To be or not to be: l’uso politico dell’ipotesi di complotto
Vivere liberi non è per nulla facile. Questo status, quando è adulto e maturo, prevede un serrato confronto con la realtà, in un continuo tenzone contro il caos dei fatti che ci circondano.
Quando eventi di particolare impatto investono la nostra quotidianità, con la loro evidenza, la mente cerca conforto nell’individuare fil rouge logici che mettano ordine in questo drammatico environment.
Spesso si assiste ad una vera e propria fuga. Da cosa? Dalla libertà stessa e si cerca rifugio in una idea, in un capo, come se il libero arbitrio fosse un qualcosa di insopportabilmente pesante. Eric Fromm nella sua prima opera, scrisse pagine indimenticabili su questo tema[1].
Umberto Eco, nel suo “Il pendolo di Foucault” ha lasciato queste parole: “Il pendolo mi diceva che, mentre tutto si muoveva, c’era in qualche luogo dell’universo un punto fisso”[2].
Folgorante l’intuizione di Eco: In un mondo che ci appare sempre più caotico, frammentato e privo di una direzione chiara, l’essere umano cerca disperatamente il suo pendolo: un punto d’appoggio, un centro di gravità che dia un senso al disordine.
È proprio in questa voragine di incertezza che le teorie del complotto e le fake news mettono le radici, fiorendo con una persuasività che la logica, da sola, non riesce a smantellare.
Le teorie del complotto fanno presa sulle persone perché offrono storie migliori rispetto a quelle della scienza o della politica.
Che si tratti della teoria della Terra piatta, dei microchip nei vaccini o delle intricate reti esoteriche dietro i file di Jeffrey Epstein, il meccanismo è lo stesso: il complottista vede sempre oltre la superficie e quanto più banale sembra l’evento tanto più profondo è il segreto perché quello che Eco chiama “Il Piano” “non ha bisogno di prove ma solo di connessioni eleganti. Più la spiegazione è complicata e abbraccia secoli di storia, più sembra vera”[3][4].
Alessandro Chiarabini porta all’attenzione del lettore la considerazione che le più azzardate teorie del complotto non trovano terreno fertile in un deficit di intelligenza, ma in un eccesso di bisogno.
Lo psicologo Rob Brotherton ci ricorda che, a volte, “convincersi dell’esistenza di un complotto è semplicemente l’equivalente cognitivo di scorgere un senso nella casualità” (R. Brotherton, Menti sospettose, Bollati Boringhieri, Torino 2015, p. 15).
Da questo punto di vista ogni teoria del complotto non è che la risposta alla nostra voglia di spiegare praticamente tutto ciò che accade nel mondo come se fosse una piccola tessera di un puzzle molto più grande.
Il caso ci terrorizza: l’idea che una pandemia globale possa nascere dal salto di specie di un virus in un mercato remoto è, psicologicamente, inaccettabile.
Preferiamo di gran lunga un “cattivo” al comando: un laboratorio segreto, un piano orchestrato. Se c’è un colpevole, c’è un ordine”[5].
Credere nei complotti può rispondere a tre tipi di bisogni: epistemici (capire il mondo), esistenziali (sentirsi al sicuro), e sociali (preservare un’immagine positiva del proprio gruppo).
La narrazione cospirativa semplifica la complessità: trasforma ambiguità e caos in trame leggibili, spesso animate da antagonisti riconoscibili. In un certo senso, funziona come un antidoto simbolico al disorientamento: se tutto è manipolato da una cabala segreta, allora niente è veramente casuale e questo, per quanto inquietante, può risultare paradossalmente confortante.
Chi, inoltre, aderisce a una teoria del complotto spesso si sente parte di una minoranza risvegliata, dotata di uno sguardo più lucido degli altri.
Questo atteggiamento ha una forte componente identitaria: credere al complotto non è solo un modo di leggere la realtà, ma anche di distinguersi. “Io non mi faccio fregare”, “vedo quello che altri ignorano”: una postura che rafforza l’autostima e offre un senso di superiorità epistemica, anche a costo di rinunciare al consenso scientifico.
La sfiducia verso istituzioni, scienza e media mainstream è il terreno fertile su cui queste narrazioni crescono. Più queste fonti vengono percepite come compromesse, più aumenta la disponibilità a cercare e ad accettare spiegazioni alternative, anche improbabili.
