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L’operazione “Epic Fury” guarda ad Oriente

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Perché la stabilità del Medio Oriente è un tassello fondamentale per l’amministrazione USA

All’indomani dell’inizio dell’Operazione “Epic Fury” il Presidente Donald Trump dichiarava: “Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare.”

E se la questione del nucleare iraniano, la rete dei loro alleati che si estende dal Libano allo Yemen e la questione della sicurezza dei paesi del Golfo non fossero tutti i tasselli che compongono il puzzle delle motivazioni dell’inizio di questa operazione?

La Repubblica Popolare Cinese ha speso risorse e miliardi di dollari negli ultimi anni per fare dell’Iran il pilastro fondamentale della sua politica economica e strategica in Medio Oriente. L’accordo bilaterale firmato nel 2021 tra Iran e Cina (il c.d. partenariato strategico globale) della durata di 25 anni, che impegna la Cina a investire una cifra vicina ai 400 miliardi di dollari nei settori energetico, bancario, delle telecomunicazioni e delle infrastrutture iraniani, ha di fatto formalizzato ciò che era già in corso da diversi anni tra i due Paesi.

Il Presidente della Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping, a colloquio, il 23 gennaio 2026, con l'allora ayatollah iraniano Ali Hosseini Khamenei (quest'ultimo deceduto a seguito di attacco congiunto USA - Israele in data 28 febbraio 2026).
Il Presidente della Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping, a colloquio, il 23 gennaio 2026, con l’allora ayatollah iraniano Ali Hosseini Khamenei (quest’ultimo deceduto a seguito di attacco congiunto USA – Israele in data 28 febbraio 2026).

Da anni il governo di Pechino acquista la quasi totalità del petrolio cinese che viaggia per il tramite di una vasta flotta di navi ombra controllata dal governo dei pasdaran (al fine di aggirare le sanzioni internazionali) e che, fondamentalmente, è anche il motivo per cui l’economia iraniana riesce a rimanere in piedi, seppur traballante. L’accordo bilaterale è assolutamente vantaggioso per entrambi gli attori: la Cina ottiene petrolio a prezzi stracciati rispetto a quelli proposti dagli altri fornitori globali e l’Iran, fortemente isolata, ha trovato la sua ancora di salvezza (e non solo per l’aspetto economico).

Soprattutto perché i legami tra i due Stati vanno oltre il commercio petrolifero. La Cina ha aiutato il Governo di Teheran a sviluppare tecnologie avanzate nell’ambito delle telecomunicazioni che consentono il monitoraggio del traffico telefonico e abilitano i sistemi di censura dei pasdaran sulla rete mobile della popolazione iraniana. Oltretutto Pechino fornisce telecamere di riconoscimento facciale potenziate dall’IA, strumenti di ispezione e gestione del traffico e le capacità per creare e gestire una rete interna, controllata dallo Stato, che è in grado di interrompere progressivamente l’accesso dei cittadini a internet (durante le proteste del popolo iraniano di gennaio scorso questa capacità si è mostrata in tutta la sua efficacia).

Il ruolo dei proxy iraniani

Oltre ad essere una minaccia diretta per la sicurezza dei paesi del golfo, i proxy iraniani della regione, in particolare la minaccia Houthi in Yemen, si sono rivelati una risorsa utile al governo cinese per l’ottenimento di vantaggi strategici evidenti.

Quando nel 2023 le milizie sciite yemenite hanno cominciato ad attaccare le navi commerciali in transito per il Mar Rosso (nello Stretto diBab el-Mandeb), facendo crollare il volume del traporto commerciale e aumentare le spese di trasporto merci in maniera mostruosa, gli Stati Uniti furono costretti ad inviare un gruppo d’attacco (Carrier Strike Group) guidato dalla portaerei classe Nimitz USS Dwight D. Eisenhower (CVN-69).

Le conseguenze economiche del dispiegamento di una forza militare così grande hanno sempre un impatto strategico per il governo di Pechino: ogni dollaro speso dagli USA nell’area mediorientale è un dollaro che non viene speso per le basi dell’indo-pacifico, per la sicurezza di Taiwan o per la costruzione di nuove forze navali.

Il ruolo dei paesi del Golfo

Gli stati arabi del Golfo (Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ecc.), che sono i partner regionali più importanti dell’America, a causa di due mosse statunitensi valutate in maniera molto negativa (i colloqui sul nucleare iraniani intrapresi dall’Amministrazione Obama e il ritiro dall’Afghanistan), negli ultimi anni hanno percepito di non poter fare affidamento solo ed esclusivamente sulla protezione americana.

Le conseguenze di questa percezione sono state l’ammiccamento ad Oriente da parte delle amministrazioni dei paesi del Golfo. L’Arabia Saudita ha notevolmente aumentato le esportazioni di greggio verso la Cina, gli Emirati Arabi Uniti hanno integrato le tecnologie Huawei nelle loro infrastrutture tecnologiche critiche ed inoltre aziende cinesi stanno costruendo porti, ferrovie, reti di telecomunicazioni e città smart in tutti gli stati del Golfo. In sostanza la minaccia iraniana nei confronti di questi paesi li ha di fatto spinti tra le braccia di Pechino.

L'area dei Paesi del Golfo presa particolarmente di mira dall'Iran.
L’area dei Paesi del Golfo presa particolarmente di mira dall’Iran.

