NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XVIII

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Due luglio, al termine di un’operazione tesa a trovare delle armi, il nostro contingente si separa: una parte ritorna alle postazioni nell’interno, un’altra ripiega verso l’Ambasciata ed il porto.

Quel giorno facevo parte della scorta del nostro Comandante, giusto il tempo di rientrare all’Ambasciata che veniamo richiamati indietro: i nostri erano sotto attacco. Di preciso non sapevamo cosa stesse succedendo, ma la questione era seria. In maglia radio un caotico accavallarsi di comunicazioni che parlavano di feriti, cecchini sul pastificio.

Giungiamo in prossimità della zona calda: fumo, spari, l’impressione non è quella di una operazione coordinata, i soldati vagano senza disposizioni precise ed esposti al fuoco nemico, gli Incursori ed i Carabinieri, quelli sì, si muovono bene e fanno il loro lavoro.

Due mangusta in alto che non sparano, le centauro che non sparano. Si cominciano a vedere i feriti, tanti. Arriva un elicottero, un incursore è stato colpito. Lo carichiamo e via all’ospedale Americano. L’hanno colpito, il proiettile ha perforato il giubbetto. Quando arriviamo è vivo, subito in sala operatoria, un sanitario vuole che gli compili la scheda di accettazione, non ho tempo, devo ritornare.

Altro giro, un ragazzo ha perso la mano, ma non se ne era ancora reso conto.

Questa volta il sanitario americano mi blocca, vuole la scheda. «Va bene, ok ok, name…».

In quel momento il ragazzo realizza la sua condizione: «La mano… porc…. la mia mano…». Urla, lo portano via, anch’io sono scappato, il sanitario bestemmia. Siamo sporchi di sangue e fumo, ci guardiamo allucinati, muovendoci perfettamente calmi in un turbinare di polvere e rumore, ma non lo sentiamo, come quando ti si tappano le orecchie per uno sbalzo di altitudine.

Un’atmosfera irreale, sembra un film, ma non lo è. Sulle ambulanze il rumore secco dell’impatto dei colpi: cerchi di capire da dove vengono; ho di fronte a me un soldato, che mi sta urlando qualcosa, lo guardo ma non lo sento: un attimo, sono di nuovo collegato: «Tenente, non trovo due dei nostri che cosa facciamo?». «Restate in copertura, ora li andiamo a cercare». Se avesse saputo il mio stato di lucidità, non mi avrebbe chiesto neppure l’ora.

Cominciamo a girare per le macerie cercando di avere un assetto tattico, li chiamiamo, ma non rispondono. Superiamo una palazzina, di fronte un edificio: ad un tratto un’ombra dietro una finestra, sparo, gli altri sparano. Ombre che si muovono, danzano davanti al mirino, trattengo il respiro, premo lentamente il grilletto, parte la raffica controllata.

I ragazzi sparano a raffica continua: non serve a niente, ma disintegrano qualunque cosa ci fosse all’interno, ma chi c’era dentro? Guardo nella penombra, adatto la vista alla nuova situazione, nessuno, le ombre, qualunque cosa fossero, erano andate via. A terra delle macchie, sangue, tanto sangue. Usciamo e dietro l’edificio troviamo i miei ragazzi rannicchiati in un angolo, con gli sguardi vitrei dalla paura: «Andiamo a casa, forza».

Stiamo rientrando; un affollarsi di immagini mi invade, non riesco a trovare un ordine sensato agli avvenimenti, e poi le domande. E se dentro la casa ci fosse stata una famiglia? Di chi era quel sangue? Va beh, se è scappato vuol dire che grave non era. Forse.

Non era stato come nei film che tu spari e cade solo il cattivo, io non sapevo neppure se avevo ammazzato qualcuno, unico conforto era che a sparare eravamo in tanti, poteva essere stato un altro a colpire, però io ero l’unico a sparare in maniera controllata, sparavo per uccidere, provavo un sottile piacere perverso nell’esercitare la mia capacità di tiratore, quasi mi aspettassi un premio se avessi colpito l’orsetto, come al luna park.

In Ambasciata i racconti: quando oramai i reparti stavano ripiegando, fummo oggetto di fuoco da parte di cecchini. La popolazione contemporaneamente innalzò barricate ed i miliziani facendosi scudo con donne e bambini, ci bersagliavano con colpi di rpg (bazooka russo), uno dei quali colpì un nostro mezzo. Quel tipo di arma ha un proiettile a “carica cava”, che all’impatto produce un dardo di metallo fuso, all’interno del mezzo colpito. Quel giorno il dardo, perforato il mezzo, incontrò la gamba di un ragazzo, recidendogliela e con essa anche la sua vita.

I ragazzi della sala radio dissero che Comandante non se l’era sentita di autorizzare il fuoco, chiedendo l’autorizzazione a Roma, che ovviamente la negò: non si poteva rischiare una caduta di immagine – i militari italiani sono una forza di pace – ciò comportava essere inspiegabilmente esposti al fuoco, per cui, interi reparti agirono di iniziativa, in assenza di direttive. A fine giornata le perdite furono di tre morti e venti feriti.

Quante furono le vittime fra i Somali?

Difficile dirlo, sicuramente molto superiori alle nostre e soprattutto per la maggior parte civili, che si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato, con atteggiamento sbagliato.