Come scrive Michael Barkun nel suo A Culture of Conspiracy[6] il complottismo è una forma di “stigmatized knowledge”, ovvero un sapere marginale che si legittima proprio in opposizione al sapere ufficiale. In questo quadro, la verità non è ciò che è dimostrabile, ma ciò che le élite vogliono nascondere.
La forza di queste narrazioni sta proprio nella loro struttura oppositiva: più un’informazione viene smentita dai canali istituzionali, più può apparire autentica agli occhi dei credenti. È un paradosso che rovescia la logica della prova: il rifiuto da parte dell’autorità diventa una conferma della verità nascosta.
Questo meccanismo funziona anche grazie al rafforzamento reciproco che avviene all’interno di comunità chiuse, dove si crea un effetto camera dell’eco[7]: si selezionano solo fonti allineate e si screditano tutte le altre.
In un fondamentale lavoro degli anni Novanta Zeffiro Ciuffoletti ricorda come la “sindrome del complotto” sia un prodotto della psicologia dell’individuo, mentre l’uso di essa è ancillare alla politica di massa, e alla “comunicazione emotiva” o “mitica”, tipica dei mezzi di comunicazione moderni[8].
Sempre sulla scorta dello storico fiorentino è interessante notare come la forma specifica di “irrazionalità” che caratterizza le teorie cospiratorie è dotata di una peculiare logica altamente razionale e operativa. In effetti le teorie cospiratorie non possono venire confutate scientificamente[9].
Queste teorie “non soltanto sono coerenti dal punto di vista logico, ma possono anche essere dotate di tutti quegli attributi che caratterizzano un paradigma scientifico.
Pertanto o accettiamo la presenza di una mitologia, cioè di principi ultimi che diano conto delle cose secondo un loro ordine che precede empiria, oppure facciamo nostro il punto di vista puramente pragmatico, stando al quale non esiste alcuna verità trascendente. La questione si riduce al ‘credere o al ‘non credere’”[10].
Le teorie del complotto fanno parte di quei grandi sistemi mitologici che sempre accompagnano i grandi rivolgimenti politici e sociali.
Non è importante, a livello di definizione, la collocazione temporale della “teoria”[11], anche se è certo che la contemporaneità, con l’efficacia e la pervasività dei mezzi di comunicazioni di massa esistenti ad essere una fucina per l’uso “politico” di queste teorie.
Karl Popper ci ricorda che la moderna teoria dei complotto troverebbe lontana origine dalla secolarizzazione delle superstizioni religiose.
“Tale teoria – scrive Popper – più primitiva di molte forme di teismo, è simile a quella rilevabile in Omero. Questi concepiva il potere degli dei in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate dall’Olimpo.
La teoria sociale della cospirazione è in effetti una versione di questo teismo, della credenza, cioè, in una divinità i cui capricci e voleri reggono ogni cosa.
Essa è una conseguenza del venir meno del riferimento a Dio e della conseguente domanda ‘Chi c’è al suo posto?’.
Quest’ultimo è ora occupato da diversi uomini o gruppi potenti, sinistri gruppi di persone cui si può imputare di aver organizzato la grande depressione e tutti i mali di cui soffriamo”[12].
In base a questa teoria tutto ciò che accade di negativo nella società è il risultato di un preciso proposito perseguito da alcuni individui o gruppi organizzati. Nella contemporaneità le ideologie politiche “forti”[13] fecero un largo uso della teoria del complotto[14].
Hannah Arendt, studiando la propaganda dei sistemi totalitari, scrisse che le masse moderne “non credono alla realtà del mondo visibile, della propria esistenza; non si fidano dei propri occhi e orecchi, ma soltanto della propria immaginazione […]. Si lasciano convincere, non dai fatti, neppure dai fatti inventati, ma soltanto dalla compattezza del sistema […].
Quel che le masse si rifiutano di conoscere è la causalità che pervade tutta la realtà. Esse sono predisposte a tutte le ideologie perché spiegano i fatti come semplici esempi di determinate leggi ed eliminano le coincidenze, inventando una onnipotenza tutta comprendente che suppongono sia la radice di ogni caso. La propaganda totalitaria prospera su questa fuga dalla realtà nella finzione, dalla coincidenza nella coerenza”[15].
