La Serbia s’è desta
Che nell’aria ci fosse la consapevolezza di aver già vinto si era capito dal nome della lista: «studenti pobedjuju» – «gli studenti vincono» e dal fatto che la sera di chiusura della campagna elettorale avessero marciato su Belgrado centinaia di migliaia di persone da ogni parte del paese.
Piazza Slavija è stata filmata e fotografata da tutte le emittenti televisive del mondo.
L’energia registrata quella sera non si era mai percepita, neanche dopo gli ori mondiali e olimpici della pallacanestro, della pallavolo, della pallanuoto, del tennis – da quelle parti lo sport viene preso molto sul serio perché ha sempre significato riscatto.
Una grande fiducia mista però al timore di non riuscire a spodestare un presidente pressosaldato alla poltrona, che nel corso di questi due anni di proteste, puntualmente riportate in questo blog, anziché concedere spazio alle istanze di un paese sfinito e desideroso di abbracciare il cambiamento, ha esacerbato gli animi ed è ricorso alla violenza e alla corruzione di Stato.
Il timore era proprio quello del broglio, del caos, dello scontro. Motivo per cui i milioni di serbi andati al voto si sono messi in fila ai seggi dalle prime ore dell’alba senza poi tornare a casa dopo aver votato.
Hanno creato cordoni di protezione civile per proteggere scrutatori e urne fino alla consegna delle schede. Uno spettacolo di democrazia inedito. Questo ha scoraggiato bande organizzate pronte a seminare disordini e assaltare i seggi.
Immagini che hanno fatto il paio con quelle della diaspora serba: non c’è stato un consolato o un’ambasciata del mondo in cui non si sono registrate code lunghissime, quasi quanto quelle delle auto alla frontiera, per chi non poteva votare all’estero e doveva raggiungere la propria città di residenza.
In due anni, a seguito dei tragici fatti del crollo della stazione di Novi Sad, gli studenti serbi hanno preso per mano ogni singolo abitante, dai villaggi più remoti, per portare ognuna di queste persone ad uscire dal passato e ad abitare il presente, permettendo loro di sognare il futuro.
Poche ore dopo esplode la gioia. La vittoria delle elezioni. Vucic è battuto. Gli studenti hanno vinto. La Serbia s’è desta! Scene di giubilo, balli in piazza, lacrime di felicità e la profonda consapevolezza di aver scritto la Storia di un paese, e forse dei Balcani.
Il mondo che fino a poche settimane prima poco si era curato di quei ragazzi, viene scosso. Si parla di Serbia non più perché c’è una guerra ma perché laggiù la democrazia si è messa finalmente alla lavagna con le mani sporche di gesso.
Ora c’è la prova del governo. Niente di più complicato. La gara del momento è cercare di incasellare questo fenomeno, che ridere. Saranno di destra o di sinistra questi ragazzi? Saranno europeisti o antieuropeisti? Saranno nazionalisti? Laici o religiosi?
Come è stato possibile che in quella piazza festante, così civile e moderna, ci fossero anche crocifissi giganti, bandiere inneggianti al Kosovo, simboli della tradizione portati in corteo da chi chiede più diritti, più laicità, più inclusione, più libertà e pluralità? Cortocircuito nella mente di chi non conosce quel paese e di chi tratta la geopolitica come fosse un sudoku.
Gli studenti per definizione studiano e pare sappiano benissimo a cosa vogliono rinunciare in fretta e a cosa non vorranno rinunciare mai. Hanno unito il paese e ne interpretano esattamente il sentimento che è sempre stato e sempre rimarrà lo stesso: fierezza, orgoglio, appartenenza, radici, spiritualità, fede.
Tutte cose che ora smettono di farsi tappeto per coprire corruzione, clientelismo, ingiustizia e retorica posticcia ma diventano strumenti per rifondare la nazione, provare a renderla migliore; un posto che sia degno di questa energia che forse in pochi altri luoghi, ed epoche, ha avuto eguali.
Questi ragazzi ci hanno fatto emozionare, ora il mondo li guarda e loro se ne fregano di apparire diversi da ciò che sono. Non vi fermate.