E questo non è accettabile da parte dell’amministrazione USA, poiché più la Cina ha influenza sulle capitali del Golfo, meno è probabile che i paesi alleati storici americani si schierino con Washington. In particolar modo sui nodi strategico-economici più cari a Pechino: Taiwan, i semiconduttori, le sanzioni internazionali e il potere del dollaro.

Il tassello fondamentale

Pertanto, la decisione di lanciare l’Operazione “Epic Fury” potrebbe non essere stata presa soltanto per eliminare la minaccia nucleare iraniana (peraltro già fortemente ridotta dalla guerra dei 12 giorni), per colpire Khamenei e per punire le repressioni che sono costate la vita a migliaia di cittadini iraniani, ma soprattutto perché gli Stati Uniti non possono più permettersi di rimanere costantemente bloccati nell’instabilità regionale del Medio Oriente.

Ogni anno che gli USA trascorrono a doversi occupare della minaccia iraniana è un anno perso a fronteggiare la crescente minaccia cinese nei confronti di Taiwan e dell’indo-pacifico. Nemmeno la più grande potenza militare mondiale non è realisticamente in grado di gestire contemporaneamente due teatri di guerra in due posti diversi del mondo. La campagna nel Mar Rosso lo ha dimostrato. Gli Houthi sono stati in grado di consumare una fetta importante del munizionamento americano in un lasso di tempo relativamente breve.

Un Medio Oriente in perenne crisi impegna costantemente navi, aerei e munizioni americane che non possono essere impegnate nell’area dell’indo-pacifico. Un Medio Oriente stabile, dove i proxy dell’Iran non sono in grado di costituire delle serie minacce per l’economia globale e dove i paesi del Golfo possono tornare senza preoccupazioni al fianco di Washington, danno agli USA l’opportunità di concentrarsi sul teatro che molto probabilmente ospiterà il conflitto del secolo.

Per questi motivi “Epic Fury” sta demolendo con la forza quello che fino ad oggi è stato il pilastro delle scelte strategiche cinesi in Medio Oriente: il Governo di Teheran. Nelle intenzioni dell’amministrazione americana “Epic Fury” vorrebbe ottenere gli stessi risultati dell’Operazione “Absolute Resolve” e cioè un modello Venezuela applicato sulla leadership iraniana. Proprio questo sembra essere l’obbiettivo che emerge ascoltando le dichiarazioni del Presidente Trump quando afferma: “Voglio essere coinvolto nella scelta del prossimo leader dell’Iran perché non vogliamo tornare ogni 5 o 10 anni per fare questo. Quindi, vogliamo scegliere un Presidente che non conduca il proprio Paese in una guerra.”.


Un aereo cisterna americano KC-135 rifornisce in volo dei caccia F-16I dell'aeronautica israeliana durante un'esercitazione sopra Israele, il 30 novembre 2022 (Immagine ufficiale IDF).
Un aereo cisterna americano KC-135 rifornisce in volo dei caccia F-16I dell’aeronautica israeliana durante un’esercitazione sopra Israele, il 30 novembre 2022 (Immagine ufficiale IDF).

Molto spesso leggiamo o sentiamo dire dai media frasi del tipo: “Israele ha trascinato gli Stati Uniti in questo conflitto…” oppure “Sono scesi in guerra per le scelte di Netanyahu, non hanno mai avuto un piano per il dopo…”. Ma siamo davvero così sicuri che le cose stiano così?

La realtà dei fatti è che le azioni di Israele degli ultimi due anni hanno aperto una finestra di opportunità irripetibile per l’amministrazione americana. Presi dalle conversazioni e dai dibattiti sulla proporzionalità e sulle tragiche dinamiche nella striscia di Gaza, non ci siamo accorti che Israele è stato l’attore chiave nello svolgere il lavoro strategico che gli interessi americani ora richiedono. Israele ha di fatto dato una serie di colpi devastanti ai proxy iraniani, smantellando completamente la struttura di comando di Hezbollah e dimostrando che vi era una concreta possibilità di abbattere con la forza l’intero asse guidato dall’Iran.

In buona sostanza la campagna d’attacco contro gli interessi strategici cinesi nella regione è stata di fatto condotta interamente e quasi esclusivamente dalla macchina bellica israeliana, almeno fino al coinvolgimento degli Stati Uniti in questo conflitto. Un grande aiuto per l’alleato americano in ottica anticinese.

Anche per questo si può affermare che l’Operazione “Epic Fury” riprende da dove Israele si era fermata dopo la guerra dei 12 giorni.

Molti analisti OSINT scrivono che le tempistiche dell’inizio dell’attacco congiunto contro l’Iran siano state dettate da una finestra di opportunità irripetibile per poter colpire Khamenei e gran parte dello Stato Maggiore iraniano. Quest’ultima riflessione è plausibile, ciò che è certo è che per gli Stati Uniti si è improvvisamente materializzata un’occasione unica dalla fine della guerra fredda ad oggi: sganciarsi in maniera sostanziale dal critico Medio Oriente.

Se questa campagna militare non otterrà i risultati che l’Amministrazione Trump vuole, la regione rimarrà ancora ciò che è stata fino ad oggi: un fronte dal quale gli americani non possono sganciarsi e che li allontana in maniera concreta dall’Indo-pacifico e di conseguenza da Taiwan.

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