“Fare la cosa giusta” il Comando pretende questo, ma la cosa giusta rispetto a chi? Rispetto ai propri uomini, o alla popolazione civile? L’autorità di un Comandante è costituita da una miscela di potere conferitogli dal grado e dal suo carisma, caratteristica quest’ultima che ha connotazioni puramente emotive e che in fase di azione assume un’importanza preponderante.

Il Comandante alla testa dei suoi uomini non è solo un’immagine retorica, ma è un’indispensabile presenza, quella presenza che ha fatto compiere epiche imprese militari in condizioni di svantaggio, presenza che poi il motivo per cui al lancio il più alto in grado è il “primo alla porta”.

Per me quella giornata costituì un brusco risveglio, un crollo di certezze. La mia posizione di formatore di giovani Ufficiali e di soldati mi aveva portato a considerare le tecniche di condizionamento militare, come funzionalmente efficaci nel caso d’impiego reale. Gli automatismi di reazione all’ingaggio, uniti all’abitudine all’obbedienza, erano meccanismi ben oleati che al momento opportuno avrebbero dimostrato la loro efficacia.

Constatai che non fu così; in battaglia fu evidente l’insufficienza della formazione, serviva lucidità, autonomia di giudizio, intraprendenza, motivazione vera, intima, prodotto di pensieri ed esperienze che si sedimentano e portano alla trasformazione della persona, da soggetto che ha un ideale di militare ad un combattente che ha accettato l’idea di uccidere e di essere ucciso, anche quando probabilmente non ne varrebbe la pena.

In battaglia, i soldati che avevo addestrato avevano la solidità psicologica di pupazzi di neve al sole. L’errore era sistemico: non si poteva pretendere da un ragazzo, che solo qualche mese prima conduceva una vita normale, di comportarsi di fronte alla morte con disinvoltura. Altro che bella morte; paura, smarrimento e confusione. La confusione dettata dal fatto che nessun addestramento prevedeva di sparare su bambini e donne. Non vi era onore, non vi era un combattimento, non un nemico evidente, sotto l’azione della paura, l’identità militare si frammentava in pezzi, di molto umana debolezza.

La reazione emotiva provocata dalla perdita dei propri compagni è difficilmente descrivibile, ma si avvicina molto ad una scarica di violenza che si propaga nelle persone, alle quali solo la disciplina impedisce che compiano atti di ingiustificabile rappresaglia. Il condizionamento mentale aveva almeno in quel senso, per fortuna, funzionato. Ma la mancanza di disposizioni provocò la sensazione di abbandono: al momento del lancio mancava il primo alla porta.

Solo un’azione altamente selettiva avrebbe potuto rappresentare un compromesso tra le due posizioni, ma ciò presupponeva pianificazione, addestramento specifico, e l’accettazione da parte dei media di “effetti collaterali” anche pesanti.

La vita proseguiva e come le cavallette arrivavano le varie croniste per documentare i luoghi degli scontri. Prime donne dal potere enorme, erano prepotenti ed indisciplinate, tendendo ad ignorare le indicazioni di chi le stava scortando a beneficio della buona riuscita delle riprese.

Guardavo vivere me stesso con distacco, non ero io quello su cui quotidianamente sparavano, era il mio corpo; io osservavo, e quindi non avevo paura. Durante le uscite, una sorta di fatalismo caratterizzava il mio comportamento, un fatalismo delirante.

La mattina presto attraversavo la città per comperare, nella zona più pericolosa, del pane che assomigliava a dei bomboloni da un trafficone americano.

Al rientro farcivo il pane con della marmellata ed ecco serviti i bomboloni dolci.

Guidare il VM[1], era molto divertente, le strade dissestate si prestavano a quel mezzo che consentiva discrete velocità.

Un Ufficiale non può guidare, esistono gli autisti apposta ma… al diavolo; era troppo eccitante, nessun limite di velocità, nessun cartello o semaforo, solo uno schivare continuamente carretti e persone, come in un videogioco. Stavo guidando a folle velocità, come al solito, quando il legittimo autista, che per l’occasione era seduto al mio fianco, con un movimento improvviso, avanza con la testa verso il parabrezza, che essendo stato precedentemente rotto, non c’era.

Lo guardo stupito, non avevo frenato, e lui: «Mi sa che mi hanno tirato un sasso». Guardo l’elmetto: «No, non è un sasso: ti hanno sparato, hai un solco sull’elmetto». Colpito di striscio. L’autista in questione era alto circa 1,75, ci fossi stato io che misuro 1 metro e 95 il colpo non sarebbe stato più di striscio. Con il passare del tempo il delirio di onnipotenza lasciò il posto alla sola stanchezza, una sorta di apatia.

Non avevo paura di morire, non per coraggio, ma semplicemente perché non me ne fregava più niente. Volevo solo tornarmene a casa. Basta muezzin che ti sveglia alla mattina; basta mortai che ti svegliano di notte; basta Somali che non sai mai se ti vogliono aiutare o farti la pelle, basta!

Un maresciallo mi consegna una lettera: “La sua istanza per la selezione al concorso per piloti di elicottero è stata respinta per superati limiti di età”. Avevo già compiuto ventotto anni, per loro ero troppo vecchio per fare il pilota; addio sogni di gloria sul mangusta.

DONG, DONG, DONG…


Note:

[1] Mezzo da trasporto ruotato.


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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