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Egitto: l’esercito è la colonna portante dello stato?

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Il contesto

L’Egitto viene frequentemente descritto come uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente e del Nord Africa e rappresenta, al tempo stesso, un attore strategico per gli interessi delle principali potenze internazionali, soprattutto in virtù della sua posizione geografica. Nel corso della sua storia politica, lo Stato nordafricano ha visto emergere diversi centri decisionali capaci di influenzare profondamente l’assetto istituzionale e sociale del Paese. Tra questi, un ruolo particolarmente rilevante è stato svolto dalle forze armate.

Dalla seconda metà del Novecento, infatti, l’esercito egiziano si è progressivamente affermato come uno dei principali garanti della stabilità statale, intervenendo nei momenti di maggiore tensione politica o di disordine interno e contribuendo ad orientare gli sviluppi della vita pubblica nazionale.

Abdel Fattah al-Sisi
Abdel Fattah al-Sisi

In questo contesto si inserisce anche l’attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi, ex generale delle forze armate. Con la sua elezione, al-Sisi è diventato il quinto capo di Stato egiziano su sei proveniente dai ranghi militari, a conferma del peso storico dell’istituzione castrense nella politica del Paese. Ancora oggi, infatti, l’esercito continua a rappresentare uno dei principali centri di potere in Egitto, non solo sul piano politico ma anche sul piano sociale, configurandosi come una vera e propria élite influente all’interno della società egiziana.

L’esercito e la storia del paese: dalla fondazione all’indipendenza

Con oltre 468.000 militari in servizio attivo e quasi un milione di riservisti, l’esercito egiziano rappresenta la forza armata più numerosa del Medio Oriente e dell’intero continente africano[1]; su scala mondiale si colloca inoltre al nono posto per dimensioni[2]. Le sue origini e il suo sviluppo sono strettamente legati alla nascita dell’Egitto moderno, che gli storici fanno generalmente coincidere con il periodo di governo di Muhammad Ali Pasha[3].

Muhammad Ali Pasha
Muhammad Ali Pasha

Dopo la campagna d’Egitto guidata da Napoleone tra il 1798 e il 1799[4], il controllo del Paese passò nelle mani di Ali Pasha, ufficiale ottomano di origine albanese. Fu lui a infliggere il colpo definitivo alla dinastia mamelucca che governava la regione come vassalla dell’Impero Ottomano[5], pur godendo di un’ampia autonomia. Il nuovo governatore — il primo wali[6] d’Egitto, titolo assimilabile a quello di governatore provinciale — comprese rapidamente come la situazione politica fosse ormai insostenibile: da un lato i mamelucchi erano in declino, dall’altro l’Impero Ottomano non riusciva più a mantenere il controllo diretto della provincia, anche a causa delle difficoltà nel pagare le truppe inviate a reprimere i movimenti autonomisti delle diverse comunità etniche e religiose presenti nel territorio.

Per consolidare il proprio potere, Ali Pasha puntò sull’Islam come elemento di coesione, pur garantendo libertà di culto alle minoranze cristiano-copta ed ebraica. Parallelamente cercò il sostegno della classe mercantile del Cairo promettendo una riduzione della pressione fiscale. Questa strategia gli consentì di affermarsi come figura dominante nella provincia, fino a costringere di fatto la Sublime Porta[7] a riconoscerlo ufficialmente come wali, concedendogli ampi margini di autonomia politica.

L’influenza britannica

Per oltre quarant’anni il destino del Paese rimase strettamente legato a quello della potenza britannica. Durante la Prima guerra mondiale, ad esempio, Londra impiegò le forze egiziane per aprire un ulteriore fronte contro l’Impero Ottomano. Al termine del conflitto si sviluppò un forte movimento nazionalista, ricordato dagli egiziani come la “Prima rivoluzione”, che portò al riconoscimento dell’indipendenza da parte del Regno Unito nel 1922[8]. Nacque così il Regno d’Egitto, guidato dalla dinastia di Muhammad Ali. Il nuovo Stato continuò tuttavia a mantenere stretti rapporti con Londra e durante la Seconda guerra mondiale sostenne la campagna alleata in Nord Africa contro le forze dell’Asse, mettendo a disposizione porti e installazioni militari. Nonostante l’indipendenza formale, la Gran Bretagna conservò il controllo su Sudan e Canale di Suez fino al 1956[9], anno che segnò la fine dell’influenza diretta britannica su un Paese di cui, fino ad allora, aveva largamente orientato le scelte politiche.

