La Reconquista: l’invenzione ottocentesca di un passato che non c’era
Otto secoli di guerre egemoniche riscritti come epopea nazionale: come la Spagna liberale si costruì un’origine, e perché quella parola oggi non serve più.
Il contesto
La Spagna che si affaccia alla metà dell’Ottocento è un Paese che ha perduto quasi tutto. Le colonie continentali americane si sono staccate in poco più di un decennio, portandosi via il fondamento economico e simbolico su cui la monarchia aveva costruito tre secoli di primato.
La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone ha lasciato un territorio devastato ed una classe dirigente spaccata fra chi guardava alla Francia e chi la considerava il nemico assoluto.
Ed a questo si aggiunge la ferita più profonda: le guerre carliste, che dal 1833 mettono spagnoli contro spagnoli lungo linee che non sono soltanto dinastiche ma culturali, regionali, religiose.
Il problema di cui nessuno parla apertamente, in quegli anni, è che la Spagna non sa più dire cosa sia. Baschi, catalani, castigliani, andalusi e galiziani condividono una corona ma non una memoria; le distanze linguistiche e sociali fra le province sono tali che l’idea stessa di Stato appare a molti solo come un’astrazione amministrativa.
Infatti, mentre Francia ed Inghilterra possono raccontarsi attraverso una continuità istituzionale secolare, la Spagna post-imperiale non ha un filo conduttore, e ne ha un bisogno urgente.
Quel filo verrà trovato. Ed avrà un nome che tutti oggi diamo per antico: Reconquista.
La perfetta costruzione etimologica di un’era
La prima cosa da dire è che quella parola, nel Medioevo, non esisteva. Nessuna cronaca astur-leonese, castigliana o aragonese la impiega. Il termine compare in ambito storiografico alla fine del Settecento e si afferma nell’Ottocento; il suo percorso si può ricostruire con precisione documentaria attraverso tre momenti decisivi.
Il primo momento decisivo è il 1808. Antonio de Capmany pubblica a Madrid il Centinela contra franceses, il testo di propaganda bellica più efficace prodotto dalla resistenza antinapoleonica. La sua intuizione retorica è semplice e devastante: i francesi che occupano la penisola vengono presentati come i nuovi invasori, esattamente come i musulmani del 711, ed alla nazione si chiede di riconquistare quanto le è stato sottratto.
Non un territorio, in quel caso, ma il nome ed il rango perduti fra le nazioni.
È la prima volta che il vocabolo acquista una temperatura politica, e la acquista in un contesto che con l’Alto Medioevo non ha nulla a che vedere.
Il secondo momento è il 1844, ed è il più rivelatore di tutti perché lì l’operazione la si può cogliere in flagrante. Antonio Alcalá Galiano pubblica la sua Historia de España rifondendo l’opera dello storico inglese Samuel Astley Dunham, The History of Spain and Portugal.
Nel testo originale Dunham, con la sobrietà tipica della storiografia britannica dell’epoca, parla di the recovery of the country: il recupero del Paese, una formula descrittiva e neutra. Alcalá Galiano non traduce: trasfigura. Nella sua versione castigliana quella frase diventa reconquistando la tierra de España.
Lo scarto è minimo sul piano lessicale ed enorme su quello concettuale, perché dove l’inglese registrava un processo territoriale lo spagnolo introduce un soggetto collettivo, un’appartenenza legittima violata ed un diritto da far valere. In una riga di traduzione nasce un mito nazionale.
Il terzo momento, quello decisivo, porta la data del 1850, quando Modesto Lafuente inizia a pubblicare presso l’editore Mellado la sua Historia general de España desde los tiempos más remotos hasta nuestros días. Lafuente è l’uomo che dà alla Spagna quello che le mancava: una storia nazionale organica, scritta non come cronaca di re ma come biografia di un popolo.
Ed è lui a compiere il passaggio finale, definendo la reconquista come ensanche de fronteras, allargamento delle frontiere.
Con quella definizione, apparentemente tecnica, la parola smette di essere un’immagine retorica e diventa una categoria storiografica: un processo, un’epoca, un principio ordinatore attorno al quale disporre otto secoli di eventi eterogenei. Da quel momento, la Reconquista non è più un modo di raccontare il Medioevo iberico. Diventa il Medioevo iberico.
L’opera di Lafuente ebbe un successo tale da diventare arredo obbligatorio di ogni ateneo, casino, municipio e biblioteca privata che volesse dirsi rispettabile, e la sua interpretazione della storia spagnola rimase indiscussa per oltre un secolo. Il mito, una volta costruito, non ha più avuto bisogno di argomenti.