Ecco che le ideologie assomigliano alle religioni nel tentativo di semplificare le figure di riferimento: si crea Dio e il Diavolo, il Bene e il Male, i Buoni e i Cattivi. È una visione manichea: che infatti è l’aspetto predominante del mondo complottista.
Ora – mentre si assiste alla crisi delle ideologie palingenetiche si vive in una realtà molto più complessa e velocizzata rispetto al passato – avendo a disposizione una quantità di informazione impensabile, per esempio, fino a pochi decenni fa – e per questo la retorica del complotto si diffonde, dilaga.
È la negazione stessa della discussione approfondita. Anzi, ancor di più: tanto più le notizie sono invasive ed è più facile cedere alla tentazione della semplificazione.
D’altronde Max Weber diceva che il sacro, nelle società altamente secolarizzate dove la scienza dovrebbe dominare, riemerge. Cioè decade un sacro antico e si manifesta un sacro nuovo[16].
Vi è, quindi, una profonda differenze tra i “complottismi”, nati da una volontà politica strutturata, e quelli intorno al quale si radunano tribù tanto solidali, quando disposte ad abbandonare una specifica ipotesi di complotto per sposare, riformarsi, con altri individui attratti dalla fake new del momento.
È ben vero che sia la fake new del giorno sia la tribù complottista del momento sono effimere. Lasciano il tempo che trovano: presto o tardi, o magari il giorno dopo, saranno sostituite da un’altra fake new e da un’altra tribù.
Le vecchie ideologie, invece, a cui si ispiravano i partiti, ben strutturate, prima di essere demolite hanno resistito per decenni: comunque fornivano spiegazioni che avevano una coerenza di fondo.
Oggi, in qualche modo, si sono liquefatte la società, le modalità di ragionamento, le agenzie di formazione (scuola, famiglia, ecc.). La retorica del complotto nasce da qui, da una base di problemi già sedimentata.
In epoca di ideologie forti o quantomeno dopo la “rivoluzione” francese si formarono due versioni della teoria cospiratoria che nella loro struttura non hanno perso la loro attualità: la “cospirazione rivoluzionaria” e la “cospirazione controrivoluzionaria”.
Il primo modello culminò, alla fine, nella credenza in una congiura universale che nel nostro secolo è diventata componente delle ideologie di estrema destra.
Il modello della “cospirazione controrivoluzionaria” culminò nella credenza che gruppi capitalistici e massoni internazionali si opponessero con tutte le armi alla realizzazione delle “magnifiche sorti e progressive”[17] della rivoluzione comunista.
Entrambe le teorie sono diventate organiche dell’ideologia totalitaria e sono state ampiamente utilizzate per legittimare (o delegittimare) uno specifico regime e perseguitare ed annientare gli avversari.
Caratteristica comune è che queste cospirazioni si basano sulla semplice loro esposizione e non sulla dimostrazione fattuale: esse sono, anche senza prova alcuna.
Anzi, è possibile dire che la ricerca di una prova è vista dalle “agenzie” di propaganda come una eresia, una bestemmia, perché viola la ratio stessa del ragionamento: la finalità del complotto è superiore alla sua esistenza.
Si faccia un esempio antico: l’8 termidoro dell’anno II (26 luglio 1794) Maximilien Robespierre – dopo un periodo di assenza dall’Aula tenne un discorso molto duro. Senza mezzi termini: “Disons donc qu’il existe une conspiration contre la liberté publique […]”. L’attacco ai suoi avversari che già si vedevano salire le scale del patibolo era chiaro, ma non esplicitato.
L’indeterminata accusa sembrava una condanna[18].
Robespierre pareva avere l’Aula in pugno. Bastò, però, che si alzasse una voce a chiedere i nomi dei cospiratori e l’edificio retorico dell’Incorruptible crollò. Cosa successe il giorno dopo è storia!
Già nel passato la teoria del complotto e la sua divulgazione passava tramite la reticenza.
Fra i due prototipi sopravvisse e prese vigore il terzo tipo della teoria del complotto, destinato a fondersi, di volta in volta, con i primi due, e cioè quello della cospirazione ebraico massonica[19].
Il complotto del “terzo tipo” apparve (ed appare il più insidioso e pervicace in quanto evocava in un unico stereotipo le due causalità diaboliche, per usare una espressione cara agli esorcisti: il denaro e l’alterità.