Gli “Ufficiali Liberi”: il colpo di stato

Nei primi anni successivi alla Seconda guerra mondiale, l’Egitto attraversò una fase di profonda difficoltà politica e sociale. Sebbene il Regno Unito avesse formalmente ritirato le proprie truppe dal Paese, la monarchia guidata da Faruq I[10] continuava ad essere percepita da ampi settori della popolazione come fortemente subordinata agli interessi europei. Il sovrano, spesso impegnato in frequenti viaggi nel continente e nella vita lussuosa delle residenze reali, appariva distante dalle crescenti difficoltà economiche e sociali che colpivano la società egiziana.

A compromettere ulteriormente la reputazione della dinastia contribuì la sconfitta subita nel Guerra arabo-israeliana del 1948[11]. Molti egiziani attribuirono alla leadership monarchica la responsabilità della disfatta militare delle forze arabe, conclusasi con un armistizio che consentì allo Stato di Israele di consolidare ed ampliare i propri confini, inglobando gran parte del territorio della Palestina mandataria.

La débâcle del 1948 contribuì inoltre a rafforzare correnti politiche ed ideologiche già presenti da decenni nel mondo arabo. In molti ambienti intellettuali e tra ampie fasce della popolazione si diffuse la convinzione che le monarchie della regione fossero troppo legate alle potenze coloniali europee e principalmente interessate alla conservazione del proprio potere. L’esistenza di numerosi regni veniva quindi percepita come un ostacolo all’affermazione di un progetto politico più ampio: quello del panarabismo[12], un approccio nazionalista che in quegli anni stava guadagnando crescente consenso in diverse società mediorientali.

Il diffondersi del panarabismo rappresentava una minaccia significativa per le monarchie arabe, spesso caratterizzate da equilibri politici fragili. Le idee nazionaliste circolavano soprattutto negli ambienti intellettuali ed urbani del mondo arabo, tra università, circoli culturali e caffè frequentati da studenti e professionisti. In Egitto, tuttavia, uno dei luoghi più fertili per il dibattito politico ed ideologico si rivelò essere l’ambiente militare.

Le accademie militari egiziane avevano infatti formato, nel corso degli anni, una generazione di ufficiali che non si limitava alla dimensione puramente militare, ma partecipava attivamente alle discussioni politiche sul futuro del Paese. Tra questi emerse la figura di Gamal Abd al-Nasser[13], destinato a diventare uno dei protagonisti della storia egiziana del XX secolo. Proveniente da una famiglia modesta, Nasser aveva sviluppato fin da giovane convinzioni repubblicane e nazionaliste. Dopo gli studi all’accademia militare di Aswan e alla facoltà di giurisprudenza dell’Università del Cairo, prese parte come sottotenente alla guerra del 1948.

Gamal Abd al-Nasser
Gamal Abd al-Nasser

L’esperienza al fronte gli permise di osservare direttamente le carenze organizzative e l’impreparazione dell’esercito egiziano. Negli anni successivi partecipò a una serie di incontri e discussioni tra ufficiali che avrebbero portato alla nascita del movimento clandestino noto come quello dei “Ufficiali Liberi”[14].

La svolta arrivò nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, quando il gruppo organizzò un colpo di Stato che portò alla deposizione di Faruq I[15]. L’azione militare si svolse senza spargimento di sangue e sancì, di fatto, la perdita di legittimità della monarchia egiziana, ormai incapace di rappresentare le aspirazioni del Paese.

Dopo il golpe, Nasser assunse l’incarico di ministro dell’Interno, mentre il generale Muhammad Naguib[16] divenne presidente della Repubblica e capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Tuttavia, gli equilibri interni al nuovo potere cambiarono rapidamente: nel 1954 Naguib venne estromesso, permettendo a Nasser — considerato il principale ideatore del colpo di Stato — di assumere la guida dello Stato.

Le conseguenze della rivoluzione del 1952 non si limitarono all’Egitto. L’ascesa di Nasser ed il successo del movimento dei Liberi ufficiali divennero un modello per altri cambiamenti politici nel mondo arabo, influenzando in particolare i colpi di Stato che si verificarono in Iraq nel 1958 e, nel 1969, in Libia e Sudan.

