Israele: il 7 ottobre e le elezioni parlamentari
Arianne Ghersi intervista Andrea Molle
Nelle ultime settimane si è "vociferato" che Benjamin Netanyahu avesse ricevuto notizie nei giorni precedenti il 7 ottobre 2023 in merito all’attacco ad opera di Hamas. Come nel caso del tristemente noto 11 settembre, è possibile che ciò sia accaduto e la minaccia sia stata sottovalutata o che le notizie fossero troppo frammentarie per dare un quadro coerente?
Sì, è sicuramente plausibile che Netanyahu avesse ricevuto informazioni preventive senza tuttavia conoscere con precisione la data, le modalità e la portata dell’attacco. Di questa ipotesi si parla fin dall’inizio della crisi come di una concreta possibilità. Le recenti rivelazioni giornalistiche di Haaretz, secondo cui il presidente degli Emirati Arabi Uniti lo avrebbe avvertito personalmente di un’operazione di Hamas, sembrano rafforzarla, ma rendono particolarmente importante chiarire quali informazioni fossero effettivamente arrivate al primo ministro.
Secondo l’inchiesta, circa dieci giorni prima dell’attacco, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu per avvertirlo che Yahya Sinwar stava preparando un’importante operazione contro Israele. Una fonte emiratina a conoscenza della conversazione avrebbe confermato al Times of Israel l’esistenza dell’avvertimento. Netanyahu ha respinto la ricostruzione, definendola falsa. Si tratta, dunque, di informazioni giornalistiche che richiedono ulteriori riscontri, ma che sollevano interrogativi significativi sulla gestione degli avvertimenti ricevuti.
Qui, in ogni caso, il paragone con l’11 settembre mi sembra molto pertinente. In entrambi i casi, è necessario considerare il rischio di failure of imagination, ossia l’incapacità di concepire che un avversario possa realizzare un’operazione di dimensioni e complessità superiori a quelle considerate plausibili. Il problema potrebbe dunque riguardare non soltanto la raccolta delle informazioni, ma soprattutto la loro interpretazione. Un apparato di intelligence può ricevere segnali attendibili senza riuscire a collegarli, oppure può interpretarli attraverso schemi consolidati che impediscono di cogliere la reale portata di una minaccia.
Nel caso israeliano, dobbiamo anche ricordare che il sistema di intelligence è articolato in diverse organizzazioni, tra cui Mossad, Shin Bet e intelligence militare (Aman), con competenze, responsabilità e catene di comando differenti. La condivisione delle informazioni e il coordinamento tra queste strutture rappresentano quindi un elemento fondamentale dell’analisi. Non darei per scontato, tuttavia, che il problema sia stato semplicemente una mancanza di coordinamento tra Mossad e Shin Bet: occorre verificare quali informazioni fossero disponibili presso ciascuna organizzazione e come siano state trasmesse ai vertici politici e militari.
In generale, nell’ambito dell’intelligence, possiamo distinguere tre livelli di conoscenza. Il primo è quello dell’allarme strategico, che segnala, per esempio, che Hamas sta preparando un’operazione di grande portata. Il secondo è quello dell’allarme operativo, quando sono disponibili informazioni sul tipo di attacco, sui possibili obiettivi e sulla concentrazione delle forze. Il terzo è quello dell’allarme tattico, quando emergono indicazioni sufficientemente precise da giustificare misure immediate, come l’innalzamento dello stato di allerta e il rafforzamento delle difese.
Un avvertimento strategico non equivale necessariamente alla conoscenza tattica. Tuttavia, un’informazione proveniente direttamente dal capo di Stato di un Paese con rapporti diplomatici e di intelligence con Israele avrebbe certamente meritato ulteriori verifiche. Il punto centrale dell’inchiesta di Haaretz riguarda proprio la presunta mancata trasmissione dell’avvertimento ai vertici della sicurezza. Se confermata, questa circostanza solleverebbe una questione distinta dall’accuratezza della previsione: quella del funzionamento del processo decisionale e della gestione delle informazioni ai massimi livelli dello Stato.
