Arabia Saudita e USA: l’accordo nucleare
Il 22 luglio il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, e l’omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, hanno sottoscritto un accordo di cooperazione nucleare civile[1]. L’intesa rientra nella categoria dei cosiddetti “accordi 123”, dal riferimento alla sezione 123 dell’Atomic Energy Act statunitense[2]. Contestualmente è stato firmato un secondo documento, definito dal Dipartimento dell’Energia americano come un accordo bilaterale sulle misure di salvaguardia.

L’amministrazione statunitense ha presentato il pacchetto come la base giuridica di una collaborazione destinata a protrarsi per decenni ed a mobilitare investimenti per diversi miliardi di dollari. Già il giorno successivo, tuttavia, il presidente Donald Trump è intervenuto pubblicamente con dichiarazioni che sembravano modificare alcuni aspetti dell’intesa.

In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha affermato che l’accordo non avrebbe consentito attività di arricchimento del materiale nucleare, che la cooperazione sarebbe rimasta circoscritta agli usi civili e che la sua attuazione sarebbe dipesa dall’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo[3] e dall’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali con Israele.
Quest’ultima condizione non era stata menzionata al momento dell’annuncio dell’accordo; Riad, inoltre, ha più volte ribadito di non essere disponibile alla normalizzazione dei rapporti con Israele in assenza di un percorso concreto e credibile verso la nascita di uno Stato palestinese[4]. Resta quindi da chiarire quale valore giuridico e politico possa assumere una dichiarazione presidenziale diffusa attraverso i social rispetto ad un accordo bilaterale già firmato.
Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal[5], l’intesa dovrebbe definire un quadro di cooperazione nucleare civile della durata di trent’anni, attribuendo alle imprese statunitensi un ruolo di primo piano nella realizzazione delle infrastrutture atomiche saudite.

Il nodo dell’arricchimento dell’uranio, tuttavia, non verrebbe risolto nell’immediato: l’accordo prevederebbe infatti uno studio congiunto della durata di due anni, finalizzato a stabilire se lo sviluppo di capacità di arricchimento direttamente in Arabia Saudita possa risultare economicamente conveniente[6].
Qualora l’analisi concludesse a favore di questa soluzione, la costruzione dell’impianto verrebbe affidata a società americane. La struttura funzionerebbe secondo il modello definito “scatola nera”[7]: Riad potrebbe gestirne le attività senza avere accesso alle conoscenze tecniche più sensibili né ai dettagli della tecnologia impiegata.
Secondo i rappresentanti dell’amministrazione statunitense, una formula di questo tipo consentirebbe a Washington di conservare un’influenza significativa sul programma nucleare saudita, limitando al tempo stesso i rischi legati alla proliferazione.
Le condizioni riportate prevederebbero inoltre che, in caso di parere contrario degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita non possa sviluppare autonomamente capacità di arricchimento né rivolgersi ad altri fornitori stranieri per un periodo di dieci anni[8].
Il principio della “scatola nera” non rappresenta una novità nel settore nucleare, ma i precedenti storici mostrano risultati non sempre lineari. Un esempio è costituito dal consorzio Eurodif[9], nato negli anni Settanta. Prima della rivoluzione iraniana, lo shāh aveva investito nel progetto francese con l’obiettivo di assicurarsi una fornitura di uranio arricchito senza acquisire direttamente le tecnologie necessarie alla sua produzione[10].
Dopo il rovesciamento della monarchia, il combustibile non venne consegnato e la controversia richiese oltre dieci anni prima di essere risolta attraverso un accordo di natura finanziaria. La vicenda dimostrò come la proprietà commerciale ed il controllo tecnologico possano essere mantenuti separati, ma anche come un cambiamento politico radicale possa modificare le condizioni sulle quali simili intese erano state costruite.[11]
L’efficacia di questi sistemi dipende inoltre dalla solidità delle istituzioni coinvolte: il consorzio multinazionale URENCO[12], attivo nel campo dell’arricchimento, opera da tempo attraverso meccanismi che consentono una gestione commerciale condivisa, preservando al contempo la riservatezza delle tecnologie più delicate.
La protezione delle informazioni non è sempre risultata inviolabile: negli anni Settanta Abdul Qadeer Khan[13] riuscì ad ottenere progetti relativi alle centrifughe mentre lavorava nell’ambito di URENCO. Quelle conoscenze contribuirono successivamente allo sviluppo del programma nucleare pakistano e furono poi trasferite anche a Libia, Iran e Corea del Nord.