L’esercito al potere per 60 anni

Con il colpo di Stato guidato da Gamal Abdel Nasser, l’esercito assunse un ruolo centrale nella definizione delle politiche dello Stato egiziano, una posizione che avrebbe continuato a mantenere nel tempo all’interno della società del Paese. Le forze armate risultavano infatti l’unica istituzione dotata di una struttura fortemente gerarchica e burocratica, nonché di una formazione ideologica, tecnologica e culturale tale da garantire la stabilità del sistema politico.

Nella visione di Nasser, l’esercito avrebbe dovuto rappresentare uno dei pilastri della nuova società egiziana. Non solo uno strumento di difesa e deterrenza sul piano geopolitico, ma anche un elemento di prestigio nazionale e di legittimazione del potere. Le forze armate furono inoltre impiegate come mezzo di propaganda e come leva sociale, contribuendo anche ad assorbire parte della disoccupazione attraverso l’integrazione di numerosi cittadini nei ranghi militari.

Durante il periodo nasseriano, l’apparato militare divenne anche il principale garante dell’attuazione delle politiche di ispirazione socialista promosse dal governo. Dalla riforma agraria, con l’esproprio e la redistribuzione delle terre, fino alla nazionalizzazione del Canale di Suez[17], il presidente fece ampio ricorso all’esercito sia come strumento di pressione contro oppositori interni ed esterni, sia come forza operativa capace di essere rapidamente mobilitata.

Nel corso degli anni, tuttavia, alcune difficoltà sul piano internazionale ed interno contribuirono ad indebolire il consenso attorno al governo. Tra gli episodi più rilevanti vi fu la sconfitta subita dall’Egitto nella Guerra dei sei giorni del 1967[18]. Parallelamente, il governo dovette affrontare crescenti tensioni con i Fratelli Musulmani[19], movimento islamista ostile al progetto laico promosso da Nasser e successivamente dichiarato illegale.

A partire dalla fine degli anni Sessanta, le forze armate — ormai profondamente permeate dall’approccio panarabo e laico sostenuti dal governo — furono impiegate anche nella repressione dell’opposizione islamista. In questo contesto vennero arrestati e condannati diversi membri dei Fratelli Musulmani, tra cui il principale teorico del movimento, Sayyid Qutb[20].

Alla morte di Nasser, avvenuta nel 1970, la guida del Paese passò ad Anwar Sadat[21], anch’egli appartenente al gruppo degli “Ufficiali Liberi” che avevano partecipato al rovesciamento della monarchia egiziana negli anni precedenti.

Anwar Sadat
Anwar Sadat

Le scelte politiche adottate da Anwar Sadat segnarono una netta discontinuità rispetto alla linea seguita dal suo predecessore, Gamal Abdel Nasser. Il nuovo presidente abbandonò infatti l’impostazione neutralista e terzomondista che aveva caratterizzato la fase precedente, orientando il Paese verso una progressiva apertura economica di stampo neoliberale. Nonostante questo cambio di rotta, Sadat continuò a considerare le forze armate un pilastro fondamentale per la coesione dello Stato e per il prestigio internazionale dell’Egitto.

Tra le priorità del nuovo leader vi era la volontà di riscattare la sconfitta subita nel 1967 e recuperare la penisola del Sinai, perduta al termine della Guerra dei sei giorni. Tale obiettivo fu perseguito attraverso il conflitto del 1973, noto come Guerra del Kippur[22]. Pur non traducendosi in una vittoria militare decisiva, la guerra consentì all’Egitto di avviare il processo che avrebbe portato alla restituzione dei territori occupati sette anni prima.

Nel corso della sua presidenza, tuttavia, Sadat compì alcune scelte che finirono per incrinare il consenso nei suoi confronti, anche all’interno dell’apparato militare. Da un lato, il presidente cercò di presentarsi come un leader religioso, promuovendo una parziale riconciliazione con movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani[23], che tornarono a operare legalmente. Dall’altro lato, la decisione di firmare nel 1978 gli Accordi di Camp David[24] e, l’anno successivo, il trattato di pace tra Egitto ed Israele contribuì ad alimentare il malcontento sia tra i gruppi islamisti sia tra una parte dei militari, che vedevano venir meno quella che per anni era stata considerata la missione principale dell’esercito: il confronto con Israele.

