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La AI, Monet e i bias cognitivi

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L’etichetta prima dell’opera: come i nostri pregiudizi cambiano ciò che vediamo

Immaginate questa scena:

Vi mostrano un dipinto, lo osservate con attenzione, vi soffermate sui colori, sulla composizione, sulla luce. Cercate di capire cosa vi trasmette. Magari vi piace…magari no. Ma il giudizio nasce dall’incontro diretto tra voi e quell’opera. Poi qualcuno vi dice una sola frase. “È stata fatta con l’intelligenza artificiale.” Ed è sorprendente quanto quella semplice etichetta possa modificare tutto. Ovviamente non il dipinto, ma Voi e il vostro modo di guardarla.

Claude Monet, Nymphéas, circa 1915.
Claude Monet – Nymphéas

Qualche tempo fa c’è stato un esperimento che ha fatto il giro del web: un utente di X, noto con lo pseudonimo SHL0MS, ha pubblicato l’immagine di una delle celebri Ninfee di Claude Monet. Nessuna modifica, nessun filtro, nessuna elaborazione. Solo una didascalia: “Made with AI.” e una domanda rivolta agli utenti: “Spiegatemi nel dettaglio perché questa immagine generata dall’AI è inferiore a un vero Monet”.

Quello che è successo nelle ore successive è stato quasi un esperimento di psicologia sociale in tempo reale. Sono comparsi centinaia di commenti. Qualcuno sosteneva che mancasse la profondità emotiva. Altri parlavano di una composizione confusa. C’era chi criticava la direzione delle pennellate, chi il colore dei bianchi, chi la disposizione dei riflessi nell’acqua. Un utente arrivò persino a pubblicare un’analisi estremamente articolata, con migliaia di parole che spiegavano perché quell’immagine fosse priva della forza pittorica tipica dell’Impressionismo.

Secondo altri era semplicemente “AI slop”, termine ormai diffusissimo per indicare contenuti generati in modo automatico e ritenuti privi di valore.

Confronto tracciato da un utente tra due dipinti di ninfee di Claude Monet.
“Analisi” di un utente

Poi arrivò il colpo di scena: Quel dipinto non era stato generato da nessuna intelligenza artificiale. Era uno dei circa 250 pannelli delle Ninfee realizzati da Claude Monet tra la fine dell’Ottocento e gli ultimi anni della sua vita nel giardino di Giverny. Una delle serie più importanti della storia della pittura occidentale.

Improvvisamente molti commenti scomparvero. Molti utenti cancellarono le proprie analisi. Non perché il quadro fosse cambiato, ma perché era cambiata l’etichetta. Cioè, detto in parole semplici, il quadro non era cambiato, ma era cambiato il cervello di chi lo osservava.

La tentazione è quella di liquidare l’episodio con una risata e un commento tranchant: “Non capiscono nulla.” Ma…sarebbe un errore. Perché quella vicenda racconta qualcosa che riguarda tutti noi.

Non parla di ignoranza. Parla del funzionamento del cervello umano. Noi non osserviamo mai la realtà in modo completamente neutrale. Ogni informazione che riceviamo PRIMA dell’osservazione, modifica il modo in cui interpretiamo ciò che vediamo. È uno dei principi fondamentali della psicologia cognitiva.

Il nostro cervello non registra semplicemente il mondo. Lo interpreta. E spesso lo interpreta ancora prima che noi ce ne rendiamo conto.

Il peso enorme dei bias cognitivi

In psicologia il termine bias cognitivo indica una scorciatoia mentale. Il cervello, per risparmiare energia, utilizza continuamente schemi, aspettative e informazioni pregresse. È un sistema estremamente efficiente, ma non sempre accurato.

Tra i bias più importanti troviamo il cosiddetto “confirmation bias”, il pregiudizio di conferma: Se siamo convinti che qualcosa sia mediocre, tenderemo inconsciamente a cercare prove della sua mediocrità. Se invece crediamo che sia un capolavoro, il nostro cervello inizierà a individuare elementi che confermino quella convinzione.

