RAT… KO!
Sapete come si dice “guerra” in lingua serba? “Rat”
Ratko è “colui che appartiene alla guerra”. Ora c’è da capire se il destino è stato segnato dal nome o se il nome ha determinato il destino. Certamente papà e mamma Mladic avevano altri piani per il loro secondogenito dagli occhi blu.
Generale dell’esercito serbo, condannato dal Tribunale Internazionale dell’Aja per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e svariati altri capi di imputazione di cui si è macchiato durante la guerra di Jugoslavia degli anni Novanta. Latitante per lungo tempo, poi catturato, processato e condannato all’ergastolo, muore in questi giorni in carcere all’età di 84 anni. “Il boia di Srebrenica” era uno dei tanti appellativi color pastello che si portava dietro. Assedio e genocidio: migliaia di morti. Lui dichiarato colpevole.
Fin qui il copione sembra scorrere abbastanza bene: c’è il cattivissimo che muore mentre sconta la sua pena senza fine, i familiari delle sue tante vittime che esultano, il mondo che archivia un altro pezzo di quella pagina orrenda.
Troppo facile! Quando si parla di Serbia, o comunque Jugoslavia, non è mai ciò che sembra e mai le cose procedono in modo lineare, soprattutto se il tappeto è adagiato sopra montagne di sabbia (mobile). Migliaia di serbi in processione per celebrare un “eroe nazionale”; il Governo di Belgrado che organizza funerali di Stato per il compianto “gheneral”.
Il mondo “civilizzato” inorridisce, l’Unione Europea si sbriga a rimettere nel cassettone il processo di adesione della Serbia alla grande casa dei diritti con le stelline gialle su sfondo blu (come gli occhi di Ratko). Cortocircuito, ma solo per chi ancora non ha imparato a leggere la Storia.
Le magliette con il volto di Mladic e la scritta eroe non sono mai andate in saldo nei mercatini della Republika Srpska di Bosnia (a dire il vero neanche in quelli della vicina madre Serbia); non andavano come quelle di Arkan ma sicuramente vendevano un pochino più di quelle di Karadzic!
Ostia, che parterre. Perché? I più solerti estenderebbero le colpe dei singoli ad un intero popolo spalmandole per diverse generazioni, ma noi qui non siamo ad un talk televisivo e nessuno sta cenando mentre ci legge.
Ratko Mladic nell’immaginario di milioni di serbi e serbo-bosniaci è stato l’eroe che ha difeso il suo popolo dentro una guerra voluta per smembrare la Jugoslavia, fatta scoppiare dalle cancellerie europee, fomentata dall’esterno e armata all’interno con il primo obiettivo di espellere i serbi dai territori ascrivibili all’odierna Croazia (Krajina) durante l’“Operacija Oluja”, l’operazione tempesta dell’agosto del 1995, che portò all’espulsione di più di 200.000 serbi; una delle più vaste operazioni di pulizia etnica dei conflitti jugoslavi con uccisioni sommarie, villaggi dati alle fiamme e massacri.

Quando ricorre quel giorno, oggi, nella Croazia pienamente integrata in UE, è festa nazionale. In Serbia no!
La popolazione serba, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con le postume beatificazioni, laiche e canoniche di personaggi legati al regime nazifascista Ustascia, che ha internato e massacrato nei campi di concentramento di Jasenovac un milione di serbi ortodossi, fino agli anni Novanta dello stesso secolo con le disparità di trattamento, ormai certificate dalla storia, tra criminali di guerra croati, bosniaci e appunto serbi (Hitlerosevic), fino alle bombe Nato sui ponti di Belgrado e Novi Sad sganciate a difesa del movimento di liberazione del Kosovo UCK, definito poi “organizzazione terroristica”, tende a non fidarsi del grado di giudizio che da fuori viene imposto ai loro affari interni.
Il padre di Mladic fu ucciso per mano ustascia, la sua famiglia visse i drammi della Jugoslavia più profonda e lui scelse di difendere il suo popolo, il suo paese, la sua fede ortodossa.
Eccolo servito su un piatto d’argento l’eroe che ricorda a tutti i serbi che non sono mai stati fino in fondo soli, che non sono mai stati fino in fondo vinti e che l’orgoglio è saldo e vive, perfino contro il mondo intero, come sempre.
Il tribunale dell’Aja ha dimostrato che Mladic si è macchiato di crimini orrendi, come molti, probabilmente più di altri, ma molti di questi “altri” sono ancora a piede libero, alcuni nel pantheon sdoganato dei tanti “padri della rivoluzione” degli Stati vicini.
D’altronde la storia è scritta sempre dai vincitori (in questo caso da coloro a cui è stato permesso vincere). Rinnegare tutto questo potrebbe voler dire uccidere una seconda volta le vittime di Srebrenica e guai a chi solo si lascia sfiorare da questo torbido pensiero.
Detto ciò, anche mantenendo ferme le proprie convinzioni e i propri principi, viene richiesto ai più sinceri di fare qualche sforzo in più nell’indagare la complessità. Se poi si parla dei Balcani e di Serbia ecco che lo sforzo diventa titanico e, il più delle volte, scomodo.