Dal mito alla realtà: cosa ci racconta la storia
Per i regni cristiani della penisola non esisteva alcun riappropriarsi di una terra rubata, per la semplice ragione che nessuno di quei regni discendeva da un’entità politica spodestata nel 711. Astur-leonesi, castigliani, navarresi, aragonesi e catalani erano formazioni nuove, nate nei secoli successivi all’arrivo dei musulmani, ed il loro rapporto con al-Andalus era quello di potenze confinanti in competizione.
Le cronache, quando descrivono le loro imprese, usano verbi come ganar, tomar, restaurar, recuperar: mai reconquistar. Ed il linguaggio, in questi casi, non è un dettaglio ma la spia dell’orizzonte mentale di chi scrive.
Ciò che accadde per otto secoli furono guerre egemoniche. Guerre per il controllo di piazzeforti, valli fluviali, vie di transito e centri fiscali, condotte con la logica di ogni espansione medievale europea. Dopo il dissolvimento del Califfato omayyade di Cordova nel 1031, la penisola islamica si frantumò nei regni di taifa, entità piccole, ricche e militarmente fragili: ed i sovrani cristiani fecero esattamente quello che avrebbe fatto qualunque principe del tempo, cioè approfittarne.
Le parias, i tributi che le taifas pagavano per essere lasciate in pace, finanziarono per decenni le corti di Castiglia ed Aragona. Non era una crociata, era una minaccia, e funzionava benissimo.
Soprattutto, e questo è il punto che il racconto ottocentesco doveva assolutamente cancellare, quelle guerre furono attraversate da alleanze interconfessionali con una frequenza che sorprende chiunque sia cresciuto con la vulgata dello “scontro di civiltà”. Signori musulmani iberici combatterono al fianco di sovrani cristiani contro altri sovrani cristiani; prìncipi cristiani si arruolarono al servizio di emiri contro rivali della propria fede; leghe multireligiose si formarono e si sciolsero secondo convenienza dinastica e non secondo appartenenza religiosa.
La frontiera fu un luogo di mercenariato, matrimoni, patti e tradimenti reciproci, molto più che di guerra santa.
Di figure mitiche, certo, ce ne furono, e la loro forza simbolica è innegabile. Pelayo, che nel 722 sconfigge una spedizione musulmana sul monte Auseva e fonda la resistenza asturiana, che la tradizione consacrerà nella battaglia di Covadonga.
E soprattutto Rodrigo Díaz de Vivar, El Cid Campeador, che nel 1094 conquista Valencia e la governa fino alla morte. Ma proprio El Cid è il caso che smonta il racconto invece di sostenerlo: quello stesso Rodrigo, bandito dalla corte di Alfonso VI, servì come comandante per l’emiro musulmano di Saragozza, combattendo contro cristiani per conto di un signore islamico. Il campione della Reconquista passò una parte consistente della carriera dalla parte sbagliata della barricata che gli storici ottocenteschi avrebbero disegnato per lui.
La manipolazione delle basi religiose della “Reconquista”
A questo punto l’obiezione è legittima: se non fu guerra di religione, come si spiegano le crociate? Perché crociate in penisola ce ne furono, è noto. L’Iberia fu, dopo il Levante, il fronte crociato più insistentemente riattivato di tutta la cristianità latina. Ma è proprio la storiografia di quelle imprese a rivelare la natura del fenomeno.
La più celebre è la spedizione contro le Baleari del 1113-1115, autorizzata per bolla da Pasquale II, condotta con un legato pontificio a bordo ed il vessillo della sede apostolica issato sulle navi pisane. Ibiza cadde nel luglio del 1114, Maiorca l’anno successivo, ed il dominio cristiano sull’arcipelago resse appena dodici mesi.
Non fu però né la prima né l’ultima: già alla vigilia della prima crociata Urbano II aveva ordinato ai signori catalani di restare in penisola a restaurare Tarragona anziché partire per Gerusalemme, concedendo loro indulgenza equivalente, e nel 1118 Gelasio II conferì status crociato all’assedio di Saragozza.
Soprattutto, con la Divina dispensatione del 1147 Eugenio III incluse espressamente l’Iberia fra gli obiettivi della seconda crociata, ed i contingenti anglo-normanni, fiamminghi e tedeschi in rotta per la Terrasanta si fermarono a prendere Lisbona, Almería e Tortosa.
