operatività di tutte le società di scommesse in Brasile. Che il gioco fosse una emergenza sociale era noto[12], così come si aveva contezza di quanto gravava sul sistema sanitario la ludopatia. Nonostante ciò l’opposizione ebbero buon gioco a parlare di “frode elettorale”, visto che in tutto il mondo i bookmakers sono spesso più precisi dei sondaggisti politici, nel fiutare i mutamenti del vento elettorale.

A Lula l’onere di risalire la china. Gli resta da mobilitare chi ha disertato le urne, in un Paese dove il voto è obbligatorio e l’affluenza è stata comunque del 79%: gli over 70 e i ceti meno abbienti, che storicamente votano per lui. E ha tre settimane da presidente: potrebbe far approvare in Congresso il progetto che porta la settimana lavorativa da sei a cinque giorni. Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, ha parlato da Brasilia come uno che ha già chiuso – forse troppo presto – la partita: “Questo voto segna la fine della stagione del Pt.

Tra tre settimane i brasiliani diranno la parola fine definitiva contro questo governo corrotto”.

Come ormai è abituale nel “mondo libero” la campagna è stata un inventario di epiteti non proprio commendevoli. “L’Espresso” ha rilevato che “ Lula ha dato dell’’imbecille’, del ‘codardo’ e del ‘traditore’ all’avversario, che ha risposto con ‘bugiardo’, ‘prodotto scaduto’ e ‘corrotto’. Nei comizi finali il presidente ha parlato di una scelta ‘tra democrazia e barbarie’, Bolsonaro jr. di ‘lotta tra il bene e il male’”[13].

La radicalizzazione di cui si è, prima accennato, portò alla stesura di due programmi che più distanti – tra loro – non potrebbero essere. 84 pagine di Stato al centro dell’economia e progetti sociali per Lula. Per Bolsonaro la ricetta di Milei: meno spesa pubblica, tasse e burocrazia, pene più dure e nuove carceri di massima sicurezza.

Alle sue spalle, Washington: Trump ha minacciato dazi, definito terroristi i cartelli della droga e sanzionato i giudici che condannarono Jair Bolsonaro. Fino a dire di suo figlio che “è un giovane in gamba”. Domenica la Polizia federale ha aperto un’inchiesta su possibili interferenze americane, in particolare su un milione di dollari dirottato dal Fondo per i diritti umani e la democrazia verso reti e organizzazioni che avrebbero dovuto ostacolare il dibattito politico e destabilizzare il sistema giudiziario[14].

Perfino all’estero i brasiliani hanno votato in due metà. Lula ha vinto nei territori palestinesi, in Cina e in Spagna. Bolsonaro in Israele, in Giappone, a Taiwan e in Argentina. Quattro anni fa Jair, oggi condannato a 27 anni per il tentativo di golpe, perse il ballottaggio per meno di due punti. Il figlio, al primo turno, ne ha due di vantaggio.

“Ai posteri l’ardua sentenza!”


Note:

[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/10/05/a-circa-40-dello-scrutinio-bolsonaro-avanti-su-lula-favorito-al-ballottaggio_320061b4-fc29-4c2a-a25e-f88fa904eef7.html.

[2] Va detto, comunque, che anche nel 2022 il partito di maggioranza relativa alla Camera era il PL di Bolsonaro

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/BRICS

[4] Il commercio è l’asse più visibile delle relazioni Brasile-Cina. Dal 2009, la Cina è il principale partner commerciale del Brasile. Nel 2023, la Cina rappresentava circa il 31% delle esportazioni brasiliane, il 22% delle importazioni e il 27% dell’interscambio totale del Brasile. In quell’anno, la Cina fu anche la prima destinazione a superare i 100 miliardi di dollari di esportazioni brasiliane in un solo anno.
https://diplowiki.com/it/relazioni-brasile-cina

[5] https://www.bing.com/search?q=jobim&qs=n&form=QBRE&sp=-1&lq=0&pq=jobim&sc=13-5&sk=&cvid=A71CDABEAFD74A0788CCD13C9CFD0E8

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Mar%C3%ADa_Corina_Machado

[7] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2026/10/05/machado-ringrazia-il-brasile-per-la-giornata-democratica-esemplare_ebf2218d-91d6-4275-b7b0-a55d7b009e75.html

[8] https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/10/05/zingaretti-pd-sul-voto-in-brasile-piattaforme-decidono-chi-puo-parlare_d79e20f2-886c-4040-a8f4-69af1c010ed6.html