Questi precedenti non escludono in assoluto la validità del modello della “scatola nera”, ma indicano che il suo successo dipende da sistemi di controllo rigorosi, da un rapporto di fiducia istituzionale destinato a durare nel tempo e da una vigilanza continua sull’applicazione degli accordi.
L’intesa dovrebbe essere trasmessa al Congresso degli Stati Uniti secondo la procedura prevista dalla sezione 123 dell’Atomic Energy Act. Da quel momento si aprirebbe un periodo di esame pari a novanta giorni di attività parlamentare continuativa. In assenza di una risoluzione congiunta di rigetto approvata con una maggioranza dei due terzi, sufficiente a superare un eventuale veto presidenziale, l’accordo potrebbe entrare in vigore.[14]
Negli ultimi anni il Congresso ha più volte sollecitato condizioni più severe per la cooperazione nucleare con Riad. A partire dall’anno fiscale 2020, diverse leggi di bilancio[15] hanno subordinato il sostegno della Export-Import Bank[16] alle esportazioni nucleari alla firma, da parte saudita, di un accordo 123 che escludesse sia l’arricchimento dell’uranio sia il riprocessamento del combustibile esaurito. Le stesse disposizioni chiedevano inoltre l’applicazione del Protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare[17]: le informazioni finora disponibili lasciano però intendere che la nuova intesa potrebbe non recepire integralmente tali richieste.

L’accordo solleva inoltre interrogativi sulla coerenza complessiva della politica statunitense di non proliferazione, soprattutto in relazione all’Iran. La firma è infatti avvenuta mentre gli Stati Uniti conducevano una campagna militare contro Teheran, diretta anche ad impedirle di mantenere capacità autonome di arricchimento.
Da circa vent’anni Washington sostiene che l’Iran non debba disporre senza limitazioni di queste tecnologie, dal momento che gli stessi impianti utilizzati per produrre combustibile destinato ai reattori possono essere adattati alla fabbricazione di uranio altamente arricchito per uso militare.
Durante i negoziati che portarono all’accordo sul nucleare iraniano del 2015, il JCPOA[18], Teheran accettò un sistema di verifiche particolarmente esteso; tra le misure previste figuravano l’applicazione provvisoria del Protocollo aggiuntivo e controlli più invasivi rispetto a quelli normalmente adottati. L’intesa impose anche limiti rilevanti alle attività di arricchimento, sebbene numerose restrizioni avessero una durata prestabilita. I critici dell’accordo sostennero proprio che tali clausole si limitassero a rinviare il problema della proliferazione anziché risolverlo definitivamente.[19] Nel 2018 l’amministrazione Trump decise di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dal JCPOA.
L’Arabia Saudita ha seguito un percorso diverso: Riad ha sempre rifiutato il cosiddetto “standard aureo”[20], adottato dagli Emirati Arabi Uniti nel 2009 con la rinuncia formale all’arricchimento ed al riprocessamento.
Nel 2024 il governo saudita ha revocato il Protocollo sulle piccole quantità ed applica ora un accordo globale di salvaguardia con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Non ha però reso operativo il Protocollo aggiuntivo e, stando alle informazioni disponibili, il nuovo accordo con Washington non imporrebbe tale passaggio.
Al suo posto, Stati Uniti ed Arabia Saudita avrebbero negoziato un sistema bilaterale di garanzie destinato esclusivamente agli impianti coinvolti nelle componenti più sensibili della cooperazione nucleare. Un meccanismo di questo tipo dovrebbe comunque ricevere l’approvazione del Consiglio dei governatori dell’AIEA e manterrebbe una forma di supervisione da parte dell’Agenzia.
La scelta di adottare un regime costruito su misura potrebbe tuttavia indebolire gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per affermare il Protocollo aggiuntivo come riferimento internazionale nei controlli nucleari. Quel sistema è infatti considerato uno degli strumenti principali per rafforzare le verifiche ed accrescere la fiducia nella natura esclusivamente pacifica dei programmi atomici.
Le condizioni attribuite alla nuova intesa sollevano dunque interrogativi sulla coerenza della linea statunitense in materia di non proliferazione: qualora l’Arabia Saudita ottenesse in futuro l’autorizzazione a sviluppare capacità di arricchimento sotto la supervisione di Washington, il trattamento riservato a Riad verrebbe inevitabilmente confrontato con le posizioni assunte dagli Stati Uniti nei confronti di altri Paesi della regione.

