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Va bene la musica… ma di lavoro cosa fai?

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Viaggio nella professione del musicista: dalla nascita dell’opera italiana alla precarietà moderna tra Europa, America, Asia e Africa

La figura del musicista professionista è una delle più antiche della storia umana e, allo stesso tempo, una delle più fragili dal punto di vista sociale ed economico. Nessuna civiltà è mai esistita senza musica. La musica accompagna la religione, il teatro, il potere, le guerre, il cinema, la televisione, le celebrazioni popolari e persino la vita quotidiana. Eppure, chi la musica la crea, la studia e la esegue continua ancora oggi a vivere una condizione paradossale: essenziale culturalmente, ma spesso fragile economicamente.

In Italia questa contraddizione assume quasi un valore simbolico. Molti musicisti conoscono bene quella frase pronunciata con leggerezza, ma capace di racchiudere un intero problema culturale: “Ah, fai il musicista? Bello… ma di lavoro cosa fai?” Come se la musica non fosse davvero un lavoro. Come se dietro uno strumento, un concerto o una partitura non ci fossero anni di studio specialistico, sacrifici economici, allenamento quotidiano e competenze costruite in decenni. Il musicista, però, nasce storicamente proprio come professionista.

Nel Medioevo e nel Rinascimento il musicista non era un artista “libero” come lo intendiamo oggi. Era soprattutto un professionista al servizio di una corte, di una chiesa, di una monarchia o di una città-stato. Le cappelle musicali rinascimentali erano vere istituzioni professionali, spesso composte da cantori, strumentisti e compositori stipendiati stabilmente dai principi o dalle autorità religiose. La musica aveva una funzione centrale nella rappresentazione del potere: serviva a celebrare cerimonie, incoronazioni, festività religiose e la magnificenza delle grandi corti europee.

Miniatura raffigurante musicisti medioevali di corte.
Miniatura raffigurante musicisti medioevali di corte.

Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento nasce poi una delle invenzioni più straordinarie della cultura italiana: l’opera lirica. Le sue origini vengono generalmente associate a Claudio Monteverdi, che con opere come L’Orfeo contribuì a trasformare il nuovo melodramma in una forma artistica compiuta. Per la prima volta musica, teatro, poesia e scenografia si unirono in un unico grande linguaggio spettacolare.

Nel corso del Settecento l’opera italiana si evolve ulteriormente e conquista tutta l’Europa. Da Venezia a Napoli, fino alle corti di Vienna e Londra, il melodramma diventa il principale spettacolo musicale del continente. È uno dei momenti più alti della cultura italiana: l’Italia inventa un linguaggio musicale universale destinato a influenzare profondamente tutta la musica occidentale. Non è un caso che gran parte del vocabolario internazionale della musica sia ancora oggi in italiano: “soprano”, “tenore”, “allegro”, “adagio”, “concerto”, “andante”, “forte”, “piano”. Anche compositori stranieri adottavano naturalmente questi termini, riconoscendo all’Italia una sorta di primato culturale nel campo musicale.

Tra Ottocento e Novecento la figura del musicista cambia ancora profondamente. Nascono i grandi teatri moderni, le orchestre sinfoniche permanenti, il concertismo internazionale e i conservatori come istituzioni pubbliche di alta formazione. Il compositore e l’esecutore iniziano progressivamente a emanciparsi dal servizio esclusivo presso una corte o una chiesa, diventando artisti riconosciuti dal pubblico e dal mercato culturale. È l’epoca di figure come Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Arturo Toscanini, protagonisti di una musica ormai globale, capace di attraversare confini e parlare a pubblici internazionali.

Stampa raffigurante l'interno del teatro La Fenice di Venezia nel 1837.
Stampa raffigurante l’interno del teatro La Fenice di Venezia nel 1837.

Ritornando al discorso iniziale relativo alla posizione del musicista si può affermare che per molto tempo entrare in orchestra o insegnare in conservatorio significava conquistare una posizione sociale importante, stabile e rispettata. Oggi quel mondo è cambiato radicalmente. Gli sbocchi professionali nella musica classica esistono ancora: orchestre; fondazioni liriche; insegnamento; attività concertistica; musica da camera; composizione; accompagnamento pianistico; direzione d’orchestra; registrazioni; lavoro teatrale; ma purtroppo i posti realmente stabili sono sempre meno.

La vita della maggior parte dei musicisti italiani è fatta di collaborazioni occasionali, concorsi, sostituzioni, cachet variabili, tournée brevi, insegnamento privato e continui spostamenti. Ed è qui che emerge uno degli aspetti più delicati della situazione italiana: moltissimi musicisti, soprattutto quelli che non fanno parte di orchestre stabili o fondazioni importanti, svolgono anche un altro lavoro. Non è più una rarità, è quasi diventata la normalità.