Occorre inoltre considerare la convinzione, diffusa prima del 7 ottobre negli ambienti della sicurezza israeliana, che Hamas fosse interessata principalmente a preservare il proprio controllo su Gaza, piuttosto che a provocare un conflitto di vasta portata. Questa interpretazione potrebbe aver contribuito a sottovalutare segnali che, letti retrospettivamente, appaiono molto più significativi. È un problema classico dell’intelligence: le informazioni vengono spesso interpretate alla luce di ciò che si ritiene che l’avversario voglia fare, anziché di ciò che potrebbe effettivamente essere in grado di realizzare.
La questione, dunque, a mio parere, non è soltanto se Netanyahu fosse stato informato, ma quali informazioni avesse ricevuto, se fossero sufficientemente specifiche da giustificare misure preventive e, soprattutto, come siano state gestite. Bisogna anche distinguere l’eventuale responsabilità politica del primo ministro da quella degli apparati di intelligence e dei vertici militari. Ritengo quindi plausibile l’ipotesi di un grave fallimento nell’analisi e nella gestione dell’intelligence, eventualmente aggravato da errori nel processo decisionale politico. Non vi sono invece elementi sufficienti, almeno sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, per concludere che Netanyahu conoscesse il piano dell’attacco e abbia deliberatamente deciso di consentirlo. Una simile conclusione richiederebbe prove di natura ben diversa dalla semplice esistenza di avvertimenti preventivi.
Alcuni analisti hanno dichiarato di aver avuto notizie dirette da forze israeliane circa un presunto ordine di non "pattugliare", quasi a voler "lasciar fare". Il concetto di Hasbara, argomentato in precedenza, come si configura in questa narrazione?
Le testimonianze relative a presunti ordini di sospendere i pattugliamenti lungo il confine con Gaza meritano sicuramente un approfondimento. Tuttavia, anche qui, bisogna distinguere un’eventuale decisione operativa locale da un ordine politico o militare generale finalizzato a lasciare agire Hamas. Si tratta di due ipotesi molto diverse, sia per le responsabilità che comporterebbero, sia per il tipo di prove necessarie a sostenerle.
Alcune testimonianze di militari israeliani, tra cui quella attribuita al soldato Shalom Sheetrit della Brigata Golani, hanno alimentato interrogativi sulle disposizioni operative impartite nelle ore precedenti l’attacco. È però fondamentale stabilire se tali disposizioni riguardassero specifiche unità, determinati settori del confine o l’intero dispositivo difensivo. Occorrerebbe inoltre accertare chi abbia impartito gli ordini, quando siano stati comunicati e con quale motivazione. Un conto, infatti, è la sospensione di un pattugliamento nell’ambito di una decisione tattica, eventualmente errata; un altro è l’esistenza di una direttiva proveniente dai vertici, volta deliberatamente a consentire l’ingresso degli assalitori. Per sostenere quest’ultima ipotesi servirebbero prove documentali, testimonianze convergenti e una ricostruzione attendibile della catena di comando. Le testimonianze pubblicamente disponibili non dimostrano, da sole, a mio avviso, l’esistenza di un simile ordine.
Questo non significa, naturalmente, che eventuali decisioni operative ingiustificate debbano essere considerate irrilevanti. Al contrario, se confermate, potrebbero contribuire a chiarire le responsabilità nella gestione della sicurezza del confine. Il problema è distinguere un errore di valutazione, una negligenza o un difetto di coordinamento da una scelta intenzionale di non intervenire. La semplice constatazione che determinate misure di sicurezza non siano state adottate non è sufficiente a dimostrare che qualcuno volesse favorire l’attacco.