Ebrei e massoni, i senza patria erano i corruttori della tradizione, della cultura e dei valori su cui dovevano poggiare le nazioni (se si vuole dare una interpretazione di destra).
Nello stesso tempo prendeva forma la tesi formulata dal giovane Marx di una identità fra “capitalismo” ed “ebraismo”[20] (se si vuole dare una interpretazione di sinistra).
Stessa posizione del Filosofo di Treviri venne presa, su opposte posizioni ideologiche, da Julius Evola – non si può escludere influenzate dalle teorie del primo, che affermò – nel 1938 in La tragedia della ‘Guardia di Ferro’ romena: Codreanu – che “il giudaismo [era] riuscito a dominare il mondo con la massoneria”[21].
Queste teorie, fine a se stesse, non sarebbero sufficienti a proliferare, come un virus, nelle masse. Come accade per ogni sostanza “combustibile”, è necessario un “comburente” affinché il primo possa esplodere. Esso può essere identificato nelle “agenzie” della manipolazione della teoria del complotto a scopi politici[22].
Nella crisi di fine Ottocento – per differenze convenienze ed utilità – fu preparato il terreno per la messa in opera di quest’ultimo tipo di complotto.
Come ricorda Ciuffoletti, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, destinati ad alimentare uno dei più consolidati paradigmi della teoria del complotto del “terzo tipo” furono, in modo solo apparentemente incongruo, ma assolutamente logico, nel contrastato brodo di cultura dell’antisemitismo risorgente, confezionati a Parigi nel 1897, da agenti dell’Ochrana (il servizio segreto russo), per descrivere nei dettagli un presunto complotto ebraico diretto alla conquista del mondo.
La fortuna di questo testo nato da una agenzia al servizio di uno stato nel quale si iniziavano ad assistere ai pogrom[23] (погром) e scritto nell’allora capitale della cultura europea fu sorprendente, se si pensa il testo fu la scopiazzatura di altri testi[24].
Anche dopo la fine del secondo conflitto mondiale questo testo godette di “buona” fama e fortuna, nell’area Medio orientale, dove vennero ritenuti autentici da non pochi regimi e eminenti esponenti del potere politico e religioso.
È noto che i “Protocolli […]” vennero sponsorizzati in Egitto da Nasser[25], così come da ʿĀrif[26] in Iraq.
Tra le figure eminenti che potrebbero essere citate spicca un leader religioso palestinese: ʿIkrima Saʿīd Ṣabrī, ex Gran Mufti di Gerusalemme e dei Territori Palestinesi (dal 1994 al 2006), nominato da Arafat, e predicatore della Moschea di al-Aqsa.
Il Predicatore, l’uomo di fede e quindi di Pace, il 20 febbraio 2005, commentando l’assassinio di Rafīq al-Harīrī dichiarò “chiunque studi i ‘Protocolli dei Savi di Sion’ e in special modo il Talmud scoprirà che uno degli obiettivi di questi Protocolli è di provocare la confusione mondiale e di minare la sicurezza in tutto il mondo”[27].
Non stupisce che siano state date alle stampe nuove edizioni dei Protocolli e ne siano stati introdotti come libri di testo per le scuole.
Giusto come nota di colore si ricorda che la Carta fondatrice di Hamas (Movimento di Resistenza Islamico), emanata il 18 agosto 1988, affermi che I Protocolli dei Savi di Sion incarnano il piano dei sionisti.
Non basta, in quel sottile punto di cesura dove l’analisi e la cronaca si confondono si ricorda che il 13 dicembre 2025 su X, Mads Palsvig, già fondatore, nel 2020, di un partitello dal nome “Folkepartei (partito del Popolo) JFK21” ed ora presidente del Partito per la Prosperità (VelstandsPartiet) lascia questa nota: “Che sorpresa: il capo dei ribelli siriani alias Isis, alias Israel Secret Intelligence Service Al-Julani è ebreo e si è laureato presso la facoltà di giurisprudenza islamica di Tel Aviv”.
Ecco comparire la longa manus israeliana! L’autore è abituale mestatore dei più vari complotti “giudo-plutocratici” (per utilizzare antiche espressioni).