Il clima di crescente tensione culminò nel 1981 con l’assassinio dello stesso Sadat. L’attentato fu compiuto dall’ufficiale Khalid al-Islambuli[25], legato all’organizzazione radicale Jihad Islamico Egiziano[26], contrario a qualsiasi accordo di pace con Israele. Dopo la sua morte, il potere passò a Hosni Mubarak[27], ex comandante dell’aeronautica e già direttore dell’Accademia militare dell’aviazione egiziana. La successione avvenne attraverso una transizione politica relativamente ordinata, gestita con il sostegno determinante delle forze armate.

Hosni Mubarak
Hosni Mubarak

Quando Hosni Mubarak assunse la presidenza, si trovò a governare un Paese segnato da forti fragilità politiche e sociali. Per consolidare il controllo interno, il nuovo leader mantenne in vigore la legge marziale per l’intera durata del suo governo, protrattosi fino al 2011. In questo contesto, Mubarak ridefinì il ruolo delle forze armate all’interno dello Stato egiziano, rafforzandone progressivamente il peso sia sul piano militare sia su quello economico.

Durante i suoi mandati, il presidente avviò un processo di potenziamento dell’apparato militare, con l’acquisto di nuovi armamenti e l’ampliamento degli effettivi. L’obiettivo era avvicinare le capacità operative dell’esercito egiziano agli standard del principale alleato internazionale del Paese, gli Stati Uniti, rapporto consolidatosi negli anni della presidenza di Anwar Sadat. In parallelo, Mubarak incrementò in modo significativo le risorse destinate alla difesa, arrivando a destinare circa il 23% del bilancio statale annuale al settore militare[28].

Seguendo inoltre la linea di liberalizzazione economica avviata dal suo predecessore, il presidente favorì un crescente coinvolgimento dell’apparato militare nell’economia nazionale. Il politologo Robert Springborg[29] ha definito questo fenomeno come una “espansione orizzontale” delle forze armate. Attraverso questo processo, l’esercito — direttamente o tramite figure ad esso collegate — acquisì un ruolo rilevante in numerosi comparti produttivi, diventando proprietario o finanziatore di imprese in settori strategici e gestendo anche organizzazioni di assistenza sociale[30].

Questa strategia mirava a rendere le forze armate sempre più autosufficienti dal punto di vista materiale, favorendo la produzione interna di armamenti, mezzi, beni alimentari ed equipaggiamento militare, riducendo così la dipendenza dalle importazioni. Al tempo stesso, l’espansione dell’influenza militare nella società civile consentì allo Stato di rafforzare il controllo su ambiti — come l’assistenza sociale ed alcune attività economiche — che in precedenza erano spesso dominati da organizzazioni islamiste, percepite come concorrenti in termini di consenso ed influenza ideologica.

Infine, Mubarak utilizzò anche l’esercito come strumento di politica estera, consolidando l’allineamento dell’Egitto con il blocco occidentale. Un esempio significativo fu la partecipazione del Paese alla Guerra del Golfo[31] del 1990-1991, durante la quale il contingente egiziano rappresentò uno dei più consistenti tra quelli schierati nella coalizione internazionale.

Le Primavere Arabe: la breve parentesi della Fratellanza musulmana

Sull’onda delle rivolte popolari che nel 2011 attraversarono numerosi Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, anche l’Egitto fu investito da un’ondata di proteste contro il presidente Hosni Mubarak, al potere da quasi trent’anni. Le manifestazioni, alimentate dal malcontento sociale e dalle difficoltà economiche aggravate dalla crisi finanziaria globale del 2008, si intrecciarono con una crescente domanda di riforme democratiche. Decine di migliaia di cittadini scesero in piazza sfidando il governo in quelle proteste che sarebbero passate alla storia come la Primavera araba[32], nella sua declinazione egiziana.

Dopo le dimissioni di Mubarak, la guida del Paese passò al Consiglio Supremo delle Forze Armate[33], che assunse temporaneamente i poteri presidenziali. L’esercito si presentò allora come garante della stabilità e della volontà popolare, promettendo l’organizzazione di elezioni libere e cercando così di rassicurare una popolazione ancora scossa dalle tensioni politiche. Il Consiglio accompagnò quindi il Paese verso le elezioni presidenziali previste per maggio 2012.