Ed è qui che il velo si strappa: ai Genovesi, in cambio del contributo navale, venne promesso un terzo delle città conquistate. Un terzo del bottino.
La valenza spirituale dell’impresa la si misura anche da questo. Seguiranno il sostegno di Innocenzo III nel 1212, che produsse Las Navas de Tolosa con predicazione in tutta Europa, Alcácer do Sal nel 1217 con una flotta della quinta crociata deviata sul Portogallo, ed infine la guerra di Granada, condotta con regolari bolle pontificie a tal punto che la bula de cruzada divenne un’istituzione fiscale permanente della monarchia spagnola, sopravvivendo per secoli al nemico che l’aveva giustificata.
Ma il dettaglio decisivo è un altro, ed è quello che la letteratura della “Reconquista” rifiuta di trattare: in Iberia le crociate furono indette anche contro gli stessi cristiani.
Alfonso IX di León fu scomunicato da Celestino III per essersi alleato con i musulmani, e nel 1284 Martino IV proclamò una crociata in piena regola contro Pietro III d’Aragona, con annessa invasione francese della Catalogna. Il vessillo apostolico, in penisola, si mosse in tutte le direzioni.
L’intermittenza, dunque, è essa stessa la prova. Se fosse esistita davvero una guerra santa continua di otto secoli, nessuno avrebbe avuto bisogno di proclamarla più volte.
Il sud come proiezione di ricchezza e potere sul mare
Se non fu recupero, cosa spinse i regni cristiani verso il meridione con tanta ostinazione? Una risposta molto meno epica e molto più convincente: la ricchezza.
L’Andalusia era la parte fertile e monetizzata della penisola. Miniere, campi irrigui, città manifatturiere, un’agricoltura di livello tecnico incomparabilmente superiore a quello degli altopiani settentrionali. Chi controllava la valle del Guadalquivir controllava un reddito che il nord, con i suoi pascoli ed i suoi villaggi, non poteva nemmeno immaginare.
Non stupisce che le monarchie del nord considerassero l’espansione meridionale una necessità strutturale, prima che una missione.
Ma il premio vero era ancora più a sud, ed erano i porti. Sbocchi sul Mediterraneo e sull’Atlantico, senza i quali nessuna monarchia iberica poteva ambire ad un ruolo che andasse oltre il regionale.
È da quei porti, ed è bene ricordarlo perché rovescia ogni prospettiva, che partirà tutta la storia successiva: le spedizioni portoghesi promosse dall’Infante Dom Henrique, duca di Viseu e la grande proiezione mercantile castigliana nel Mediterraneo, costruita per rivaleggiare con il regno d’Aragona per il primato sulle rotte.
Ed è qui che vale la pena di ricordare una figura di cui mi sono già occupato in Medioriente ed Europa: l’amicizia fra Mongoli ed Iberici, perché mostra quanto poco la Castiglia del tempo ragionasse per blocchi religiosi.
Enrico III di Castiglia, salito al trono sedicenne, in pochi anni trasformò un regno periferico in una potenza capace di trattare con la Francia; ed una volta consolidato il potere interno guardò ad oriente, inviando nel 1399 un’ambasceria verso Costantinopoli e verso l’Impero timuride. Il suo obiettivo era accedere alle Vie della Seta sotto la protezione del Khan mongolo Tamerlano, con il quale intrattenne un rapporto personale di intimità documentata, tanto che i due si rivolgevano l’uno all’altro come padre e figlio, e la corte castigliana vantò l’unico ambasciatore stabile timuride inviato in Europa.
Un sovrano cristiano iberico, nel pieno della presunta Reconquista, investiva risorse diplomatiche per stringere amicizia con il più temuto condottiero musulmano del suo tempo. Perché l’interesse del regno stava lì, e non in una guerra di religione che nessuno, allora, aveva ancora inventato.
Il 1492 e l’ombra di Costantinopoli
Resta l’anno che chiude tutto, ed il modo in cui lo leggiamo è a sua volta un prodotto di quella costruzione.
Il 2 gennaio 1492 cade Granada, ultimo emirato nasride della penisola. Ed è vero che quella caduta arrivò in una cornice storica particolarissima, a meno di quarant’anni dal 1453, quando Costantinopoli era caduta sotto Maometto II lasciando la cristianità nello sconcerto. Nella percezione europea del tempo i due eventi si specchiarono: là si era perduta la Regina delle Città, qui si guadagnava l’ultimo lembo di penisola, ed il bilancio provvidenziale sembrava tornare.