Quanto alla Hasbara, il concetto è particolarmente utile per comprendere la dimensione comunicativa della vicenda. Come abbiamo già avuto modo di discutere su questa piattaforma, il termine indica un insieme di pratiche di diplomazia pubblica e comunicazione strategica attraverso le quali Israele cerca di spiegare, sostenere e legittimare le proprie posizioni presso l’opinione pubblica nazionale e internazionale. Non si tratta necessariamente di disinformazione: la comunicazione strategica è uno strumento utilizzato da tutti gli Stati, soprattutto in situazioni di conflitto. È però evidente che la selezione delle informazioni, la definizione delle responsabilità e la costruzione di una narrazione coerente costituiscono elementi fondamentali di queste attività. Nel caso del 7 ottobre, la comunicazione istituzionale israeliana ha contribuito a costruire e diffondere una determinata interpretazione degli eventi, delle responsabilità di Hamas e delle successive operazioni militari. Le eventuali rivelazioni su avvertimenti ignorati, errori di valutazione o decisioni operative ingiustificate potrebbero mettere in discussione alcuni aspetti di questa narrazione, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità delle autorità israeliane nella prevenzione dell’attacco.
A mio parere, è importante distinguere almeno tre livelli. Il primo riguarda la comunicazione dello Stato israeliano, che persegue obiettivi di sicurezza nazionale e legittimazione internazionale. Il secondo è quello del governo Netanyahu, che ha anche un interesse politico a difendere il proprio operato e a rispondere alle contestazioni interne. Il terzo riguarda la comunicazione dei partiti, dei media e degli altri attori che partecipano al dibattito pubblico, proponendo interpretazioni anche profondamente differenti degli stessi eventi. Non tutte queste narrazioni possono essere ricondotte indistintamente alla Hasbara, né devono essere considerate necessariamente coordinate.
Occorre inoltre ricordare che la comunicazione strategica non si limita alla diffusione di informazioni, ma interviene anche nella definizione delle priorità del dibattito pubblico. Insistere sulle responsabilità di Hamas, sulle esigenze di sicurezza o sulle conseguenze dell’attacco può orientare l’attenzione verso determinati aspetti della vicenda, mentre le questioni relative alle eventuali responsabilità interne possono ricevere uno spazio diverso. Questo, tuttavia, non dimostra automaticamente l’esistenza di una strategia deliberata di occultamento: per sostenerlo sarebbe necessario documentare specifiche decisioni comunicative e le intenzioni dei soggetti coinvolti.
Qui si inserisce anche un problema più generale, che riguarda il rapporto tra comunicazione strategica e credibilità istituzionale. Se dovessero emergere prove di avvertimenti ignorati o di ordini operativi ingiustificati, le autorità israeliane sarebbero chiamate a confrontarsi non soltanto con le eventuali responsabilità nella gestione della sicurezza, ma anche con la coerenza e l’accuratezza delle informazioni diffuse successivamente. Occorre però evitare un salto logico: l’esistenza di una strategia di comunicazione non dimostra che l’attacco sia stato deliberatamente consentito per giustificare una successiva risposta militare. Questa ipotesi richiederebbe prove autonome e molto più solide. La Hasbara può aiutarci a comprendere come gli eventi vengono rappresentati, interpretati e utilizzati nel confronto politico e diplomatico, ma non può essere impiegata come spiegazione causale dell’attacco stesso.
In definitiva, ritengo che la questione debba essere affrontata distinguendo tre piani: quello operativo, relativo alle disposizioni impartite alle forze sul campo; quello politico, relativo alle eventuali responsabilità dei vertici; e quello comunicativo, relativo alla successiva rappresentazione degli eventi. Confondere questi livelli rischia di trasformare interrogativi legittimi in conclusioni che le prove disponibili, almeno al momento, non consentono di sostenere.
Il 27 ottobre si terranno le elezioni in Israele. Quanto fino ad adesso descritto può incidere sul risultato delle urne? Quali sono i principali scenari possibili post-elettorali?