Dalle urne emerse la vittoria di Mohamed Morsi[34], ingegnere meccanico e segretario del Partito Libertà e Giustizia, formazione politica legata al movimento dei Fratelli Musulmani[35]. La sua elezione segnò un passaggio storico: per la prima volta l’Egitto aveva un presidente non proveniente dai ranghi delle forze armate.

Mohamed Morsi
Mohamed Morsi

Durante il suo unico anno alla guida del Paese, Morsi orientò la propria azione politica soprattutto verso la revisione della costituzione egiziana, promuovendo un’impostazione considerata da molti osservatori fortemente islamista e ridimensionando il ruolo delle minoranze religiose. Queste scelte alimentarono una crescente polarizzazione politica e sociale. Il presidente, infatti, aveva ottenuto la vittoria con uno scarto minimo e tra polemiche legate a presunte irregolarità nel voto, circostanze che contribuirono ad accrescere l’opposizione nei suoi confronti.

Le tensioni sfociarono presto in manifestazioni contrapposte: alle proteste organizzate dagli oppositori dei Fratelli Musulmani si affiancarono sit-in dei sostenitori del presidente, con frequenti scontri e violenze nelle strade; in questo contesto sempre più instabile intervenne l’esercito, storicamente ostile al movimento islamista. Nel luglio 2013 i vertici militari concessero alle forze politiche un ultimatum di 48 ore affinché venissero accolte le richieste della popolazione, avvertendo che in caso contrario sarebbero intervenuti direttamente.

Morsi respinse l’ingerenza delle forze armate e proseguì nel tentativo di consolidare un Parlamento dominato dalle forze islamiste. Il 13 luglio 2013 l’esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi[36], intervenne depotenziando il presidente ed arrestandolo.

Il 6 ottobre 2013 il generale Abdel Fattah al-Sisi pronunciò un discorso destinato a chiarire il ruolo che le forze armate intendevano mantenere nella vita politica del Paese. Rivolgendosi alla popolazione, il leader militare affermò che l’esercito aveva giurato davanti a Dio di proteggere gli egiziani e gli arabi, dichiarandosi pronto a sacrificarsi pur di evitare nuove sofferenze al popolo. Nel suo intervento sottolineò inoltre il legame stretto e indissolubile tra esercito e società egiziana, paragonando l’istituzione militare alle piramidi, simbolo di solidità e permanenza.

Pochi mesi dopo, nel marzo 2014, il generale annunciò la propria candidatura alle elezioni presidenziali previste per giugno dello stesso anno. La decisione arrivò in un clima politico già fortemente segnato dalla repressione del movimento dei Fratelli Musulmani, culminata con la condanna a morte di 529 suoi membri.

Il simbolo dei Fratelli Musulmani
Il simbolo dei Fratelli Musulmani

Le elezioni presidenziali sancirono una vittoria schiacciante per l’ex capo delle forze armate, che ottenne circa il 96% dei voti e divenne il sesto presidente della storia dell’Egitto moderno[37]. Da allora al-Sisi è rimasto al potere, inaugurando una fase politica caratterizzata da un forte accentramento dell’autorità.

L’esercito egiziano oggi

Durante i mandati presidenziali di Abdel Fattah al-Sisi, la società egiziana ha attraversato ulteriori trasformazioni, mentre il ruolo delle forze armate si è progressivamente ampliato non solo sul piano politico, ma anche su quello economico. Negli ultimi anni l’esercito ha infatti consolidato la propria presenza in numerosi comparti produttivi, rafforzando un sistema in cui istituzioni militari ed attività economiche risultano strettamente intrecciate.

Video musicale che promuove il sentimento nazionale egiziano che ha riscosso una discreta popolarità nel Paese.

Sebbene il Ministero della Produzione Militare affondi le proprie radici nell’epoca di Gamal Abdel Nasser, negli ultimi anni la sua sfera di attività si è notevolmente estesa. Attraverso società direttamente controllate o legate a figure vicine all’apparato militare — tra cui l’Organizzazione Araba per l’Industrializzazione[38] — il sistema economico collegato alle forze armate è arrivato ad operare in numerosi settori chiave dell’economia nazionale. Secondo diverse analisi, l’apparato riconducibile alla presidenza ed all’esercito controllerebbe oggi una dozzina di aziende attive in ambiti strategici.