Esiste poi il “framing effect”: Il modo in cui un’informazione viene presentata modifica profondamente il giudizio finale. Dire: “Questo quadro è stato dipinto da Monet” oppure “Questo quadro è stato generato da un algoritmo” non cambia il quadro. Cambia il contesto mentale nel quale viene osservato. Ed è sufficiente.

Confronto tra due modi di presentare la stessa quantità di zuccheri.
Il framing nel marketing: la stessa quantità di zuccheri presentata come riduzione del 90% o presenza del 10%.

Un altro meccanismo potentissimo è “l’effetto alone” (halo effect): Se attribuiamo prestigio all’autore, tenderemo automaticamente a giudicare migliore anche la sua opera. È lo stesso motivo per cui un oggetto firmato da un grande designer viene percepito come più elegante di uno identico, ma anonimo.

Infine troviamo il “pregiudizio dell’origine”. Attribuiamo valore non tanto all’oggetto, quanto alla sua provenienza. Lo stesso vino, lo stesso quadro, la stessa fotografia, assumono un significato completamente diverso in base a ciò che crediamo sappiano raccontarci.

Diagramma del bias di conferma tra fatti oggettivi e convinzioni.
Schema del bias di conferma: ciò che vediamo emerge dall’intersezione tra fatti oggettivi e conferme alle nostre convinzioni.

La ricerca scientifica conferma tutto questo. Negli ultimi anni diversi gruppi di ricerca hanno studiato il modo in cui le persone giudicano le immagini generate dall’intelligenza artificiale. Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2024 ha mostrato un risultato estremamente interessante.

Quando le opere vengono presentate senza specificare chi le abbia prodotte, molte immagini generate dall’AI vengono valutate positivamente, talvolta addirittura quanto opere realizzate da esseri umani.

Ma appena compare l’etichetta “generata con AI”, il giudizio cambia drasticamente. Le stesse identiche immagini vengono considerate meno creative, meno emozionanti, meno autentiche. Non è cambiata l’opera. È cambiata l’aspettativa. E l’aspettativa modifica la percezione.

Esperimenti e pregiudizi

L’effetto etichetta non riguarda soltanto l’arte. Pensate che questo fenomeno riguardi solo i dipinti? Tutt’altro. È uno dei meccanismi psicologici più studiati degli ultimi decenni.

Il Pepsi Challenge. Negli anni Settanta Pepsi organizzò una serie di degustazioni alla cieca: Due bicchieri, nessun marchio. Le persone dovevano semplicemente scegliere quale bevanda preferissero. In moltissimi casi vinceva Pepsi.

Poi però comparivano le lattine. Comparivano i loghi. Comparivano i colori. E improvvisamente la preferenza cambiava.

Lattine di Pepsi e Coca-Cola messe a confronto.
Pepsi e Coca-Cola a confronto nel Pepsi Challenge.

Anni dopo il neuroscienziato Read Montague ripeté il confronto utilizzando la risonanza magnetica funzionale. Quando le persone bevevano senza conoscere il marchio, il cervello reagiva prevalentemente agli stimoli gustativi. Quando invece vedevano il marchio Coca-Cola, si attivavano aree coinvolte nella memoria autobiografica, nelle emozioni e nelle associazioni culturali.

Non stavano più soltanto assaggiando una bibita. Stavano assaggiando i ricordi. Le pubblicità dell’infanzia. Le feste, il Natale, le emozioni costruite da oltre un secolo di comunicazione.

Anche con il vino è successo qualcosa di analogo anzi, per certi versi, ancora più indicativo, in quanto ha coinvolto non semplici bevitori, ma esperti enologi e assaggiatori.