C’è chi insegna nelle scuole pubbliche, chi lavora negli uffici, chi fa il grafico, il tecnico audio, il traduttore, il commesso o svolge attività completamente lontane dal mondo artistico. La musica resta il centro della propria identità, ma spesso non basta a garantire stabilità economica. Ed è qui che quella famosa domanda — “ma di lavoro cosa fai?” — assume un significato ancora più amaro.

Naturalmente esistono figure straordinarie che hanno saputo unire più professioni ad altissimo livello. Giuseppe Sinopoli rappresenta uno degli esempi più affascinanti della cultura italiana contemporanea: direttore d’orchestra, compositore, intellettuale raffinatissimo, ma anche medico e studioso di antropologia e archeologia. Più recente è il caso di Daniel Harding, celebre direttore internazionale che ha deciso di diventare anche pilota di linea. La storia è incredibilmente piena di casi simili: Aleksandr Borodin fu contemporaneamente compositore e chimico; Charles Ives lavorava nel settore assicurativo; Brian May dei Queen è anche astrofisico; Tom Scholz del gruppo Boston è ingegnere elettronico. Ma c’è una differenza fondamentale: nei grandi artisti internazionali il doppio percorso nasce spesso da curiosità culturale o scelta personale; nella realtà di molti musicisti italiani il secondo lavoro nasce dalla necessità di sopravvivere economicamente.

Brian May

Chi ha frequentato il conservatorio molti anni fa racconta un mondo completamente diverso. Prima del diploma praticamente non ci si esibiva all’esterno. Lo studio era considerato quasi una disciplina monastica. Prima veniva la tecnica, poi il palcoscenico.

A Genova, sotto la direzione di Sergio Lauricella, il clima era noto per il rigore assoluto. Lauricella, eccellente musicista e direttore severissimo, era soprannominato dagli studenti “Sergiev”, richiamando ironicamente il rigore delle scuole sovietiche. L’errore veniva corretto immediatamente e il debutto pubblico arrivava soltanto dopo anni di studio rigoroso.

Oggi il sistema è completamente diverso. Gli studenti si esibiscono continuamente già durante il percorso di studi. Anche gli allievi dei licei musicali partecipano a rassegne, tournée e progetti internazionali. Da un lato questo offre esperienza concreta; dall’altro però ha contribuito ad abbassare il valore economico della prestazione musicale. Concerti e manifestazioni vengono spesso organizzati con studenti pagati pochissimo — o non pagati affatto — in nome della “visibilità” o dell’“esperienza”. In alcuni casi gli allievi vengono portati persino all’estero per esibirsi, ma il ritorno economico reale ricade soprattutto sulle strutture organizzative e sui docenti.

Uno dei grandi problemi italiani è l’assenza di un vero albo professionale dei musicisti. Esistono associazioni e sindacati di settore, ma molti professionisti lamentano una scarsa incisività concreta: nessuna reale tutela tariffaria; lavoro gratuito diffusissimo; contributi discontinui; previdenza fragile; compensi spesso bassissimi. Il musicista freelance italiano si trova così spesso solo davanti a un mercato estremamente competitivo.

La Germania rappresenta uno dei sistemi musicali più solidi al mondo. Le orchestre pubbliche sono numerosissime e finanziati dai Länder e dallo Stato. La musica classica è considerata patrimonio culturale strategico. Esiste la Künstlersozialkasse, un sistema che aiuta artisti e musicisti autonomi nella copertura previdenziale e assicurativa. Berlino, Monaco, Lipsia, Dresda e Amburgo vivono anche di turismo musicale. Il settore musicale tedesco produce un enorme indotto economico legato a teatri, festival, formazione e turismo culturale.

In Austria la musica è parte integrante dell’identità nazionale. Vienna e Salisburgo hanno costruito un’economia culturale fortissima attorno alla musica classica. Il prestigio sociale del musicista è molto elevato e le istituzioni musicali sono considerate strategiche per l’immagine del Paese. Il turismo musicale pesa in maniera importante sull’economia culturale austriaca.

Il Musikverein di Vienna: l'edificio si erge sulla Musikvereinsplatz della capitale austriaca.
Il Musikverein di Vienna: l’edificio si erge sulla Musikvereinsplatz della capitale austriaca.

La Francia possiede uno dei sistemi più avanzati di tutela grazie al regime degli intermittents du spectacle. I professionisti dello spettacolo possono ricevere sostegni economici nei periodi senza ingaggi se raggiungono determinate giornate lavorative annuali. Molti musicisti europei guardano questo sistema con ammirazione.

Nel Regno Unito il musicista gode generalmente di un riconoscimento sociale più forte rispetto all’Italia. Organizzazioni come la Musicians’ Union forniscono tutela legale, assistenza contrattuale e rappresentanza reale. Londra resta uno dei grandi centri mondiali della musica orchestrale e teatrale.

