Capitolo XXII
Giunge il sospirato giorno dell’avvicendamento, arriva la Brigata Garibaldi, il primo esperimento di formazione interamente composta da volontari di ferma prolungata; siamo in Somalia da undici mesi, dovevano essere tre.
La sera il Comandante mi dice che devo guidare i bersagliotti sino al confine dell’Etiopia, lungo la via Imperiale, e rilevare i nostri, che avevano l’imbarco già pianificato. Giusto il tempo di ricevere gli ordini e vengo colpito dalla famigerata ialla, ialla. Con questo termine veniva indicato un tipico, improvviso e contemporaneo attacco di: dissenteria, vomito e febbre.
Quando ciò accadeva, si vedeva sfrecciare il malcapitato verso le latrine, urlando “ialla, ialla”. Vomito e dissenteria contemporaneamente, in una latrina alla turca, non sono un esercizio semplice; inoltre, dopo essersi disidratati, compariva la febbre. Sono ridotto un cencio, vado dal medico gli spiego che devo partire la mattina seguente, lui mi somministra una serie di pastiglioni tutti uguali e poi, a nanna.
Devo partire, ho ancora un po’ di febbre, ma le bombe del medico mi hanno rimesso in piedi, tento di farmi sostituire, ma il mio Comandante (quello del processo alla partenza in Italia), sadicamente non ci sente, per cui con l’energia di un bradipo morto inizio la missione. Sono all’aeroporto che attendo che si formi l’autocolonna che devo guidare, quando vedo sfrecciare un entusiasta giovane Capitano con le piume in testa, contento come una Pasqua: gli hanno appena spiegato la faccenda della gamba fuori dal mezzo per poter fuggire più rapidamente, e… crack, cade dal mezzo. Lo vedrò più tardi con un braccio ingessato che riprendeva l’aereo, missione finita per lui.
Sembra un contingente finto: tutte le mimetiche desertiche nuove, tutti perfettamente in uniforme, puliti e con le piume al vento. Quando mi presento, non sanno se spararmi o curarmi, devo fare veramente schifo. Le nostre mimetiche erano rimaste le stesse della partenza, due. Ne lavavi una e mettevi altra. Tutte scolorite e bucate, come del resto le magliette verdi. Loro sono molto coreografici e addestratissimi, hanno avuto un anno di tempo per prepararsi alla missione.
Stiamo attraversando il mercato nella famigerata zona del pastificio. Il mio autista guida pianissimo rispettando qualunque pedone, anzi rispettando le eventuali intenzioni dei pedoni. Gli dico: «Senti un po’, ma cosa vi hanno spiegato in Italia?». Ascolto il suo rapporto, ma è tardi… Tutti i mezzi fermi tra la folla, tutti i bersagliotti che sfoggiano fantastici occhiali da sole e ogni tipo di gadget, sorrisi e saluti. In un secondo, come le locuste, un’orda di ragazzini si abbatte sul convoglio; addio occhiali e gadget, addio sorrisi.
Il mio compito era di sistemare i nuclei trasmissioni in tutte le nostre postazioni: i miei avrebbero provveduto al necessario affiancamento, proseguire sino all’ultimo avamposto e da lì ritornare, raccogliendo tutti lungo una strada, l’unica e fascistissima via Imperiale, oramai uno sterrato che testimoniava la presenza italiana nella storia di quel Paese.
Il ritorno fu un’epopea: i nostri mezzi usurati dalla lunga permanenza, cedevano uno dopo l’altro. Arrivammo ad utilizzare i cavi per tensionare le antenne come funi di rimorchio. Giungemmo a Mogadiscio giusto in tempo per l’imbarco e alla vista, dovevamo apparire più simili a profughi che a soldati; comunque felici.
Dei Paracadutisti l’ardimento
Paracadutisti d’Italia
lo canta il vento al mondo inter…
Fra cielo e terra nasce il loro valore
non han timore indomito è il voler!
Discendon lievi lievi come angeli nel sol;
eterni e pure brevi son gli istanti di quel vol…
Ai Paracadutisti onore e gloria
e la Vittoria ci arriderà!
La Brigata rientra a pezzi, ci vorranno almeno sei mesi per ripristinarne la capacità operativa. Mezzi fuori uso e spiriti logori. La routine della vita di caserma sembra quasi irreale, in ogni caso l’addestramento continua.