Le elezioni del 27 ottobre 2026 rappresentano un momento importante per il confronto politico sulle responsabilità del 7 ottobre e sulla gestione delle sue conseguenze. Le nuove rivelazioni potranno incidere sul dibattito elettorale, soprattutto per quanto riguarda la fiducia nelle istituzioni, le responsabilità del governo Netanyahu e la richiesta di un’indagine indipendente. Il loro peso effettivo dipenderà però anche dalle altre questioni che interessano gli elettori: la sicurezza nazionale, le conseguenze della guerra a Gaza, la situazione economica, le relazioni internazionali e le profonde divisioni interne alla società israeliana.
A mio parere, è importante considerare che il 7 ottobre non rappresenta soltanto un evento traumatico nella storia recente di Israele, ma anche un elemento centrale del confronto sulla leadership politica e sulla capacità delle istituzioni di garantire la sicurezza del Paese. Le eventuali responsabilità nella mancata prevenzione dell’attacco costituiscono una questione distinta dal giudizio sulla successiva conduzione delle operazioni militari. Gli elettori possono attribuire un peso diverso a questi due aspetti, così come possono valutare diversamente le priorità della sicurezza, le prospettive diplomatiche e le questioni economiche e sociali.
Le rivelazioni di Haaretz potrebbero inoltre alimentare il confronto sulla necessità di istituire una commissione d’inchiesta indipendente. La questione non riguarda soltanto l’eventuale responsabilità individuale di Netanyahu, ma anche il funzionamento complessivo del sistema politico, militare e di intelligence israeliano. In questo senso, il dibattito sul 7 ottobre potrebbe continuare anche dopo le elezioni, indipendentemente dalla composizione del nuovo governo.
Occorre poi considerare una caratteristica fondamentale del sistema politico israeliano: il suo elevato grado di frammentazione. La Knesset è composta da 120 membri, eletti con un sistema proporzionale, e la formazione di un governo richiede normalmente una coalizione in grado di ottenere la fiducia parlamentare. La soglia di riferimento per una maggioranza assoluta è di 61 seggi. Di conseguenza, il risultato elettorale dei singoli partiti non determina automaticamente la composizione dell’esecutivo. Le trattative successive al voto, le compatibilità programmatiche e i rapporti personali tra i leader possono assumere un’importanza decisiva.
Sul piano politico-istituzionale, gli assetti post-elettorali da considerare sono, a mio avviso, quattro. Il primo è una nuova coalizione guidata da Netanyahu, attraverso un accordo tra il Likud e altri partiti disponibili a sostenerne la leadership. Una simile configurazione richiederebbe un’intesa sulle principali questioni di sicurezza, sulle priorità economiche e sui rapporti tra Stato e religione. Resterebbe inoltre aperta la questione delle responsabilità del 7 ottobre e delle modalità con cui affrontare un’eventuale indagine indipendente.
Il secondo è una coalizione alternativa, formata da partiti che concordino una leadership e un programma di governo differenti. In questo caso, il problema principale sarebbe trovare un terreno comune tra forze politiche che possono condividere l’opposizione a Netanyahu, ma avere posizioni anche molto diverse su sicurezza, questione palestinese, politica economica e assetto istituzionale. L’esperienza dei precedenti governi di coalizione israeliani dimostra quanto sia importante distinguere una convergenza politica su un singolo obiettivo dalla capacità di sostenere un programma di governo condiviso.
Il terzo è un governo di ampia coalizione, basato su un accordo tra forze appartenenti a schieramenti diversi. Una configurazione di questo tipo potrebbe prevedere compromessi sulle principali questioni di sicurezza nazionale, sulle priorità economiche e sulle relazioni internazionali. Anche in questo caso, tuttavia, la gestione delle responsabilità del 7 ottobre e le divergenze sulla leadership rappresenterebbero questioni da affrontare nell’ambito delle trattative.
Il quarto è uno stallo parlamentare, qualora nessuna coalizione riesca a ottenere la fiducia della Knesset. In questo caso, si aprirebbe una fase di ulteriori negoziati, con la possibilità di nuovi accordi tra i partiti o, in assenza di una soluzione, di un ritorno alle urne. Non sarebbe una situazione senza precedenti: negli ultimi anni Israele ha attraversato ripetute crisi di governo e diverse tornate elettorali ravvicinate, proprio a causa della difficoltà di costruire maggioranze parlamentari sufficientemente stabili.