Tra queste figura la Maadi Company for Engineering Industries[39], originariamente specializzata nella produzione di armamenti per l’esercito ma progressivamente diversificatasi. A partire dal 2014 l’azienda ha esteso le proprie attività alla costruzione di infrastrutture, alla realizzazione di impianti sportivi, alla produzione energetica ed alla fornitura di materiali medici. Attraverso società controllate operanti nel settore edilizio, la Maadi Co. è stata inoltre coinvolta in progetti legati alla costruzione della nuova capitale amministrativa egiziana, annunciata dal presidente nell’ambito del programma di sviluppo nazionale noto come Egypt Vision 2030[40].

Dal 2017 anche altre imprese strategiche sono passate sotto il controllo diretto o indiretto dell’apparato militare o di soggetti ad esso collegati. Tra queste figurano Alexandria Cement[41], attiva nella produzione di cemento, Badawy Paints and Chemicals[42], tra i principali produttori nazionali di vernici e materiali chimici, e Heliopolis Company for Housing and Development[43], operante anche nel settore energetico, in particolare nelle energie rinnovabili.

Secondo diversi osservatori, l’obiettivo della leadership egiziana sarebbe quello di mantenere un controllo diretto su ampie porzioni dell’apparato economico e produttivo nazionale, così da poter orientare le risorse verso i grandi progetti infrastrutturali e di sviluppo promossi dal governo negli ultimi anni.

Il controllo dei principali comparti economici nazionali rappresenta uno degli strumenti strategici attraverso cui il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha rafforzato il proprio potere. Questa scelta risponderebbe ad una duplice logica: da un lato, consente alle forze armate di accrescere la propria autonomia finanziaria; dall’altro permette alla leadership politica di mantenere un saldo controllo sull’apparato militare, storicamente il vero centro di potere del Paese.

Negli ultimi anni l’economia collegata all’esercito ha registrato una crescita significativa. Secondo i dati della Banca Mondiale, il contributo delle attività produttive riconducibili alle forze armate al prodotto interno lordo nazionale è più che raddoppiato: da meno dell’1,5% nel 2012 a oltre il 3% nel 2020. Parallelamente, le imprese controllate dall’apparato militare hanno ampliato il proprio raggio d’azione, includendo settori come la produzione di farmaci, l’edilizia e la distribuzione di beni alimentari.[44]

Un'immagine sui media locali relativa all'esercito egiziano.
Un’immagine sui media locali relativa all’esercito egiziano.

Questo crescente peso economico svolge anche una funzione politica: in un sistema in cui l’esercito continua a rappresentare il principale attore istituzionale, mantenere il controllo delle risorse produttive diventa uno strumento per garantire la fedeltà dei vertici militari. Nel corso della presidenza di al-Sisi, diversi ufficiali di alto rango sono stati rimossi dai propri incarichi o arrestati, in quella che molti analisti interpretano come una strategia preventiva volta ad evitare possibili rivalità interne o tentativi di sfida al potere del presidente.

Allo stesso tempo, per evitare tensioni con l’élite militare, il governo ha consolidato un sistema di privilegi che ha progressivamente trasformato le forze armate in una vera e propria élite sociale. I militari beneficiano infatti di trattamenti pensionistici particolarmente favorevoli — tra i più elevati in un Paese in cui, secondo dati del 2018, il tasso di povertà coinvolgeva circa il 32,5% della popolazione[45]. A ciò si aggiungono numerose agevolazioni economiche, tra cui esenzioni fiscali su diversi beni di consumo, dall’acquisto di medicinali alle automobili, fino a prodotti tecnologici e di lusso.

I membri delle forze armate dispongono inoltre di abitazioni fornite dallo Stato durante il periodo di servizio, spesso realizzate da grandi imprese edilizie legate al sistema economico pubblico. Nei periodi di congedo, possono accedere a strutture ricreative riservate, come circoli, resort e complessi turistici destinati esclusivamente al personale militare.

Un ulteriore elemento di tutela riguarda i vertici dell’apparato militare. I membri dello Stato Maggiore godono infatti di un regime di immunità parlamentare, che può essere revocato solo in caso di procedimenti avviati dalla Corte Suprema Militare egiziana.

