MusicaScienze Sociali e Umanistiche

Quando l’imprevisto diventa arte

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Il rito dello spettacolo dal vivo nell’epoca dell’intelligenza artificiale

È davvero finito il tempo dello spettacolo dal vivo? La domanda ritorna continuamente nel nostro presente dominato dagli schermi.

Ogni volta che assistiamo a un concerto in streaming, ogni volta che un algoritmo scrive musica o genera immagini, ogni volta che una voce sintetica imita perfettamente quella di un cantante reale, qualcuno annuncia la fine del teatro, del concerto, della presenza fisica, dell’arte vissuta insieme.

Eppure, basta entrare in un teatro pochi minuti prima che si abbassino le luci, oppure trovarsi dentro uno stadio colmo di persone durante una finale o un grande concerto, per accorgersi che qualcosa continua a sfuggire alla tecnologia. Esiste ancora un bisogno profondamente umano di condividere uno spazio, un’attesa, un rischio, perfino un errore. Forse perché lo spettacolo dal vivo non è mai stato soltanto spettacolo, è rito!

L’etologo Desmond Morris lo aveva intuito perfettamente nel suo celebre The Soccer Tribe. Secondo Morris il calcio contemporaneo non è soltanto uno sport, ma una forma moderna di tribalismo rituale. Lo stadio diventa il luogo simbolico dove una comunità si riconosce attraverso colori, cori, simboli, gerarchie e appartenenze. I tifosi vivono il rito collettivo come antiche tribù; i giocatori diventano guerrieri simbolici; il campo una arena ritualizzata in cui la società scarica tensioni e passioni profonde.

Desmond Morris
Desmond Morris

Ma questa dinamica non riguarda soltanto il calcio. Anche il teatro, l’opera lirica, i grandi concerti e gli eventi culturali più prestigiosi funzionano secondo rituali collettivi sorprendentemente simili. La Prima della Scala, ad esempio, non è semplicemente l’inaugurazione di una stagione teatrale. È una cerimonia sociale quasi sacra. Esistono codici impliciti: il modo di vestirsi, il comportamento, l’attesa mediatica, il prestigio dell’invito, persino il modo di applaudire o contestare. Tutto segue convenzioni condivise. Lo stesso accade ogni anno con il Concerto di Capodanno di Vienna. Gli spettatori elegantissimi, i fiori, la ritualità degli applausi, i bis immancabili, il “Bel Danubio Blu”, la “Marcia di Radetzky” battuta a tempo dal pubblico: non è soltanto musica, è una liturgia contemporanea. La ripetizione stessa del rito rassicura, unisce, crea comunità.

In fondo il teatro vive da sempre di convenzioni. Il pubblico accetta volontariamente di credere a ciò che sa essere finto. Si commuove davanti a castelli di cartapesta, morti simulate, passioni costruite. È uno dei più straordinari atti collettivi dell’immaginazione umana. Non a caso tra Settecento e Ottocento il tema delle “convenienze” e delle “inconvenienze teatrali” divenne oggetto di satira. Antonio Simone Sografi scrisse nel 1794 e poi nel 1800 due celebri commedie dedicate proprio al mondo del teatro: rivalità tra artisti, vanità, capricci, incidenti di scena, assurdità dietro le quinte. Quelle opere confluirono successivamente nel libretto buffo musicato da Gaetano Donizetti tra il 1827 e il 1831 con il titolo Le convenienze ed inconvenienze teatrali. Un’opera esilarante in cui il teatro ride di se stesso e delle proprie fragilità. Perché il vero cuore dello spettacolo dal vivo è forse proprio questo equilibrio fragile tra convenzione e inconveniente, l’imprevisto, ciò che rompe il rito e proprio per questo lo rende memorabile.

La storia del teatro e della musica è piena di episodi diventati leggendari perché qualcosa, improvvisamente, sfuggì al controllo. Uno dei più celebri riguarda la violoncellista Jacqueline du Pré durante una esecuzione del Concerto di Elgar. Nel pieno dell’esibizione si spezzò una corda del suo violoncello. Du Pré si fermò immediatamente e con lei tacque anche l’orchestra. Con assoluta calma annunciò al pubblico che avrebbe sostituito la corda e si ritirò dietro le quinte. Sul palco il direttore Daniel Barenboim si mise seduto sul palco in silenzio ad aspettarla. Quando la violoncellista tornò, il concerto riprese dall’inizio. E ancora una volta il Concerto di Elgar riuscì a incantare gli spettatori. In quella pausa inattesa non c’era soltanto professionalità. C’era tutta la vulnerabilità dell’arte vera.

Jacqueline du Pre – il Concerto di Elgar.

L’opera lirica, poi, sembra vivere da sempre sul confine tra sublime e catastrofe. Celebre resta il “disastro” del 1954 durante una rappresentazione del Rigoletto all’Opéra de Paris. Nel momento più drammatico dell’aria “Cortigiani, vil razza dannata”, la gobba del protagonista iniziò lentamente a scivolare dalla schiena verso il basso fino a trasformarsi in qualcosa di molto simile a un improbabile fondoschiena. La tragedia verdiana cedette improvvisamente il posto a una comicità involontaria.

Ancora più surreale quanto accadde nel 1960 al Metropolitan di New York durante una Tosca. Secondo uno degli aneddoti più celebri del mondo lirico, alcuni tecnici ostili al soprano sostituirono il materasso nascosto dietro gli spalti di Castel Sant’Angelo con un tappeto elastico. Così, invece di sparire tragicamente nel vuoto, Tosca rimbalzò più volte davanti a un pubblico incredulo.