La Russia possiede una delle tradizioni musicali accademiche più rigorose del mondo. Il sistema sovietico ha costruito scuole di altissimo livello tecnico, soprattutto nel pianoforte, nel violino e nella direzione d’orchestra. Il musicista veniva considerato una figura culturale prestigiosa e sostenuta dallo Stato. Ancora oggi i conservatori russi mantengono una reputazione straordinaria per disciplina e preparazione tecnica. Tuttavia, anche lì, dopo la fine dell’Unione Sovietica, molti musicisti hanno affrontato difficoltà economiche e una crescente necessità di cercare opportunità all’estero.

Negli Stati Uniti il sistema è fortemente legato al mercato privato. Le grandi orchestre americane possono offrire stipendi molto alti e prestigio internazionale, ma le tutele pubbliche sono limitate e la competizione è feroce. Molti musicisti lavorano contemporaneamente come performer, insegnanti universitari e freelance.

In Giappone il musicista classico gode di enorme rispetto sociale. Il pubblico giapponese della musica classica è tra i più preparati e disciplinati del mondo. L’educazione musicale viene considerata importante sin dall’infanzia. Le grandi orchestre giapponesi hanno standard altissimi e il perfezionismo richiesto ai musicisti è enorme.

Negli ultimi vent’anni la Cina ha vissuto una crescita impressionante nel campo della musica classica. Conservatori, sale da concerto, orchestre sinfoniche e competizioni internazionali sono aumentati in modo vertiginoso, trasformando il paese in uno dei nuovi grandi protagonisti della scena musicale mondiale. In molte famiglie cinesi studiare pianoforte o violino non è soltanto una scelta educativa, ma anche un simbolo di prestigio culturale e di mobilità sociale. Non è raro che bambini inizino lo studio di uno strumento fin da piccolissimi, sostenuti da un sistema sempre più competitivo e organizzato.

Questa attenzione verso la musica classica non riguarda solo l’ambito privato: la Cina la considera anche uno strumento di prestigio internazionale, una forma di “soft power” culturale capace di mostrare al mondo modernità, disciplina e raffinatezza artistica. Oggi città come Shanghai, Pechino e Shenzhen ospitano teatri e orchestre di livello internazionale, mentre giovani musicisti cinesi vincono sempre più spesso concorsi prestigiosi in Europa e negli Stati Uniti.

Eppure, tutto questo appare ancora più sorprendente se si pensa a quanto fosse diversa la situazione durante la Rivoluzione culturale, quando gran parte della musica occidentale era considerata decadente e borghese. Un momento simbolico di svolta fu raccontato nel celebre documentario From Mao to Mozart, realizzato da Murray Lerner e incentrato sulla storica tournée del violinista Isaac Stern in Cina nel 1979.

Il documentario vinse anche il premio Oscar e rappresenta una testimonianza straordinaria di un Paese che iniziava ad aprirsi nuovamente alla cultura occidentale dopo anni di isolamento. Guardando oggi quel film, colpisce il contrasto tra la cauta curiosità di allora e l’entusiasmo con cui la musica classica viene accolta nella Cina contemporanea. Ciò che un tempo era visto con sospetto è diventato un elemento centrale della formazione culturale e dell’immagine internazionale del Paese.

Il documentario “From Mao to Mozart”.

Per chi non lo avesse mai visto, From Mao to Mozart è un documentario davvero consigliato: non solo per gli amanti della musica classica, ma per chiunque voglia capire come la cultura possa trasformare profondamente una società nel corso del tempo.

In India il discorso musicale è molto diverso rispetto all’Occidente. La musica classica indiana — sia quella hindustani del nord sia quella carnatica del sud — possiede una tradizione antichissima e profondamente spirituale. Il musicista tradizionale in India ha storicamente avuto un forte ruolo culturale e religioso. Oggi però il settore professionale vive forti contrasti: da una parte grandi maestri venerati e festival importantissimi, dall’altra molti musicisti che affrontano difficoltà economiche significative.

In molti paesi dell’Africa la musica ha un ruolo sociale fondamentale, spesso ancora più centrale che in Europa. In nazioni come Senegal, Mali, Nigeria o Sudafrica esistono tradizioni musicali ricchissime e artisti di fama mondiale. Ma uno degli esempi più straordinari è sicuramente il Buskaid Soweto String Project, nato a Soweto grazie alla violinista e violista inglese Rosemary Nalden.

Il progetto nacque nei primi anni Novanta dopo che Nalden ascoltò alla BBC un servizio dedicato a giovani violinisti di Soweto che suonavano in condizioni estremamente difficili. Da quell’ascolto nacque una raccolta fondi tra musicisti inglesi e successivamente una vera scuola musicale a Soweto. Quello che rende Buskaid straordinario è il fatto che abbia trasformato la musica classica in uno strumento di riscatto sociale all’interno di uno dei contesti più complessi del Sudafrica post-apartheid.