Due sono le zone lancio maggiormente utilizzate, Altopascio e Tassignano, nel pisano. Si tratta di due prati di circa mezzo chilometro di lunghezza nella campagna, ai cui margini c’è di tutto: strada statale, autostrada, ferrovia, canali in cemento; insomma, il solito italico modo di lavorare di mer…
L’aereo, per effettuare l’aviolancio è in contatto con il Comandante di pattuglia-guida, che sin dall’alba, effettua rilevamenti meteorologici con palloni sonda e comunica direzione ed intensità del vento. Il motivo è chiaro: una volta per aria, si è in balia degli elementi, per cui il vento ti può portare fuori zona lancio e farti atterrare in maniera rovinosa, trascinandoti.
La pattuglia-guida dispone alcuni teli a terra che indicano i parametri necessari per un corretto lancio, ma il pilota, se ne frega sempre. Tu ti incazzi e ci litighi per radio, e lui, se ne strafrega. Così capita che ti lancino e atterri in autostrada.
Non ci sono mai stati simpatici i piloti. Lancio notturno: stesso film, solo che invece dei teli le indicazioni sono luminose. Il pilota è inesperto, sta’ imparando, confonde le luci (siamo in una zona molto trafficata). Luce verde, sono appeso al paracadute sprofondando nell’abisso buio, non riesco a stimare la mia altezza, per cui mi preparo all’impatto, aspetto, dovremmo quasi esser… sbrang. Un casino infernale, galline da tutte la parti, sono impigliato. Si apre una porticina ed ecco un bel contadino, che mi punta una doppietta. Gli ho sfondato il pollaio, mi dice che finché non pago sono prigioniero, mi salvano i Carabinieri.
I fuori corpo, ossia i paraculi che si fanno trasferire dalla Brigata in modo da avere una vita normale, per mantenere l’indennità di lancio, devono fare i tre lanci annuali obbligatori. Quel giorno sono Ufficiale al caricamento, li devo imbarcare, c’è di tutto, di ogni provenienza e di ogni grado. Un colonnello dei Carabinieri, essendo il più alto in grado, è primo alla porta.
L’ultimo lancio risale ad un anno prima, lo sguardo è vitreo, cerca di dissimulare la paura. Si apre la porta; siamo ancora distanti cinque minuti dal punto di lancio. Il direttore di lancio per sdrammatizzare, sistema il Colonnello con le mani sulla porta e gli indica il paesaggio: «Guardi, Pisa…, Livorno…, Vada…». Ed il colonnello salta. Peccato che Vada sia il nome di una località. L’arma in allarme, pattuglie che cercano il Colonnello che nel frattempo era atterrato in un giardino.
Lancio notturno nel senese, dovremo camminare fino a Livorno, senza farci prendere dai Carabinieri. Si cammina di notte e si riposa di giorno ed ovviamente fuori da qualunque strada. Troviamo quello che sembra un convento abbandonato, finalmente un tetto. Potremo addirittura cucinare qualcosa di caldo, la fiamma non si vedrà.
Dispongo le sentinelle fuori dall’area, e mi accingo a preparare la cena. Siamo al tramonto, ad un tratto, una delle guardie riferisce: «Tenente, qualcuno ha sfondato delle tombe nel cimitero; ci sono tutte le ossa in giro». Penso che la cosa non mi riguardi, per cui gli dico di non toccare nulla.
Passa un’ora, è buio, la guardia tutta orgogliosa, mi chiama: «Tenente, abbiamo preso il maniaco». Arrivo al cimitero e trovo un tipo, terrorizzato, legato al cancello di una tomba di famiglia; lo slego. Il poveraccio era venuto rinforzare con un lucchetto il cancello della tomba, avendo visto lo scempio accaduto a quella vicina.
Mentre, al buio, si apprestava ad effettuare l’operazione, era stato imprigionato e reso inoffensivo dai miei ragazzi, che, come da manuale, non rispondevano a nessuna domanda. Quando già si vedeva vittima sacrificale di chissà quale setta satanica, la mia rassicurante apparizione, gli sembrò assai meglio di quella della Madonna! Dopo essermi scusato (a questo punto l’aspetto tattico dell’esercitazione saltava) contattammo i Carabinieri per denunciare il fatto.
DONG, DONG, DONG…