Un elemento ulteriore è rappresentato dal ruolo dei partiti arabi israeliani. La loro eventuale partecipazione a una maggioranza, o il loro sostegno parlamentare esterno, costituisce una questione politicamente delicata, soprattutto per alcune forze dell’opposizione. La disponibilità a collaborare con questi partiti potrebbe quindi incidere sulle possibilità di costruire una coalizione, indipendentemente dal numero complessivo di seggi ottenuti dalle forze contrarie a Netanyahu.
I sondaggi disponibili a inizio ottobre restituiscono, del resto, un quadro articolato. Secondo la sintesi di Reuters, aggiornata al 28 settembre[1], la media delle rilevazioni attribuiva 61 seggi ai partiti classificati come contrari a Netanyahu, pur evidenziando le difficoltà di trasformare questa distribuzione in una maggioranza di governo. La rilevazione Maariv/Lazar del 2 ottobre attribuiva invece 51 seggi al blocco di Netanyahu, 53 all’opposizione sionista, quattro al Partito dei Riservisti e dell’Economia e 12 ai partiti arabi[2]: nessuno dei due blocchi principali raggiungeva autonomamente i 61 seggi. Questi dati riflettono metodologie e classificazioni differenti e non consentono di determinare quale configurazione parlamentare emergerà dal voto.
In definitiva, non credo sia possibile attribuire alle sole rivelazioni sul 7 ottobre un effetto elettorale quantificabile. Esse si inseriscono in un confronto politico più ampio, nel quale il giudizio sulle responsabilità del governo si intreccia con quello sulla gestione della guerra, sulla sicurezza nazionale e sulle prospettive future del Paese. La distinzione fondamentale, a mio avviso, è tra il risultato elettorale e la capacità di costruire una maggioranza parlamentare. Anche un’eventuale maggioranza numerica di partiti contrari a Netanyahu dovrebbe trovare un accordo sulla leadership, sulla composizione del governo e sulle sue priorità. Allo stesso modo, una coalizione guidata dal Likud dovrebbe affrontare le divergenze tra i propri potenziali alleati.
Qualunque sia la composizione del prossimo esecutivo, la ricostruzione delle responsabilità del 7 ottobre rimarrà una questione istituzionale distinta dal confronto elettorale. Il voto potrà modificare gli equilibri politici e le modalità con cui questa questione verrà affrontata, ma non potrà sostituire un accertamento indipendente dei fatti.
Libere considerazioni
Il 7 ottobre rappresenta uno studio di caso importante per l’analisi del rapporto tra intelligence, decisione politica e comunicazione strategica. Al di là delle responsabilità individuali, la vicenda solleva interrogativi più generali sul funzionamento degli apparati di sicurezza, sulla capacità delle istituzioni di interpretare correttamente le minacce e sul modo in cui le informazioni vengono tradotte in decisioni politiche e operative.
A mio parere, la distinzione fondamentale è quella tra un fallimento dell’intelligence, un fallimento del processo decisionale e una deliberata scelta di non intervenire. Sono ipotesi profondamente differenti, che richiedono livelli di prova altrettanto differenti. Un conto è non disporre di informazioni sufficienti per prevedere un attacco; un altro è possedere informazioni attendibili, ma non riuscire a interpretarle correttamente; un altro ancora è comprendere la natura della minaccia e decidere di non adottare le misure necessarie. Quest’ultima circostanza, peraltro, non implica automaticamente la volontà di favorire l’attacco: potrebbe derivare anche da errori di valutazione, negligenza, problemi organizzativi o considerazioni politiche e strategiche rivelatesi errate.
Le nuove rivelazioni rendono quindi importante chiarire non soltanto quali informazioni fossero disponibili prima dell’attacco, ma anche chi le avesse ricevute, come fossero state valutate, a chi fossero state trasmesse e quali decisioni ne fossero derivate. È proprio nella ricostruzione di questa catena informativa e decisionale che si colloca, a mio avviso, il problema centrale delle eventuali responsabilità politiche e istituzionali.