Giovani provenienti da famiglie poverissime hanno trovato nella disciplina musicale una possibilità concreta di crescita personale e professionale.  Nel tempo il Buskaid Soweto String Ensemble è diventato un ensemble di livello internazionale, arrivando a esibirsi in tournée in Europa, negli Stati Uniti e perfino ai BBC Proms di Londra. Alcuni studenti hanno ottenuto borse di studio presso prestigiose accademie britanniche.

Buskaid: Soweto Suite per archi (Suite completa)

Il progetto è stato anche in Italia, ospite del violinista, compositore e direttore d’orchestra Marcello Fera durante il festival Sonora a Merano e Bolzano, dove si è creato un dialogo molto interessante tra musica classica europea e sonorità africane. L’esperienza di Buskaid dimostra come la musica possa diventare non soltanto arte, ma anche educazione, disciplina, inclusione sociale e perfino possibilità concreta di lavoro.

In Australia e Nuova Zelanda il settore musicale è più piccolo rispetto a Europa o Stati Uniti, ma generalmente meglio organizzato rispetto all’Italia. Le orchestre principali ricevono sostegni pubblici e il musicista freelance viene riconosciuto più chiaramente come lavoratore professionale. Il problema principale resta la dimensione ridotta del mercato e la distanza geografica dai grandi circuiti europei.

Ed è qui che emerge il più grande paradosso italiano. L’opera lirica nasce in Italia. La cultura musicale occidentale parla italiano. Eppure, oggi la lirica viene spesso valorizzata molto più all’estero che nel paese che l’ha inventata. Germania, Austria, Francia, Giappone e persino Cina investono enormemente nella musica classica e nell’opera, trasformandole in turismo culturale, prestigio internazionale ed economia reale. Vienna, Berlino, Monaco e Salisburgo vivono anche grazie alla musica. L’Italia possiede probabilmente il patrimonio musicale più importante del mondo, ma spesso fatica a trasformarlo in un sistema sostenibile per i musicisti stessi.

Oggi il musicista vive spesso sospeso tra due dimensioni: la vocazione artistica e la necessità economica. Mai come oggi il mondo ha consumato tanta musica, anche se raramente il musicista è stato percepito come un lavoratore così fragile.

Dietro ogni concerto, ogni orchestra, ogni recital ci sono anni di studio, sacrifici economici, competizione e disciplina quotidiana. Nonostante ciò, molti professionisti continuano ancora oggi a sentirsi rivolgere quella domanda che riassume perfettamente tutta la contraddizione del settore: “Va bene la musica… ma di lavoro cosa fai?”

  • Musicista / violoncellista, da sempre interessata alla divulgazione della musica ed in particolare di quella antica realizzata con strumenti originali e con prassi esecutive adeguate.
    Ha suonato in diversi gruppi e conosce differenti realtà musicali: dalla musica classica a quella tradizionale, fino alla musica dei giorni nostri attraverso la collaborazione con alcuni cantautori liguri. Si interessa di musica a 360° incrementando il suo bagaglio di conoscenze, partendo da un diploma ottenuto al Conservatorio di Musica di Genova, per svilupparsi con la partecipazione a concerti ed a spettacoli musicali diversi.
    Ha effettuato svariati concerti in Italia e all’estero (Francia, Germania, Svizzera, Scozia) come violoncellista in molti gruppi (tra i quali: Caledonian Companion, Orchestra Barocca Italiana, Myrddn Quartet, Modo Antiquo).
    Ha inciso diversi CD per le case discografiche Bongiovanni, Edipan, Arion, De Vega e ha effettuato diverse registrazioni per la Radio Svizzera Italiana.
    Dirige fin dalla sua nascita l’associazione culturale “Accademia del Chiostro” che organizza da anni spettacoli all’interno dei musei e dei palazzi storici presenti in Genova e in Liguria. Nel 2019 è iniziato il lento rinnovamento che ha portato alla trasformazione definitiva di Accademia del Chiostro da associazione culturale ad associazione di promozione sociale.
    All’interno dell’associazione ha costituito un’orchestra stabile di archi che è specializzato nell’esecuzione del repertorio dal periodo classico ai giorni nostri e che comprende tutti professionisti di primissimo piano, unendo giovani talenti emergenti ed artisti forti di un affiatamento derivante da una collaborazione pluridecennale.
    Ha fatto parte del Comitato Scientifico della collana Mnemosine Edizioni Licosia occupandosi del settore Musica e Danza e della sezione Fidapa sezione di Genova, di Terziario Donna, di Ascom Arte e di Aidda.

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