L’esperimento più celebre appartiene al ricercatore francese Frédéric Brochet. Coinvolse appunto decine di studenti ed esperti di enologia. Servì loro lo stesso identico vino bianco. Una parte fu semplicemente colorata di rosso con un colorante alimentare inodore. Gli assaggiatori iniziarono immediatamente a descrivere aromi tipici dei vini rossi: Frutti di bosco, spezie, tannini, corposità. Elementi impossibili da trovare in quel vino.

In un secondo esperimento Brochet utilizzò ancora una volta lo stesso vino. Questa volta cambiò soltanto la bottiglia. Una riportava un’etichetta da “grand cru”, l’altra sembrava appartenere a un vino economico. Il contenuto era identico. Le recensioni completamente diverse.

Lo stesso fenomeno esiste anche nella medicina. Persino il nostro corpo può essere influenzato dalle aspettative. È il celebre effetto placebo.

Una compressa priva di principio attivo può produrre miglioramenti reali semplicemente perché il paziente è convinto di ricevere una cura efficace. Ed esiste persino il suo opposto: L’effetto nocebo. Se crediamo che qualcosa ci farà male, aumentano le probabilità di percepire realmente effetti negativi. Il cervello modifica l’esperienza. Non solo il giudizio.

Claude Monet, Impression, soleil levant, 1872.
Impression, soleil levant” di Monet

Anche i grandi artisti sono stati vittime dei pregiudizi. Ogni rivoluzione artistica è stata inizialmente respinta. Quando gli Impressionisti esposero le loro opere nel 1874 furono derisi. Il termine “Impressionismo” nacque addirittura come insulto, ispirato proprio al dipinto “Impression, soleil levant” di Monet.

Si diceva che quei quadri sembrassero incompiuti. Che fossero semplici schizzi. Che mancassero di tecnica. Oggi sono tra le opere più amate al mondo. Lo stesso accadde con Van Gogh, Cézanne, Picasso, Kandinskij, Pollock…

Ogni nuova forma espressiva viene inizialmente interpretata attraverso il filtro del pregiudizio.

Le innovazioni tecnologiche viste dalla parte sbagliata

Successe anche con la fotografia. Quando la fotografia fece la sua comparsa nel XIX secolo molti pittori la considerarono una minaccia. “Non è arte.” “È una macchina che fa tutto da sola.” Le stesse identiche frasi che oggi sentiamo rivolgere all’intelligenza artificiale.

Poi arrivarono fotografi come Nadar, Alfred Stieglitz, Edward Weston, Henri Cartier-Bresson, Sebastião Salgado. E fu evidente che possedere una macchina fotografica non significava automaticamente essere un fotografo. Lo strumento era identico. Le differenze erano tutte nella sensibilità di chi lo utilizzava.

Photoshop avrebbe dovuto distruggere l’arte… Negli anni Novanta Photoshop veniva accusato di cancellare il talento. Oggi nessun professionista della fotografia, della grafica, dell’editoria o della comunicazione potrebbe lavorare senza strumenti digitali.

Non perché sostituiscano la creatività. Perché la amplificano.

Lo stesso vale per la modellazione 3D, per il montaggio video, per il disegno digitale, per la musica elettronica. Ogni innovazione tecnologica attraversa quasi sempre quattro fasi.

Prima viene ridicolizzata, poi viene demonizzata, successivamente viene accettata, infine…diventa invisibile.

E allora l’AI è arte?

La domanda, forse, è posta male. Un pennello non è arte. Un pianoforte non è musica. Una macchina fotografica non è fotografia. Un software non è creatività. Sono strumenti.

La qualità del risultato dipende da chi li utilizza, dalle idee, dalla cultura visiva, dalla capacità di scegliere, correggere, eliminare, ripensare.

L’intelligenza artificiale permette oggi di produrre moltissime immagini mediocri. È vero. Ma lo stesso vale per le fotografie. Per i dipinti. Per i romanzi. Per i video. La facilità di produzione aumenta inevitabilmente anche la quantità di opere dimenticabili.