[9] https://www.open.online/2026/10/05/brasile-elezioni-bolsonaro-lula-hilton/

[10] La prima condanna arrivò nel luglio 2017. Luiz Inácio Lula da Silva, già presidente del Brasile dal 2003 al 2011 che in quel momento pensava alla ricandidatura per l’anno successivo, fu condannato in primo grado a nove anni e mezzo di prigione per corruzione e all’interdizione dai pubblici uffici di 19 anni. Si trattava del primo dei cinque processi che la procura di Curitiba, capitale dello Stato di Paranà, aveva aperto nei confronti dell’ex presidente. “Lava-Jato”, autolavaggio, così era stata rinominata l’inchiesta. Lula era accusato di aver preso tangenti da Petrobras, la potente compagnia petrolifera statale, per favorire l’azienda nell’assegnazione di ricchi contratti. Con lui furono coinvolti altri politici di spicco del Paese, a partire dall’allora presidente Dilma Roussef, che gli era succeduta nel 2011 e che fu costretta alle dimissioni per gli echi dello scandalo Lula fin da subito respinse le accuse e parlò di «processo politico», ma i magistrati confermarono pochi mesi dopo la condanna anche in appello. Per l’uomo che aveva guidato il Paese tra il 2003 e il 2011 si aprirono le porte del carcere. Un anno più tardi, nel febbraio del 2019, ecco la seconda sentenza. I magistrati impegnati nel secondo processo sostenevano che Lula fosse stato corrotto da due compagnie di costruzioni. Non con contanti, ma con lavori di restauro da 200 milioni di euro in una proprietà di campagna. Lula giurò che quella casa non era sua ma di un suo amico, i magistrati risposero che l’ex presidente «senza alcun dubbio» sapeva delle tangenti. La condanna, questa volta, fu a 12 anni e 11 mesi di carcere, poi diventati 17 con la sentenza d’appello pronunciata nove mesi dopo. Ma nel frattempo, dopo 580 giorni di carcere, il 9 novembre 2019, Lula era stato liberato grazie a una sentenza delle Corte suprema, che aveva stabilito un principio: nessun cittadino può essere incarcerato dopo il secondo grado, quando ancora non c’è una sentenza definitiva. Uscito di cella, l’ex presidente aveva ribadito la sua innocenza. Anche perché l’estate di quello stesso anno, il sito The Intercept, fondato dal premio Pulitzer Glenn Greenwald, aveva aperto le prime falle nelle ricostruzioni giudiziarie.
https://www.corriere.it/esteri/22_ottobre_31/perche-lula-carcere-d6d6a320-5919-11ed-a5c7-8813766af362.shtml

[11] Jair Bolsonaro è in carcere con una condanna di 27 anni e tre mesi di reclusione per tentato colpo di stato militare. Lo ha stabilito la Corte Suprema brasiliana, in cui quattro giudici su cinque hanno ritenuto l’ex presidente colpevole di aver tentato di mantenere illegalmente il potere dopo la sconfitta elettorale del 2022 contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva. La giudice Carmen Lucia ha affermato che vi sono ampie prove che Bolsonaro ha agito “con lo scopo di erodere la democrazia e le istituzioni”. Un quinto giudice, Luiz Fux, ha votato invece per assolvere l’ex capo di stato settantenne da tutte le accuse. Gli avvocati della difesa hanno annunciato che faranno ricorso contro la sentenza davanti alla Corte Suprema nella sua composizione plenaria formata da 11 giudici, anziché nel formato ristretto di cinque magistrati. La Corte Suprema ha condannato anche sette suoi collaboratori, tra cui alcuni militari di alto grado, considerati complici di “trame golpiste” ” tra cui l’ex ministro della Difesa e compagno di corsa di Bolsonaro nel 2022, Walter Braga Netto; l’ex ministro della Difesa Paulo Sergio Nogueira; l’ex aiutante di campo di Bolsonaro Mauro Cid; il suo consigliere militare Augusto Heleno Ribeiro; l’ex ministro della Giustizia Anderson Torres; l’ex capo della marina Almir Garnier Santos; e l’ex agente di polizia Alexandre Ramagem. Bolsonaro – sul cui capo pende anche l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale– ha più volte dichiarato la sua intenzione di candidarsi alla presidenza nel 2026, nonostante la Commissione elettorale suprema del Brasile gli abbia precluso la possibilità di candidarsi alle elezioni fino al 2030 per aver diffuso affermazioni infondate sul sistema di voto elettronico nel paese.
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bolsonaro-sentenza-storica-per-il-brasile-216893

[12] Un’emergenza sociale ed economica di proporzioni enormi che, secondo i dati del governo, ha spinto circa 28 milioni di brasiliani nella spirale dell’indebitamento. Si tratta del 15% della popolazione.

[13] https://lespresso.it/c/mondo/2026/10/5/elezioni-brasile-chi-ha-vinto-ballottaggio-quando-lula-bolsonaro-voti/65126

[14] L’espresso cit.

  • (Genova, 1960), formatosi all’Università di Genova, è stato visiting scholar (1993) presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University.
    Da 35 anni si occupa di gestione di politiche culturali. È autore di monografie e saggi di storia americana, di storia militare, di relazioni internazionali e di ambito politologico. Ha collaborato con il Centro Internazionale studi Italiani dell’Università di Genova.
    Ha collaborato con testate come “l’Occidentale” e “il Dubbio”; attualmente collabora con “il Giornale (Piemonte-Liguria)” e con “Atlantico quotidiano”, occupandosi delle materie sopra descritte, oltre che di attualità politica e di politica culturale.

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