Tutto resterebbe nell’ambito della curiosità se il post non avesse trovato facile sponda in un vasto pubblico, che sarebbe troppo comodo ridurre all’espressione del disagio.
Ecco quindi che – come a rilanciare – un certo Harun Kimani risponde che il vero nome del nuovo raiss di Damasco sarebbe Yonatan Zvi-David, “una talpa del Mossad”.
Viene citata la versione on line dello storico quotidiano Yediot Ahronoth che, nel 2013, rivelò che negli anni ’50 “spie del Mossad sposarono delle arabe per nascondere la propria identità. Gli agenti segreti del Progetto Ulisse del Mossad assunsero false identità, sposarono palestinesi, ebbero figli, il tutto mentre fornivano informazioni agli operatori israeliani”[28].
Ecco che il cerchio si chiude: in un’epoca ormai priva di punti di riferimenti certi, dove – in Occidente – il pessimismo ha preso il posto dell’ottimismo è masochisticamente consolatorio baloccarsi con ogni possibile speculazione complottistica.
Gli equilibri demografici ed economici cambiano, non certamente a vantaggio del vecchio mondo dominante?
Troppo facile (o troppo complesso) pensare che ciclicamente le civiltà si alternano, seppure con cicli di millenni.
Più facile immaginare un disegno[29].
Che le vicende che “naturalmente” avvengano (sempre che si possa parlare di “naturalità” in una società antropica, che è la negazione stessa di natura) possano essere cavalcate, sfruttate, e pilotate dai, cosiddetti, poteri “forti” ed emergenti (e, quindi, occulti) è cosa certa, ma nulla certifica la pianificazione ex ante.
O forse no! La pistola del Grande fratello è puntata alla mia nuca ed io lo amo![30]
Note e riferimenti bibliografici:
[1] Cfr. E. Fromm, Fuga dalla libertà, Milano Ed. di Comunità, 1963 (Escape from Freedom, New York, Farrar & Rinehart, 1941).
[2] U. Eco, Il pendolo di Foucault, Milano, Bompiani, 1988, p. 9.
[3] U. Eco, op. cit., p. 322.
[4] Se nel Bel Paese – ed in genere nei paesi latini – le teorie del complotto sembrano, da sempre, essere alla base di un certo dibattito politico, nel mondo anglosassone esse sono un fuoco di paglia: le torri gemelle, la morte di Kennedy ecc sono oggetto di sofisticate teorie che vengono, poi, anestetizzate da “rapporti ufficiali” parlamentari. Non che questi ultimi siano particolarmente solidi, ma il pragmatismo, insito, nella mente anglosassone trova nella “versione ufficiale” un conforto alle insicurezze ed ai dubbi.
Ben diverso il caso del complotto “pop”. Si hanno famosi esempi: il PID (Paul is dead), riferito ad una possibile morte di Paul Mc Cartney avvenuta nel 1966 e con la sostituzione dell’Autore con un sosia.
In modo rocambolesco sarebbero vivi Tupac Shakur e Michael Jackson, così come Elvis Presley e Jim Morrison.
Altrettanto succulenta la teoria che Beyoncé, Jay-Z, Lady Gaga o Rihanna facciano parte di una società segreta (gli Illuminati) e utilizzino simboli occulti nei loro video musica.
Ancora negli anni Novanta era in commercio – negli Stati Uniti – un mensile cartaceo che gioiosamente viveva di queste panzane, tanto estreme da non essere per nulla credibili.
[5] A. Chiarabini, La seduzione delle teorie del complotto nell’era dell’incertezza, https://www.lachiavedisophia.com/la-seduzione-delle-teorie-del-complotto-nellera-dellincertezza/
[6] M. Barkun, A Culture of Conspiracy: Apocalyptic Visions in Contemporary America, Berkeley (Cal), Universiti of California Press, 2003
[7] https://www.treccani.it/vocabolario/echo-chamber_(Neologismi)/
[8] Cfr. Z. Ciuffoletti, Retorica del complotto, Milano, Il Saggiatore, 1993, p.9.
[9] D. Groh, La seduzione delle teorie cospiratorie […], in “Comunità”, nn. 193-194, 1992, p.5
[10] Z. Ciuffoletti, op. cit., p. 12.