Un simile paragone richiede tuttavia cautela: il programma nucleare iraniano ed il rapporto strategico tra Stati Uniti ed Arabia Saudita presentano caratteristiche molto diverse. La politica nucleare americana, del resto, non è mai stata guidata esclusivamente dai principi di non proliferazione. Le alleanze, gli equilibri regionali, le esigenze di sicurezza e gli interessi economici hanno sempre esercitato un peso rilevante nelle decisioni di Washington.
Le motivazioni saudite per lo sviluppo dell’energia nucleare civile sono rimaste sostanzialmente invariate.[21] Nell’ambito del programma Vision 2030[22], il Regno punta a ridurre la propria dipendenza economica dal petrolio e, allo stesso tempo, a rispondere ad una domanda interna di elettricità in continua crescita.

L’energia atomica permetterebbe di destinare alle esportazioni una quota maggiore degli idrocarburi oggi impiegati per la produzione nazionale di energia, potrebbe inoltre garantire una fonte elettrica stabile e complementare agli investimenti nelle energie rinnovabili. Riad ha manifestato anche l’intenzione di valorizzare le risorse uranifere presenti nel Paese, inserendole in una più ampia strategia di sviluppo industriale.[23]
Tali obiettivi non rendono indispensabile l’arricchimento dell’uranio sul territorio saudita: numerosi programmi nucleari civili funzionano utilizzando combustibile importato. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dimostrato che questo modello può sostenere anche un sistema composto da reattori di grandi dimensioni.
In Medio Oriente, inoltre, non esistono attualmente impianti commerciali per la fabbricazione del combustibile nucleare; di conseguenza, anche l’uranio eventualmente arricchito in Arabia Saudita dovrebbe essere inviato all’estero per essere trasformato negli elementi combustibili destinati ai reattori.
Da un punto di vista strettamente tecnico, la disponibilità immediata di infrastrutture nazionali per l’arricchimento offrirebbe quindi vantaggi limitati ad un Paese ancora nelle fasi iniziali dello sviluppo di un programma nucleare civile.
L’accordo deve essere collocato nel più ampio sviluppo del sistema internazionale di controllo del nucleare: dopo il test atomico condotto dall’India nel 1974[24], i timori legati alla diffusione delle tecnologie sensibili portarono alla nascita del Gruppo dei fornitori nucleari.
Negli Stati Uniti, quelle preoccupazioni contribuirono all’approvazione del Nuclear Non-Proliferation Act del 1978[25]: la legge introdusse il meccanismo previsto dalla sezione 123, compreso il ruolo di verifica attribuito al Congresso.