Ma quella simmetria era un’operazione europea, non una realtà andalusa. Visti da Granada, infatti, i Turchi ottomani erano innanzitutto lontani, ed erano soprattutto disinteressati: una potenza impegnata a consolidare i Balcani e l’Egeo, che non aveva alcuna ragione strategica per spendersi all’estremità opposta del Mediterraneo.
Fra l’emirato nasride e la corte ottomana non correva nessuna di quelle affinità che il racconto europeo dava per scontate.
Al-Andalus era stato per secoli un mondo di scuola giuridica malikita, di filosofia, di poesia e di lingua araba coltivata come strumento di prestigio; gli Ottomani erano una formazione anatolica di frontiera, di ascendenza turca ed a lungo periferica rispetto ai grandi centri della cultura islamica. Non condividevano una tradizione, non condividevano una lingua, non condividevano una memoria.
Ciò che condividevano era la fede, ed era l’unico appiglio disponibile.
Fu proprio su quello, infatti, che i nasridi fecero leva negli anni finali, quando non restava altro da tentare: appelli ai Turchi come ai Mamelucchi d’Egitto, formulati nel linguaggio della solidarietà fra credenti perché nessun altro linguaggio avrebbe avuto qualche possibilità di funzionare.
Era la mossa di chi non ha alternative, non il richiamo fra fratelli; ed andò sostanzialmente a vuoto, come era prevedibile che andasse. Il fronte islamico compatto contro cui la Spagna cattolica si raccontava vittoriosa, semplicemente, non esisteva.
Conclusioni
La Reconquista, dunque, non è un fatto storico ma un lavoro propagandistico di natura sociale, concepito per generare un legame ed un’unità attraverso la costruzione di un nemico. Ed ha funzionato: nessun altro artificio storiografico europeo ha avuto pari fortuna né pari longevità.
Il paradosso, però, è che la Spagna non avrebbe avuto alcun bisogno di inventarsi nulla. La storia vera era lì, ed era più imponente di quella costruita a tavolino: le parias che finanziavano le corti del nord, le flotte genovesi contrattate a un terzo del bottino, gli ambasciatori di Enrico III che risalivano l’Asia per trattare con Tamerlano, i porti andalusi conquistati e subito trasformati in basi di proiezione oceanica. Una storia di ambizione, di calcolo, di commercio e di intelligenza politica non comune.
Lafuente ed i suoi ebbero davanti tutto questo, e scelsero un’epopea di resistenza invece di una storia di espansione: consegnarono alla nazione l’immagine di chi si difende, quando aveva alle spalle il curriculum di chi avanza.
Ed è sempre nel sapere chi siamo stati, e nel ribadire la forza che si è avuta in passato, che si può tracciare il percorso per capire chi saremo e cosa dobbiamo diventare. Ma questo funziona a una condizione sola, che quel passato sia autentico.
Una genealogia fabbricata non orienta: disorienta. Insegna a un popolo a definirsi attraverso ciò che teme anziché attraverso ciò che ha saputo fare, ed un popolo che si riconosce nella paura non progetta più nulla, si limita a presidiare.
Vale per la Spagna, e vale evidentemente per tutti noi. Perché è la stessa operazione, portata su scala più larga: grandi cornici culturali imposte dall’esterno, dentro le quali ci viene chiesto di riconoscerci e che con quello che siamo stati non hanno quasi nulla da spartire.
Uscirne significa riprendere in mano la propria storia reale, quella documentata e non quella raccontata, ed è soltanto da lì che si può leggere con qualche lucidità la strada davanti.
I porti da cui partirono le caravelle, infatti, non furono costruiti perché rientravano in una previsione di spesa. Furono costruiti perché qualcuno aveva deciso che quel mare andava attraversato. È l’ora di tornare a ragionare per grandezza, e non per leggi di bilancio.
Riferimenti bibliografici:
- Alcalá Galiano, A., Historia de España desde los tiempos primitivos hasta la mayoría de edad de la reina doña Isabel II, 7 voll., Madrid, Imprenta de la Sociedad Literaria y Tipográfica, 1844–1846.
- Capmany, A. de, Centinela contra franceses, Madrid, Gómez Fuentenebro, 1808.
- Lafuente, M., Historia general de España desde los tiempos más remotos hasta nuestros días, Madrid, Imprenta de F. P. Mellado, dal 1850.
- Ríos Saloma, M. F., La Reconquista. Una construcción historiográfica (siglos XVI-XIX), Madrid–México, Marcial Pons–UNAM, 2011.