[11] Non è privo di senso ricordare come fra il tardo medioevo e la prima età moderna, fece per la prima volta la sua comparsa nella storia europea una teoria cospiratoria come nucleo di un complesso modello interpretativo. La bolla di Giovanni XXII, Super illus del 1326 equiparava stregoneria ed eresia a dava all’Inquisizione l’incarico di perseguirle.
Uno dei primi best seller della storia del libro – ci ricorda Ciuffoletti – fu il Malleus maleficarum, redatto nel 1487 da Jacob Sprenger e Heinrich Hinstitor, due domenicani mandati da Innocenzo VIII come inquisitori in Germania.
Il libro rappresentò, fino al xvii secolo l’interpretazione dell’equazione: stregoneria = sabba = eresia. Come causa degli sconvolgimenti dell’ordine armonico della chiesa, della società e della natura.
[12] K. R. Popper, Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 213. (Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge, New York, Basic Book, 1962)
[13] https://online.scuola.zanichelli.it/testiescenari/files/2009/05/p1101.pdf
[14] Come non ricordare l’essenza della questione “morale” di Enrico di Berlinguer, che nella dicotomia “noi” (buoni) e gli “altri” (cattivi) sembra configurare una macchinazione avversa alle magnifiche progressive sorti del comunismo italiano, già in affanno.
[15] H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Milano, Ed. di comunità, 1996, p. 485-486 (The Origins of Totalitarism, New York, Schocken Books, 1951).
[16] Cfr. M. Rizzi, La secolarizzazione debole. Violenza, religione, autorità, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 19-22.
[17] Espressione sarcastica di Giacomo Leopardi che si trova ne “La ginestra” scritta nel 1836 e pubblicata postumo nel 1845.
[18] Con la presentazione di una nuova legge attinente la procedura operativa del Tribunale rivoluzionario del 22 pratile dell’anno II (10 giugno 1794) venivano soppressi i difensori degli imputati di fronte alla Corte Tribunale rivoluzionario; veniva ugualmente soppresso l’interrogatorio preliminare, venivano ritenute sufficienti per la condanna le cosiddette “prove morali”.
[19] Cfr. L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, Firenze, La nuova Italia, 1990, vol. III p. 37. (Histoire de l’antisémitisme IV voll. Paris, Calmann-Lévy, 1955-1977)
[20] K. Marx, Zur Judenfrage in https://www.marxists.org/archive/marx/works/1844/jewish-question/index.htm
[21] https://www.rigenerazionevola.it/la-tragedia-della-guardia-di-ferro-romena-codreanu-i-parte/
[22] In epoca contemporanea, la prima di esse – perlomeno come braccio operativo di una istituzione statuale, fu l’Ochrana, istituita in Russia dallo zar Alessandro III istituita nel 1881, in luogo della precedente Terza sezione, esistente dal 1826. https://it.wikipedia.org/wiki/Ochrana
[23] attacchi di matrice antisemita, operati, spesso con l’appoggio delle autorità, nei confronti della minoranza ebraica, e i conseguenti massacri e saccheggi, durante il “periodo caldo” nella cosiddetta “zona di residenza” nell’impero russo, nel quarantennio compreso tra il 1881 e il 1921.
[24] Si sa che i falsari dell’ochrana copiarono interi brani da un libro dedicato alla malvagità di Macchiavelli (M. Joly, Dialogue aux Enfer entre Machiavel et Montesquieu, Bruxelles, 1965) e che trassero ispirazione anche da un romanzo Biarritz, pubblicato a Berlino, nel 1868 da Hermann Goedsche un funzionario delle poste prussiane, sotto lo pseudonimo di sir John Retcliffe. Nel racconto si fantasticava di tenebrosi complotto ebraici orchestrati nel cimitero ebraico di Praga. Cfr. Z. Ciuffoletti, op. cit, p. 67
[25] https://it.wikipedia.org/wiki/Gamal_Abd_el-Nasser
[26] https://it.wikipedia.org/wiki/Abd_al-Salam_Arif
[27] The anti-Jewish lie that refuses to die by Steve Boggan, The Times, 2 marzo 2005.
[28] https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-esteri/al-jolani-e-il-mito-del-complotto-ebraico/
[29] Chiaro il riferimento alla curiosa teoria del complotto del piano Kalergi
[30] Parafrasi delle ultime frasi di G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1983, pp 326-327.