Non significa che sia impossibile realizzare lavori di grande qualità. Significa semplicemente che il talento continua a fare la differenza.

Il vero rischio non è l’intelligenza artificiale. È smettere di guardare.

Quando giudichiamo un’opera esclusivamente dall’etichetta, dal nome dell’autore o dalla tecnologia utilizzata, stiamo rinunciando alla parte più bella dell’esperienza estetica. Quella dell’incontro diretto, quella dello stupore, che ci obbliga a mettere in discussione noi stessi. Perché l’arte, da sempre, non serve a confermare ciò che già pensiamo. Serve a incrinarlo.

Una riflessione finale: La storia del falso “Monet generato con l’AI” non dimostra che l’intelligenza artificiale abbia raggiunto Monet, ma dà un indizio di qualcosa di molto più interessante e cioè che il nostro cervello vede molto meno di quanto crediamo.

Prima ancora di osservare un’opera, stiamo già costruendo un giudizio. Lo facciamo continuamente. Con l’arte. Con il vino. Con le automobili. Con i marchi. Con le persone. Perfino con le idee. Quindi la lezione più importante non riguarda l’intelligenza artificiale. Riguarda noi.

La prossima volta che vi troverete davanti a un quadro, a una fotografia o a qualsiasi altra forma di espressione, provate a fare un piccolo esperimento.

Guardatela davvero. Senza leggere prima il cartellino. Senza cercare il nome dell’autore. Senza sapere quanto costa. Senza chiedervi se l’ha realizzata un pittore, un fotografo o un algoritmo.

Solo allora potrete scoprire una cosa sorprendente. Che, molto spesso, l’opera non era cambiata affatto. Era cambiato soltanto il modo in cui il vostro cervello aveva deciso di guardarla.


Riferimenti bibliografici:

  • Gangadharbatla, H. (2022). The Role of AI Attribution Knowledge in the Evaluation of Art. Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts.
  • Chamberlain, R., Ha, T., & altri (2024). Artificial Intelligence, Authorship and Aesthetic Judgments. Nature Human Behaviour.
  • Daniel Kahneman (2011). Thinking, Fast and Slow. (Edizione italiana: Pensieri lenti e veloci.)
  • McClure, S. M., Li, J., Tomlin, D., et al. (2004). Neural Correlates of Behavioral Preference for Culturally Familiar Drinks. Neuron, 44(2), 379–387.
  • Frédéric Brochet (2001). Le goût du vin.
  • Brochet, F. (2001). The Tasting of Grand Cru Labels.
  • Denis Dutton (2009). The Art Instinct.
  • John House (1986). Monet: Nature into Art.
  • Ernst H. Gombrich. Art and Illusion (1960).
  • Ernst H. Gombrich. The Story of Art.


Sullo stesso argomento, dal canale YouTube dell’autore:

  • (Napoli, 1970), è un antiquario specializzato in Tappeti ed arte Orientale.
    Appassionato di musica e storia, già durante gli studi universitari di Ingegneria Elettronica, si interessa al lavoro della madre, fondatrice della Persepolis, una importante galleria di tappeti.
    Nel 1996 realizza uno dei primi siti web del settore, www.persepolis.it e diventa poi, nel 2001, il più giovane Presidente dell'Associazione Napoletana Antiquari, nonchè consigliere FIMA (Federazione Italiana Mercanti d'Arte) organizzando due edizioni della Mostra Antiquaria Internazionale "Reggia di Portici".
    Dopo l'esperienza associativa, espande l'attività della sua azienda interessandosi, oltre all'Arte Orientale, anche all'Antiquariato Europeo, confermandosi come punto di riferimento nel settore.
    A Giugno 2025 inizia la sua avventura social, che in pochi mesi, grazie a video che parlano di storia dell'arte, lo porta ad una discreta notorietà.

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