L’attuale scenario internazionale pone però una sfida diversa rispetto al passato: tra gli obiettivi dichiarati dell’amministrazione Trump figura il rilancio dell’industria nucleare statunitense, dopo una lunga fase nella quale imprese russe e cinesi si sono aggiudicate una parte rilevante delle principali commesse mondiali per la costruzione di reattori.
In questo quadro, l’Arabia Saudita rappresenta uno dei pochi Paesi dotati delle risorse finanziarie necessarie per sostenere un programma nucleare civile di grandi dimensioni. Dal punto di vista di Washington, l’accordo risponde quindi sia a finalità commerciali sia ad interessi strategici: rafforza il rapporto bilaterale e, nello stesso tempo, riduce lo spazio disponibile per i fornitori concorrenti.
L’espansione del nucleare civile nel Golfo solleva quindi interrogativi che vanno oltre i controlli internazionali ed il possesso delle tecnologie del ciclo del combustibile: occorre valutare in che modo gli impianti possano essere difesi durante una crisi, come garantire la sicurezza dei materiali radioattivi e quali procedure adottare in caso di emergenza provocata da un’escalation militare.
Una possibile area di sviluppo futuro potrebbe essere rappresentata da accordi regionali per la protezione delle installazioni nucleari civili. Pur in un contesto politico molto diverso, l’intesa sottoscritta nel 1988 tra India e Pakistan[26] contro gli attacchi alle rispettive strutture nucleari dimostra che anche Paesi segnati da una rivalità storica possono adottare misure limitate di fiducia reciproca[27]. Dall’entrata in vigore dell’accordo, nel 1991, Nuova Delhi ed Islamabad si scambiano ogni anno l’elenco delle proprie installazioni nucleari, e ciò è avvenuto anche durante fasi di grave tensione militare.[28]
Non è possibile stabilire se un meccanismo analogo possa essere applicato nel Golfo però, con la progressiva crescita dei programmi nucleari civili nella regione, la tutela fisica degli impianti è destinata ad assumere un’importanza sempre maggiore.
FONTI
- https://www.ilsole24ore.com/art/il-nucleare-saudita-innesca-gara-controllo-filiera-atomica-tutto-medioriente-AJlOePW
- https://jstreet.org/what-to-know-about-the-us-saudi-nuclear-agreement/
- https://www.ilpost.it/2026/06/18/stati-uniti-iran-firma-testo-accordo/
- https://www.stimson.org/2026/what-the-us-saudi-nuclear-agreement-may-change-and-what-it-may-defer/
- https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/accordi-di-abramo-battuta-di-arresto-147602
- https://www.huffingtonpost.it/esteri/2026/07/22/news/la_guerra_ha_un_vincitore_colpaccio_nucleare_di_bin_salman_un_detonatore_per_il_medio_oriente-22408606/
Note:
[1] https://edition.cnn.com/2026/07/22/politics/us-saudi-nuclear-deal
[2] https://www.energy.gov/nnsa/123-agreements-peaceful-cooperation
[3] https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Gli_Accordi_di_Abramo_un_anno_dopo.html
[4] https://www.nytimes.com/2026/07/23/world/middleeast/trump-saudi-arabia-palestinian-state.html
[5] https://www.wsj.com/world/middle-east/trump-approves-landmark-nuclear-deal-with-saudi-arabia-in-big-win-for-kingdom-2ed77584
[6] https://tg24.sky.it/mondo/2026/07/22/usa-arabia-saudita-accordo-nucleare-arricchimento-uranio
[7] https://www.energypolicy.columbia.edu/publications/reconsidering-us-nuclear-cooperation-agreements/
[8] https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/usa-arabia-saudita-accordo-nucleare-cose-perche-preoccupa-corsa-arma-nucleare_5b2VYEucf4JUeQfcZ8rw50
[9] https://www.armscontrol.org/act/2006-01/iran-nuclear-briefs/iran-and-foreign-enrichment-troubled-model
[10] https://www.resetdoc.org/story/iran-and-nuclear-power-before-the-revolution/it/
[11] https://legrandcontinent.eu/it/2023/10/17/mito-realta-ed-eredita-dello-choc-petrolifero-del-1973/
[12] https://www.armscontrol.org/act/2006-11/news-analysis-growing-nuclear-fuel-cycle-debate
[13] https://www.ilpost.it/2021/10/11/abdul-qadeer-khan-nucleare-pakistan-morto/
[14] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-e-riad-patto-sul-nucleare-242337
[15] https://www.congress.gov/crs-product/IF10799
[17] https://italiarappvienna.esteri.it/it/litalia-e-le-organizzazioni-internazionali/aiea/nucleare-e-non-proliferazione/
[18] https://www.armscontrol.org/factsheets/joint-comprehensive-plan-action-jcpoa-glance
[19] https://www.fdd.org/wp-content/uploads/2025/03/fdd-key-flaws-of-the-2015-iran-nuclear-deal-1.pdf
[20] https://www.armscontrol.org/act/2019-10/features/nonproliferation-gold-standard-new-normal
[21] https://www.stimson.org/2023/why-does-saudi-arabia-want-to-acquire-the-nuclear-fuel-cycle/
[22] https://www.vision2030.gov.sa/en
[23] https://www.ifri.org/en/memos/saudi-arabias-nuclear-temptations-lessons-learned-regional-instability
[24] https://www.affarinternazionali.it/evento/50anniversario-del-primo-test-nucleare-dellindia/
[25] https://www.armscontrol.org/act/2008-12/looking-back-1978-nuclear-nonproliferation-act
[26] https://media.nti.org/documents/india_pakistan_non_attack_agreement.pdf
[27] L’ Accordo di non aggressione nucleare ( NNAA ) è un trattato bilaterale sul controllo delle armi nucleari firmato tra India e Pakistan il 21 dicembre 1988 a Islamabad , capitale del Pakistan. Mirava a ridurre (o limitare) gli armamenti nucleari ed entrambi gli stati si impegnavano a non attaccare o aiutare potenze straniere ad attaccare le rispettive installazioni e strutture nucleari. Il trattato fu redatto nel 1988 e firmato dal Primo Ministro Benazir Bhutto e dal suo omologo indiano , Rajiv Gandhi, il 21 dicembre 1988; entrò in vigore nel gennaio 1991.
https://en.wikipedia.org/wiki/Non-Nuclear_Aggression_Agreement
[28] https://it.euronews.com/2018/01/01/india-e-pakistan-confermano-accordo-non-aggressione-ai-siti-nucleari