Non dobbiamo inoltre dimenticare il rischio di interpretare retrospettivamente gli eventi alla luce di ciò che sappiamo oggi. È quello che, nell’analisi dell’intelligence, viene definito hindsight bias: una volta conosciuto l’esito di un evento, tendiamo a considerare più evidenti e facilmente interpretabili i segnali che lo hanno preceduto. Questo non significa giustificare eventuali errori, ma riconoscere che la valutazione delle responsabilità deve partire dalle informazioni effettivamente disponibili ai decisori in quel momento, e non soltanto da quelle emerse successivamente.
Allo stesso tempo, occorre evitare l’errore opposto, ossia utilizzare la complessità del processo di intelligence per escludere a priori qualsiasi responsabilità. La frammentazione delle informazioni, i problemi di coordinamento e le convinzioni consolidate sul comportamento dell’avversario possono contribuire a spiegare un fallimento, ma non necessariamente a giustificarlo. In particolare, se dovesse essere confermato che avvertimenti attendibili non furono trasmessi ai vertici della sicurezza o non vennero adeguatamente approfonditi, sarebbe necessario chiarire le ragioni di tali omissioni. Un’indagine indipendente, con accesso alla documentazione militare, politica e di intelligence, potrebbe contribuire a ricostruire questi passaggi. Non si tratterebbe soltanto di individuare eventuali responsabilità individuali, ma anche di comprendere quali vulnerabilità organizzative e decisionali abbiano reso possibile un fallimento di questa portata e quali correttivi istituzionali possano essere adottati per il futuro.
Vi è poi una dimensione politica che ritengo particolarmente importante. Il dibattito sulle responsabilità del 7 ottobre si intreccia inevitabilmente con quello sulla successiva condotta della guerra e sulle sue conseguenze regionali e internazionali. Tuttavia, questi due piani devono rimanere analiticamente distinti. L’eventuale accertamento di errori o omissioni da parte delle autorità israeliane non modifica le responsabilità di Hamas per l’attacco, così come queste ultime non escludono la necessità di verificare le responsabilità delle istituzioni israeliane nella mancata prevenzione. Allo stesso modo, le responsabilità relative alla conduzione delle successive operazioni militari devono essere valutate sulla base delle decisioni assunte e delle norme applicabili, indipendentemente dalle conclusioni sull’intelligence precedente all’attacco.
Infine, la dimensione comunicativa non dovrebbe essere sottovalutata. In un contesto caratterizzato da una forte polarizzazione, tanto interna quanto internazionale, le informazioni sul 7 ottobre vengono inevitabilmente inserite in narrazioni politiche concorrenti. La Hasbara, le comunicazioni governative, le ricostruzioni giornalistiche e le interpretazioni delle opposizioni contribuiscono a definire il modo in cui gli eventi vengono percepiti dall’opinione pubblica. Proprio per questo, è essenziale mantenere una distinzione rigorosa tra fatti accertati, testimonianze da verificare e interpretazioni politiche.
In definitiva, la presenza di informazioni preventive non equivale alla conoscenza anticipata dell’attacco, così come un eventuale ordine di non pattugliare non dimostra automaticamente la volontà di lasciar agire Hamas. Le responsabilità devono essere accertate sulla base delle prove, distinguendo gli errori di valutazione dalle eventuali omissioni e dalle decisioni intenzionali. La questione fondamentale, a mio avviso, non è costruire una narrazione che confermi una posizione politica preesistente, ma comprendere che cosa sia effettivamente accaduto e perché. È questa la condizione necessaria per un accertamento credibile delle responsabilità e, soprattutto, per trarre dal 7 ottobre lezioni utili sul funzionamento dell’intelligence e delle istituzioni democratiche in situazioni di crisi.
Note:
[1] https://www.reuters.com/graphics/ISRAEL-ELECTION/POLLS/lgvdbwrakvo/
[2] https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-910396