In questo contesto, l’esercito continua a rappresentare uno dei principali canali di mobilità sociale nel Paese: l’ingresso nelle forze armate costituisce per molti cittadini una delle poche opportunità di avanzamento economico e professionale, rafforzando ulteriormente il ruolo dell’istituzione militare come pilastro politico, economico e sociale dell’Egitto contemporaneo.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://www.africarivista.it/legitto-e-la-prima-potenza-militare-africana/

[2] https://www.travel365.it/classifica-paesi-piu-militarizzati-eserciti-piu-potenti-del-mondo.htm

[3] https://www.egypttoursportal.com/en-gb/muhammad-ali-pasha/

[4] https://www.worldhistory.org/trans/it/1-21818/campagna-di-napoleone-in-egitto-e-siria/

[5] https://www.britannica.com/place/Egypt/The-Ottomans-1517-1798

[6] https://www.treccani.it/enciclopedia/wali/

[7] https://www.treccani.it/enciclopedia/sublime-porta_(Enciclopedia-Italiana)/

[8] https://www.storiain.net/storia/egitto-le-rivoluzioni-dimenticate/

[9] https://books.openedition.org/aaccademia/11483

[10] https://www.treccani.it/enciclopedia/faruq-re-d-egitto_(Enciclopedia-Italiana)/

[11] https://www.fattiperlastoria.it/questione-palestinese/

[12] https://giurisprudenza.i-learn.unito.it/pluginfile.php/438450/mod_folder/content/0/Panarabismo.pdf

[13] https://www.focus.it/cultura/storia/la-controversa-figura-di-gamal-abdel-nasser-che-con-un-golpe-rivoluziono-l-egitto

[14] https://www.treccani.it/enciclopedia/rivoluzione-dei-liberi-ufficiali_(Dizionario-di-Storia)/

[15] https://www.ilcittadino.it/stories/premium/editoriali/la-rivoluzione-nasser-sfiducia-nelle-masse-o_157280_96/

[16] https://www.treccani.it/enciclopedia/muhammad-najib_(Dizionario-di-Storia)/

[17] https://www.mandelaforum.it/eventi/26-luglio-1956-la-nazionalizzazione-di-suez/

[18] https://www.fattiperlastoria.it/guerra-dei-sei-giorni/

[19] https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/commentary_campanini_20.09.2012.pdf

[20] https://future.unimi.it/wp-content/uploads/sites/9/2023/11/Said-1.pdf

[21] https://www.geopolitica.info/who-is-who-anwar-el-sadat/

[22] https://www.ilpost.it/2023/10/06/guerra-yom-kippur-50-anni-fa/

[23] https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/76985

[24] https://www.treccani.it/enciclopedia/camp-david-accordi-di_(Dizionario-di-Storia)/

[25] https://www.focus.it/cultura/storia/l-attentato-a-sadat-in-diretta-televisiva

[26] https://www.treccani.it/enciclopedia/jihad-islamica_(Dizionario-di-Storia)/

[27] https://www.treccani.it/enciclopedia/muhammad-hosni-mubarak/

[28] https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/QRI5.pdf

[29] https://mei.edu/ar/person/robert-springborg/

[30] https://www.jstor.org/stable/23060953

[31] https://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-del-golfo_(Enciclopedia-Italiana)/

[32] https://aosta.unicusano.it/studiare-a-aosta/primavere-arabe-storia-definizione/

[33] https://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_supremo_delle_forze_armate

[34] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chi-era-mohammed-morsi-lunico-presidente-eletto-degitto-23316

[35] https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4995-la-fratellanza-musulmana-e-la-sua-rete-di-influenza

[36] https://www.orizzontipolitici.it/al-sisi-leader-egiziano-successore-mubarak/

[37] https://formiche.net/2018/03/al-sisi-elezioni-egitto/#content

[38] https://www.aoi.org.eg/en

[39] https://maadiconstruction.com/en/

[40] https://www.presidency.eg/en/%D9%85%D8%B5%D8%B1/%D8%B1%D8%A4%D9%8A%D8%A9-%D9%85%D8%B5%D8%B1-2030/

[41] https://www.arabcont.com/English/project-136

[42] https://www.scribd.com/document/748679806/sa7lapo2a

[43] https://misr-algadida.com/

[44] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/egitto-tra-ripresa-economica-e-instabilita-regionale-214220

[45] https://www.hrw.org/news/2025/01/16/egypt-repression-rising-poverty-sisis-second-decade

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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