E talvolta il teatro sfiora davvero il pericolo. Nel 1995, durante una Tosca allo Sferisterio di Macerata, il tenore Marco Armiliato crollò realmente sotto i colpi del plotone di esecuzione: i fucili caricati a salve avevano troppa polvere da sparo. Per alcuni istanti nessuno capì se fosse finzione o realtà.

Ma anche lo sport produce continuamente momenti simili. Nel 1908, durante la maratona olimpica di Londra, Dorando Pietri entrò nello stadio completamente stremato. Era primo, ma era ormai allo stremo delle forze. Confuso, sbagliò direzione, cadde più volte e venne aiutato a rialzarsi dai giudici. Tagliò il traguardo per primo ma fu squalificato proprio per quell’aiuto ricevuto. Eppure, il pubblico lo trasformò nell’eroe morale di quelle Olimpiadi. Non vinse l’oro, ma ottenne qualcosa di più raro: la memoria eterna del gesto umano.

Nel 1993 il mondo del tennis rimase sconvolto quando Monica Seles venne accoltellata durante un torneo ad Amburgo da uno spettatore ossessionato dalla sua rivale. Anche in quel caso il pubblico comprese improvvisamente quanto fragile sia il confine tra spettacolo e realtà.

In realtà il Novecento e il nuovo millennio ci hanno mostrato anche un’altra possibilità: quella della tecnologia capace di creare meraviglia. Quando vedemmo per la prima volta Forrest Gump ricevere la medaglia d’onore da un presidente degli Stati Uniti già morto al momento dell’uscita del film, restammo stupiti. Per la prima volta il cinema sembrò capace di manipolare il tempo stesso. La finzione entrava nella Storia con una naturalezza sconvolgente.

Lo stesso senso di meraviglia accompagnò il celebre duetto virtuale “Unforgettable”, in cui Nat King Cole — morto da anni — sembrava cantare insieme alla figlia Natalie Cole. La tecnologia riusciva a creare un incontro impossibile tra passato e presente, tra assenza e presenza. E il pubblico, davanti a quella magia artificiale, si emozionava davvero.

Unforgettable – Natalie Cole e Nat King Cole

Oggi l’intelligenza artificiale porta questa possibilità a un livello ancora più estremo. L’IA può già scrivere musica, creare scenografie, simulare voci, correggere stonature, costruire avatar digitali, generare attori virtuali e perfino imitare artisti scomparsi. Alcuni concerti utilizzano performer digitali; altri modificano in tempo reale le scenografie in base alle reazioni del pubblico. La perfezione tecnica è ormai sempre più vicina. Ma proprio qui nasce la domanda più importante e cioè può esistere spettacolo senza rischio?

Una macchina non prova paura prima di entrare in scena e certamente non conosce il tremore della voce, il vuoto di memoria, il panico dell’errore, la tensione di un pubblico reale. Può simulare l’emozione, ma non viverla. E forse è proprio questo che rischiamo di perdere. Perché ciò che rende indimenticabile uno spettacolo non è sempre la perfezione tecnica. A volte è proprio ciò che sfugge al controllo: una corda che si spezza, una gobba che scivola, una caduta, un salto sbagliato, un atleta che si rialza. Sono certamente “incidenti”, ma sono anche la prova che davanti a noi non c’è un algoritmo, c’è un essere umano.

E forse il futuro dello spettacolo dal vivo dipenderà proprio da questo: dalla nostra capacità di continuare a riconoscere valore non nella perfezione, ma nell’emozione autentica dell’imperfezione condivisa.

Come scriveva Samuel Beckett:

Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

  • Musicista / violoncellista, da sempre interessata alla divulgazione della musica ed in particolare di quella antica realizzata con strumenti originali e con prassi esecutive adeguate.
    Ha suonato in diversi gruppi e conosce differenti realtà musicali: dalla musica classica a quella tradizionale, fino alla musica dei giorni nostri attraverso la collaborazione con alcuni cantautori liguri. Si interessa di musica a 360° incrementando il suo bagaglio di conoscenze, partendo da un diploma ottenuto al Conservatorio di Musica di Genova, per svilupparsi con la partecipazione a concerti ed a spettacoli musicali diversi.
    Ha effettuato svariati concerti in Italia e all’estero (Francia, Germania, Svizzera, Scozia) come violoncellista in molti gruppi (tra i quali: Caledonian Companion, Orchestra Barocca Italiana, Myrddn Quartet, Modo Antiquo).
    Ha inciso diversi CD per le case discografiche Bongiovanni, Edipan, Arion, De Vega e ha effettuato diverse registrazioni per la Radio Svizzera Italiana.
    Dirige fin dalla sua nascita l’associazione culturale “Accademia del Chiostro” che organizza da anni spettacoli all’interno dei musei e dei palazzi storici presenti in Genova e in Liguria. Nel 2019 è iniziato il lento rinnovamento che ha portato alla trasformazione definitiva di Accademia del Chiostro da associazione culturale ad associazione di promozione sociale.
    All’interno dell’associazione ha costituito un’orchestra stabile di archi che è specializzato nell’esecuzione del repertorio dal periodo classico ai giorni nostri e che comprende tutti professionisti di primissimo piano, unendo giovani talenti emergenti ed artisti forti di un affiatamento derivante da una collaborazione pluridecennale.
    Ha fatto parte del Comitato Scientifico della collana Mnemosine Edizioni Licosia occupandosi del settore Musica e Danza e della sezione Fidapa sezione di Genova, di Terziario Donna, di Ascom Arte e di Aidda.

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